L’ho riletto stamattina e, come la polvere di caffè sul fondo di una tazza vuota, è rimasto lì, a pizzicare il cuore:
Quisquis amat. veniat. Veneri volo frangere costas
fustibus et lumbos debilitare deae.
Si potest illa mihi tenerum pertundere pectus
quit ego non possim caput illae frangere fuste?
Quisquis amat, veniat – Chiunque ami, si faccia avanti.
È una sfida, ma anche una verità universale: chi ha amato lo sa.
Veneri volo frangere costas – Voglio spezzare le costole a Venere.
Potremmo dirlo in modo più diretto: voglio spaccare la faccia a Venere. L’anonimo non si trattiene: è blasfemo, sconfortato, e attribuisce a Venere la colpa del suo dolore.
Fustibus et lumbos debilitare deae – E pure indebolire i suoi fianchi con dei bastoni.
Rabbia cruda, pura, senza filtri.
Si potest illa mihi tenerum pertundere pectus – Se lei può perforarmi il cuore tenero…
Ed ecco il punto: l’amore fa male, colpisce dritto al cuore, un cuore tenero, impreparato… forse imbecille, nel senso latino di fragile.
Quid ego non possim caput illae frangere fuste? – Perché, allora, io non posso spaccarle la testa con un bastone?
Una domanda retorica. Una disperazione senza via d’uscita, ma profondamente umana. E a me ricorda ‘Ho licenziato Dio’ l’incipit del cantico dei drogati di De andrè…
Chi ha scritto queste parole, duemila anni fa, conosceva lo stesso dolore che conosciamo noi oggi. Abbiamo cambiato il mezzo, ma non il messaggio.
Questa non è una sconfitta, ma una speranza: siamo di passaggio su questo pianeta, ed è confortante sapere che andremo via provando quello che altri hanno già provato, quello che chi arriverà dopo di noi è condannato a provare.
Abbiamo raggiunto la luna, scoperto nuovi continenti, riscaldato le nostre case, creato cibo e guerre. Solchiamo i cieli come moderni Fetonti o Icari, inventiamo macchine e perpetuiamo disuguaglianze. Eppure, un rimedio per un cuore infranto non l’abbiamo ancora trovato.
Mi tornano in mente i versi finali di Nevicata di Carducci. Anche i graffiti di Pompei, come i versi di Carducci, ci parlano dal passato. Spiriti reduci che guardano e chiamano, ricordandoci che il dolore e l’amore sono il filo che ci lega attraverso i secoli:
“Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.
In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –
giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.”
Un testimone dopo l’altro. Sempre lo stesso cuore. Sempre lo stesso amore. Sempre lo stesso dolore. Ma anche lo stesso legame, eterno, indissolubile…
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