Assonanze retoriche al tramonto

Oltre la finestra, le ombre della sera si allungano come lame affilate.

Fendono l’orizzonte, che si tinge di rosso vivo —

come il sangue versato sull’orlo del giorno.

Non so perché, ma i tramonti americani mi sono sempre sembrati smisurati.

Come se il cielo, da queste parti, avesse più spazio per i sentimenti.

Lo so da me che è solo una suggestione — ma continuo a crederci lo stesso.

E io sono qui, accoccolato sul divano,

la coperta sulle ginocchia, il laptop aperto sul registro elettronico,

che scivola piano verso il pavimento,

stanco di correggere. Come me.

Fuori, il buio si beve la sera a piccoli sorsi,

inciampando piano su versi dimenticati.

Dentro, resta solo il respiro lento delle cose che non hanno più fretta.

Un po’ come queste figure retoriche che mi ronzano in testa.

Entrano una a una, come ospiti imprevisti,

ognuna col suo profumo e passo distinto:

La metafora sa di legno antico e incenso,

profuma come una biblioteca chiusa da anni,

e indossa una pelliccia di senso che sfiora tutto senza scaldare davvero.

L’anafora odora di carta appena stampata,

ripete tutto due volte,

con la tenerezza ostinata di chi ha paura di non essere ascoltato.

…essere ascoltato…

L’iperbole irrompe col profumo pungente del peperoncino,

inciampa nella porta, si butta per terra e urla che sta morendo

(spoiler: ha solo preso lo spigolo).

La litote passa quasi inosservata,

sa di lino steso al sole e camomilla tiepida —

dice “non è male qui”, inutile dire che intende “è meraviglioso”.

L’ossimoro profuma di spaghetti alle vongole e parmigiano,

una fragranza impossibile da definire,

che lascia un retrogusto di contraddizione stridente.

La sineddoche ha l’odore del ferro,

di chi prende una parte e se la tiene stretta,

come un ricordo inciso nella pelle.

E poi c’è questo sentore nell’aria.

a cui non riesco a dare un nome…

Sa di rose e viole — sbiadite, lisciate.

Come certe parole che sembrano voler fare rima,

ma all’ultimo inciampano sulle vocali,

eppure si cercano lo stesso

ma lasciano strascichi di consonanti che suonano bene.

Assonanza, la chiamano.

Non chiude. Non risponde.

Si insinua.

Tra le sillabe, tra le pause.

E mentre provo a seguirla,

una musica leggera attraversa la stanza —

senza melodia, solo eco.

E allora mi sveglio.

Confuso.

Con in bocca il sapore dell’assonanza: dolciastro, artificiale,

tipo Dietor dimenticato sul fondo di una tazzina di caffè.

Vado alla finestra.

La notte è immobile.

In fondo al prato, nella piega più scura del silenzio,

la vedo…

è una capra.

è sola sul prato

è legata.

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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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