Lo sapevano anche i Romani: una volta l’anno è lecito impazzire.
Tipo carnevale. Tipo black Friday. Tipo quando ti convinci che parlare da solo sia un segno d’intelligenza superiore.
Semel in anno licet insanire — non è solo un proverbio: è autodifesa.
Che forse è anche per questo che Erasmo da Rotterdam con la Follia ci flirtava: le lasciava il microfono, le stendeva il tappeto rosso, e intanto lei gli svelava che la vita è teatro.
Ognuno con la sua maschera, la sua parte, il suo copione sbrindellato. Giusto il tempo di capirci qualcosa che entra il regista, spegne le luci. Fine della scena. Grazie per la partecipazione.
Forse è per questo che Astolfo la ragione non la trova nei libri, né nei dottori, ma sulla Luna. Perché là dove tutto si perde, l’unica cosa che si salva… è la follia ben riposta in un’ampolla.
Ofelia, Don Chisciotte, Amleto, e l’“uno, nessuno e centomila”, è chiaro che a furia di raccontarla, questa follia diventa un modo per stare al mondo senza farsene troppo carico.
Ehh… tutto bello… ma ancora una volta i Greci erano arrivati prima.
Mettetevi in fila.
Loro la follia l’avevano già messa nei miti.
Ci facevano tragedie, oracoli, vendette cosmiche.
Altro che manuali di psicologia: lì si dava di matto per amore, per orgoglio, per dispetto divino.
E allora andiamo a trovarli, questi matti illustri.
Con rispetto. Ma non troppo.
Perché se c’è una cosa che la follia insegna,
è che riderne — è già un modo per lusingarla.
Achille è morto.
Sì, proprio lui: il mitico, l’invincibile, il golden boy del campo greco.
Quello che non cedeva mai — a parte quando si trattava di drammi interiori e di Patroclo in versione “Netflix and chill”.
È morto — diciamolo — come un fesso: colpito al tallone, ovviamente.
Ma lasciamo stare la dinamica che qui stiamo raccontando un’altra storia…
Il vero problema ora è l’eredità.
Achille aveva qualcosa che tutti gli altri si sognavano pure durante i turni di guardia: le armi più iconiche dell’intera guerra di Troia.
Non roba da outlet: armi con tanto di certificato di divinità, garanzia olimpica e QR code omerico. D’altronde le aveva forgiate Efesto in persona su richiesta express di mamma Teti, dopo che Ettore si era fregato quelle date “in prestito” a Patroclo. Oggi ci tireresti fuori almeno tre sfilate, una collaborazione limited edition con Nike e una mostra al MET, organizzata direttamente da Atena con tanto di conferenza stampa.
Tra i guerrieri greci c’era un certo Aiace Telamonio: il classico armadio a quattro ante dal cuore tenero, quello che in ogni accampamento diventa subito l’amicone di tutti.
Uno che, se ti serviva un cambio all’ultimo per il turno di guardia, lasciava anche la bistecca mezza cruda e veniva di corsa.
E se lo chiamavi alle due di notte perché Menelao era di nuovo in crisi — seduto fuori dalla tenda con lo sguardo nel vuoto e l’elmo messo al contrario — lui c’era. E poi tornava a dormire. O a combattere. O a portare i fazzoletti a qualcun altro. Perché Aiace era così. E tutti, ma proprio tutti, gli volevano bene.
In più — dettaglio non da poco — era pure cugino di Achille.
Aiace, dopo aver pianto il giusto (ma con dignità, sia chiaro), si rialza, si sistema l’elmo e si guarda attorno.
Per lui non ci sono dubbi: l’armatura di Achille gli spetta. Ora, se ci mettiamo a elencare tutte le imprese di Aiace, non finiamo più. Diciamo solo che — parola di Ettore, e pure di Enea — sul campo era una bestia. Avrebbe pure vinto il Pallone d’oro della guerra… se non fosse che in squadra c’era Achille.
Quindi Aiace è sicuro che le armi del cugino andranno a lui. Non è presunzione — è logica. È sangue. È rispetto.
E poi — diciamolo — dopo Achille, chi è che si è fatto tutte le battaglie, chi è che ha sollevato tende, protetto compagni, e consolato per mesi quel cornuto di Menelao che non si dava pace perché Elena adesso si firmava di Troia pure sui papiri dell’avvocato divorzista?
Aiace già si immagina con l’armatura addosso. Un figurone. La prova costume dell’eroe greco: petto scolpito, bronzo lucido, aura divina e like in crescita costante. Isomma, è una formalità. Una consegna simbolica.
