Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato
Giuseppe Ungaretti
Mr. Reder attraversa il semaforo tra l’intersezione di Battery Avenue e Key Hwy lasciandosi Inner Harbor, il porto turistico di Baltimora, alle spalle. Cammina lentamente inerpicandosi su per gli scalini di Federal Hill, muovendosi lentamente, con entrambe le mani ben salde alla ringhiera, senza fretta. Un passo alla volta raggiunge la cima della collina e si siede su una panchina vuota.
È una stupenda mattina di metà maggio; il cielo è azzurro con sfumature indaco che tendono al viola, dalla baia soffia una brezza che sa di acqua salmastra.
Non fa caldo, ma chi come Mr. Reder è cresciuto da queste parti, sa che l’aria si sta caricando di umidità e che a mezzogiorno sarà pressoché impossibile camminare sotto il sole senza sentire l’afa bollente che serra i polmoni.
Mr. Reder rimane seduto ancora qualche minuto a godersi l’aria calda di questa giornata da primavera estiva rosolata a fuoco lento; anche se deve fare una cosa molto importante non ha poi tanta fretta. Davanti a lui lo skyline di Baltimora si specchia nell’acqua blu a ridosso della collina. Mr. Reder indugia con lo sguardo sui grandi dettagli, il World Trade Center che si staglia dall’altro lato della baia protendendosi verso il cielo senza nuvole, l’acquario con le immense vetrate simili a specchi baluginanti che riflettono l’azzurro del mare, le barche che fendono l’acqua lasciando solchi di spuma bianca simili alle scie degli aerei.
Mr. Reder scuote la testa come a scrollarsi di dosso pensieri appiccicosi, prende il cellulare dal borsello, fa scorrere i nomi sulla rubrica, quando trova quello che gli interessa preme il tasto verde e attiva la chiamata.
Il motore di un aereo riempie il vuoto del cielo.
La linea è libera.
«Mia madre diceva che gli alberi più invecchiano più diventano forti mentre gli esseri umani più invecchiano più si accorgono di essere soli. Nella solitudine forzata di questi mesi ho imparato a prendermi cura di me scoprendo un giorno alla volta che non ho più paura delle mie paure e che forse è arrivato il momento di ascoltarmi, invece di ascoltare gli altri.
Cinquantadue anni fa, il 17 maggio 1968, nove attivisti cattolici tra cui due padri gesuiti, hanno fatto irruzione nella sede governativa di Catonsville, proprio dietro all’aeroporto, a sud di Baltimora, la mia città natale; sono saliti al secondo piano e hanno sottratto con la forza più di trecento schede che sarebbero dovute essere inviate ad altrettanti ragazzi informandoli che sarebbero dovuti partire per il Vietnam; le hanno portate nel parcheggio adiacente all’edificio e le hanno incendiate con Napalm fatto in casa.
Durante il processo che si era tenuto a ottobre, Padre Daniel Berrigan, il leader del gruppo, aveva fissato i giurati e con tono pacato e aveva detto:
“Chiediamo scusa, cari fratelli, per aver sovvertito per qualche ora la calma e la tranquillità dell’ordine precostituito, bruciando fogli di carta invece che bambini”.
Ecco, questa è una delle tante storie che nei miei quarant’anni di insegnamento ho raccontato ai miei ragazzi, ispirando con le parole quello che altri avevano saputo fare con esempi concreti.
Come membro della Social Committee, avrò organizzato una cinquantina di feste di pensionamento e ogni volta, vedendo i colleghi con la pelle raggrinzita e gli occhi ingialliti dagli anni salutare il corpo docenti che seguiva distrattamente frasi di addio dense di lacrime, ho sempre pensato che a me non sarebbe mai successo, che avrei avuto la decenza di togliere il disturbo un attimo prima di rendermi conto di essere diventato così vecchio da non riuscire a trattenere le emozioni.
