L’illuminazione mi è piombata addosso nel bel mezzo del nulla, tra il Connecticut e il New Jersey, mentre guidavo stremato, con lo sguardo fisso sull’asfalto e la lucidità di un bradipo sotto sedativo.
Ero in piena lotta greco-romana con Morfeo: un corpo a corpo mentale, senza esclusione di colpi, dove la mia unica arma era una gomma alla menta ormai ridotta al sapore di quei sogni sbiaditi.
Nel frattempo, sul sedile posteriore, Valerio Massimo — sei anni portati con strafottente dignità — ha pensato bene di sfilarsi scarpe e calzini. “Per comodità,” ha detto, con l’aria innocente di chi ha appena risolto il problema del buco dell’ozono
E l’odore è stata una scarica di adrenalina.
E lì… come un fulmine che squarcia la notte, o un rigurgito di senso in mezzo alla noia, l’epifania.
Mannaggia a Clitemnestra… Filottete!
Mi spiego?
Mi spiego…
Filottete era uno tosto. Un arciere leggendario, mica uno qualunque. Aveva l’arco e le frecce di Eracle — e no, non perché li avesse trovati in saldo all’outlet degli eroi, ma perché se li era guadagnati.
Glieli aveva regalati proprio lui, Eracle, in segno di riconoscenza. Filottete, infatti, si era offerto di accendergli la pira funeraria — e qui nessun gioco di parole: gli fece davvero il barbecue umano, nel momento in cui il semidio stava per lasciare la scena.
Un gesto audace, di quelli che ti segnano il destino. E che ti lasciano in mano armi leggendarie… tipo frecce intrise nel veleno dell’Idra.
Chi è l’Idra? Eh, lasciamo stare. Se cominciamo anche con quella, arriviamo a Pasqua che non siamo ancora risorti.
Facciamo così: la teniamo per un’altra storia.
Insomma, Filottete è ormai un VIP.
Poi, proprio mentre tutti i greci stanno salpando tutti belli carichi per Troia, Filottete si fa mordere da un serpente.
Roba seria, mitologica.
E fin qui per dirla con un po’ di aplomb anglosassone… shit happens.
Il problema è quello che viene dopo.
La ferita si infetta, e il piede inizia a puzzare. Non una puzza normale.
Una roba epica.
Tipo calzini da calcio dimenticati nello zaino del doposcuola. Tipo panino al tonno scordato nel lunchbox per un mese. Tipo armadietto della palestra a fine trimestre.
Il tanfo è così forte che anche gli dèi, da lassù, si tappano il naso.
E qualcuno pur di toglierselo dalle palle comincia a parlare di “malaugurio”.
Ulisse, quello furbo del gruppo — il tipo che la mattina ti manda i meme motivazionali su Slack e il pomeriggio ti licenzia via Zoom — osserva la situazione, annusa l’aria e capisce che qualcosa non torna.
Anzi, qualcosa puzza. Letteralmente.
Filottete è un eroe, ha l’arco di Eracle, un curriculum che farebbe invidia pure a un semidio, ma con quel piede in cancrena emana un tanfo così aggressivo che anche le divinità iniziano a indossare le mascherinne Olimpiche K95 FFP2.
E così, con la sua solita lucidità strategica, Ulisse propone la soluzione: abbandonarlo su un’isola. Per il bene della spedizione, s’intende, che non si dica che noi greci siamo stronzi per carità…
Niente drammi, solo logistica. Un tributo a distanza, con vista mare.
E il resto della ciurma, pur di respirare di nuovo, approva all’unanimità.
E così lo scaricano su un’isola deserta. Lemno, per la precisione.
Gli lasciano due scatolette di tonno, un coltello svizzero e tirano dritti senza voltarsi.
Che comunque ehm… non era ‘aria’ di fare troppi saluti.
Filottete su quell’isola ci resta.
Dieci anni.
Da solo. A parlare con un fico d’India che col tempo ha preso forma, voce e opinioni politiche.
Inutile dire che Filottete diventa un mix tra Tom Hanks in Cast Away e un Robinson Crusoe con l’alluce fasciato e la nostalgia di casa.
E il piede? Sempre lì, a emanare fragranze che nemmeno i peggiori spogliatoi del liceo.
