Maryland, 27 aprile,
Dopo cinque settimane da reclusi ormai non facciamo neanche più caso ai pigiami, ai letti disfatti, ai capelli per aria e a quel mondo cancellato dai decreti federali che si affaccia di rimbalzo dai quadratini di Zoom e Google Meet e Skype. Lo chiamano distanziamento sociale. A scuola, il luogo di socializzazione per eccellenza
Fortuna vitrea est; tum cum splendit, frangitur.
«Uriah, ti va di tradurla?» domando retoricamente.
«A dire il vero no…» Replica Uriah dal suo quadratino di Zoom.
La classe virtuale adesso si risveglia da un uggioso mercoledì che si era trascinato pigramente fino a questo momento, quello che da queste parti chiamano class incident.
«In che senso?» domando sperando di non aver capito, facendo finta di non aver capito, davvero non capendo.
«Tanto anche se traduco… che differenza fa?»
«In che senso?» Insisto, come a volermi fare del male.
«Nel senso che tanto alla fine ci promuovete tutti… per via di questa situazione… allora a che serve tradurre se alla fine prenderemo tutti lo stesso voto? Cui prodest?»
Beh… una domanda non è più una domanda se si sa già la risposta…
Life’s a game where they’re bound to beat you and time’s a trick they can turn to cheat you
The hell of it. Paul Williams.
And we only waste it anyway and that’s the hell of it.
Vuoi leggere di più? Questa storia farà parte del nuovo libro in uscita quest’estate…

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