Alla TV, il presidente arringa la folla da un parcheggio della Pennsylvania.
Ha già vinto le elezioni, ma continua a fare comizi.
Il sole filtra dalle serrande, ravvivando il pavimento di quercia scura con nastri di luce guizzante.
Mi alzo dal divano e vado in cucina. Le finestre, abbassate a metà, sembrano opporsi a questo sole acerbo di inizio giugno che brucia l’aria senza scaldarla davvero.
«People from prisons, from insane asylums… they are pouring into our country.»
Mi volto verso lo schermo.
Vorrei spegnerlo, ma il telecomando è rimasto sul divano. E oggi non ho voglia di fare niente, figuriamoci tornare indietro per spegnere la televisione.
Verso il caffè. Tiepido. Amaro in una tazza di Hello Kitty sbeccata.
Apro la porta sul retro e mi siedo sugli scalini. Il caldo mi si appiccica alla pelle come un rimorso.
Il quartiere sonnecchia. Le tende della casa di fronte danzano lente. Il vento si aggira stanco. L’estate si prepara a barattare illusioni in saldo.
In fondo alla via, il postino avanza cassetta dopo cassetta, con la grazia stanca di un automa.
Ultimamente fa quasi paura.
Recapita biglietti della lotteria al contrario.
La signora Cooper ha scoperto per posta che l’hanno licenziata.
Il signor Corcoran, che il suo 401(k) — il piano pensionistico dove metti da parte oggi sperando che domani basti — è evaporato in un paio di mesi.
I vicini, che la banca ha venduto il loro mutuo a una società anonima nel Delaware.
Ormai aprire la cassetta della posta è diventato un atto di coraggio.
Le parole del presidente rimbombano ancora dall’interno. Le ripete da mesi, sempre uguali.
Persone provenienti dalle prigioni, dagli “asili” mentali… si stanno riversando nel nostro Paese.
Che dire? Insegno latino.
La lingua morta, nel cuore dell’impero.
E in tutto questo discorso, inciampo solo su una parola: asilo.
asylon.
Alpha privativo + sýlon, “violenza”.
Senza violenza.
Un luogo dove non si può esercitare la forza.
Un tempio. Un rifugio. Un santuario. Questo vuol dire asilo.
E da lì prende due strade:
– una porta al diritto d’asilo: chi fugge da guerre, persecuzioni, fame;
– l’altra finisce nei manicomi: insane asylums,
con le sbarre alle finestre e i letti con le cinghie.
Due significati. Due mondi.
Uno aperto, l’altro chiuso.
Uno che chiede aiuto. L’altro che lo grida senza essere ascoltato.
Ed è qui che mi colpisce un’intuizione: sta a vedere che il presidente, con quella voce cavernosa e i tweet in maiuscolo, non sa la differenza tra asilo politico e asilo mentale.
Li ha confusi.
Continuerà a farlo.
Non è (solo) ignoranza.
È paura mal indirizzata.
È politica fatta con la clava.
Ma certo, il latino è una lingua morta. E il greco pure.
A che serve studiarli?
A questo.
A capire chi hai davanti.
A distinguere chi bussa alla porta da chi la sfonda.
A non farti fregare dalle parole.
Soprattutto da quelle che ti urlano addosso mentre ti vendono una bugia, o un sogno, che poi è la stessa cosa.
Una zanzara cade nella tazza.
Gira in tondo.
Combatte mentre annega piano piano, in un millimetro di caffè ormai freddo.
Nota bene:
Questo non è un post sul presidente.
È un post sulle parole.
Quelle che hanno attraversato secoli, bocche, rovine e preghiere
per arrivare fino a noi.
Ogni parola è una moneta:
non l’abbiamo coniata noi,
ma ne portiamo il peso in tasca.
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