Tutto è veleno (anche quello che consola)

Il problema è che nasco pigro.
Perché sì, lo so, l’ho già scritto — ma se avessi anche solo un briciolo di voglia, potrei lanciare uno spin-off di questa pagina disgraziata, intitolato: Only in America.
Perché certe cose… sembrano succedere solo qui.
(O forse è solo un’impressione?)

Fatto sta che, quando gli americani decidono di esagerare, lo fanno sul serio.
Che si tratti di inseguimenti da blockbuster, drammi familiari più intricati di una puntata di Law & Order, o situazioni così surreali che, se le vedessi in un B-movie, diresti: “Ma dai, e io dovrei crederci?” Salvo poi scoprire che era ‘Tratto da eventi realmente accaduti.’

Mi spiego?
Mi spiego…


Lo scorso autunno mi sono svegliato con un mal di testa che martellava nel cranio al ritmo di quei trend TikTok in cui i miei studenti saltano e fanno facce buffe in loop. Sembrano baccanti invasate. O zombie Disney. O entrambe le cose.

Con la testa che pulsava come un jingle dell’orrore, mi sono presentato in infermeria.
La nurse — sempre pronta a soccorrere e impasticcare chiunque respiri — mi ha allungato un Tylenol.
Per chi non lo sapesse, è una specie di Tachipirina americana che cura tutto: dolore, febbre, esistenzialismo leggero.

Ho già la compressa nella sinistra, il bicchierino d’acqua nella destra…
quando lei parte. Così, come se stessimo parlando del tempo.
E mi catapulta in una storia alla Roald Dahl.


Chicago, 1982.
Autunno.
Reagan alla Casa Bianca.
Dynasty e Dallas dominano la TV con paillettes e vendette.
MTV, nata da poco, trasmette videoclip con ballerini fluo e chitarre in playback.
I Walkman sputano Air Supply, Michael Jackson, i Survivor.
Le famiglie cenano davanti alla TV guardando Happy Days, Mork & Mindy, Cheers. I bambini imparano l’alfabeto con Sesame Street e si addormentano con i Puffi. I telefoni hanno il filo. Le sveglie fanno drin. Le mamme fumano sigarette al mentolo in cucina.
E sul comodino di ogni casa americana, c’è lui: Tylenol Extra Strength.
Rosso e bianco. Lucido. Quasi una caramella. È il simbolo di un’America rassicurante, dove il dolore non esiste più e il rimedio è sempre pronto nel mobiletto del bagno.

Finché la morte non bussa.
Con il suono di un pop secco.
Il rumore di un tappo di plastica.
Dell’acqua che cade in un bicchierino…
E poi, il buio.

La prima è una bambina.
Chiude la porta del bagno, prende una compressa per il raffreddore.
Pochi minuti dopo è a terra.
La madre la trova così: occhi spalancati, pigiama a cuoricini.

Poi un uomo. Un postino.
Ha lavorato tutto il giorno con un mal di testa come una condanna.
Torna a casa. Prende un caffè. Una capsula.
Collassa sul tappeto. La tazzina che rimbalza sulla moquette mentre il liquido scuro si sparge impregandosi nel tessuto.

Poi la moglie.
Chiama i soccorsi, urla, piange.
Nell’attesa ne prende una anche lei…

Poi il fratello dell’uomo.
Accorso per aiutare.
Ne prende una anche lui.
Si accascia un’ora dopo.

Quando i paramedici sfondano la porta, trovano una casa silenziosa.
Quattro corpi, in stanze diverse.
Il ticchettio dell’orologio da cucina a scandire il tempo.


L’America del dopo-Vietnam, quella dell’ottimismo prefabbricato, si incrina.
Il farmaco più sicuro ha aperto una crepa.
E da lì… è entrata l’ombra.

Le autopsie fanno luce — ma invece di illuminare, abbagliano.
Le capsule erano piene di cianuro.
Un cucchiaino da tè. Tanto è bastato per soffocare il sogno americano.

Qualcuno aveva comprato le confezioni, sostituito le pillole con altre avvelenate e le aveva rimesse sugli scaffali.
Così. Come se niente fosse.

Panico nazionale.
La Johnson & Johnson ritira 31 milioni di confezioni.
Vendite a picco.
Il titolo in Borsa si sbriciola.

E poi — plot twist — Johnson & Johnson, invece di fare come quasi tutti in questi casi, ovvero cercare un capro espiatorio, scaricare la colpa, parlare di “errore umano”, fa qualcosa di inaudito: si prende la responsabilità. Collabora con l’FBI.

Prima di dire “eh vabbè, ci mancherebbe”, ripetete ad alta voce questi nomi: Purdue Pharma, Boeing, General Motors, Union Carbide, nube tossica a Bhopal, poi ne riparliamo.

Nascono così i blister, i sigilli, le confezioni anti-manomissione.
Ci voleva un pazzo col veleno in tasca per convincere l’America che forse — dico forse — un tappo a prova di scemo era una buona idea.


“E il colpevole?” ho chiesto alla nurse, con la compressa ancora tra le dita.
“Immagino i guai che ha passato…”

Lei mi ha guardato come si guarda uno che non ha letto l’ultima riga del bugiardino. Un mezzo sorriso all’angolo della bocca. “Mai trovato. Come una serie TV senza finale.” Poi, abbassando la voce: “Dai, su. Inghiotti. Così poi… non soffrirai più.”

Ho guardato la pillola.
Poi lei.
Poi il bicchiere.
De mortuis tuis turpiis,” ho sussurrato.
E ho mandato giù

E già che c’ero, mi sono segnato di nascosto.

Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit.
(Paracelso)

Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno.
Soltanto la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.


Che tanto continuiamo a mandar giù.
Per abitudine, per pigrizia o per fede.
Pillole, promesse, verità parziali…
In fondo, ingoiare è sempre stato più comodo.


Mary Kellerman, 12 anni — si accascia nel bagno, una pastiglia contro il raffreddore.
Adam Janus, 27 anni — postino, torna a casa con un mal di testa e muore sul tappeto.
Stanley Janus, 25 anni — corre ad aiutare il fratello, muore anche lui.
Theresa Janus, 20 anni — la moglie di Adam, una compressa nell’attesa.
Mary McFarland, 31 anni — una pausa al lavoro, un dolore alla schiena.
Mary Reiner, 27 anni — aveva appena partorito.
Paula Prince, 35 anni — assistente di volo, trovata con la confezione ancora aperta sul bancone.

Per chi ha preso una compressa e non si è più svegliato.
Per chi cercava sollievo, non un’uscita di scena.

Questa storia è per voi.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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