Si fa presto a dire che i Greci erano tutto filosofia e templi, ma basta leggere la storia di Io per rendersi conto che c’erano anche momenti in cui si dovevano essere messi tutti a sniffare l’incenso.
Io era una sacerdotessa di Era, tutta dedizione e serietà, finché Zeus non la notò. E quando Zeus notava qualcuno, le cose non finivano mai bene. Abituato a travestirsi da cigno, toro o persino pioggia d’oro per raggiungere i suoi scopi, stavolta non si disturbò più di tanto: avvolse Io in una nube, credendo che nessuno lo avrebbe notato. Ma se c’era qualcuno che aveva un radar per i tradimenti, quella era Era.
Scoperta la tresca, Era prese Io (trasformata nel frattempo in mucca, perché Zeus non era proprio un genio delle soluzioni creative) e la affidò ad Argo, il famigerato guardiano dai cento occhi. Argo, per la cronaca, era il prototipo perfetto delle madri italiane degli anni Ottanta: onnipresente, sempre vigile, e incapace di dormire del tutto. Se metà dei suoi occhi si riposavano, l’altra metà erano pronti a scrutare ogni minimo movimento, proprio come mia madre quando uscivo il sabato sera con gli amici.
Io, povera mucca, voleva solo un po’ di libertà, magari un aperitivo con altre mucche al pascolo. Ma no, Argo era sempre lì, a controllare, pronto a riportare tutto direttamente a Era. Esattamente come mia madre, che senza bisogno di GPS sapeva sempre dove fossi, con chi fossi, e quando avrei dovuto essere a casa (spoiler: mezzanotte meno uno). Io corse ovunque, attraversò fiumi e montagne, e arrivò persino a solcare un mare che da allora prese il suo nome: il Mar Ionio.
Zeus, per una volta mosso da un senso di colpa o forse solo infastidito, mandò Ermes a risolvere la situazione. Ermes, che di giorno lavorava come dio dei messaggeri e di notte sembrava condurre una trasmissione stile Marzullo, attaccò con un monologo interminabile. “Fatti una domanda e datti una risposta” sembrava il motto, e tra riflessioni ipnotiche e ragionamenti più pesanti delle pietre del Partenone, Argo crollò. Tutti i suoi cento occhi si chiusero uno dopo l’altro, lasciando finalmente spazio alla libertà per Io.
Ma nemmeno allora la pace era vicina. Era, testarda come un temporale fuori stagione, mandò un tafano gigante a tormentare Io. Tafano che, nella mia adolescenza, aveva la forma del telefono fisso che squillava ogni due ore, per la cronaca, era mia madre che si assicurava che fossi rimasto a casa a studiare.
Morale della favola? Questa è la prova lampante che nell’antica Grecia la droga era assolutamente legale.
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E poi, come ripeto spesso (ma repetita iuvant): grazie, grazie, grazie a chi legge, a chi si è iscritto a questa pagina e al blog, a chi mi ha maledetto, a chi ha fatto o farà casino – con buona pace della consecutio temporum.
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