Come al solito, non abbiamo inventato niente.
Ci siamo solo aggiunti a una lunga e gloriosa tradizione di gente che si è stampata i libri da sola — con più entusiasmo che budget, più ironia che distribuzione.
Self-publish, già.
Ogni volta che pronuncio questa parola mi si materializzano davanti editori, distribuzioni, stampatori di provincia, lamenti notturni di scrittori autoprodotti…
e una vocina nella testa che sussurra:
“Ma chi te l’ha fatto fare?”
E io, regolarmente, penso a Beccaria.
E a suo nipote. Quello lì coi bravi, la peste, le monache e le sfighe: Alessandro.
No, non per motivi letterari, ci mancherebbe.
Io al massimo faccio danni su Facebook e insegno le declinazioni.
Facciamo un passo indietro.
Cesare Beccaria. Milano, Settecento.
Scrive Dei delitti e delle pene e boom — l’Europa impazzisce.
Un instant bestseller.
Per intenderci: Voltaire gli manda cuoricini. Caterina di Russia lo invita a cena. Montesquieu gli fa le reaction.
Ma lui?
Lui non si muove da casa manco per sbaglio.
Ansia, fobie, attacchi di panico.
Un genio con l’agorafobia.
Ora, Cesare ha una figlia: Giulia.
Ragazza tosta, in anticipo di tre secoli sul femminismo.
Intelligente, colta, moderna…
e Cesare cosa fa?
La marita a un conte lecchese di mezza età, Pietro Manzoni.
Che romanticone, vero?
Giulia regge finché può, poi dice: “Sai che c’è? Ciao.”
Molla tutto, pure il figlio, e va a vivere con un certo Imbonati.
Un nome che oggi suonerebbe come una marca di biscotti senza glutine, ma all’epoca era un nobile.
E il figlio Alessandro?
Rimane a Lecco con il padre triste e un senso di colpa che gli si attorciglia addosso come un foulard di seta nera.
Poi cresce, cambia città, rivede la madre, scopre la letteratura, i salotti, i verbi…
e sforna I Promessi Sposi.
Standing ovation.
E lì, che fa?
Si monta la testa.
E decide: “Adesso me lo stampo da solo. Edizione deluxe, con illustrazioni di Francesco Gonin.”
Ora, Gonin.
Se non siete di Torino magari non vi dice molto.
Ma sappiate che… Palazzo Reale, Teatro Regio, Palazzo Carignano, perfino il Castello di Racconigi hanno qualcosa di suo.
Era tipo l’interior designer preferito di Cavour.
Se fosse vivo oggi, disegnerebbe filtri Instagram per Chiara Ferragni, con newsletter su Substack e podcast sulla prospettiva lineare.
Insomma: Gonin fa le xilografie. Manzoni le stampa.
L’edizione è uno splendore.
E…
non la compra nessuno.
Costa troppo, è pesante, ha un formato che non entra nello zaino…
e soprattutto iniziano a girare edizioni pirata, economiche, brutte ma irresistibili.
Tipo le partite di Serie A col pezzotto.
Morale?
Manzoni ci rimette i soldi, la salute, il fegato.
E l’editoria, per ringraziarlo, lo fa senatore a vita.
Che è un po’ come la pergamena “Grazie per la partecipazione” alle feste delle medie.
E se fosse nato oggi?
Altro che Senato.
Finiva su Rai Tre, in un reality letterario:
Casa Manzoni – Confessioni in endecasillabi.
O in una rubrica notturna tipo:
Dagli atrii muscosi ai podcast cadenti.
E invece no.
Ha venduto poco. Ha speso tanto.
Ha sudato più lui per pubblicare che Lucia a scappare dai bravi.
E adesso — colpo di scena —
tocca a me.
E a Mannaggia a Clitemnestra, che è già tutto un programma.
E le cose, a dirla tutta, stanno andando bene.
Merito vostro. Perché ci avete creduto, punto.
Perciò grazie.
Vi voglio bene.
E se passerete a una delle presentazioni (link delle date nel primo commento), sarà un piacere ringraziarvi dal vivo.
E firmarvi una copia.
Magari con un filtro seppia.
Alla Gonin.
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