L’arte di vivere in iperbole

Sei arrivata senza preavviso, senza misura, senza grazia.

Come sempre, del resto.

Hai spalancato la porta come un temporale e hai scaraventato l’universo in salotto.

Poi ti sei seduta accanto a me, a fissare il vuoto.

Che poi era un vuoto brulicante —

come un reel virale alle tre di notte: pieno di tutto, tranne che di senso.

Hai detto di aver attraversato il traffico dell’apocalisse —

anche se sei solo scappata dalla libreria in fondo al corridoio.

Ogni tuo gesto: un terremoto travestito da carezza.

Ogni tua frase: una tempesta con la voce di una sirena.

«È stato il giorno più devastante della mia esistenza», hai raccontato.

E poco importa se avevi solo perso il segnalibro.

Ti sei seduta sul divano come fosse un trono.

Hai tirato fuori parole come fossero foglie, rami, tronchi, alberi con tutta la radice: gigantesche, sproporzionate, inutili.

Eppure bellissime.

Non hai detto la verità.

L’hai messa in scena.

L’hai espansa, distesa come un tappeto rosso sopra i nostri giorni qualunque.

Con te una cena bruciata diventa un attentato emotivo.

Un messaggio non letto, un silenzio cosmico.

Ogni sospiro, “un dolce naufragio in questo mare”.

E la sai una cosa?

Ti ho invidiata.

Perché io, invece, sono limitato.

Misurato.

Negato.

Finito…

Hai sempre avuto il talento di rendere memorabile l’ovvio.

Di colorare il grigio con sfumature di rosa shocking.

Di farmi ridere — e poi piangere — solo per come dici

«sto morendo dal freddo».

E lo so che esageri.

So che lo fai apposta.

Ma so anche che sotto quella patina teatrale

sei fragile come le ossa cave degli uccelli:

fatta per volare, anche se basta una virgola per spezzarti.

Che a volte hai esagerato solo per essere ascoltata.

Perché ti hanno zittita troppo, un tempo.

E ora non non hai più argini…

«Ti amo da morire», ti ho detto una volta.

E forse, per un istante, ci ho anche creduto.

Ti ho baciata mille e mille volte, anche solo con gli occhi.

Perché tu sei così, Iperbole.

Non parli. Detoni.

Non entri. Invadi.

Sei una bugia con una briciola di verità.

Un dolore travestito da carnevale.

E quando te ne sei andata, non hai chiuso la porta.

Hai lasciato uno spiffero.

Un’eco.

Ma lo so:

se mi manchi,

basta un niente.

E sei di nuovo qui…

Pronta a spalancare la porta come un temporale

che scaraventa l’universo in salotto.

A ricordarmi

che a volte basta solo crederci.

E per magia quel silenzo sovrumano

diventa più ingombrante

di quell’ universo intero

con tanto di galassie.

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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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