Questa storia inizia con Zeus, re degli dèi, che punta gli occhi su Semele, una giovane principessa mortale. C’è una premessa doverosa da fare prima di addentrarsi in questo mito: sull’Olimpo, c’è una regola ben chiara – forse non scritta, ma decisamente seria – gli dèi non possono mostrarsi ai mortali nella loro vera forma. Perché? Beh, semplice: la loro maestosità è troppo per un comune umano. Troppo luminosa, troppo potente, troppo… divina. Se un mortale ha la sfortuna di vedere un dio nella sua essenza completa, il risultato è rapido e tragico: puff, implosione immediata.
Insomma, questi dèi sono un po’ come quegli influencer che ritoccano le foto sui social fino a sembrare esseri di pura perfezione: sai che c’è un filtro, ma guai a vederli dal vivo senza preavviso. Con gli dèi, però, il rischio non è un crollo di autostima, né una fuga di follower (o di entrambi), ma una vera questione di vita o di morte. Zeus, perfettamente consapevole del problema – è un re dei travestimenti quando si lancia nelle sue scappatelle mortali.
E così, una volta si traveste da rock star di turno, quello di un concerto indie, con il fascino sbarazzino di Harry Styles. Un’altra volta opta per un look classico ma intramontabile, alla George Clooney: brizzolato al punto giusto, sorriso disarmante, l’uomo che nessuno – ma proprio nessuno – potrebbe ignorare. E nei giorni in cui vuole osare, sfoggia il magnetismo oscuro e irresistibile di un giovane Johnny Depp, il tipo che ti cattura con uno sguardo e non ti lascia più andare. Insomma, Zeus non si limita a confondersi tra i mortali: lui recita la parte con un glamour divino che rende ogni sua apparizione memorabile. Naturalmente, questa strategia da rimorchio funziona alla grande.
Ma con Semele le cose prendono una piega inaspettata… Tra promesse d’amore eterno e notti mozzafiato, Zeus la conquista. Semele, ingenua e convinta di aver finalmente trovato il partito perfetto, si lascia sedurre e, piena di speranze, si fa mettere incinta. Sembra l’inizio di una favola con il lieto fine, ma c’è un piccolo dettaglio che le sfugge: sulla carta d’identità di Zeus, alla voce “stato civile”, non c’è scritto “celibe” bensì “coniugato con la Signora Era, regina degli dèi”. E la suddetta signora, nota per la sua leggendaria pazienza, è il tipo che, quando è di buon umore, ti offre un caffè corretto… al veleno. Così, giusto per assicurarsi che la giornata finisca col piede giusto (il suo, ovviamente).
E così, quando Era scopre l’ennesima scappatella del marito – ma che ve lo dico a fare? – decide di colpire dove fa più male. Con un piano degno di un noir divino, si traveste da BBF (che, per i comuni mortali, sta per best friend forever) di Semele e inizia a seminare dubbi con un fare all’apparenza innocente, ma letalmente efficace.
“Ma sei proprio sicura, sicura che il tuo amante sia davvero Zeus? Gli dèi, si sa, non si mostrano mai nella loro vera forma ai mortali. Sai perché? Perché, struccati e con le luci naturali del mattino, magari non sono poi così perfetti. E poi, lo dico solo nel tuo interesse, eh… proprio l’altro giorno ho letto sul giornale di questa poveraccia che pensava di flirtare con Brad Pitt, e invece era una banda di criminali bulgari! Ti rendi conto? Magari non è neanche Zeus, potrebbe essere un impostore qualsiasi. Fossi in te, chiederei una prova… così, per stare tranquilla.”
Era pianta il seme del dubbio con la precisione di un chirurgo e la delicatezza di una motosega. Semele, ovviamente, non riesce più a togliersi quella fastidiosa vocina dalla testa, e così, senza nemmeno rendersene conto, comincia a percorrere la strada che la porterà alla rovina.
Una sera, mentre lei e Zeus sono accoccolati sul divano a guardare una serie TV – probabilmente una di quelle storie d’amore complicate che sembrano fatte apposta per risvegliare conversazioni scomode – Semele lo affronta. Con lo sguardo innocente di chi non sa a cosa sta andando incontro, posa la ciotola dei popcorn e, con tono dolce ma deciso, dice: “Io ti amo per quello che sei, davvero. Ti amerò anche quando al mattino ti sveglierai spettinato, con l’alito che sa di tempesta e le occhiaie che neanche un dio può nascondere. Ma… se mi ami davvero anche tu, non avrai problemi a mostrarti per quello che sei, giusto? Voglio dire, niente trucchi divini, niente filtri Instagram o effetti speciali. Solo tu, in tutta la tua… gloriosa normalità!”