Altro che tallone d’Achille…
Quando i suoi amici greci finalmente si ricordano di lui (spoiler: non è che proprio si ricordano, ma serve l’arco per vincere la guerra), Ulisse e Neottolemo si presentano con la nonchalance di chi ti ha ghostato per dieci anni e adesso bussa alla capanna con un: “Mannaggia a Clitennestra ecco dov’eri! Quel boomer di Agamennone si è dimenticato di aggiungerti al gruppo WhatsApp Assedio & Amuchina.”
Peccato che Filottete nel frattempo, la barba lunga da prof di filosofia in sabbatico, col piede ci abbia quasi instaurato un dialogo.
Non a parole — ma a flatulenze.
Quando arrivano sotto le mura di Troia, Filottete scocca una freccia, anzi… La Freccia.
E Paride cade, tutti esultano, il pubblico applaude, applausi anche dal loggione.
Ma Filottete no.
Lui guarda l’orizzonte.
E pensa: “Sì ma a me chi me li restituisce, i dieci anni persi a puzzare tra le capre selvatiche?”
Trōiā victā, Filottete pensa che finalmente potrà tornare a casa.
Una casetta sul mare, un po’ di riposo, magari un pediluvio decente.
E invece no.
Perché il ritorno, si sa, è la parte più lunga del viaggio (per dubbi e recriminazioni chiedere a Valerio che sul sedile posteriore mi fa le linguacce con Morfeo).
Dopo la guerra, Filottete torna a Melibea.
O almeno: a quella che una volta era Melibea.
Ora è una villetta bifamiliare affittata su Airbnb a una coppia di turisti tedeschi, con vista pineta e colazione inclusa.
Lui bussa.
Risponde un tizio in sandali Dr. Sholl’s e calzini bianchi.
— Scusi, cercavo… cioè, volevo dire… questa era casa mia.
— Ah no, qua adesso si fa solo smartworking e pane con la pasta madre.
Cacciato anche da casa sua, senza patria né gloria né un Google Maps che gli funzioni, Filottete si imbarca su un traghetto per l’Italia meridionale — la M/N Achille Lauro II, che parte forse oggi, forse domani, forse chissà.
A bordo: una madre con due gemelli urlanti, un lottatore grecoromano che dorme abbracciato a un pollo fritto, e un vecchio indovino che si presenta con voce solenne: “Posso leggere il futuro. Ma solo negli scontrini dell’Autogrill.”
Filottete ride. Ma poi controlla.
E in fondo allo scontrino — tra “Rustichella XXL” e “Estathé limone caldissimo” — ci legge: “Attento a chi ti riaccoglie. Gli abbracci nascondono coltelli.”
Dopo sedici ore di viaggio, tre gommoni legati insieme e un passaggio in Ape Piaggio, Filottete arriva finalmente in Calabria.
Fonda città e costruisce un tempio ad Apollo, a Cirò Marina.
E sotto l’altare infila l’arco e le frecce di Eracle.
Non servono più.
Poi si siede su una panchina vista mare.
Si toglie il sandalo — sempre quello — e guarda il piede.
La ferita è guarita.
Ma il dolore è rimasto.
E tira vento nella pineta.
Tra i tronchi storti
odore di salsedine
e di rimpianti…
Ho perso le parole.
Sovrastato dall’accoglienza che Mannaggia a Clitennestra ha ricevuto.
Da chi ha letto, da chi ha acquistato, da chi ha scritto, condiviso, consigliato.
Da chi ha lasciato una stellina, un commento, anche solo una riga gentile.
Ringrazio tutti e tutto.
Perché no, non era affatto scontato.
Non lo era il libro. E non lo era questa accoglienza. 😉
Grazie per le parole belle e per il supporto concreto — che fa sempre la differenza.
Ormai è deciso: sarò in Italia a fine giugno (o giù di lì). Di sicuro in Lombardia, con qualche evento già in cantiere.
Se poi qualcuno avesse voglia di organizzare qualcosa, conoscesse biblioteche, librerie, enti, eventi, o anche solo un bar con un buon caffè… io passo volentieri.
Intanto — a maggio, insieme all’associazione Le Sfogliatelle, faremo una diretta Facebook per chiacchierare, ringraziare e salutarci come si può.
Anche se non è di persona, fa bene lo stesso.
A prestissimo!
(…e ancora: grazie.)

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