Nostalgia

“Nostalgia – it’s delicate, but potent.

 In Greek nostalgia literally means ‘the pain from an old wound.’

It’s a twinge in your heart far more powerful than memory alone

it takes us to a place where we ache to go again.  

Mad Man. Season 1, episode 13 ‘ The wheel’ 

La classe ascolta officer Rizzo in modalità back up, come ad assorbire ogni singola parola. L’officer parla con calma, passeggiando lentamente tra i puff e i tappeti. Io, seduto alla cattedra sorseggio un caffè forte e amaro fissando di tanto in tanto la finestra alla mia sinistra. Una paio di volte all’anno officer Rizzo gira tra le classi e insegna al posto nostro. Non disdegno l’incursione, anche se sono tremendamente indietro con il programma.

Il senso di responsabilità ha ceduto il passo alla pigrizia, e così l’idea di avere quest’ora buca mi porta indietro nel tempo, come quando da ragazzo mancava il prof di matematica il giorno della verifica o una nevicata notturna trasformava una tediosa giornata di scuola invernale in una vacanza fuori programma.

Sono un insegnante mai cresciuto. Ho abdicato alla vita adulta confondendomi tra gli adolescenti. Nascondermi tra i banchi di scuola nell’illusione che i miei alunni possano invecchiare al posto mio nella speranza di accorgermi tutto d’un tratto di essere diventato vecchio senza essere invecchiato. 

Muovo le mani lentamente, sorseggiando il caffè tiepido, rimbalzando con la mente dal Maryland a Milano; dal Maryland alla mia infanzia, dal Maryland al lago di Como, avanti e indietro come una pallina da tennis. In inglese si chiama home-sick, letteralmente malattia di casa, quasi fosse un dolore fisico. In fondo nostalgia vuol dire la stessa cosa. Quell’indugiare nei ricordi che fanno male mentre ci fanno stare bene; fissarsi nei luoghi e nei sorrisi delle cose e delle persone che non sono più illudendosi che siano ancora. Come quando d’estate proviamo un piacere agrodolce nel grattare le caviglie martoriate dalle punture delle zanzare fino a quando l’incanto si dissolve leggero come vapore  e scopriamo che le punte dei polpastrelli sono  rosse di sangue.

Daydreaming. Sto sognando ad occhi aperti. Alla mia sinistra il cielo terso rimbalza su White Oak. La strada viene frustrata a cadenza regolare dai trucks che sfrecciano chissà dove di fretta. In autunno non bisognerebbe avere fretta. Forse è per questo che gli americani preferiscono chiamarlo fall, nel suo significato di cadere; una caduta dolce ma inesorabile. Gli alberi lungo il viale sono quasi completamente spogli, il giardino è un tappeto di foglie rosse Falun, e i rami di un grigio caliginoso color seppia sembrano iccole dita che si protendono a toccare un cielo indaco di inizio novembre. Stormi di uccelli ritardatari volano verso sud, o forse anche gli uccelli del Maryland sono pigri come me e hanno deciso di indugiare qualche altra settimana volando a raso sulla baia al di là della palude.
Nel frattempo, officer Rizzo porta avanti una lezione sulla difesa personale: «Vedete ragazzi, il male esiste, fa parte della vita e negarlo non solo è inutile, ma in un certo senso gli dà un vantaggio».
I ragazzi annuiscono. Officer Rizzo non è un insegnante, e forse anche per questo riesce a parlare al cuore degli studenti.

«A volte…» continua, «a volte succedono cose che non sappiamo spiegare. Cose talmente brutte che il nostro cervello si rifiuta di capire. Ma voi siate preparati e non abbiate paura. Nelle maggiori sparatorie degli Stati Uniti decine di ragazzi hanno ammesso che pur avendo sentito distintamente colpi di arma da fuoco, hanno intenzionalmente codificato quel trambusto con qualcos’altro. Come se le orecchie avessero decodificato il rumore, ma il cervello si fosse rifiutato di credere che nel mondo potesse esserci così tanto dolore».
I ragazzi annuiscono, poi Kenzie alza la mano.
«Dimmi Kenzie» dice officer Rizzo con un sorriso sforzato che gli scava le guance formando due fossette ai lati della bocca. Ci saranno all’incirca milleduecento studenti nella nostrascuola, e officer Rizzo li conosce quasi tutti per nome.
«Ma perché?».
Tipica domanda alla Kenzie. Senza un soggetto o un predicato.
L’avesse fatta a me una domanda così le avrei certamente imposto un’analisi logica, del periodo e grammaticale sul posto. Officer Rizzo invece sorride, poi inarca un sopracciglio, come a far intendere di aver capito perfettamente: «Perché se non ci fosse il male, forse non capiremmo il bene. Perché per ogni cosa brutta che accade ce ne sono dieci belle, perché il futuro ci è stato affidato ma non è stato ancora scritto, ed è bello così».
Officer Rizzo a modo suo è un filosofo. Più incisivo di Cicerone, più persuasivo di Seneca.
«Ma se dovesse succedere qui da noi, Lei ci difenderà?».
Officer Rizzo fissa Kenzie senza rispondere; uno sguardo di pochi secondi che sembrano interminabili minuti. Poi il monòtono beep monotòno rompe l’incantesimo lasciando la domanda nell’aria.
I ragazzi si alzano alla spicciolata e lasciano l’aula senza parlare, ancora frastornati dai discorsi di officer Rizzo. Dal canto mio continuo a sorseggiare il caffè senza distogliere gli occhi da White Oak.

L’aula si è svuotata, siamo rimasti solo io e lui adesso.
«Mr. D, lo sai che soffro di un disturbo che ha un nome latino? Si chiama tinnitus, come un ronzio costante nelle ore…»
«Ma a quei ragazzi dirai la verità?» lo interrompo senza voltarmi, senza fissarlo negli occhi.
Due orioles gialli e neri beccano tra il fogliame mimetizzandosi tra la vegetazione.
«In che senso?» domanda Rizzo.
Gli orioles volano verso la finestra e picchiano delicatamente ai vetri appannati, guardano e chiamano me, o forse officer Rizzo.
«Nel senso che se dovesse succedere qui da noi… tu ci proteggerai… perché ci sarai, vero?».
Una camionetta dei pompieri sfreccia sull’asfalto sferzando l’aria. Gli orioles, con un rapido frullare d’ali si dileguano nel cielo indaco portandosi via la mia domanda. Quando mi volto, officer Rizzo non c’è più…


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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