Zeus, colto di sorpresa, cerca di mascherare il nervosismo con una risata forzata. Ma dietro quel sorriso impeccabile si cela un dilemma che neanche il re degli dèi è pronto a risolvere. Poi, complici il festino dell’Olimpo – un misto di polverine bianche (“sembrava talco, giuro”), un paio di pastiglie multicolori (“sono solo caramelle, no?”) e un’inalazione di fumo d’incenso da un calice dorato (“aromatico, per l’atmosfera”) – l’orgoglio divino, già in ebollizione, esplode senza freni. “Ah, mia dolce Semele,” esclama, con quel tono da tragedia greca contaminato da una notte troppo lunga, “il tuo amore è così puro, così sincero, che meriti di vedere il vero me. Nessun mortale ha mai osato chiedermelo, ma tu, oh tu… preparati, mia adorata, a contemplare tutta la mia gloria!”
Un piccolo tic nervoso all’occhio sinistro accompagna la sua dichiarazione, mentre l’intero Olimpo – spettatore silenzioso di questa scena surreale – probabilmente si chiede a quale pusher si sia rivolto il re degli dèi. Zeus, però, è ormai deciso: è il momento di mostrarsi in tutto il suo splendore, ignorando ogni regola divina, buon senso e il devastante down che lo attende dopo quella notte, si manifesta nella sua forma divina: un’esplosione di luce accecante, fulmini fragorosi e potenza cosmica che farebbe impallidire persino gli spalti del Maracanã durante un derby Flamengo-Fluminense. L’aria si riempie di un ruggito primordiale, come se l’intero universo avesse deciso di partecipare al suo spettacolo pirotecnico personale. Semele, poveraccia, resta immobile, colpita da una bellezza che è troppo intensa per essere vera. Non ha neanche il tempo di articolare un disperato “Mannaggia a Clitemn…” – ché, diciamocelo, pure il suo cervello si sta resettando per l’overload sensoriale – che, puff, è già ridotta in cenere.
Nel silenzio che segue, Zeus si ritrova solo, circondato da un vuoto abbagliante. E mentre il bagliore svanisce, arriva l’inevitabile fase down del festino farmaceutico. L’euforia divina crolla in un istante, lasciandolo con un senso di confusione e vuoto esistenziale. Gli dèi osservano da lontano, troppo imbarazzati per dire qualcosa, mentre Zeus, stanco e sudato, si siede sul primo sgabello che trova, fissando il punto in cui un tempo c’era Semele e chiedendosi, con una mano che gli massaggia le tempie: “Adesso ho capito cosa intendevano con ‘colpo di fulmine’.”
Zeus, deciso a salvare il figlio, soffia via le ceneri di Semele. Tra i resti, il feto emerge intatto, protetto da un intervento divino. Senza esitazione, lo cuce nella propria coscia, trasformandola in un rifugio primordiale e inaugurando una singolare forma di maternità surrogata divina. Quando il momento arriva, Dioniso nasce, un dio… decisamente… ehm… in gamba.
Ora, come al solito, per domande, recriminazioni e refund rivolgetevi pure a Igino, Ovidio, Apollodoro o chiunque abbia deciso che questa storia meritava di essere tramandata.
Dioniso cresce in un’ambientazione che farebbe gridare al miracolo – o allo scandalo – qualsiasi assistente sociale moderno. Nato dalla coscia di Zeus, il re degli dèi, che di paternità ne capisce quanto Medea capisce di affido condiviso, viene affidato a una comune mitologica. Perché crescere un figlio? Meglio delegare.
La comune in questione è un delirante mix di satiri perennemente arrapati, ninfe svestite che danzano inebriate e un’atmosfera di libertà sfrenata degna di un poster psichedelico degli anni Settanta. Qui, regole e responsabilità sono concetti sconosciuti. Tutto ruota intorno al mantra universale della comune: love, love, love… e ancora love.

Tra danze sfrenate, improvvisazioni musicali e un’educazione che definire alternativa è un eufemismo, Dioniso cresce assorbendo il caos come fosse linfa vitale. È una scuola senza maestri, dove tutto è festa e ogni problema viene risolto con un altro giro di tamburelli.
