È un lavoro di merda

Prof…

Ma chi è?

Sono io…

Ma io chi?

Roberto…

Ma che ore sono?

Le tre e venti…

Ah Roberto… tranquillo: domani spiego, non interrogo. Torna pure a dormire.

E va bene… dimmi, Roberto…

Lo schermo è liscio al tatto, un po’ freddo. Sposto la mano e ritrovo la lista di nomi dei miei ragazzi del secondo anno. Quando insegnavo in Italia il registro era cartaceo, di un blu indaco con la copertina di cartone rigido che alla fine dell’anno scolastico penzolava agli angoli tradendo centinaia di ore, giorni, classi, note, pianti, feste, lutti, assenze, riunioni, consigli, litigi di classe. I nomi andavano trascritti uno alla volta, con penna nera o blu, anche se qualche collega si divertiva a usare una penna turchese. Ogni volta che trascrivevo un nome avevo il terrore di saltarne uno dall’elenco alfabetico, di dimenticare una lettera e in quel caso era un disastro perché, anche se sistemavo la svista con lo sbianchetto, quell’errore mi perseguitava per tutto l’anno scolastico: ogni volta che i miei occhi incrociavano il nome imperfetto, la mente mi riportava a quel pomeriggio di inizio settembre, con il sole che scaldava le finestre impolverate della sala professori.

Questo registro americano è online. Gli errori non si possono fare, tutto è preciso, calcolato. Quando i nomi andavano ricopiati uno alla volta dalla spunta che mi davano in segreteria, mi piaceva immaginare le facce dei nuovi alunni mentre ricopiavo i cognomi, perché in fondo la parola nome viene dal verbo nosco… conosco… e così ogni nome diventava una storia di cui mi dovevo impossessare. Alcuni dei nomi che ho trascritto hanno avuto storie felici, altri storie mediocri, qualcuno un finale troppo veloce.

Questo registro americano riflette nomi esotici, alcuni sono dei veri e propri scioglilingua, altri hanno un tocco yankee, altri raccontano di viaggi, fughe, speranze, deserti, pick-up, frontiere e lacrime…

Faccio scorrere il dito lungo la lista dei ragazzi del secondo anno una, due, tre volte. Niente, il nome che cerco non c’è.

Perdere un nome di uno studente significa un po’ dimenticarsi della sua storia, e io ho sempre avuto problemi con gli addii. Mi alzo dalla cattedra, esco nel corridoio, cammino a passi svelti oltre la segreteria e raggiungo l’ufficio di Ms. Meyers, la guidance counselor. Per chi non fosse pratico di scuola americana, la guidance counselor è un po’ come una vecchia zia che si prende cura degli studenti. A volte incoraggia i ragazzi, a volte li asseconda e quando serve li striglia per bene.

L’ufficio della signora Meyers è arioso e ben ordinato. Una finestra che dà sul piazzale dispensa porzioni di luce che rendono l’ambiente accogliente e funzionale. La signora Meyers è seduta in un’immensa scrivania coloniale a ridosso del muro che ospita due monitor e un laptop. Anche se è ingombra di fogli, nell’insieme dà l’idea di un disordine studiato. Sul muro campeggia un poster dal titolo: I cinque impegni del consulente scolastico.

«Mr. D, cosa posso fare per te?» La signora Meyers sembra poco interessata alle formalità.

«Ma Jaiden Alvarez si è trasferito? Non è più nel registro…»

«Chi?» mi domanda lei tornando a studiare una pila di fogli sparsi sul tavolo.

«Alvarez, quel ragazzino snodato con i capelli arruffati e gli occhi un po’ allampanati.»

«Non ho capito di chi stai parlando… aspetta che cerco sul computer…»

«Jaiden… il ragazzino che rapiva i nanetti da giardino e poi chiedeva il riscatto… mi pare che ne abbia rubati un paio anche a te…» dico sorridendo.

Ms. Meyers alza gli occhi dal monitor ma non ride: «Mr. D, siediti…»

Mi siedo.

«Tu non lo leggi il Baltimore Sun, vero?»

