“Rara temporum felicitate, ubi sentire quae velis, et quae sentias dicere licet. (È la rara fortuna di questi tempi che si possa pensare ciò che si vuole e dire ciò che si pensa.)
— Tacito
28 Gennaio 1917 – Confine di El Paso, Texas.
La frontiera è una macchia uniforme che svetta all’orizzonte, Carmelita è in marcia da un’ora, è un incedere lento, accompagnato da un sole smorto che rimane sospeso in un cielo sterminato sgombro di nuvole che non sembra volerne sapere di scaldare.
Carmelita è una ragazza messicana di diciassette anni, poche idee davvero chiare e qualche sogno confuso. Lavora come domestica in una casa signorile di El Paso per pochi dollari al giorno e ogni mattina passa il confine insieme ad altre centinaia di ragazze messicane.
A pochi metri dal tram che la trasporterà sul ponte che attraversa il Rio Grande e da lì fino al centro di disinfestazione del confine, Carmelita avverte un brivido.
Con l’avanzare dei passi il brivido diventa nausea che le serra la bocca dello stomaco.
Sente odore di cherosene, anche se l’aria è fresca, ma forse è solo un ricordo, una percezione. Il tanfo nelle narici con il passare dei minuti aumenta insieme al numero dei passi… sa di aceto e agenti chimici che bruciano la pelle, sa di America. Non ha fatto colazione Carmelita, eppure lo stomaco è sottosopra e le sembra quasi di percepire i succhi gastrici che le salgono lungo l’esofago.
Tra qualche minuto, stipata nel tram, raggiungerà il centro di disinfestazione, verrà invitata a scendere dal mezzo, dovrà spogliarsi, rimanere nuda e consegnare i vestiti alle guardie per essere sterilizzati in un essiccatore a vapore e fumigati a base di Zyklon B e, sempre nuda, davanti a un ispettore doganale verrà ispezionata, mentre cercherà di coprire il seno con la mano destra e il pube con quella sinistra.
La guardia l’esaminerà sommariamente, prima i capelli, poi le ascelle; quindi, le scosterà le mani dal petto, poi sommariamente quelle che le coprono il pube per vedere se anche lei ha i pidocchi.
Gli americani sono ossessionati dai pidocchi.
Due settimane prima li avevano anche trovati, i pidocchi, non a lei ma a Maria, una sua compagna di viaggio di tredici anni a cui avevano rasato i capelli ricci e neri e i peli delle ascelle e quelli del pube con delle tosatrici e poi l’avevano costretta a fare il bagno in una vasca di cherosene e aceto.
“Pero por qué?” aveva strillato Carmelita mentre sorreggeva Maria che respirava affannosamente alla ricerca disperata di aria buona.
La verità si nasconde come sempre nelle pieghe dei libri di storia, ma Carmelita questo non può saperlo. La grande guerra sta alimentando profondi sentimenti di paranoia e patriottismo contro lo straniero qui in Texas così come a Ellis Island a New York.
Gli americani hanno paura degli stranieri, delle rivoluzioni messicane e dei tedeschi che potrebbero lanciare incursioni di bombardamenti dal Messico.
Come protesta contro la Germania, gli americani hanno persino cambiato il nome di wurstel in hot dog.
E per proteggere il Paese dalla minaccia dell’epidemia di tifo, gli agenti doganali statunitensi hanno iniziato a ispezionare la frontiera messicana al ponte internazionale di El Paso-Juarez passando al setaccio i migranti in cerca di pidocchi e sporcizia.
Dalla sporcizia fisica a quella razziale il passo è stato breve.
E adesso molti messicani per entrare oltre il confine devono superare test di intelligenza, puzzles, semplici esercizi di matematica e di logica, alla ricerca di messicani degni di attraversare il confine e mischiarsi alla razza americana.
Carmelita, stipata sul tram, si sente mancare, annusa cherosene e agenti chimici e sudore freddo. Quando il convoglio si ferma a pochi metri dalla stazione di smistamento e gli attendenti americani invitano lei e le altre ragazze a scendere dal mezzo per iniziare l’ispezione, Carmelita prova un senso di rabbia che le serra la gola, si gira dando le spalle agli agenti e rimane immobile.
La prima manganellata la raggiunge sulla schiena cogliendola di sprovvista, la seconda sulle gambe la fa trasalire; le prime ragazze scendono spaventate dal mezzo dirigendosi verso il centro di ispezione.
“Ferme ragazze!” strilla Carmelita “Non andate! Abbiate decencia y dignidad!”
Le guardie si avvicinano minacciose imponendo a Carmelita di allontanarsi dal mezzo che non è aria di rivolte, figuriamoci di rivoluzioni.
Carmelita spinge la prima guardia indietro, poi scalcia la seconda e a questo punto altre ragazze cacciano indietro le guardie americane e poi altre ancora.
Nel giro di venti minuti i migranti soverchiano gli ufficiali di frontiera, circondandoli e spingendoli indietro.
È una sassaiola, una rivolta guidata da una diciassettenne.

Quel giorno, 28 gennaio 1917, centinaia di donne messicane bloccarono il ponte di El Paso, rifiutandosi di subire la disinfestazione forzata.
Carmelita Torres era in prima linea.
E poi?
Dopo quell’atto di ribellione, di lei si sono perse le tracce. Arrestata? Deportata? Inghiottita nell’oblio della storia? Forse non importa. Perché la storia, quella scritta dai vincitori, decide chi ricordare e chi dimenticare.
Un grazie alla RJ Phillips Band e in particolare a Joe Defilippo per aver riportato alla luce questa storia…

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