Dioniso, in quell’ambiente, sguazza come un trend che esplode sui social. Mentre i satiri suonano flauti stonati e le ninfe si perdono nei loro sogni a occhi aperti, lui si aggira curioso, vivace e intraprendente. Le assistenti sociali dell’Olimpo, chiamate a valutare il suo sviluppo, tentano di sottoporlo a test, ma lui li supera tutti con disinvoltura. È uno di quei ragazzini che smonta i giocattoli per capire come funzionano – solo che nel suo caso i giocattoli sono piante e frutti, disseminati nella sua anarchica scuola di vita.
Ed è proprio tra un’orgia di canti e balli, tra tamburelli e risate, che arriva l’illuminazione. Dioniso nota che l’uva, lasciata a fermentare, si trasforma in qualcosa di incredibile: un liquido che non solo è delizioso, ma che fa cantare più forte, ballare meglio e citofonare a tutti i campanelli della via, solo per il gusto di vedere chi risponde.
Il vino è nato. E con esso, Dioniso diventa il primo scienziato edonista della storia: il dio che ha saputo trasformare una comune caotica in una vera e propria rivoluzione culturale e spirituale. Zeus, dal suo trono, scuote la testa con un sorriso. Forse, questa volta, la sua paternità improvvisata ha davvero dato i suoi frutti.
I mortali, invece, prendono la scoperta del vino con sentimenti variopinti. Certo, trasforma le feste in eventi leggendari: brindisi interminabili, canti sgangherati e danze sfrenate fino all’alba, un crescendo che Dioniso osserva con soddisfazione divina. Ma, come spesso accade con i doni degli dèi, ci sono gli effetti collaterali.
Fioccano gli etilometri sulle strade da Atene a Corinto, passando per tutta la Tessaglia, dove persino i centauri sembrano barcollare, con relativi ritiri di patenti per bighe a quattro cavalli. I litigi diventano parte integrante delle serate, spesso cominciando con un acido “Ah Procione, ma cosa hai detto a Penelope ieri sera di preciso?” degenerando rapidamente in scenate da tragedia greca. E poi ci sono i primi hangover epici della storia, i risvegli in letti mai visti accanto a persone mai viste, e la sensazione, inconfondibile, di aver vissuto qualcosa di grandioso… o di terribilmente imbarazzante.
Eppure Dioniso non si ferma. Con lo spirito di un hippy in tour mondiale, rilancia e parte per insegnare l’arte del vino e del vivere senza freni: delirio, amore libero e una colonna sonora divina. Insomma, Dioniso è il primo vero ambasciatore del rock and roll.
Le feste di Dioniso: tra risate e problemi
Dioniso – l’anima della festa, si inventa le famose Baccanali, l’evento più atteso dell’anno. Un mix esplosivo tra il Carnevale di Rio, un rave anni ’90 e un raduno di satiri perennemente su di giri. La gente balla, canta e si abbandona senza freni, trasformando le notti in un caos liberatorio. Dioniso, con un calice in mano e il sorriso compiaciuto di chi sa di aver azzeccato l’evento del secolo, osserva tutto come un deejay da un milione di follower.
“Ma si sa, quando, dopo millenni di noia mortale e cene a base di acqua sgasata o al massimo con un po’ di idrolitina, qualcuno arriva con un po’ di bumba, spunta sempre il politico di turno. In questo caso, il guastafeste è Penteo, re di Tebe, un moralista bacchettone. Uno di quelli che tuonano contro ‘la decadenza morale’ e invocano ‘dèi, patria e famiglia’ con dichiarazioni solenni e sguardo severo.
Indignato dalla sfrontatezza delle Baccanti e dall’euforia che dilaga nel suo regno, Penteo vieta le celebrazioni e indice una campagna mediatica con tanto di conferenze stampa, dichiarazioni solenni e proclami roboanti contro queste feste ‘immorali e destabilizzanti’. Dioniso, offeso e anche un po’ alticcio, non la prende bene: ‘Ma chi ti credi di essere, Penteo? Un moralista di seconda categoria, di quelli che predicano bene e razzolano… ehm… nel retro dei palazzi?'”
