Ma a me la politica annoia. E anche da un bel pezzo… almeno da quando ho cominciato a tradurre le versioni di latino al liceo.
Mi spiego meglio…
Prendiamo Mitridate… Quando ti trovi a tradurre le imprese di Mitridate, diventi immune a qualsiasi intrigo della politica moderna.
Nessuna Caccia a Ottobre Rosso, nessun complotto o Baia dei Porci potrà mai sorprenderti. Ah, e se non sapete chi è Mitridate, meglio che vi sediate: questa storia, come si dice qui negli Stati Uniti, is too good to be real.
Mitridate, detto il Grande (perché l’umiltà, si sa, era sopravvalutata anche allora), nasce nel 132 (circa) a.C. in un contesto familiare che nemmeno le peggiori telenovelas messicane avrebbero potuto immaginare.
Suo padre?
Avvelenato – perché il veleno era il caffè corretto dell’antichità. E lui, ancora ragazzino, è costretto a darsi alla fuga per evitare di finire allo stesso modo.
Si rifugia nei boschi, dove, a quanto pare, passa il tempo correndo tra le montagne e addestrandosi a diventare una sorta di supercattivo degno di un fumetto. Quando finalmente torna, non lo fa certo in punta di piedi: con un piano che sembra uscito da un film di Guy Ritchie, si riprende il trono e si autoproclama re del Ponto.
Fine del dramma? Ma quando mai! Questo era solo il trailer.
Tanto lo so che magari vi state chiedendo: Ma dov’è il Ponto? Tranquilli, non siete soli. Me lo chiedono sempre anche i miei studenti, di solito con la stessa espressione di chi scopre l’esistenza del genitivo di stima.
Il Ponto era una regione situata nell’attuale Turchia settentrionale, affacciata sul Mar Nero – che all’epoca si chiamava Eusino. Ora, potete rispondere gridando Eusino!… No, non è una parolaccia tipo “cretino”. È semplicemente il vecchio nome del Mar Nero, un nome che sa di classe, tipo un passaporto VIP per le rotte commerciali. Perché, colpo di scena, il Mar Eusino era una specie di Telepass dell’antichità. Chi voleva passarci per fare affari doveva chiedere il permesso o, più probabilmente, pagare profumatamente.
Dove trovarlo? Semplice: prendete una mappa, cercate la Grecia e continuate verso destra finché non incontrate il mare. Voilà, l’Eusino. E lì, incastonata tra montagne e scogliere, c’era una sorta di Svizzera dell’antichità – cioè il Ponto, ma con meno cioccolato, meno banche e molte più battaglie.
E a proposito di battaglie, Mitridate non era certo il tipo da starsene buono sul trono a giocare a Risiko, pescando carte strane tipo conquistare l’Asia Minore e Creta con due carri armati. No, lui decise che sfidare Roma fosse un’ottima idea. Non una volta, ma tre.
Tre guerre mitridatiche: una vera e propria saga epica in cui lui interpretava la parte di un Rambo dell’antichità, con tanto di colpi di scena e fughe rocambolesche. Ogni volta Roma mandava generali strapagati, eserciti infiniti e un sacco di spocchia. E ogni volta Mitridate li fregava: una volta con alleanze improbabili, un’altra scappando più veloce di una notifica indesiderata sul cellulare.
Certo, non è che tutto gli andasse sempre bene. A un certo punto, Mitridate si rifugia in Crimea, tradito dai suoi stessi figli – degni protagonisti di un reality show dell’epoca, tra intrighi e colpi di scena. Ed è qui che arriva il gran finale, da manuale.
Mitridate, sconfitto ma non domo, decide di suicidarsi con il veleno. Sì, proprio quel veleno che aveva abusato per tutta la vita. Ma, sorpresa (o forse no?): non funziona. Il suo corpo era talmente abituato al veleno che lo metabolizzava come fosse una tisana al tamarindo. Alla fine, deve farsi uccidere da un soldato, perché, diciamocelo, anche i supereroi della politica ogni tanto devono arrendersi.
Morale della storia? Se hai tradotto le versioni di latino, la pagina di politica del Corriere della Sera ti sembrerà noiosa quanto un influencer che ti spiega la dieta perfetta mentre mangia un toast con uovo fritto e avocado.
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