Adesso che la pelle raggrinzita e gli occhi ingialliti li ho io, penso di piangendo…
Sono entrato nel corpo docenti della Silvana High nel settembre del Settantotto. Nemmeno un anno prima Jimmy Carter era stato eletto trentanovesimo presidente degli Stati Uniti, la guerra fredda era una realtà e il presidente egiziano al-Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin avrebbero firmato da lì a qualche giorno gli accordi di Camp David, qui in Maryland.
Non sono sempre stato un insegnante, ho iniziato molto tardi a dire il vero. Dopo le scuole superiori ho lavorato nella concessionaria della Ford di White Marsh per quasi dieci anni studiando la sera al Community College.
Ho raccontato le vicende della storia americana a decine di studenti che con il passare degli anni sono diventati centinaia, poi migliaia. Mentre da un lato raccontavo ai miei alunni fatti ormai lontani: la dichiarazione d’indipendenza, le guerre civili e quelle mondiali, dall’altro la storia scorreva veloce nelle televisioni e nei giornali, e poco alla volta me la ritrovavo nei libri di testo: la caduta del Muro, la guerra del Golfo, l’undici settembre.
Ho sempre avuto la presunzione di poter cambiare i miei alunni per riuscire poi a cambiare il mondo, senza accorgermi che un giorno alla volta erano i miei alunni che stavano cambiando me mentre il mondo continuava a girare indifferente.
Proprio un mestiere ingrato quello dell’insegnante.
Mi manca la scuola, e adesso che so che a settembre non tornerò, la sua mancanza è quasi un dolore fisico. Di questi tempi, a metà maggio, senza pandemia, avremmo celebrato la graduation dei maturandi. Di graduation me ne intendo, modestia a parte, senza contare la mia, ne ho viste sfilare più di quaranta, e a tutti gli alunni ho stretto la mano; decine, centinaia, migliaia di mani e di in bocca al lupo, anno dopo anno.
Alcune di quelle mani hanno fatto qualcosa di importante, altre si sono perse lungo la strada, qualcuna è finita sottoterra raccontata di sfuggita in qualche trafiletto dell’«Observer». Non è giusto che i seniors se ne vadano dalla Silvana High senza una festa, senza il ballo di fine anno e i fiori. Se un evento non viene celebrato è come se non fosse mai avvenuto.
Anche io e i miei colleghi che andremo in pensione spariremo in silenzio, cancellati da un virus che per nemesi sociale uccide solo i vecchi, o almeno così dicono alla televisione. Mi consola sapere che i seniors avranno altre feste, altre graduation, altre gioie, noi no.
Ho deciso di andare in pensione a novembre, mentre spiegavo le conseguenze degli atti terroristici dell’undici settembre. Raccontavo storie che i miei ragazzi non capivano più, e allora avevo realizzato che a furia di raccontarla, la storia, per osmosi, l’ero diventata anch’io.
Chissà che faccia faranno i miei colleghi più giovani quando tra un po’ di anni si ritroveranno a raccontare questa pandemia a ragazzi annoiati che li ascolteranno senza prestare troppa attenzione.
Noi insegnanti siamo metodici, abbiamo i nostri riti, le nostre abitudini. Per quarant’anni mi sono svegliato alle sei, ho imboccato il raccordo anulare alle sette meno un quarto, ho parcheggiato la macchina nel solito parcheggio, quello a ridosso della collinetta che dà sulla palude.
E poi ho insegnato sempre le stesse cose, sempre nello stesso ordine, aggiungendo di volta in volta eventi che avevo vissuto e che erano finiti nei libri di testo. Ogni anno, per più di quarant’anni, il diciassette maggio ho fatto sempre la stessa lezione sulla vicenda dei nove di Catonsville, una storia che mi piace pensare abbia ispirato qualcuno dei miei studenti.
Sembrava brutto chiudere la carriera senza poterla raccontare un’ultima volta, e allora la dono a te».
Mr. Reder chiude la comunicazione, alza la testa e torna a fissare la baia. Adesso un nodo gli stringe la gola e le lacrime gli pizzicano le guance scavate.
Anche l’ultima promessa è venuta meno.
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One thought on “Le parole insegnano, gli esempi trascinano”