Dioniso, maestro di persuasione e ambiguo quanto basta, si avvicina a Penteo con uno sguardo complice e un calice di vino in mano. “Pentè, ascoltami bene, vecchio mio. Giù al monte Citerone ci sono le feste che fanno per te: tutte belle femmine, tutte ubriache, in delirio per me, ma… se vuoi, le lascio a te!“
Penteo, perplesso ma incuriosito, fa finta di resistere: “Lo faccio solo perché devo accertarmi che tutto proceda… nel rigore della sobrietà. Non possiamo tollerare disordine nel mio regno!”
Dioniso sorride sornione, già pregustando la scena. “Ma certo, caro. E perché non travestirci da donna, così passiamo inosservati? Non vogliamo che le baccanti ci scoprano, giusto? Fidati di me, sarà perfetto.”
Penteo, con un briciolo di esitazione, si lascia convincere. ‘Va bene… ma lo faccio solo per mantenere l’ordine! ‘
Così, si ritrova vestito come una drag queen in tunica pronta per un toga party, con finti riccioli biondi che gli grattano la fronte e un trucco che avrebbe fatto invidia a una maestra di teatro greco, mentre i suoi occhi si muovono a destra e a sinistra, cercando un’uscita di emergenza invisibile.
Dioniso lo osserva e, trattenendo le risate, esclama: “Perfetto! Ora sembri la dea della sobrietà in persona! Andiamo!”
Penteo, travestito da donna, si aggira tra le baccanti con aria sospettosa. Una di loro lo nota e, strabuzzando gli occhi, esclama: “Guardate quella lì! Sembra proprio un bel porco!”
Le altre, già ubriache e prese dall’estasi, annuiscono in coro: “Sì, un porco sacro! Sacrifichiamolo a Dioniso!”
Penteo cerca di protestare: “Non sono un porco! Sono il re! Fermatevi!” Ma le baccanti non sentono ragioni. Lo assalgono urlando, lo smontano come un prosciutto e, soddisfatte, concludono: “Chi accende il fuoco? Abbiamo una porchetta divina!”
Dioniso, ridendo su una roccia, alza il calice e dice: “A Pentè, re e arrosto! Non potevi finire più in grande stile.”
L’amicizia prima di tutto
Che poi il nostro dio non gira mai da solo: lo accompagnano i satiri – mezza capra, mezza persona, 100% ubriaca – e le Menadi, donne mortali che, sotto l’effetto del vino e della follia divina, diventano piuttosto… irruenti. Il loro motto? “Ballare fino all’alba e poi vedere cosa succede.” Spoiler: succede sempre qualcosa di estremo.
Dioniso, con il suo vino, le sue feste e quel pizzico di delirio, ci insegna che la vita non è fatta per essere vissuta con prudenza e calcoli ossessivi. Certo, i suoi metodi non seguono le regole – e spesso neanche il buon senso – ma chi può negare che abbia trasformato il caos in bellezza e il disordine in celebrazione?
Alla fine, Dioniso è il dio che ti insegna non solo a vivere, ma anche a cadere con eleganza. È il maestro dell’arte di affondare con stile, come l’orchestra del Titanic che suona fino all’ultimo istante. Perché, quando il naufragio è inevitabile, non c’è dignità nel panico, ma c’è poesia nel ballare, cantare e brindare. Dioniso non ti promette che la nave non affonderà; ti promette che, finché galleggia, sarà una festa che nessuno dimenticherà.
E forse, è proprio questo il segreto dell’immortalità.
Conclusioni
- “Dioniso: il dio che inventò il vino, ma dimenticò l’aspirina.”
- “Se i Baccanali fossero oggi, ci sarebbe una fila infinita per i selfie con Dioniso.”
- Dioniso e i mortali: una storia che inizia con un brindisi e finisce con ‘Ma chi diavolo è questo accanto a me?’
- I Baccanali: l’unico evento dove il dress code era ‘venite come siete, ma andatevene come potete’.”
- Dioniso: il dio che ha trasformato l’uva in magia… e il giorno dopo in rimpianto.
Ora, se la storia ti è piaciuta e non sei di fretta, magari se riesci vai su FB o Instagram e metti un like, un commento vedi tu… così nutri l’algotrazzo e ci aiuti a fare casino. Che poi si può nutrire anche se non ti è piaciuta… purché se ne parli. Poi se sei di fretta, magari ci puoi andare nei prossimi giorni. E poi, come ripeto spesso (ma repetita iuvant): grazie, grazie, grazie a chi legge, a chi si è iscritto a questa pagina e al blog, a chi mi ha maledetto, a chi ha fatto o farà casino – con buona pace della consecutio temporum.
Ad maiora, semper.
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