Et in Arcadia Ego…

In Arcadia, re Iaso è al settimo cielo: sua moglie aspetta un figlio, e lui da mesi gira per il regno come una newsletter ambulante con campanello incorporato, aggiornando amici, parenti, sudditi, animali da cortile e perfino le statue del tempio con la grande notizia.
Questo figlio sarà il suo erede, prenderà il trono, firmerà decreti, si beccherà le rivolte contadine, i banchetti di Stato e gli aperitivi con ambasciatori che puzzano d’incenso e superiorità morale.
Lui, Re Iaso, finalmente andrà in pensione: crociere estive tra le Cicladi — Paros, Naxos, magari una puntata a Milos, “che lì il mare è una tavola” — e sciate invernali sul Parnasso, dove gli dèi si rompono femori e dignità con la stessa facilità.
Qualcuno, molto timidamente prova a chiedergli: «E se fosse una femmina?»
Ma Iaso puntualmente ride. Anzi… ride così forte che i suoi avi, dall’Ade, chiedono silenzio.
«Sciocchezze! Sarà maschio. Lo sento nei lombi. L’ho sognato tre notti di fila con una corona in testa e la voce da baritono.»
E nella sua sicumera, ha già ordinato un trono in taglia small, con porta-spadino integrata e schienale ergonomico.
La regina, intanto, ascolta tutto in silenzio, con quel sorriso sereno e vagamente minaccioso che viene alle donne incinte dopo sei mesi di nausee, caviglie gonfie e mariti in modalità monarca medievale.
«Sì, certo, maschio» mormora mentre accarezza la pancia. O magari due. O magari con le ali. Chissà cosa ci ha messo dentro quella tua stirpe divina.

Quando a Climene si rompono le acque, il regno d’Arcadia trattiene il fiato.
Climene, ovviamente, no — lei è troppo impegnata a essere divorata da contrazioni, imprecazioni, e dal sospetto che Iaso abbia davvero prenotato una crociera con partenza lo stesso giorno del parto.
Le sacerdotesse corrono, i medici balbettano, le levatrici sudano. Un gufo vola in cerchio sopra il tempio. Un capro sviene. Fine primo atto.
Poi, finalmente… un vagito.
Un suono piccolo, acuto, potentissimo — come un’onda che spazza via ogni certezza.
«Congratulazioni, maestà! È una bellissima femminuccia.»
Il silenzio che segue è più solenne di un’eclissi.
Poi, da una finestra aperta, qualcuno giura di aver sentito il re urlare:
«MANNAGGIA A CLITEMNESTRA!»
E pare che quell’urlo sia rimbalzato sulle scogliere di Salamina, abbia fatto sobbalzare le capre di Creta e messo in fuga almeno tre sibille dell’Asia Minore.

La piccola, intanto, dorme serena.
Ha una ciocca nera come la notte, una fossetta sulla guancia, e uno sguardo — appena aprirà gli occhi — destinato a far tremare oracoli, troni e maschi alfa.
La regina non fa nemmeno in tempo a darle un nome — Atalanta, che suona bene, con quella “A” fiera e veloce come una freccia, e quel finale che sa di pietra dura e di testardaggine — che Re Iaso, ancora con il catalogo crociere aperto a pagina “Paros per pensionati di lusso”, ordina che venga portata via.
«Sul Monte Pelio!» esclama, indicando una montagna a caso “sufficientemente drammatica da giustificare almeno tre tragedie e una statua equestre”.
La corte resta pietrificata, la regina sbianca, una serva sviene (come da tradizione), ma l’ordine è chiaro: Atalanta va abbandonata.
Perché? Perché è femmina. Perché Iaso ha i neuroni incrostati di patriarcato, birra tiepida e senso d’onore tossico. Perché certi uomini sentono il bisogno impellente di scatenare tragedie familiari prima ancora del primo bagnetto.

