Caro Participio Passato,
Ti scrivo perché, diciamolo, te lo meriti. Sei stato, detto, fatto, corretto, scordato nei quaderni e resuscitato nelle verifiche. Sei stato amato (raro), odiato (frequente), copiato (spessissimo). Insomma, hai vissuto.
Eppure eccoti qui, ancora incollato alla quarta forma del paradigma, come un vecchio attore di teatro che si ostina a recitare nonostante il sipario già calato. Sei un po’ carne e un po’ pesce, un verbo visionario che gioca a fare l’aggettivo, un camaleonte della grammatica, sempre in bilico tra il fare e l’essere stato.
Tu sei il verbo della scuola polverosa con quel retrogusto di gesso e fotocopie, che scricchiola sotto i passi stanchi degli studenti, che non a caso sono participi presenti. Sei stato interrogato, coniugato, maledetto in lingue morte e vive.
Che poi senza di te, caro Participio Passato, i tempi composti sarebbero rimasti orfani, inconcludenti come tanti participi presenti: incalzanti, sfuggenti, iperattivi e irriverenti.
Non sei solo, caro Participio Passato. Ti sono stati affiancati i compiti mai consegnati, le note vergate , i verbi irregolari, elisi, dimenticati e poi riscoperti nei dizionari . Sei passivo per natura, lo so, ma sei anche attivo con i verbi deponenti. E forse ti invidio un po’.
Perché almeno tu, sei stato.
Con nostalgia e un filo di compassione,
un tuo professore affezionato.
E se tu, caro lettore, se dopo aver letto questo post ti sei cancellato (da questa pagina)… comunque ti è toccato fare i conti con lui… il participio passato….
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