Paronomàsia. Il pretesto del testo

Che ci vuoi fare…

Era una di quelle sere in cui ti sembra che il mondo stia in equilibrio tra un bicchiere di vino versato bene e un messaggio lasciato in sospeso.

Divano, silenzio, la solita guerra persa contro Netflix.

Dopo quindici minuti di scroll senza senso e sei trailer visti a metà, ho chiuso tutto.

Il telefono buttato lì.

La voglia sotto zero.

Come un messaggio lasciato in bozza: troppo vero per essere letto, troppo fragile per essere cancellato.

E allora ho fatto l’unica cosa che non si dovrebbe mai fare quando si è stanchi: ho riaperto il manuale di letteratura.

E ci sono cascato di nuovo… ho finito per invitare le figure retoriche a cena.

L’Iperbole è arrivata per prima, dicendo che era rimasta bloccata nel traffico “più lungo della storia dell’universo.”

L’Anafora, come sempre, ha salutato ripetendo: “ciao, ciao, ciao.”

L’Ellissi non ha detto nulla. Ma si è fatta capire.

La Metafora si è presentata vestita da lampadina: diceva di voler illuminare la serata.

E proprio quando pensavo che il peggio fosse passato… è arrivata lei.

La Paronomàsia.

Con un sorriso storto, si è seduta accanto a me.

Non parlava: scivolava.

Ogni parola sembrava un gioco. E forse lo era davvero.

“Sai,” mi ha detto, “certe cene fanno bene al cuore… e certe corse, al cuoco.”

Ho scosso la testa. Come quando da bambino sentivo i vecchi al bar raccontare battute sulla guerra: non capivo, ma ridevano per non piangere.

Lei però ha continuato.

Diceva che non voleva un piatto caldo, ma calmo.

Che amava le frasi semplici, ma simili.

Che aveva fame, ma soprattutto… fama.

Poi ha alzato il calice e ha sussurrato:

“Brindiamo al peso e al paese,

al segno — anzi no, al sogno,

alla mente che mente,

e alla storia che diventa storica solo se fa rumore.”

Tutti la guardavano con un misto di fastidio e fascinazione.

“Vedete,” ha detto, “io non cambio il senso. Cambio solo una lettera. Ma basta quello per spostare tutto, perché la vita è un equilibrio di vocali e consonanti.”

E prima ancora di capire, ha brindato:

“Alla vita, alla vite… al vitto.”

E io non sapevo se ridere o alzarmi e andarmene.

Poi si è fatta seria.

O almeno, ci ha provato.

“La lingua non è solo logica. È eco. È suono. È inciampo.

A volte uno sbaglio è solo un abbaglio che aspetta di essere capito.”

E lì, lo ammetto, mi ha fregato.

Perché certe parole sono specchi imperfetti. Trappole gentili.

Ti ci vedi dentro e non sai più se stai leggendo o ricordando.

Perché a volte “scrivere bene” non basta.

Perché noi, nelle parole, non cerchiamo solo senso.

Ci cerchiamo.

Cerchiamo un varco. Un rifugio. Un alibi.

Una carezza mascherata da concetto.

Una verità che faccia meno male se detta in rima.

E così finiamo per innamorarci di frasi che non parlano davvero di noi.

Ma lo fanno così bene che non importa.

Sì.

È una psicopatologia della vita quotidiana.

Ma con la calligrafia elegante di chi sa mentire con grazia.

Prima di andarsene, la Paronomàsia ha sussurrato qualcosa di amaro, quasi tra sé:

“Viviamo nel secolo del testo che nasconde il pretesto.

Del ti amo che suona come ti amare — cioè: ti rovino con dolcezza.

Dove valore fa rima con rumore.

E cuore… con errore.

Dove la verità ha l’accento sbagliato.

E la finzione si finge funzione.”

Poi ha guardato tutti.

Ha preso il cappotto.

E ha chiuso così:

“Le parole si somigliano tutte.

È il significato che non si trova più.”

E tu, lettore…

Se sei arrivato fin qui, potrei dirti che non sei uno qualunque.

Ma forse, più semplicemente, sei solo un qualcheduno.

Come me…

come tutti.

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Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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