Clelia – fuga con stile (E col bagnasciuga)

(Con il patrocinio morale di Italia’s Got Talent, Baywatch e le Guide galattiche per Giovani Ostaggi)

Ci sono storie fatte di sospiri e attese.

Eroine eleganti, che scrivono versi con la penna d’oca, fissano il tramonto e aspettano il destino come fosse il rider della cena.

E poi c’è Clelia.

Clelia non ha mai aspettato nulla, tranne che il semaforo diventasse verde alla fermata del treno.

Romana di nascita, cresciuta a decoro, patriottismo… e dorso sincronizzato.

In casa sua, la dolcezza era opzionale. La disciplina, no.

Sua madre? Più che accarezzarla, la raddrizzava a forza di moniti, sguardi taglienti e occasionali ciabatte volanti.

Il tipo di donna che non ti leggeva le favole: te le assegnava. Con riassunto e analisi della morale obbligatoria.

E poi c’era il nuoto.

Il Tevere.

Lo stile libero come seconda lingua.

Una combinazione pericolosa tra Piccole donne e Federica Pellegrini.

Mi spiego?

Mi spiego…

Era un periodo in cui Roma sembrava un condominio litigioso sull’orlo dello sfratto:

senatori che comunicavano solo a frecciatine passive-aggressive,

e Porsenna che teneva la città sotto scacco come il finale di una serie HBO — teso, drammatico, con colonna sonora da infarto.

Dopo il flop scenografico di Muzio Scevola, i Romani accettarono una tregua.

Ma la pace ha sempre un prezzo.

E così, per dimostrare buona volontà, offrirono a Porsenna un pacchetto di ostaggi.

Dodici. Tutte ragazze.

Guarda caso. Che tenera coincidenza.

Una mossa diplomatica che suonava tipo:

“Le armi no, ma portatevi pure le figlie: parlano il giusto, pesano poco e mangiano niente.”

Ora, chiariamo: fare l’ostaggio, ai tempi, non era roba da romanzo rosa.

Niente protocollo. Niente comfort zone.

Solo tende polverose, sguardi torvi e la certezza che, se volevi la libertà, dovevi andartela a prendere.

Ma Clelia non era tipo da struggimenti notturni o lettere su tavolette di cera.

Era più da “ho un piano”.

Così, una notte, mentre il campo etrusco taceva e il Tevere brillava come una via di fuga liquida,

Clelia fece ciò che le riusciva meglio: nuotare.

Con lei, un manipolo di ragazze giovani, spaesate, ma pronte a seguire quell’uragano in toga che sembrava sapere esattamente dove andare.

Nessuna mappa. Nessun salvagente. Solo fede cieca e il sospetto che Clelia avesse vinto almeno una volta gli Interregionali Juniores di Ostia.

Attraversarono il fiume.

Tra alghe, correnti e il dubbio che un paio di pesci stessero spiando per conto del quartier generale etrusco.

E ce la fecero.

Tornarono a Roma bagnate, sfinite, ma intere.

L’attesa fu breve.

Il plauso? Inesistente.

I senatori — sempre ligi ai trattati — le accolsero come si accoglie un ospite che arriva in anticipo mentre la moglie sta ancora condendo l’insalata.

Brontolii, sguardi torvi, mani nei capelli (ben pettinati, ovvio).

Clima generale: meno “Bentornata, eroina!” e più “E mo’ chi lo dice a Porsenna?”

La dichiararono una figuraccia internazionale. Una rottura diplomatica.

Una cleliata. Da nota a piè di pagina.

Clelia, fradicia e furente, sgranò gli occhi:

— No raga, aspettate. Mi state dicendo che… devo tornare indietro?!

Silenzio.

— Fatemi capire bene: mi faccio il Tevere di notte, a nuoto, con dodici ostaggi appesi al costume, inseguita da zanzare e fauna fluviale,

e la vostra reazione è: Oops, diplomatically inconvenient, please resend?

Qualcuno tentò un “è per il bene della Repubblica”, ma era già troppo tardi.

Clelia esplose con la grazia esasperata di chi ha finito i filtri mentali:

— Bene della Repubblica un par di sandali! Mi avete spedita come premio di consolazione, ho rischiato l’annegamento multiplo, ho fatto da GPS umano a dodici anime perse…

e ora mi rispedite al mittente?! Ma che siamo, Amazon Prime?

Si voltò verso i senatori come una prof che ha appena beccato l’intera classe a copiare.

— Se non fossi cresciuta con una matrona romana e una vasca olimpionica, a quest’ora sarei affondata. Come i vostri standard morali.

Niente da fare.

Le toghe alzarono le spalle, citarono una clausola del trattato e, con l’entusiasmo di chi riceve la bolletta della luce, sentenziarono:

si torna da Porsenna.

Clelia, con lo sguardo di chi ormai galleggia su un mare di sarcasmo, si rimise in marcia verso l’accampamento etrusco.

Non da prigioniera.

Da vendetta con le sopracciglia alzate.

Porsenna, che ormai aveva superato lo stadio dello sdegno per approdare a quello dell’ammirazione, la fissò come si guarda una serie che pensavi noiosa e invece… spacca.

Non la punì. Non la rimproverò.

Anzi: le concesse di tornare a Roma. Con una clausola.

Poteva scegliere chi portare con sé.

Clelia non esitò.

Si prese le più giovani, le più fragili, le meno pronte.

Quelle che, un giorno, avrebbero raccontato la sua storia.

E mentre il sole tornava a danzare sul Tevere, se ne andò con passo fiero e un mezzo ghigno.

Il ghigno di chi sa che la leggenda, ormai, è fatta.

Il resto? Solo rumore di fondo.

C’è chi disse che era fuggita a cavallo.

Chi giurò che danzava sulle onde come una ninfa.

Qualcuno l’aveva vista ballare la corrente come Heather Parisi.

Non importa.

I Romani le dedicarono una statua.

A cavallo, per l’appunto.

I dettagli cambiano.

I secoli, i nomi, i vestiti.

Ma il coraggio no.

Clelia attraversa un fiume.

E con lei, tutte le donne

che non aspettano il via libera.

Trattano con re. Sfidano le leggi

E nuotano nel silenzio.

Facendo sembrare tutto

una passeggiata.

O una coreografia.

O entrambe…

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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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