Ma Artemide, dea femminista fino al midollo, dea della luna, della sorellanza e dei silenzi pieni di significato, la prende subito in simpatia.
E chi ha deciso che gli uomini sono meglio?
E così, anziché finire sgranocchiata da lupi o dissanguata da fauni disoccupati, Atalanta viene accolta… dagli orsi.
Sì, orsi. Una coppia devotissima, con istinto materno fuori scala e un talento raro nel cambiare fasce con le zampe anteriori.
La allattano, la proteggono, le insegnano a distinguere i funghi buoni da quelli che ti fanno parlare con Apollo nudo su una nuvola, e a zittire i gufi molesti con un’occhiata.
Ora, il fatto che anche Paride — sì, proprio quel Paride, il principe che avrebbe fatto cascare Troia per una mela (e anche qui Atalata dovrebbe prendere appunti…) — sia stato allevato dagli orsi, apre qualche quesito:
• C’è un vivaio segreto di neonati in cima al Pelio?
• Gli orsi hanno un sindacato?
• Esiste un manuale Educare al comando (senza opposizione umana) – edizione ursina?
Oppure, più semplicemente, gli orsi — stanchi di vedere padri smarriti e re in piena crisi da mantello sgualcito — hanno deciso di occuparsi loro della prossima generazione.
E a giudicare da come Atalanta comincia a correre prima ancora di parlare, pare abbiano fatto un ottimo lavoro.

Col tempo Atalanta — che ormai sembra la controfigura greca di Katniss Everdeen, con lo sguardo fiero di Uma Thurman prima della vendetta — viene trovata da un gruppo di pastori. Cresce libera tra i boschi, più agile di una cerbiatta e più bella di quanto si possa dire senza sembrare poeti in pensione.
Caccia per conto suo, senza far rumore, lontana dai villaggi e dalle chiacchiere. Una ragazza che basta a se stessa, con arco, frecce e dignità ben temperata.

Un giorno però, mentre sta seguendo le tracce di un cinghiale — concentrata, in silenzio, come sempre — sente un rumore alle spalle. E non è quello di un animale. È più simile al suono di zoccoli… o forse di ruote. Come quelli che senti in un’area di sosta sull’Olimpo, dove i centauri si radunano per bere vino scadente e vantarsi delle loro (presunte) conquiste.
I centauri Ileo e Reco arrivano così: in posa da duri, metà cavallo e metà malinteso. Due mitici con la testa da uomini e il tatto da clacson. Le si avvicinano con l’aria di chi pensa di aver già vinto.
Lei non risponde. Non per timidezza — per rispetto del tempo. Suo.
Quando tentano di avvicinarsi, lei reagisce. Non con una scenata. Con l’arco. Un colpo. Due. Precisi.
Ileo e Reco finiscono al tappeto prima ancora di capire che l’epoca delle ninfe indifese è passata — adesso le ninfe sanno mirare.
Atalanta li supera in tutto: in grazia, in forza, in velocità e in giustizia. Senza clamore, senza applausi. Solo silenzio, e vento tra i pini.
E da allora, nel bosco, si dice piano: Don’t mess with Atalanta. Perché può anche sembrarti una ragazza sola, ma sei tu quello fuori posto.

Dopo l’incidente dei centauri — diciamo pure “le prove generali di vendetta mitologica” — Atalanta ci prende gusto. Si muove come un’eroina da graphic novel, parla poco, colpisce giusto, e sembra avere un talento innato per cacciarsi nei pasticci. Ma di quelli seri. Di quelli epici.
Così, quando sente parlare della spedizione degli Argonauti, si presenta e chiede di unirsi.
All’inizio l’idea fa storcere il naso a più di un eroe con la tunica stirata. Giasone tentenna. C’è chi borbotta qualcosa tipo “non è roba da signorine”.
Ma poi la guarda in faccia. E capisce.
Atalanta sale a bordo.
Durante il viaggio si fa valere: affronta mostri, tempeste, profezie sbagliate e uomini che spiegano le cose senza aver capito nulla.
Il suo momento di gloria arriva però con la caccia al cinghiale calidonio: una bestia gigantesca, inferocita, praticamente un cinghiale-nukem mandato da Artemide come dispetto.
Una folla di eroi accorre per abbatterlo. Chi per fama, chi per farsi notare.
Atalanta c’è, ovviamente. E mentre gli altri sbracciano e fanno i galletti, lei si piazza, tende l’arco… e lo ferisce per prima.
Il colpo è secco, netto, preciso. Tutti zitti.
Meleagro, principe di Calidone e organizzatore della spedizione, che ha capito l’antifona e forse anche qualcosa in più, le regala la pelle della bestia. In segno d’onore, certo. Ma forse anche per corteggiarla.
Spoiler: non finirà benissimo per Meleagro. Ma questa è un’altra storia.

