Etimologia di una libertà

Ci sono persone che si assomigliano ma non c’entrano niente l’una con l’altra.

Stessa faccia, ma storie diverse.

Ecco. Succede anche con le parole.

E quando le mettiamo insieme, non è la lingua a farlo —è la testa. O peggio ancora il cuore.

Mi spiego?

Mi spiego…

Ci sono due parole latine che si guardano da vicino ma non si sfiorano mai.

Una è un aggettivo, l’altra un sostantivo.

Lìber, lìbera, lìberum: l’uomo non schiavo, non trattenuto né posseduto, libero di scegliere, parlare, andarsene senza chiedere il permesso.

Lìber, lìbri: il libro. Ma prima ancora di diventare libro descriveva la corteccia — quella parte tenera dell’albero, interna, scrivibile. Lì si incidevano parole, pensieri, nomi, leggi.

Radici diverse, dunque, ma anche strade parallele che non si toccano.

Eppure — nella vita — libro e libertà si abbracciano.

Perché i libri, spesso, difendono la libertà.

E la libertà, quando c’è, dà voce ai libri. Quando manca, li fa tacere.

E poi c’è quella parola: liberi. In latino voleva dire “figli”. Ma non in senso poetico. Era diritto romano, crudo, registrato. Liberi erano i nati da genitori liberi: riconosciuti, eredi, cittadini. Altro che carezze: era il diritto (romano).

Eppure oggi mi piace pensarla così: liberi come figli che si allontanano, che imparano a scegliere, che sbagliano senza guinzaglio.

Come il verbo libare del resto: versare un poco…

per lasciare andare il resto.

Un verbo che non pesa,

che vola — come un’offerta.

Come un addio.

Come fanno le parole.

Come fanno i figli.

Rara temporum felicitas, ubi sentire quae velis, et quae sentias dicere licet.

“Rara felicità dei tempi in cui è lecito pensare ciò che vuoi, e dire ciò che pensi”

(Tacito)


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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