Solo che — in mezzo agli abbracci, ai lamenti e ai “non sarà più lo stesso senza di lui” — c’è uno che non è esattamente sulla stessa lunghezza d’onda.
Ulisse non dice niente. Sorride, annuisce, si passa le dita sulla barba come se stesse pensando ai bei tempi.
Ma dentro di sé ha già deciso.
Altro che “spetta ad Aiace per diritto di sangue”…
Ulisse si vede già tornare a casa con quell’armatura addosso, scintillante sotto il sole di Itaca, accolto da Penelope con un “ma dai, che bel souvenir!”.
Il consiglio degli Achei, chiamato a decidere a chi destinare le armi di Achille, si divide. Troppa tensione, troppa gloria in ballo. Serve una soluzione equa, dice qualcuno. Una prova pubblica, propone qualcun altro.
Una sfida di parole specie TED talk acheo, suggerisce una certa voce pacata, con la finta umiltà di chi si limita a “mettere sul tavolo un’idea”. Quella voce — me la immagino — è di Ulisse. Perché, diciamolo, se la sfida è a colpi di parole, lui gioca in casa. E lo sa benissimo.
Aiace si cimenta per primo. Parla col cuore. La voce è potente, lo sguardo onesto, il tono quello di chi non ha mai barato nemmeno al gioco del chi sputa più lontano. È diretto, fiero, lineare. Troppo…
Gli Achei si commuovono, ma anche un po’ si annoiano.
Qualcuno sbadiglia. Nestore prende appunti, ma per la lista della spesa.
Poi tocca a Ulisse.
Entra in scena come chi non ha nulla da dimostrare, ma parecchio da dire.
Tesse un discorso con la finezza di una ragnatela. Racconta di notti insonni, imprese impossibili, parole sussurrate all’orecchio del destino. Cita perfino lo stesso Aiace. Lo loda. Lo onora. Gli rende omaggio con la voce rotta dall’emozione… e intanto, con l’eleganza di chi sa parlare al cuore degli eroi, gli infila il cetrioloretorico. Con calma, precisione, e tutto l’onore del caso — proprio dove l’elmo non arriva, e il sole non batte mai.
Il pubblico — cioè gli altri eroi — applaude. Nestore si commuove.
Le armi? A Ulisse, ovviamente.
Aiace resta immobile. Poi si incazza per davvero e a quel punto qualcosa si spezza. Gli eroi greci non sono abituati a perdere, e ancor meno a perdere così. Con le regole dell’altro. Col suo stesso onore usato come leva contro di lui.
E allora impazzisce. Letteralmente.
Accecato dalla rabbia che tracima in follia cieca, scambia un gregge per il consiglio degli Achei e lo massacra senza pietà.
Quando torna in sé è coperto di sangue, fango e resti ovini — brandelli di lana, corna spezzate, zoccoli sparsi come coriandoli post-apocalittici.
Intorno a lui, solo silenzio e carcasse.
Nel frattempo, sul profilo di Ulisse è già virale un reel: “Aiace vs ovini — il meltdown dell’anno.”
😂😂😂 Visualizzazioni alle stelle, pure un cuoricino da Atena.
La vergogna è più pesante di qualunque scudo.
E la spada — quella che gli resta (che tra l’altro è di Ettore) — la usa contro di sé.
Perché la follia, quando arriva, non bussa. Ti prende le chiavi di casa e si siede in salotto…
Atteone è un bravo ragazzo. Un cacciatore con la faccia pulita e il cuore da boy scout. Ama i boschi, il silenzio, il flauto di Pan. Un giorno passeggia tra le fronde, sereno, innocente e all’improvviso… la visione.
Artemide.
Nuda.
La dea della caccia.
Non una ninfa (si vabbè in realtà ci sono anche le ninfe, fanno tutte il bagno perché fa caldo, ma gli occhi sono tutti per Artemide). Non una comparsa. Una divinità intera, in tutto il suo splendore. Alta, fiera, scolpita come un’idea platonica appena uscita dalla palestra degli dèi. Lui la vede. E basta. Non fiata. Non scappa. Non respira. Non posta una foto. Guarda. Guarda. Guarda ancora.
Con gli occhi sbarrati e la mandibola che cerca di ricordarsi come si sta attaccata. Perché mannaggia a Clitemnestra una dea così, così… bona, gli incastra le parole in gola. Gli azzera ogni pensiero. Gli spegne pure il Wi-Fi cerebrale. E allora resta lì, impalato, con lo sguardo allucinato di Alvaro Vitali quando, per sbaglio o per destino, spalanca la porta del bagno e trova Edwige Fenech che fa la doccia.
