Pensate che Jack di Titanic sia stato fregato da Rose perché proprio non c’era un angolino su quella specie di tavola galleggiante?
Beh, allora non avete mai nuotato nelle acque fredde dell’Ellesponto…
Credete che Romeo fosse ingenuo e Giulietta una che decide troppo in fretta?
Tenetevi forte.
Vi sembra tragico l’equivoco di Píramo e Tisbe col leone e il mantello macchiato?
Roba da principianti.
E che dire di Tristano e Isotta, Paolo e Francesca, Didone e il suo “visualizzato ma non risposto”?
Tutte storie carine, per l’amor del cielo…
Ma c’è un livello superiore.
Un amore che sfida le leggi della fisica, il buonsenso e forse anche quelle del meteo.
Se pensate di conoscere le grandi storie d’amore tragiche…
aspettate di leggere questa.
Consigliato per un pubblico romantico.
Ma con un giubbotto salvagente.
Allora.
Lui si chiama Leandro.
È giovane, belloccio, vive ad Abido, una cittadina sulla costa anatolica. C’ha il fisico, il ciuffo al punto giusto e quella faccia da “soffro per amore anche se non ho ancora amato”.
Lei si chiama Ero.
È una sacerdotessa di Afrodite – sì, proprio quella, la dea dell’amore.
È giovane, bella, intelligente… e ha fatto voto di castità.
Vive a Sesto, dall’altra parte dello stretto.
No, non Sesto San Giovanni.
Lì al massimo fai un voto al sindacato, non alla castità.
Eppure…i due si incontrano, si guardano, ed è subito mitologia.
Certo, peccato che tra loro ci sia solo un piccolo dettaglio.
Tipo… l’Ellesponto.

Che — precisiamolo subito — non è un ristorantino greco con vista mare, tovagliette a quadri e musica di Bouzouki in sottofondo.
No.
L’Ellesponto è un braccio di mare bello freddo, bello agitato e pieno di correnti infami, di quelle che nemmeno Google Maps consiglia di attraversare.
Un tratto d’acqua che se ci finisci dentro, o sei un mito… o diventi un mito, ci siamo spiegati?
Ma l’amore, si sa, è più forte di ogni barriera.
Sì, anche delle ordinanze marittime della Capitaneria di Porto di Gallipoli di Tracia, che sconsigliava vivamente la balneazione notturna —
e del buonsenso, ovviamente, che in queste storie fa sempre la fine del personaggio secondario.
E così, ogni notte, Leandro si butta in mare, stile Baywatch versione mitologia, per raggiungere la sua amata.
Ero, dal canto suo, lo aiuta: accende una lanterna nella torre dove abita per guidarlo come un faro umano.
Romantico, sì.
Ma anche un filo imprudente.
Tipo accendere il forno per la pizza surgelata e poi uscire a portare fuori il cane dicendo: “Giuro che torno prima che si sciolga la mozzarella”.
Ma finché c’è passione, Leandro nuota.
Bracciata dopo bracciata.
Con i muscoli che gridano “basta” e il cuore che urla “ancora”.
Sembra un influencer del fitness che attraversa i mari per amore e per i like.
Ma qui niente stories, niente GoPro, solo sale marino e ipotermia.
Va avanti così per settimane.
Di giorno lei fa la sacerdotessa (casta, eh, giura su Afrodite), di notte lui attraversa il mare come una versione erotica e sudata di Finding Nemo.
Si vedono di nascosto, si amano, si promettono eterno amore.
Siamo in piena zona “Romeo & Giulietta, ma con più cloruro di sodio”.
Tutto fila liscio fino a quando, e te pareva, arriva una tempesta.
Una di quelle notti in cui anche Poseidone, avvolto nell’impermeabile e con l’ombrello che si ribalta, sospira: “Manco io, che comando i mari, stanotte ci metterei un piede. E invece guarda ‘sto cretino…”
Leandro, però, non ci pensa due volte.
Si tuffa lo stesso.
Perché l’amore è cieco.
E pure un po’ sordo, se non sente il vento che urla “TORNA INDIETRO”.
Ero è là nella torre, che aspetta, preoccupata.
Trema, si morde le unghie, tiene accesa la lanterna.
Ma il vento è forte, la pioggia incessante, e — zac — la fiamma si spegne.
Basta un soffio, e il faro dell’amore diventa un buco nero.
Leandro, nel mare in tempesta, non vede più nulla.
Nuota a caso, sbatte contro un’onda, ne ingoia un’altra, e poi… più niente.
Come una canzone estiva dimenticata a settembre.
O come Jack di Titanic, ma senza soundtrack di Celine Dion e con Poseidone che, sottovoce, commenta: “Pure stavolta niente porta galleggiante… ma questi non imparano mai?”
Il mattino dopo, il mare restituisce il corpo.
Ero lo trova sulla spiaggia.
È il punto in cui, se fosse una serie Netflix, partirebbe un lento strumentale con archi e pianto greco.
Ma questa è mitologia: tragedia cruda, senza filtri e senza musica di sottofondo. E se l’eroe muore, allora vuol dire che funziona.
Ero, disperata, non regge il dolore.
Si lancia dalla torre e muore anche lei.
Sì, proprio come nelle migliori storie d’amore.
Anzi, peggio.
Perché qui non ci sono né famiglie riconciliate né statue dorate. Solo due ragazzi giovani, due cuori che volevano battere insieme, e un braccio di mare che ha detto no.
Morale?
Secoli dopo, arriva lui.
Lord Byron.

Un uomo, un poeta, un concentrato di narcisismo purissimo al 100%.
Uno che scriveva versi struggenti mentre si specchiava nei laghi.
Wait a minute.
Drowned in the Hellespont, did he?
Two stars. Would not recommend.
Mo’ ci vado io. In costume. E in endecasillabi.
E così il 3 maggio del 1810 si butta nell’impresa.
Letteralmente.
Nuota, scivola, danza tra le correnti come una sirena polemica.
Attraversa il mare. Arriva dall’altra parte.
Neanche un graffio. Neanche un rutto.
E poi — ovviamente — scrive.
Scrive una lettera gonfia di boria e versi.
E ora, ringraziamo il cielo che ai suoi tempi non esistevano i social.
Perché se Byron avesse avuto Instagramci avrebbe intasato di selfie mentre si unge prima della nuotata
Reel motivazionali con sottofondo di violini e voce off: “Do it for love… or do it better.”
Storia in evidenza: #EroWho?
E allora, la vera morale è semplice: Se ami, nuota.
Ma se sei Byron… nuoti, ti filmi, ti citi, ti tagghi.
E poi ti applaudi da solo.
Considerazione personale non richiesta: l’unico vero naufrago, in tutta questa storia, è il buonsenso.
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Le stelle fanno bene, pure quando non esaudiscono desideri.
(D’altronde, se gli dèi dell’Olimpo sono permalosi, gli autori moderni non scherzano.)
E come scrivo sempre:
grazie, grazie, grazie
a chi legge,
a chi si è iscritto,
a chi mi ha maledetto,
a chi ha fatto o farà casino –
con buona pace della consecutio temporum.
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