«Il giornale? Ogni tanto…»

Ms. Meyers digita qualcosa poi gira il monitor nella mia direzione: «Leggi…»

Leggo.

Un ragazzo è stato trovato incosciente nella piscina privata dell’Athletic Club di Jerrisville. La polizia lo ha identificato come Jaiden Alvarez, 15 anni, studente della Silvana High School. È morto in ospedale dopo un presunto annegamento. La piscina era chiusa, recintata e sorvegliata. Non è chiaro come sia entrato né perché fosse da solo.

Rimango immobile, nella testa come in un loop rivedo il viso allampanato di Jaiden l’ultimo giorno di scuola, il sorriso un po’ assente. Gli ho detto arrivederci, era un addio.

Ogni nome è una storia…

Quando mi alzo dalla sedia Ms. Meyers dice l’unica cosa che non voglio sentire: «Mi dispiace, Mr. D.»

«Ma perché era lì, da solo? Jaiden non è il tipo da rubare, e cosa poi?» Quando finisco la frase vengo assalito da un dubbio, devo controllare.

«Mr. D, a proposito di quella nuova studentessa che si trasferirà qui la prossima settimana… hai già corretto il suo test d’ingresso?»

«No…»

«Secondo te sarà una che ci darà del filo da torcere?»

«Non lo so… di sicuro ci regalerà la sua storia.»

Quando raggiungo il piazzale del Marriot il sole scalda l’asfalto già arroventato. Mi avvicino al cancello sul lato ovest della struttura, appoggio le mani al ferro immaginandomi Jaiden di sera, uno zainetto sulle spalle. Guardo e rimango impietrito, non voglio piangere ma le lacrime di rabbia mi cadono a tradimento e io non posso farci niente.

In questo momento vorrei solo prendere la testa di Jaiden e sbatterla con forza, una, due, tre, mille volte contro l’inferriata incandescente perché non si può morire così, per…

Il giardino filtrato dalle lacrime è di un verde smeraldo, le piccole statue di nani sono disposte in modo ordinato sul prato dall’erba appena tagliata. Sono vestite in vari colori vivaci, cappelli conici e lunghe barbe fluide. Alcuni tengono strumenti musicali, come piccole chitarre o flauti, e sembrano pronti a iniziare una festa. Altri sono impegnati in attività quotidiane, come la pesca in un laghetto artificiale o la coltivazione di fiori nelle aiuole.

Queste creature di ceramica sembrano pronte a raccontare segreti nascosti, come quelli di un bambino con la faccia da adolescente che si è addormentato sul fondo della piscina.

Dimmi Roberto, cos’è successo?

Chiara…

Ma com’è possibile…

Io non so cosa fare, sto troppo male… speravo che lei avesse una spiegazione perché io non la riesco a trovare…

Attraversava i binari con la musica in cuffia e non si è accorta del treno che arrivava. È morta così, C.B., 16 anni. Vicino a lei hanno trovato alcuni quaderni e un diario.

C’è un video di YouTube che ha ormai qualche anno. Un ciclista pedala in una fredda giornata di gennaio, si appoggia alla macchina dell’ammiraglia, dice di avere freddo, che vuole qualcosa di caldo. L’allenatore prima lo prende affettuosamente in giro invitandolo a prendere un tè caldo al bar, poi gli dice: “Vai in testa e mettiti a menare, non stare a ruota: lo so, Matteo, che c’hai freddo. Grinta ci vuole… grinta! È uno sport di merda.”

Ogni volta che mi ritrovo a dover dare una spiegazione logica alla storia di Jaiden, alla telefonata di Roberto, mi sento infreddolito come quel ciclista.

È un lavoro di merda.

Ora… se, dopo aver guardato il cielo, vi resta un po’ di tempo per sostenere questa pagina, potete sempre condividere la storia, costringere cinque amici a iscriversi al blog, o — per i più temerari — adottare una copia di Mannaggia a Clitennestra.
Non farà di voi una costellazione, ma almeno una buona azione narrativa…
E se invece non farete proprio un bel niente, va bene lo stesso.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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