Il problema è che nasco pigro. Perché, a mettersi d’impegno, si potrebbe davvero lanciare uno spin-off di questa pagina disgraziata, intitolato Only in America.
Perché davvero, certe cose succedono solo qui — o forse no?
Comunque sia, rimane il fatto che se gli americani ci si mettono, al mercato delle indulgenze, alla vendita delle anime e all’idea che la colpa ricadrà sui figli — come in una qualsiasi parabola biblica — ci aggiungono pure il packaging patinato, le brochure sorridenti e la clausola scritta in corpo 6.
Partiamo?
Partiamo…
Mercoledì 4 giugno.
In classe ci sono 29 gradi fissi e l’aria sa di zaini aperti, patatine al formaggio e adolescenza evaporata.
Io rinuncio a spiegare e mi limito a contare i giorni sul calendario tracciando tacche sulla cattedra.
Seth — che ha fatto pace con le proprie ascelle già a marzo — infila il braccio nel grande ventilatore in fondo all’aula con la stessa naturalezza con cui si siede per terra in mensa. È un rituale estivo: piedi in mocassini che ricordano camere iperbariche, deodorante in lutto e plastica scolastica.
L’aria condizionata? Una leggenda tramandata dai prof più anziani che ne parlano come dell’età dell’oro in quel tempo in cui la scuola era nuova, tutto funzionava, e l’aria fresca scendeva dal soffitto come una benedizione. Storie a metà tra memoria e mitologia scolastica, raccontate con tenerezza e un velo di malinconia.
Per ingannare il tempo, butto lì una domanda:
«Che progetti avete per l’estate?»
Lo so già: metà di loro non ha idea, e per l’altra metà “vacanza” significa restare a casa, fare turni al convenience store all’angolo, scrollare video col telefono sempre in carica, mangiare noodle istantanei e dormire quando capita.
Altro che estate: è sopravvivenza stagionale.
Ma ci provo lo stesso: «Io andrò in Italia con mia figlia — dieci giorni scarsi.»
Poi mi giro verso Xotcitl con nonchalance, giusto per tenere viva la scena:
«E tu che fai?»
Lei alza lo sguardo dal banco, sorride e dice con quella calma ironica da veterana delle trappole legali:
«Quest’estate torniamo in Florida… di nuovo.»
Lo dice con lo stesso tono con cui altri dicono “mi tocca togliere l’apparecchio.” Una rassegnazione luminosa, se così si può dire.
«Ah, che bello. Vacanza in famiglia?»
«Sì, ma è un… come si dice? Tipo obbligata. Abbiamo un timeshare.»
E lì parte la lezione — non da me, da lei.
Una lezione che avrei evitato volentieri, perché certe lezioni raccontano storie che non voglio ascoltare.
Storie che poi ti restano addosso come sabbia bagnata dentro il costume, e ti lasciano un senso di impotenza e rabbia che non va più via. Ma niente, ormai è troppo tardi e lei ha già cominciato: «È come… una camera d’albergo in affitto, ma non è tua. E ci vai solo una settimana all’anno. Sempre la stessa. Sempre nello stesso posto. Tipo condanna a tempo. E la paghi sempre, ogni anno, anche se non ci vai. Tipo Netflix, ma con le palme, moquette umida e bollette immortali.»
Poi abbassa la voce, come se volesse confessare qualcosa: «Ad esempio, mia madre paga tipo settanta dollari al mese. Sempre. Anche se non prenota. Anche se non ci andiamo. E ogni tanto l’azienda li aumenta, senza dire niente. Così. Arbitrario.»
Io la guardo, e lei capisce che so già.
«E se muore… passa a me. Cioè, non si può disdire, lo erediti. Tipo obbligatorio.»
La conoscevo, questa storia.
L’avevo letta da qualche parte, o forse me l’aveva raccontata una studentessa con quel tono da “succede sempre a noi”.
Funziona così: questi predatori legali non cercano i ricchi, né i furbi. Cercano l’anello debole della catena evolutiva americana — immigrati spaesati, famiglie stanche, gente che l’inglese lo mastica a stento.
Li adescano con un weekend gratis, li ubriacano di sorrisi e brochure, e li spingono a firmare.
Da lì in poi, è storia sacra.
Muori tu, e il contratto resta vivo.
Come un mostro legale che si tramanda di generazione in generazione.
Non puoi rivenderlo.
Non puoi regalarlo.
Non puoi nemmeno liberartene, a meno di pagare un’altra azienda per “uscirne”, con pubblicità in bianco e nero dove sembri ostaggio di una setta e il narratore sussurra:
“We can help you break free.” Peccato che l’agenzia legale costa migliaia di dollari che le famiglie non possono permettersi, costa meno pagare il pizzo mensile del timeshare…

Paghi per non pagare.
Il sogno finale del capitalismo.
Altro che multiproprietà: è una trappola seriale col bollino legale.
Una reliquia moderna che fa sembrare le indulgenze medievali roba da boy scout: Paghi per qualcosa che non possiedi, continui a pagare anche se non lo usi, e se provi a uscirne… scopri che non si può.
È la legge del contrappasso capitalista, versione condominio infernale:
la punizione è dover andare in vacanza sempre nello stesso posto, per dieci giorni fissi, ogni anno, quando loro decidono che sei “libero”.
E intanto paghi — settanta, ottanta, novanta dollari al mese — per l’eternità.
Tu, i tuoi figli, e tutta la razza tua.
Dante avrebbe approvato. L’agente immobiliare, pure.
Una studentessa, una vacanza in Florida che si ripete ogni anno “tipo condanna”, e un contratto che si eredita come la colpa originale.
Altro che multiproprietà: questa è teologia applicata al marketing.
Xotchitl non lo dice, ma lo sa: quello che sua madre ha firmato con l’entusiasmo ingenuo del primo Walmart, lei lo pagherà con una settimana in Florida per i prossimi quarant’anni.
Un quattro luglio tropicale garantito fino alla menopausa.
Se Lutero fosse vissuto oggi, altro che 95 tesi: avrebbe inchiodato i contratti del timeshare sulla porta del Marriott di Orlando.
E poi sarei io quello pesante.
Quello che insegna una lingua morta e parla di crocifissioni, assedi e gente fatta a pezzi dagli dèi.
Non loro, che ti rifilano vacanze eterne travestite da offerte.
Florida: dove il purgatorio ha le palme, e l’aria sa di cloro, colpa originale al retrogusto di crema abbronzante al cocco.
Grazie a tutti voi che avete preso Mannaggia a Clitennestra.
Siete tantissimi, e io ancora non mi ci abituo.
Inter sidera versor — mi aggiro tra le stelle, anche se continuo a insegnare latino al primo piano.
Pare che comprarlo faccia guadagnare due indulgenze:
una per aver affrontato la tragedia (e riso lo stesso), e una per aver supportato questa pagina.
A chi lo ha già letto… se vi va lasciate delle stelle, dei commenti… sono per l’algoritmo, mica per l’ego.
Mannaggia a Clitennestra
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