Ci sono uomini che entrano nella storia per le loro imprese gloriose, altri per le loro decisioni sbagliate. E poi c’è Attilio Regolo, che riesce a farsi ricordare per entrambe le cose. Contemporaneamente.
Mi spiego?
Mi spiego…
La sua vicenda inizia durante la Prima Guerra Punica, quel conflitto interminabile tra Roma e Cartagine che, visto con occhi moderni, assomiglia a una di quelle cause legali tra multinazionali: nessuno vuole cedere per primo e, tra OPA e carte bollate, i costi aziendali nel frattempo esplodono.
Regolo, che all’epoca è console e generale, viene inviato in Africa con il compito di risolvere la questione nel modo più romano possibile: con un’invasione.
Per un certo periodo le cose sembrano girare a suo favore, finché i Cartaginesi non pensano bene di assumere un generale spartano. Il che sarebbe come fare concorrenza sleale: quando il gioco si fa duro, meglio chiamare chi di guerra ne capisce davvero. E così Regolo si ritrova sconfitto e, come se non bastasse, finisce pure prigioniero.
A Cartagine non viene trattato malissimo, almeno secondo gli standard dell’epoca. Niente camere d’albergo, per carità, ma neanche torture immediate. I Cartaginesi, più pragmatici che vendicativi, decidono di utilizzarlo come pedina diplomatica: lo rispediscono a Roma con una missione chiara. Deve convincere il Senato ad accettare la pace o almeno uno scambio di prigionieri.
C’è, però, una piccola clausola: se fallisce, deve tornare a Cartagine.
Ora, non so se, come dicono in tanti, la storia la scrivano i vincitori. Quello che so è che la parola fesso deriva dal latino fessus, che significa stanco. Ora, usiamolo nella sua accezione latina e diciamo che, freudianamente parlando, questi Cartaginesi sono fessi, nel senso di stanchi di portare avanti questa inutile guerra. Perché altrimenti non so come spiegare questa scelta di lasciar partire un generale solo sulla sua parola, beh… insomma… ci siamo capiti.
Ad ogni modo, sbarcato a Roma, Regolo si presenta in Senato. Ci si aspetterebbe che almeno finga di negoziare, magari recitando la parte dell’uomo provato dalla prigionia, implorando un compromesso accettabile.
Invece, con una disinvoltura che oggi definiremmo patriottica, dichiara: “Ragazzi, i Cartaginesi hanno un esercito colabrodo, una roba a metà tra le forze armate di Kim Jong-un e un’armata Brancaleone diretta da Bollywood, con effetti speciali degni di un film low-cost in cui le frecce esplodono prima ancora di essere scoccate. Continuate la guerra, che siete messi meglio.”
Nessuno si aspetta una tale sincerità. I senatori, abituati a discorsi avvolti in strategie retoriche, si guardano tra loro perplessi. Regolo, in pratica, ha appena sabotato la sua stessa missione diplomatica per il bene di Roma.
A quel punto, la questione si fa spinosa. Perché Attilio, ancora avvolto dagli abbracci e dagli applausi, fa le valigie.
“Attì, ma ‘ndo caxxo vai?” gli chiede la moglie. E pure gli amici.
E lui, senza fare una piega, spiega che sì, perché nel compito assegnatogli ha fallito, e l’accordo prevede chiaramente che, in tal caso, deve tornare a Cartagine.
Gli amici gli fanno notare che, tutto sommato, nessuno lo obbligherebbe davvero a rispettare quell’impegno. Dopotutto, Roma non ha mai brillato per eccesso di correttezza quando si tratta di guerra.
Ma niente da fare. Regolo è un uomo tutto d’un pezzo – forse l’unico romano convinto che la parola data abbia valore assoluto – e così non ascolta gli amici e si prepara a ripartire.
Qui gli storici, ma anche gli studenti di latino, si dividono: c’è chi lo loda e chi pensa che forse, anche lui, sia tanto, ma tanto fesso.
No, no… non nel suo significato latino. Questa volta nell’accezione italiana.
E il finale? Una specie di bunga bunga ante litteram. I Cartaginesi, che evidentemente non l’hanno presa benissimo, decidono che la correttezza di Regolo merita una punizione esemplare. E quando dico “esemplare”, intendo qualcosa che faccia scuola nel campo delle torture creative.
Le fonti antiche – sempre pronte a esagerare, come il mio amico Enzo che racconta le sue vacanze a Ibiza – ci offrono diverse versioni del supplizio. C’è chi dice che Regolo sia stato infilato in una botte irta di chiodi e fatto rotolare giù per una collina, trasformando la sua ultima impresa in un esperimento di fisica applicata. Altri raccontano che sia stato costretto a tenere gli occhi aperti sotto il sole cocente fino alla cecità, il che lo renderebbe il primo martire della protezione UV.
Qualunque sia la versione corretta, una cosa è certa: Attilio Regolo diventa il simbolo della coerentia portata all’estremo, una di quelle figure che gli storici romani amano glorificare mentre il resto del mondo, con un sopracciglio alzato, si chiede se ne sia valsa davvero la pena.
E oggi? Oggi il buon Regolo probabilmente sarebbe diventato il soggetto di un TED Talk intitolato “Leadership e Integrità: quando dire la verità ti costa (letteralmente) la pelle”, oppure di un post virale su LinkedIn con la didascalia “Il vero leader mantiene sempre la parola data. Anche quando gli piantano i chiodi addosso.”
Ma, diciamolo, nel migliore dei casi, finirebbe in un meme:
“Quando prendi un impegno e poi ti ricordi che gli altri sono Cartaginesi.”
PS: Okay, devo ammettere che a me Attilio Regolo sta antipatico. Poveraccio, non per colpa sua, ma per via del nome. Regolo, appunto. Basta sentirlo per riaprire un capitolo oscuro della mia infanzia: gli incubi matematici delle elementari.
Vedo ancora quella maledetta scatoletta di plastica piena di cubetti colorati, ognuno con un valore numerico che – giuro – cambiava ogni volta che la maestra lo spiegava. Il cubo bianco era l’1, il carotone il 10, e io lì, seduto, costretto a confrontarli, montarli, smontarli, fingere di capirci qualcosa mentre dentro di me nasceva un odio viscerale per la matematica applicata.
Ecco perché Attilio Regolo non mi è mai andato giù. Per me, più che un generale romano, resterà sempre un incubo didattico in forma umana.
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