Ah… corruzione, bustarelle… È una vita che ci sguazzo dentro: ho iniziato a quattordici anni e domani lo farò ancora.
Mi spiego…
Chiunque abbia tradotto una versione su Giugurta sa di cosa parlo. Dopo ore passate a decifrare frasi in cui virtus significa tutto e il contrario di tutto, gli intrighi dei governi moderni mi sembrano il solito meme di DiCaprio che ride con il calice in mano: sempre uguale, già visto mille volte, ma in fondo perfetto per descrivere certe situazioni.
Giugurta – re di Numidia, manipolatore professionista e leggenda vivente del motto “io non ho amici, ho solo interessi” – è la prova lampante che la corruzione non è stata inventata ieri.
Questo tizio, nel II secolo a.C., ha trasformato il Senato romano in un moderno consiglio d’amministrazione, distribuendo mazzette come se fossero gadget a un convegno. Altro che “lobbying”: lui giocava su più tavoli, finanziava campagne elettorali ante litteram e probabilmente avrebbe potuto brevettare l’idea del conflitto d’interessi.
Se vi scandalizzate per certi retroscena moderni – dai giri di favori nei consigli comunali alle cene di gala che decidono il destino di un contratto – aspettate di sentire come questo signore sapeva tirare i fili del potere. Non avrebbe sfigurato in uno show tipo House of Cards; anzi, probabilmente avrebbe dato consigli a Frank Underwood su come non farsi beccare.
Alla fine, Giugurta ci lascia una lezione universale: i potenti sanno sempre come arrangiarsi, ieri come oggi. Perché cambiano le valute – dai sesterzi al denaro sonante ai bitcoin – ma il business degli interessi personali resta sempre lo stesso.
Benvenuti in Numidia, la terra delle opportunità (per chi paga bene)
Numidia, o “Nord Africa” per gli amici moderni, è una terra di sabbia, cavalli turbo e generali romani con la stessa delicatezza di un elefante con la labirintite.
Qui, nel 160 a.C. circa, nasce Giugurta. Piccolo dettaglio: è figlio illegittimo. Ma chi se ne importa? Ha fascino da vendere, l’astuzia di un gatto che apre il frigo e una specializzazione in “corruzione applicata”.
La Roma dell’epoca? Un bazar dove si può comprare tutto: senatori, consoli e probabilmente anche una toga firmata con le iniziali “SPQR”.
Giugurta arriva a Roma come exchange student, si guarda intorno, sorride e pensa: “Questi sono i miei polli.” Roma dal canto suo lo accoglie a braccia aperte: lo addestra nell’arte della guerra e – senza volerlo – gli regala un master in “Come sfruttare i romani per il tuo tornaconto personale”.
La sua strategia è semplice: “Perché combattere quando puoi corrompere?” Giugurta non si limita a infilarsi tra le pieghe della politica romana, ci fa breakdance.
Quando (finalmente) lo zio, re di Numidia, muore, Giugurta si ritrova a condividere il regno con due cugini.
Il problema? Lui non è il tipo che divide. Inizia così una serie di mosse che farebbero impallidire le migliori serie di intrighi politici.
Un cugino finisce assassinato, l’altro chiede aiuto a Roma.
Roma protesta, alza un sopracciglio… e poi accetta una generosa mazzetta in sesterzi per chiudere un occhio.
Giugurta capisce il trucco: quando le cose si mettono male, basta pagare. E funziona! Finché non esagera…
Un giorno, stanco delle mezze misure, entra a Cirta (l’attuale Costantina, in Algeria), fa fuori il suo ultimo rivale e, già che c’è, massacra anche alcuni mercanti romani capitati lì per caso.
Errore.
Roma può tollerare molte cose, ma non che qualcuno metta in discussione il principio: “I romani si possono fregare, ma non accoppare.”
PARTE II: Quando i romani dicono “Basta” (ma con calma)
Inizia così la Guerra giugurtina, che si può riassumere in quattro atti:
1. Roma manda un esercito.
2. Giugurta lo corrompe.
3. Roma si offende e manda un altro esercito.
4. Giugurta lo prende in giro con guerriglie e imboscate.
A questo punto entra in scena Gaio Mario, un generale che mi ricorda tanto il mio prof di matematica del liceo: puntiglioso, severo, inarrestabile. Con il suo “amico” Lucio Cornelio Silla – sì, magari amici per finta, ma al tempo sì – vuole dare una lezione definitiva a Giugurta.
Dopo inseguimenti degni di un film d’azione e tradimenti su tradimenti, Giugurta viene venduto dal suo stesso suocero (la famiglia: una garanzia…), finendo a Roma in catene.
L’ultima scena è memorabile: Giugurta, l’uomo che aveva comprato senatori come figurine Panini, viene trascinato per le strade durante il trionfo di Mario. Da re di Numidia a trofeo umano, destinato alla prigione e alla morte per fame.
Morale?
E alla fine un qualunque telegiornale assomiglia a una replica di una televendita su una rete minore.
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