Crisi d’identità americane

Mi sfrego le mani e mi avvio verso la lavagna per scrivere una frase in lingua, Kenzie alza una manina — sudata, appiccicosa, di quelle che si incollano ai banchi come post-it dimenticati.

«Hey Mr. D, ma lo sa che forse siamo parenti?»

La guardo. Viso rotondo, fossette timide, capelli biondi, occhi chiari, gambe tozze e passo da paperella decisa. Io e Kenzie, parenti? Sarà il caldo. Il cervello frigge, le sinapsi sfrigolano come bacon sulla piastra.

Io e Kenzie siamo come felini e canini, Joker e Batman, la Juventus e l’Inter, Diana e Apollo, il Parmigiano e l’impepata di cozze.

Ma lei continua a sorridermi come se mi conoscesse da prima dell’Impero Romano.

«Sa, l’altro giorno mio padre biologico mi ha regalato un kit del DNA…»

«Un cosa?» balbetto, colpito come da un’ascia bipenne.

«Dai, Mr. D. Quei test da Walmart: sputi in una provetta e scopri da dove vieni. Tipo… il suo DNA da dove arriva?»

Ne avevo sentito parlare. Avevo archiviato tutto sotto “teorie del complotto” e “tendenze discutibili”.

E invece no: orde di americani sputano in busta per ricevere, in cambio di novanta dollari, una lista colorata delle proprie etnie — come l’etichetta di un succo multifrutto.

I nomi di questi kit sembrano trailer Netflix: Ancestors, MyHeritage, Vitagene, Origin3n.

Kenzie si schiarisce la voce e recita il suo pedigree come fosse in finale a Miss Genoma 2025:

«Trenta per cento irlandese, venti gallese, cinque bulgara, due percento bla bla… un percento italiana… »

La classe si risveglia. Prima sembravano meduse spiaggiate, ora galleggiano sull’onda dell’euforia etnica.

Ryan si dichiara «mezzo scozzese, mezzo apache, e un pezzetto di normanno. » Tipo Rollo di Vikings.

Ester annuncia solenne: «Cartaginese pura, da parte di nonna.» In pratica estinta…

Noah si scopre «quindici percento spartano» — e lo dice come un Leonida qualunque pronto a lanciare il registro elettronico oltre le Termopili.

Kylie, occhi sognanti, mormora: «Io? Un ottavo elfo. E tre gocce di egiziano.»

Jamarion è convinto che nel suo DNA ci sia «un due percento di Jedi.» Il genoma colpisce ancora.

Li guardo. E pensare che volevo solo spiegare il perfetto passivo.

Emetto un verso gutturale — forse un retaggio ancestrale della savana subsahariana — e provo a rimettere ordine.

Tutti si zittiscono, delusi. Per loro, quella lezione di genetica improvvisata è stato l’highlight della giornata.

Riprendo a parlare — o forse è solo la mia voce che rimbomba in quell’aula bollente — ma la mente, scappa…

Torino, fine anni Novanta. Piazza Castello. Cammino con Tecla, una ragazza di Porta Palazzo. Ultima di cinque fratelli, ha ripetuto la terza media così tante volte che durante le lezioni invece di stare in classe andava a prendere il caffè con la signora Mariasole, la bidella del secondo piano.

Bellissima, Tecla. Capelli neri come caffè turco, pelle ambrata, occhi scolpiti nel tufo. Elegante e minuta: una statua greca in saldo.

Peccato che appena apre bocca è più lurida della cloaca maxima.

Fa freddo. Camminiamo con le mani in tasca, lasciandoci alle spalle Palazzo Nuovo. Tecla mi ha supplicato di accompagnarla a un colloquio da cameriera in un bar di via Cernaia.

È una giornata gelida, il cielo ocra si infila tra le pieghe dei portici.

Arriviamo. Il proprietario la guarda e si illumina: una ragazza così è un magnete, la moglie di re Mida, la pietra filosofale.

Tecla gli regala un sorriso che riconcilia con il mondo.

Lui, ormai innamorato, le chiede con tono stilnovista:

«Ma tu… da dove sei uscita fuori?»

Tecla sorride di nuovo, si sistema i capelli dietro le orecchie con grazia distratta: «Dalla ciornia di mia madre»

Dice, vomitandoci addosso tutto il suo DNA.

***

Questa storia era uscita sul blog sei anni fa, col titolo Crisi d’identità americane.

L’ho ripresa oggi, perché su questa pagina — più che altrove — vengo ad allenarmi.

Scrivo, riscrivo, smonto e rimonto come un meccanico della memoria.

È il mio modo per restare in forma: cambiare ritmo alle frasi, dare voce diversa a una scena.

A volte rimetto mano a storie vecchie, altre le invento da zero.

Questa invece è tornata da sola, con quegli occhi da dejà vu.

E io non ho avuto il cuore di dirle: «Qui non abiti più.»


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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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