Occhi fuori dalle orbite, tra l’estasi religiosa e l’infarto erotico, l’anima in apnea e quel misto di panico e beatitudine che solo un’apparizione divina — o un film vietato ai minori — può causare.
Ed è proprio in quel momento che il destino affila i canini…
Artemide si volta. Lo vede. Per un attimo il tempo si congela.
L’acqua gocciola ancora dalle spalle della dea, ma non cade.
Le ninfe trattengono il fiato. Gli alberi pure. Gli occhi di lei si posano su Atteone — ancora lì, immobile, una faccia da cartone animato, tra l’estasi e la frittata. E lo capisce anche lui, troppo tardi: ha fatto la cazzata.
Lei non urla. Non si copre. Non gli dà nemmeno il tempo di abbassare gli occhi. Lo trasforma in cervo. Così. Di colpo. Corna, zoccoli e tutto il resto.
Lui fugge. Corre nei boschi che conosce a memoria — ma ora hanno cambiato volto. O forse è lui ad averlo fatto. I suoi cani lo fiutano. Ma non lo riconoscono. Non vedono Atteone. Vedono la preda. Lo inseguono. Lo accerchiano. Lo sbranano. Cani che una volta gli saltavano addosso per gioco. Cani che lui chiamava per nome (anche se erano cinquanta). Ora hanno gli occhi ribaltati e la bava alla bocca. Impazziti. Aizzati da una furia divina che non capiscono.
E gli mangiano il cuore. Come si mangia un ricordo.
Atteone non ha colpe. Ha oltrepassato un confine che nessuno aveva tracciato. E la punizione è arrivata sotto forma di follia a quattro zampe.
Se Aiace cade per l’onore, Atteone per aver guardato troppo, Bellerofonte cade per… il sogno americano.
Ora, il ragazzo si è montato la testa, ma come dargli torto? Ha ucciso la Chimera, ha domato Pegaso, ha trionfato in duelli che neanche nei best of di Ciao Darwin.
E a quel punto si guarda allo specchio (a torso nudo ovviamente) e pensa:
“E ora? Cos’altro resta?”
Spoiler: l’Olimpo.
Vuole salire. Letteralmente. Presentarsi da Zeus, stringergli la mano, dargli del tu mentre gli spiega un’idea per un podcast divino.
Non ci pensa due volte. Sale su Pegaso. Allaccia la cintura dell’ego.
Decolla.
Ma agli dèi non piacciono gli arrampicatori sociali. Zeus manda un tafano a infastidire Pegaso e Bellerofonte cade malamente.
Pegaso sparisce nel cielo indignato. Bellerofonte invece si salva. Ma non del tutto. Zoppo, muto, e con lo sguardo fisso nel vuoto, si ritira in campagna.
E qui, un po’ alla volta perde il senno. Comincia a parlare con le galline. A darsi ragione da solo. A fare discorsi motivazionali al fienile. All’inizio i contadini lo compatiscono. Poi smettono di ascoltarlo. Poi smette di ascoltarsi anche lui.
Non sono gli dèi a punirlo. È lui. Perché ha concepito la follia di pensarsi immortale. E adesso crede che i piccioni siano microfoni di Era.
Ma in fondo — diciamolo — la follia è l’unico atterraggio possibile per chi ha volato troppo in alto. È l’applauso che nessuno sente, la standing ovation nel teatro vuoto dell’ambizione. Perché a volte, per restare umani, bisogna perdere il senno. O almeno lasciarne un pezzetto sulla luna.
Tre follie.
Tre cadute.
Tre post da incorniciare sulla bacheca dell’umanità.
E in fondo, Erasmo ha provato a spiegarcelo: “Solo i folli vivono davvero.”
Perché mentre i savi calcolano, i folli agiscono.
Mentre i savi esitano, i folli bruciano.
E se il mondo ricorda i miti, non è per ciò che hanno vinto. Ma per come hanno perso. A testa alta. Col cuore a pezzi. E un sogno troppo grande per stare in piedi.
Perché se è vero che il cielo è dei coraggiosi… l’eco dell’infinito è dei folli.
Che è uscito il libro forse già lo sai…
Il titolo è qui sotto, il link pure. https://www.amazon.it/dp/B0F2Z6LB8J
Se lo hai già letto, sfogliato, sniffato o dimenticato in macchina accanto al gratta e vinci non grattato… se hai tempo (e voglia) lascia un feedback. Anche solo una stellina.
Che le stelle fanno bene, pure quando non esaudiscono desideri.
(Del resto, se gli dèi dell’Olimpo sono permalosi, gli autori moderni non scherzano.)

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