In ogni caos c’è un cosmo

Se preferisci ascolta la storia 9:54 min.

“Non avrebbe mai potuto capirmi, perché a me piacciono troppe cose, e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte, e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno, eccetto la mia stessa confusione.”

Jack Kerouak

Sorseggio un caffe nel diner a ridosso del raccordo anulare mentre guardo le macchine, poche, che sfrecciano sferzando l’aria. Questa domenica mattina si preannuncia fredda, lo si capisce dai particolari, come sempre del resto. I miei alunni l’avrebbero già saputo che tempo farà, perché prima di usicre di casa chiedono a Siri le previsioni e la app li gratifica snocciolando in tempo reale i dati del National Weather Service con tutti i numeri del caso: temperatura media, minima e massima, percentuali di precipitazioni, di umidità, livello di serotonina. Io, con un rigurgito d’orgoglio lo chiedo al cielo che tempo farà…

Da ragazzo, quando alla radio passava una canzone che mi piaceva, prendevo carta e penna e cercavo di trascriverne il titolo. Mi imprimevo nella mente le strofe e la melodia che al termine del brano era una fioca scia musicale in testa che mi accompagnava per giorni. Ho provato a spiegarlo ieri mattina ai miei ragazzi mentre mi destreggiavo come un acrobata in una lezione sulla felicità.

Più che capirci ci siamo detestati.

Il cielo mi parla attraverso le nuvole annacquate. Formano una cortina spessa che si impasta con il grigio ardesia al di là dell’orizzonte, al di qua, sfumature color del piombo. Il rumore del locale aumenta con il passare dei minuti, ma la persona che sto aspettando ancora non si vede. L’aria sa di caffè nero bollente, di bagel tostati, di bacon croccante. Prendo il telefono e controllo i messaggi: nulla.

Mr Reder, l’uomo che sto aspettando, non ha mai fatto un ritardo in quarant’anni di insegnamento. Se è per questo non è neanche mai stato assente. Alle sette meno dieci la sua macchina era sempre parcheggiata dietro la collina che si affaccia sulla baia. Poi durante la pandemia è andato in pensione e ancora oggi, quando parcheggio nel piazzale a ridosso della baia mi sembra di vedere il fantasma della sua Cadillac con il tetto nero e il cofano oblungo.

Se in questi anni ho scritto tanto di storia americana lo devo a lui. È stato Mr. Reder a raccontarmi la storia dei Catonsville Nine, un gruppo di attivisti anti-guerra che nel maggio 1968 entrarono nell’ufficio di reclutamento di Catonsville in Maryland, rubarono e bruciarono file della leva militare con il NAPALM  per protestare contro la partecipazione statunitense al conflitto in Vietnam al grido di: ‘con questo loro ci bruciano i bambini, noi i fogli di carta’.

È  stato Mr.Reder a raccontarmi la storia di Carmelita Torres, una diciassettenne messicana che in una tesa mattina degli inizi del Novecento si era rifiutata di fare il bagno con un disinfettante tossico scatenando le rivolte di Bath a El Paso in Texas.

Insomma, quando gli Stati Uniti si attorcigliano in storie complicate, ci pensa Mr.Reder a dipanarmeli un po’ con argomentazioni semplici e lisce come ossi di seppia. 

Il fatto è che Mr.Reder racconta la storia come se stesse guardando uno stormo di uccelli dalla finestra di casa. Non c’è mai passione nel suo sguardo, mai un giudizio. Si limita a raccontare i fatti come se lui non ne facesse davvero parte, come se parlasse del vicino di casa o di un film che ha visto la sera prima.

Il tempo intanto passa e dalla porta non entra nessuno. L’aria è più fredda, adesso trasporta fiocchi di neve che turbinano nell’aria. Potrei andare a cercarlo a casa sua, in fondo la sua casetta monofamiliare si trova dietro al distributore di benzina su Providence Road, non troppo lontano da dove mi trovo adesso, ma la sola idea mi mette a disagio.

Ci sono stato solo una volta a casa di Mr.Reder, quando era ormai in pensione, volevo fargi una sorpresa. Avevo cercato il suo indirizzo in segreteria e mi ero presentato alla porta in un soleggiato pomeriggio di inizio primavera con un vassoio di cannoli siciliani che avevo comprato da Trinacria, il deli italiano su North Paca Street. Già dall’esterno, mentre mi avvicinavo all’entrata avrei dovuto capire che stavo facendo la cosa sbagliata. I segnali erano evidenti ma io come un fesso non li avevo colti mentre camminavo nel vialetto d’accesso ostacolato da montagne di scatole di cartone sgretolate, sacchi di plastica stracolmi di oggetti vari e un labirinto di vecchi mobili in disuso.

All’ingresso, la porta era a malapena visibile dietro a cumuli di giornali impilati, vecchi vestiti e ninnoli rotti. Mr.Reder mi aveva fatto entrare come se nulla fosse, infilando in bocca un cannolo con i frutti canditi. Una volta dentro, l’odore pungente di muffa e polvere mi aveva riempito le narici mischiandosi a quello dolciastro dello zucchero a velo. Ogni centimetro quadrato di quello spazio era occupato da oggetti apparentemente insignificanti, ma il loro accumulo creava un intricato labirinto di oggetti inutili.

