Ci sono storie, o meglio, miti, che una volta letti non se ne vanno più. Ti si infilano in testa come una pubblicità fastidiosa e ti tormentano con domande del tipo: “Ma davvero?” o “Era proprio necessario?”. Che poi è la storia di Filemone e Bauci, che ti lascia lì, confuso, mentre fissi il soffitto e pensi che, se c’è un pantheon da pregare per la giustizia sociale, questi due vanno fatti santi all’istante. Anzi, santi patroni dell’INPS.
Sì, perché se c’è qualcuno che meriterebbe una piccola attenzione divina, sono proprio Filemone e Bauci, pensionati con la minima, che dopo una vita passata a lavorare nei campi dall’alba al tramonto, a rattoppare vestiti fino a farli diventare carta velina e a mandare avanti la casa con il poco che avevano, si ritrovano con un’entrata che basta appena per un pezzo di pane raffermo e qualche ceppo di legna per scaldarsi. E quando arriva l’inverno, il fuoco si accende solo nelle belle giornate, perché la legna costa, e il resto del tempo si stringono nelle coperte, facendo finta che il freddo non sia poi così terribile.
Eh sì, perché Filemone e Bauci non sono nobili, non hanno terre, né servitori, né un’eredità da gestire. Hanno una capanna di legno che sembra più un miracolo dell’equilibrio che un’abitazione, un pezzo di terra che produce giusto quel tanto che basta per non morire di fame e un guardaroba che farebbe impallidire anche i meno esigenti del mondo antico. Non si lamentano, non chiedono nulla, vanno avanti con la rassegnazione di chi ha capito che l’unico modo per non restare delusi è non aspettarsi niente.
Dopo una vita passata a lavorare nei campi, a riparare il tetto con materiali raccattati qua e là, a crescere figli con il sogno che almeno loro possano scappare verso un futuro migliore, riescono finalmente a tirare un sospiro di sollievo. I figli, come da copione, se ne sono andati per cercare fortuna altrove e non si fanno sentire nemmeno per le festività comandate tipo i Parentalia o i Saturnalia La vecchiaia è arrivata come una tassa inaspettata e l’unica certezza rimasta è che nessuno verrà mai a chiedere loro un prestito, perché sono poveri perfino per gli standard dell’epoca.
Eppure, proprio in quel villaggio dimenticato dagli dèi e dagli uomini, arrivano due viandanti.
Vestiti di stracci, polverosi, con l’aria di quelli che da lontano possono essere scambiati sia per saggi erranti che per imbroglioni in cerca di una cena gratuita. Filemone e Bauci li vedono arrivare e non ci pensano due volte. Aprono la porta, tirano fuori quel poco che hanno e li trattano come ospiti di riguardo. Non perché sospettino che siano dèi travestiti, ma perché sono brave persone. E, soprattutto, perché sanno bene cosa significhi non avere niente.
Zeus ed Ermes rimangono basiti.
Sono scesi dall’Olimpo convinti di trovare solo porte sbattute in faccia e umanità marcia, e invece due vecchietti che vivono con meno di quello che loro spendono in ambrosia in un giorno hanno appena offerto loro tutto.
Zeus rimane senza parole. E quando Zeus rimane senza parole, può prendere solo tre strade: o tromba qualcuna, o si commuove, o rade al suolo qualcosa.
In questo caso, per ovvi motivi di anagrafe di Bauci, sceglie solo due opzioni.
Dopo aver finito la cena, senza nemmeno il tempo di sparecchiare, Zeus si volta verso il villaggio e lo rade al suolo.
Perché? Perché nessun altro ha offerto ospitalità. Poco importa se magari gli altri abitanti non erano in casa, se qualcuno stava lavorando nei campi o se, semplicemente, non hanno sentito la porta perché stavano guardando il festival din San Remo. La legge degli dèi è chiara: o sei un santo o sei cenere.
Filemone e Bauci guardano il loro villaggio scomparire sotto una nube di polvere e fulmini e capiscono che forse, in fondo, c’è un motivo se nessuno vuole gli dèi tra i piedi.
Ma Zeus, per una volta, decide che loro vanno premiati. E concede un desiderio.
A quel punto, chiunque dotato di un minimo di senso pratico chiederebbe qualcosa di utile. Una casa decente, un pezzo di terra fertile, una pensione che permetta almeno di arrivare a fine mese senza dover razionare il pane raffermo.
Qualsiasi cosa.
E invece no.
Loro chiedono di morire insieme. Come a dire: tanto, peggio di così…
Zeus, con quel suo modo di interpretare i desideri alla lettera ma con un tocco da commedia dell’assurdo, accetta la richiesta e decide che, quando sarà il momento, non moriranno come tutti gli altri.
Si trasformeranno in alberi.
Ora, pensiamoci un attimo. Dopo una vita di melma passata a faticare nei campi, a sudare sotto il sole, a rammendare vestiti bucati e a cercare di arrivare alla fine del mese con un bilancio che farebbe invidia agli esperti di economia domestica, quando finalmente possono riposarsi in pace… diventano alberi.
Un albero solo? No. Due alberi attaccati, per l’eternità.
Perché quando chiedi qualcosa a un dio, devi stare attento ai dettagli.
Passare l’eternità come un tronco su cui la gente incide cuoricini e iniziali di storie d’amore destinate a finire male?
Rischiare di essere abbattuti per farci mobili o legna da ardere?
Essere il bersaglio preferito dei piccioni per secoli?
Zeus, come sempre, ha un’idea molto particolare di giustizia.
E così, Filemone e Bauci rimangono lì, per sempre, intrecciati, santi senza aureola, patroni non dichiarati di tutti quelli che versano contributi per quarant’anni e poi ricevono una pensione che non basta nemmeno per una pagnotta.
Se qualcuno deve proteggere i vecchietti in fila alla posta, quelli che ancora aspettano la quattordicesima come un’apparizione mariana, quelli che fanno miracoli con la minima sociale, non possono che essere loro.
Altro che Zeus.
L’INPS dovrebbe avere una loro statua all’ingresso.
Ora, se la storia ti è piaciuta e non sei di fretta, magari se riesci vai su FB o Instagram e metti un like, un commento vedi tu… così nutri l’algotrazzo e ci aiuti a fare casino. Che poi si può nutrire anche se non ti è piaciuta… purché se ne parli. Poi se sei di fretta, magari ci puoi andare nei prossimi giorni. E poi, come ripeto spesso (ma repetita iuvant): grazie, grazie, grazie a chi legge, a chi si è iscritto a questa pagina e al blog, a chi mi ha maledetto, a chi ha fatto o farà casino – con buona pace della consecutio temporum.
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