Cristalli fragili

I pullman di linea avanzano lungo le vie del centro trasportando pochi passeggeri assorti. Sfilano lungo strade per lo più deserte, superando negozi e ristoranti chiusi da mesi, con assi di legno a sprangarne le porte. Una pioggia ghiacciata scende glassando i parabrezza delle macchine e l’asfalto dei marciapiedi. Nei parcheggi dei centri commerciali vuoti, spettri si aggirano confusi chiedendo di tanto in tanto un dollaro o un quartino, perché di lavoro ce n’è poco. È sufficiente anche una laurea in lettere per rendersi conto che da questa parte del mondo la macchina si è inceppata.
Sprofondato nella sedia della cucina, con il secondo caffè della giornata alla mia sinistra, ascolto la pioggia gelata che si appiccica ai vetri del soggiorno mentre mi connetto alla chat di Zoom. I miei alunni si materializzano sugli schermi e aspettano, non è quella pazienza del saggio, sembra piuttosto essere quell’ineluttabilità di chi è a un passo dallo spezzarsi.
Faccio l’appello chiamandoli uno alla volta, loro rispondono tenendo le videocamere spente, così mi ritrovo a parlare con me stesso mentre ascolto voci lontane e impercettibili.

«Ragazzi» dico quando finisco di fare l’appello, «la fase ibrida di insegnamento comincerà alla fine del mese… si torna a scuola!».

Imbecilli…

Negli ultimi undici mesi Mrs. Connors ha insegnato trigonometria facendo la spola tra il portatile e le gemelline che demolivano il soggiorno un pezzo alla volta.


Imbecilli…


Michael ha smesso di nuotare lasciando che i suoi sogni olimpici affondassero sul fondo di una piscina cobalto.


Imbecilli…

Emily ha seguito le lezioni di latino-autori con Suellen in braccio perché la seconda ora coincideva con quella della poppata della sorellina e la madre aveva il turno al supermercato.


Imbecilli…


«Mamma, esci?».
«Sì… sono in ritardo. Devo andare a prendere Erin a Penn Station».
«Mamma… ».
«Sì?».
«Tua sorella è morta».
«Ah davvero? E quando?».
«Nel Novantasette».
«Ah scusa… me n’ero dimenticata».


Imbecilli…


Mr. Green ha spiegato letteratura inglese curando la madre anziana che inseguiva ricordi e fantasmi annacquati dal tempo.
Dopo due giorni di neve e pioggia gelida, le strade assomigliano a una distesa luccicante di lastre di ghiaccio finissimo e vivace, la cosa non fa chissà quale differenza visto che la maggior parte di noi è rimasta con le caviglie incastrate nelle sabbie mobili di smartworking che da provvisori sono diventati permanenti. Siamo entrati nel lavoro da casa con la curiosità e la trepidazione di chi voleva rompere il filo con la quotidianità; a distanza di un anno abbiamo scoperto che anche un arcobaleno di un quarto d’ora diventa noioso.


I vicini più volenterosi si ostinano a spalare neve ghiacciata fracassando pale di plastica contro blocchi granitici di ghiaccio; il resto di noi si affida più pragmaticamente a mother nature che, calendario alla mano, dovrebbe essere dietro l’angolo con le mani cariche di tiepidi raggi di primavera.

Seduto davanti al monitor continuo a sorseggiare il caffè ascoltando i soffi del vento, il ticchettare della pioggia gelata, il rumore di qualche macchina sull’asfalto, il respiro della casa che un giorno alla volta ha preso il ritmo dei miei respiri, fino a soffocarli con discrezione.
Tra due settimane riapriranno le scuole, così ha deciso il governatore, e noi ci prepariamo rattoppando le nostre fragilità.
Fragile deriva dal verbo frangere, cioè che si può rompere come un cristallo; torniamo in presenza dopo aver subito undici mesi di videocamere accese sulle nostre intimità, senza filtri, con tempi dettati da orari mai flessibili che spesso si scontravano con le esigenze di mariti assillanti, di mogli nevrotiche, di figli impazienti, di fratelli irrequieti, sopportandoci a vicenda, odiandoci con amorevole fratellanza.


Imbecilli…


«Hey Mr. D, imbecilli a chi?» mi domanda Eunice accendendo la videocamera con fare divertito.
«No, mi riferivo alla parola latina, letteralmente sine baculo, senza bastone da passeggio».


Arranchiamo malfermi, senza appoggio pur avendone bisogno, fragili come cristalli, imbecilli come fiori sbocciati tra i colpi di coda di un inverno travestito da primavera.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Cristalli fragili

  1. Intellettualmente sofisticato ed elegante… Ricordo che avevo letto dell’etimologia di imbecille molti anni fa, ma, leggendo, il mio telencefalo è rimasto lontano anni luce dal ricordarselo: probabilmente un liceale dell’epoca dei miei genitori forse avrebbe saputo fare il collegamento e l’insulto sarebbe parso meno insultante.
    Mi è capitato, negli anni scorsi, di dire di qualche collega “Ma è proprio un Calpurnio”: anche associati universitari sotto i 45-50 anni non capivano cosa volessi dire e mi guardavano educatamente perplessi; solo i vecchi tromboni sessantenni e settantenni, o se preferite i vecchi baroni, ricordavano Gian Burrasca, la “Società segreta” del collegio Pierpaoli e il suo direttore prof. Stanislao. Mia figlia è ora lontanissima, ma certamente le chiederei con molti patemi se il nome Giugurta le dice qualcosa.

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