Tu ne cede malis, sed contra audentior ito: Tu non cedere alle disgrazie, ma avanza più fiducioso, scrivo alla lavagna. Alle mie spalle Kenzie e Destiny muovono le braccia al ritmo di Stupid love di Lady Gaga che suona negli airpods, da qualche parte sul banco devono avere il cellulare aperto su Tik
Tok. Priscilla dormicchia, gli occhi socchiusi, una palpebra verde e una bianca, i colori sociali della scuola, Seth sfoglia «Guns and Ammo», una rivista sulle armi da caccia e tiro al bersaglio, Sarah, il viso emaciato color avorio gioca a Slap game al cellulare. Il resto della classe fissa un po’ l’orologio e un po’ la finestra forse augurandosi che Enea possa rimanerci, all’inferno.
D’un tratto la voce baritonale del preside esonda dagli speakers infrangendo la monotonia della seconda ora come una sassata su un vetro sottile: «Ragazzi, ho appena ricevuto una nota dall’ufficio della contea: lo stato chiude tutte le scuole pubbliche per rallentare la diffusione del crescente focolaio di Coronavirus». Le sue parole rimbombano nei corridoi deserti, il tono è severo, quasi solenne. Smetto di scrivere e alzo la testa verso il soffitto in direzione delle casse stringendo il pennarello nero.
I miei alunni mi lanciano occhiate inquisitorie nella speranza di trovare nel mio sguardo qualche certezza. Io li deludo girandomi verso la finestra: un cielo ardesia mi ricorda che tutto sommato la primavera può aspettare, i gabbiani volano a raso sulla baia al di là della palude, sulla strada qualche pickup sfreccia rapido in direzione del raccordo anulare.
«Mentre le scuole saranno chiuse, tutti gli edifici scolastici pubblici e gli scuolabus verranno puliti e disinfettati. Il governatore vieta inoltre tutti gli incontri con più di duecentocinquanta persone, attivando la guardia nazionale, ordinando a tutti gli impiegati del governo statale non essenziale di lavorare da casa e chiudendo il porto per le navi da crociera e passeggeri».
Torno a fissare i ragazzi e i loro sguardi traboccanti di domande e dubbi; sembrano delusi, vogliono risposte che non ho. Adesso i cellulari sono spenti. Niente app, niente Tik Tok, niente Netflix su Love is Blind, la serie televisiva del momento, niente di niente. La quarta parete si è sgretolata e la classe sembra percepirne l’inganno.
Ormai la voce di Mr. O’Shaughnessy che continua a parlare delimitando contorni che poco aggiungono al concetto è stata declassata a un ronzio di sottofondo; gli studenti hanno afferrato i cellulari lasciando che la notizia si disperda rapida tra i cavi e le fibre ottiche e le bande larghe serpeggiando tra i post e i messaggi dei social media, instancabile come un mostro piumato con mille occhi e mille orecchie.
«Con la diffusione della malattia nella comunità, ci aspettiamo che il numero di nuovi casi aumenti in modo drammatico e rapido. Assicuratevi di svuotare gli armadietti e di portare a casa tutti i vostri effetti personali. Insegnanti, controllate la vostra e-mail e ricordatevi di portare con voi il
laptop della scuola».
Ricaccio indietro i dubbi e le paure e riprendo a parlare senza rime o ragioni: «In fondo la parola solitudo deriva dal latino arcaico sollus, cioè intero, a indicare la posizione di chi basta a sé» dico rimettendo il tappo al pennarello che stringo ancora in mano.
«Ma questo cosa c’entra?» sbotta Uriah Moore, presidente dell’associazione ebraica della scuola, una camicia azzurra, cravatta nera e kippah di velluto in testa.
«C’entra che dobbiamo prepararci a stare da soli e dobbiamo
farci forza… Sapete cosa ha consigliato Seneca una volta a un
amico per infondergli coraggio?».
«Cosa?» mi incalza Priscilla sbattendo le palpebre verdi e
bianche.
«Che in fondo non doveva preoccuparsi di stare da solo
perché lo stava affidando a sé stesso. Diciamo che io oggi voglio
fare lo stesso».
I miei alunni cercavano soluzioni concrete alle loro domande
sulla pandemia e ora si accorgono di aver ricevuto in cambio di qualche frase da biscotto della fortuna. Al di là della finestra i truck continuano a sfrecciare verso il raccordo anulare, i gabbiani a planare sulla baia incuranti di noi e di Seneca, i commenti e i post a spargersi esondando nelle app e tra le e-mail.
Quando riprendo a parlare mi accorgo con un pizzico di vergogna che sto infondendo coraggio a me, non ai miei studenti: «Seneca diceva che lo stolto non ha neppure quell’unico vantaggio che deriva dalla solitudine: questo perché l’uomo stupido si tradisce sempre da solo».
La campanella libera i miei alunni dalle riflessioni di Seneca. I ragazzi si alzano e si dirigono verso la porta, io mi siedo alla cattedra e compilo il registro elettronico delle presenze. C’è un gran senso di incertezza. Tra un mese i seniors, gli studenti dell’ultimo anno, dovrebbero festeggiare il prom, la festa di fine anno scolastico, tra due mesi la graduation, a fine mese ci dovrebbero essere i test del sat lo Scholastic Aptitude Test, una prova attitudinale molto diffusa negli Stati Uniti, richiesta e riconosciuta per l’ammissione al college. Durante queste settimane i miei alunni comunicheranno attraverso i social media affidando pensieri e paure sul loro futuro prossimo alle luci di display amoled.
«Mr. Di-ih?».
Kenzie, il viso tondo con due impercettibili fossette ai lati delle guance, capelli biondi, occhi chiari e una corporatura piccola con gambe tozze e robuste mi fissa con un ghigno che non è strafottente, solo compiaciuto.
«E tu? Non vai nella classe di Mr. Cummings?» Le domando senza alzare gli occhi dal portatile.
«No, io vado a casa. Sono venuta a scuola solo per salutarla» mi risponde ruminando la gomma da masticare.
«A casa?».
«Stasera parto».
«E dove vai?».
«In Florida, con Destiny e sua sorella maggiore».
«A fare cosa?».
«Abbiamo trovato un’offerta… una settimana, trecento
dollari, volo compreso».
Alzo la testa e guardo Kenzie senza dire nulla.
«Siamo giovani, Mr. D, e su Google dicono che ‘Rona uccide i vecchi…».
«‹Rona?» domando tornando a scrivere sulla tastiera del
computer.
«Co-ro-na, Mr. D» mi dice scandendo le parole, «se ci va bene faremo un po’ di mare… se ci va male… be’, vorrà dire che prenderemo un po’ di paracetamolo».
I ragazzi che si diplomeranno alla fine di quest’anno
scolastico alla Silvana High School sono nati nel duemilauno,
l’anno delle torri gemelle, hanno frequentato le scuole elementari durante la più grave crisi dopo il Ventinove e si diplomeranno nell’anno della più grave pandemia del nuovo millennio. Di sicuro avranno sviluppato gli anticorpi.
«Fate buon viaggio» mi limito a dire «ma state attente»
aggiungo mentre la osservo svanire oltre la porta.
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Buono
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