Mr Reder si era scusato del ‘disordine’ mentre mi invitava in soggiorno, un luogo che vomitava oggetti con un’ansia bulimica. Più che entrare nella pancia di quella casa, mi pareva di immergermi sul fondale limaccioso di una palude di barattoli, libri, lattine, carte, atlanti, tavole di sughero e oggetti misteriosi. I ripiani, i tavoli, persino il pavimento erano completamente coperti da queste reliquie impolverate, ciascuna contenente il suo misterioso tesoro di oggetti accumulati e dimenticati nel tempo.

Il tavolo sembrava aver perso da tempo la sua funzione primaria. Ogni centimetro di superficie era occupato da una straordinaria varietà di oggetti, rendendolo completamente inutilizzabile. Montagne di giornali, pile di vestiti ormai dimenticati, ninnoli spezzati e vecchi strumenti si sovrapponevano in un collage intricato, senza una chiara soluzione di continuità.

La cucina adiacente che si adocchiava dall’angolo del soggiorno aveva subito una trasformazione simile. Scatoloni di ogni forma e dimensione erano ammassati sul pavimento e sui ripiani, rendendo quasi impossibile raggiungere gli elettrodomestici e gli utensili necessari. Il tavolo da pranzo, seppur ancora visibile sotto strati di libri, quotidiani e altri oggetti inutilizzati, era stato trasformato in una sorta di archeologia domestica, con strati sovrapposti di storie e ricordi dimenticati.

Non c’era un solo spazio libero in cui sedersi o trovare un po’ di respiro. Le sedie erano seppellite sotto il peso di vestiti, sacchetti e oggetti di vario genere. Anche le finestre, teoricamente fonte di luce e aria fresca, erano ormai nascoste dietro pareti invalicabili di barattoli.

L’odore pungente che permeava l’aria era una miscela di muffa e polvere con un retrogusto stantio di ricordi accumulati nel tempo. Era un odore che ricordava la storia di un attaccamento nostalgico agli oggetti soffocati dal tempo, ogni passo era un viaggio tra strati di memorie dimenticate.

Finisco il caffè e attivo la chiamata. Un Truck amaranto sfreccia su Providence Road facendo tremare le vetrate del diner, sembra un dinosauro cromato

La linea è libera…

«Sì?» domanda Mr Reder. La voce è lontana, un po’ ovattata, coperta in parte da una musica distante, linee melodiche lunghe, espressive, con un andamento lento e maestoso.

«Non dovevamo incontrarci questa mattina qui al diner per un caffè?»

Il silenzio dura qualche secondo di troppo. È riempito da una sottile melodia malinconica simile a un fruscio, un suono di archi che stridono, poi la voce un po’ roca di Mr.Reder riempie l’incavo del mio orecchio: «Fa freddo oggi, eh?»

«Cos’è questa musica?» Domando con un tono di voce un po’ irritato.

Gli archi in sottofondo stridono nel silenzio che segue.

«La radio… è… è… l’adagio per archi di Barber. L’hanno eseguita al funerale del presidente Kennedy alla St. Matthew’s Cathedral a Washington, D.C.»

«Scusa, ma oggi non dovevamo vederci’?»

«Fa freddo vero? Ti ho mai detto che una quarantina d’anni fa, visto che i costi energetici erano troppo alti… i distretti scolastici chiudevano le scuole nella settimana più fredda dell’inverno? Oggi invece abbiamo raggiunto l’indipendenza energetica e tutti se ne sono dimenticati…»

«Interessante, ma noi?»

« Scusa Mr.D, ho deciso di stare a casa… oggi danno neve…»

«…»

«Pensavo lo sapessi…»

«E come avrei dovuto fare a saperlo?» domando adocchiando i fiocchi gelati che sbattono contro la vetrata del diner.

«Scusa, ma tu prima di uscire di casa non dai un’occhiata a SIRI?»

Non comprendo cosa voglia cercare per essere più felice chi è già felice.

Cicerone

Hoarders, accumulatori. Negli Stati Uniti si stima che tra 5 milioni e 14 milioni di persone abbiano il disturbo da accumulo. Sul fenomeno c’è anche un show televisivo in onda su A&E la quindicesima stagione verrà annunciata a breve.

IT’S ABOUT US

Gli sterminati sobborghi dell’America rurale, i centri commerciali, le catene di fast food a ridosso delle Intrstates raccontati attraverso gli occhi un po’ sognatori di Mr. D, un professore di latino emigrato dall’Italia e di Celia, una ragazza con un passato misterioso. It’s about US, uno sguardo sugli Stati Uniti oltre i titoli appariscenti dei giornali nazionali. Sempre di lunedì, o giù di lì.

disponibile anche su

It’s about US. Un episodio ogni settimana, di lunedì.

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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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