Troia, 1184 a.C. – Ma potrebbe essere qualsiasi lunedì mattina.
Ettore è pronto. Casco sottobraccio, chiavi infilate nella cintura, già mentalmente sulla strada. Sta per uscire, ma ecco che Andromaca compare come un ninja e gli sbarra il passo.
Senza dire una parola, gli piazza in braccio Astianatte.
“Dove credi di andare?”
Ettore sospira. “Amore, te l’ho detto, devo andare a lavor— a combattere. È il mio dovere.”
Astianatte lo fissa con quegli occhioni da pubblicità di pannolini. Ettore sente un nodo allo stomaco.
Ettore cerca di passarle il bambino, ma Andromaca non lo prende. Astianatte guarda il padre. Guarda l’elmo. Poi scoppia a piangere.
Ettore, in panico, si toglie l’elmo cercando di calmarlo. Andromaca lo fissa: “Lo vedi? Senza quell’affare in testa, ti ha riconosciuto. Ma se muori oggi, crescerà senza nemmeno ricordarsi di te.”
Andromaca significa “colei che combatte come un uomo.” Una con le palle, diremmo oggi. Ma Ettore lo sa: non è questo il punto.
Ettore non può essere solo un padre, un marito, un uomo che tiene in braccio suo figlio. Perché, se accetta questo, smette di essere Ettore.
Eccolo il dramma dell’eroe: Superman non può diventare Clark Kent.
L’eroe è condannato a rimanere solo. Non perché voglia esserlo, ma perché qualcuno deve esserlo.
L’eroe è bellissimo perché non è mai un uomo felice.
È un uomo necessario.
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