Celesti giramenti

Nel film Spider-Man c’è una frase che racchiude tutto il senso dell’essere eroe: “But the one thing they love more than a hero is to see a hero fail, fall, die trying.
(Ma l’unica cosa che amano più di un eroe è vederlo fallire, cadere, morire provandoci.)

Perché il fatal flaw degli eroi non è la superbia. Né l’ambizione.
È che, per essere davvero tali, devono cadere. E possibilmente cadere male. Solo così finiscono sulle magliette, nei murales, nei racconti che ci ripetiamo sottovoce quando il mondo traballa.
E in quei momenti, non ci resta che aggrapparci alle loro storie.
Sacrificare tutto per un ideale folle — un I have a dream che li condanna in partenza.
E loro lo sanno. Lo sanno benissimo.
Ma si buttano lo stesso.
A capofitto, con le lacrime agli occhi e il cuore in fiamme.
Come se il senso di tutto stesse proprio lì: non nel vincere, ma nel fallire. Perché a volte ti alzi e senti che oggi è il giorno giusto per perdere.
Non perché hai un piano.
solo perché sei stanco di subire e decidi di cadere a testa alta.
Fottendotene di tutto.
Giocandoti l’immortalità nella morte.

Mi spiego?

Mi spiego…


TANTALO — Chef stellato e maledetto

Tantalo è un po’ re e un po’ influencer. Affamato di grandezza, di standing ovation e applausi celestiali. Non si accontenta della gloria terrena: vuole l’Olimpo. Le luci rarefatte, i brindisi con Zeus, i gossip con Era tra nuvole d’ambrosia e piatti elaborati.

Oggi forse lo vedresti a MasterChef – Speciale Immortalità, ospite fisso. Uno di quelli che impiattano anche l’arroganza con eleganza. Che fanno della trasgressione un mestiere. Che sorridono al confine come se fosse un invito.
E più sale, più si illude che la distanza tra uomini e dèi sia solo un protocollo antiquato.

È il classico studente geniale e spericolato. Quello che sfida ogni regola con un sorriso e una citazione di Euripide. Quello che flirta col baratro come se fosse un gioco. Solo che stavolta il gioco finisce male.

Malissimo…

Tantalo uccide suo figlio, Pelope. Lo taglia a pezzi. Lo cucina come un’opera d’arte. E lo serve agli dèi. Un piatto esteticamente perfetto.
Moralmente imperdonabile.

(Gli approfondimenti psicologici li lasciamo a Esiodo. O ad Atreo. O a qualche terapeuta specializzato in disturbi mitologici. Io mi limito a raccontare.)

Gli dèi non si lasciano fregare. Tutti… tranne Demetra, che sguazza ancora nel dolore per Persefone e comincia a rosicchiare una spalla. Una spalla umana. Inghiottita per sbaglio da una dea.

La punizione è raffinata. Niente fulmini. Nessun abisso. Tantalo non cade.
Resta in piedi. Vivo. Con l’acqua alla gola e i frutti appena sopra la testa, appesi a una pianta che si ritrae ogni volta che allunga la mano.

Non soffre per la fame.
Soffre per ciò che sfiora
e non potrà mai avere.

Perché il vero supplizio
non è il dolore.
È la speranza che insiste.

Ogni volta che prova a bere — l’acqua si ritrae.
Ogni volta che tenta di mangiare — i rami si alzano.
Una fame che non trova pace.
Una sete che non si spegne mai.

Tantalo non muore.
E nemmeno vive.
Resta sospeso nell’eterno atto del desiderare.
Condannato non alla fine. Ma al quasi.
Al per sempre.
Al non ancora.

Il centro della punizione è tutto lì: non nell’aver sbagliato. Ma nell’aver desiderato troppo. Nell’aver osato credere che bastasse un piatto ben presentato per diventare pari a un dio.


NIOBE — La madre, la mitica, la disgraziata

Niobe non è solo una regina. È una madre con la M maiuscola. Con le mani sempre sporche di pane e il cuore impastato d’orgoglio.
Sette figli maschi. Sette femmine. O dodici. O sei.
Lei li chiama “la mia crew. Vincono gare, suonano la cetra, recitano a memoria. E mangiano. Tanto. Felici…

Nel suo regno si fanno sacrifici per Latona, madre di Apollo e Artemide.
Ma a Niobe, tutta questa adorazione per una con “solo” due figli, non va proprio giù.

“Due?!” sbotta mentre taglia la focaccia per quattordici.
“Due figli e già si crede madre dell’anno? Ma fammi il piacere…”

E lo dice con quel tono che oggi definiremmo profondissimo msdegno.
(Sì, msdegno, scritto male e tutto attaccato. Perché quando il disprezzo mitologico si accende, nemmeno la grammatica sopravvive.)

La frase arriva a Latona.
Qualcuno la posta su un Reel.
Scatta il flame divino.

Apollo e Artemide partono per la vendetta.
Bang. Uno alla volta, i figli di Niobe cadono.
Durante una corsa, a pranzo, mentre leggono Esiodo.
Freccia dopo freccia, la casa si svuota.

Niobe resta sola.
Nel silenzio più assordante della colpa.
E per la prima volta — tace.

Scappa.
Raggiunge una montagna remota. E lì si pietrifica nel dolore. Diventa statua. Una statua che piange. Per sempre…
Lacrime come un rubinetto rotto che nessuno ripara.

E così resta.
Con gli occhi nel vuoto.
E il cuore che cola.

Perché Niobe non muore.
Non vive.
Sta nel mezzo.
Nel purgatorio delle madri troppo fiere, troppo sicure, troppo convinte di essere più madri delle dee.



Gli eroi nnon vincono.
Non muoiono.
Non si salvano.

Restano in quello spazio sottile…

Nel punto esatto in cui finisce la speranza
e comincia il mito.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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