L’eco delle imprese di Atalanta si sparge per tutta la Grecia. Ormai la conoscono tutti: è bella, veloce, imbattibile. E pure viva, dettaglio non da poco visto che da neonata l’avevano mollata su un monte.
A un certo punto, spunta anche il padre. Sì, proprio lui. Col mantello ben stirato e quel sorriso da “ho una faccia da culo, ma regale”.
E appena la riaccoglie, parte col grande classico: “Ora basta boschi, basta frecce, basta libertà. È tempo di sposarsi, figlia mia.”
Atalanta sorride. Tranquilla. Educata. Ma chi la conosce, sa che è una trappola gentile.
“Certo, padre,” dice. “Mi sposerò. Ma solo con chi riuscirà a battermi in una gara di corsa.”
Sembra un’apertura. In realtà, è una porta chiusa con tripla serratura.
E infatti, nel giro di pochi giorni, arriva la fila di pretendenti. Tutti convinti. Tutti ignari del fatto che stanno per correre verso il ridicolo. O peggio.
Atalanta li brucia in partenza. Corre come respira.
Ogni volta che taglia il traguardo, lo fa con quel mezzo sorriso che dice: non era amore, era cardio.

Finché arriva Melanione — o Ippomene, a seconda dell’umore degli scribi.
Non è il più forte né il più veloce. Ma ha qualcosa che gli altri non hanno: cervello. E un debole dichiarato per Atalanta.
Chiede aiuto ad Afrodite. Dea dell’amore, delle soluzioni non lineari e delle skincare a base di ambrosia e risentimento.
Lei gli dà tre mele d’oro. Categoria: tentazioni deluxe. Uso consigliato: atlete imprendibili.
Melanione parte. Lancia la prima mela. Atalanta rallenta. Una seconda. Una terza. Lei si ferma un attimo. Forse per meraviglia. Forse perché anche le più forti, a volte, vogliono guardare da vicino.
Melanione la supera. Di poco. Ma basta.
Vince. E con lui, l’amore. O almeno, la fine della gara.

Ma… nessuno pensa ad Afrodite. Nessun “grazie”, nessuna offerta. Neanche un emoji.
Afrodite incassa. Ma non dimentica.
Un giorno, mentre i due sposini passeggiano davanti al tempio di Cibele, succede il patatrac. Voglia. Passione. Di quelle che partono dallo stomaco e finiscono con “O famo strano?”
E lo fanno. Proprio lì. Sulle scale del tempio.
Cibele non urla. Non lancia fulmini. Fa di peggio.
Li trasforma in leoni. E li attacca al suo carro.
Punizione perfetta: eterni, forti, fianco a fianco… ma legati.
Melanione e Atalanta si desiderano ancora. Ricordano tutto. Si amano. Ma non possono avvicinarsi.
Sono leoni. Spalla contro spalla. Sempre insieme. Mai liberi.

Afrodite, intanto, dallo schermo del suo OlimpoPhone, manda una nota vocale nel gruppo WhatsApp degli dèi: “Oh ragazzi, bastava un grazie. Davvero. Ma hanno preferito trainare…”


I miti greci non sono fermi: cambiano versione ogni volta che qualcuno li racconta. Ecco perché questa riscrittura non pretende di “correggere” la tradizione, ma di dialogare con lei, col sorriso storto di chi guarda gli dèi e pensa: “Ne avete combinate di tutti i colori, ma almeno ci avete lasciato ottime storie.”


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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