Pirates of the Mediterranean: starring Julius Caesar

Giulio Cesare me lo immagino sempre con la toga immacolata, lo sguardo di uno che sa il fatto suo e qualche ciuffo bianco che spunta da sotto la corona d’alloro. Il classico boss della storia…

Eppure, prima di sfidare il Senato e lanciare il celebre alea iacta est, anche lui è stato un ragazzino… insomma, correva per le strade di Roma, si beccava le sgridate di mamma Aurelia e magari copiava i compiti di greco all’ultimo minuto… o forse no?

Sì, perché leggendo certe versioni al liceo, qualche dubbio sulla giovinezza di Cesare mi era venuto: wait a minute… ma non è che gli storici dell’epoca ci sono andati giù pesante, un po’ come quelli che raccontano di avere un cugino che a 12 anni già batteva Kasparov e a 14 parlava sette lingue? Perché ogni impresa di Cesare sembra sempre un po’ sopra le righe.

Mi spiego?

Mi spiego…

Riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro nel tempo. 75 a.C. Il giovane Giulio Cesare ha circa 25 anni. Ancora niente Gallia, niente Rubicone, niente Tu quoque, Brute? finito nei meme di Instagram.

No, per ora è solo un aristocratico ambizioso in cerca di gloria, uno che sa di valere e vuole il suo posto tra i grandi. Così decide di partire per Rodi a studiare retorica da un certo Apollonio Molone, un tutor molto quotato da cui pare prendesse ripetizioni private pure Cicerone.

Fatto sta che… colpo di scena! Prima ancora di arrivare, la sua nave viene intercettata dai pirati cilici, una specie di Anonima Sequestri del Mediterraneo, ma con meno cervello e più salsedine nei capelli. Il loro business model è semplice: rapire gente a caso, sparare un riscatto a caso, aspettare i soldi bevendo vino comprato al discount di Creta. Se avessero avuto LinkedIn, il loro slogan sarebbe stato qualcosa tipo “Catturiamo, contrattiamo e, se Giove ci vuole bene, incassiamo.”

Ora, i pirati rapiscono Cesare e ovviamente vogliono un riscatto, ed è qui che la storia prende una piega surreale.

Chiedono venti talenti d’argento. Una cifra ragguardevole, certo, ma evidentemente non abbastanza per l’ego smisurato del giovane Giulio Cesare. Offeso dalla modestia della richiesta, si indigna un po’ come quei calciatori che al calciomercato si sentono sottovalutati: “Come sarebbe a dire venti? Io ne valgo almeno CINQUANTA!”

Diciamolo: in fatto di autostima, Cesare non era secondo a Cristiano Ronaldo che prende lezioni di umiltà da Kanye West davanti a uno specchio dorato. Se fosse vissuto oggi, avrebbe preteso una statua a Times Square, si sarebbe presentato al Super Bowl con un mantello di ermellino su un carro trainato da leoni e avrebbe imposto che la password Wi-Fi del Senato fosse GalliaOmniaDivisaEst—no, non solo l’incipit, tutto il primo libro. E naturalmente avrebbe avuto un account X (Twitter) con la spunta dorata, da cui avrebbe lanciato proclami in caps lock tipo:

VENI, VIDI, VICI.

#SottoQuestoSole#IoSonoioevoinonsieteuncaxxo.

Oppure avrebbe fatto live su Instagram direttamente dal campo di battaglia di Alesia, con il filtro “Imperator” e un sondaggio per i suoi elettori: “Vi sentite più optimates o populares? Votate nei commenti!”

E così, con la sicurezza di un divo che annuncia il sequel di un blockbuster prima ancora che il primo film esca al cinema, Cesare non solo accetta il rapimento, ma lo trasforma in un’opportunità di pubbliche relazioni.

Mentre i suoi amici, tra un mannaggia a Clitemnestra e l’altro, si danno da fare per raccogliere il riscatto con lo stesso spirito di chi mette insieme i soldi per pagare la pizza dopo una serata al ristorante, Cesare trascorre 38 giorni prigioniero su un’isola. Ma—che lo scrivo a fare?—non è un prigioniero qualunque: è un divo capriccioso con l’accappatoio leopardato e le ciabatte di Prada.

Comanda, si atteggia a padrone di casa, tratta i pirati con un misto di superiorità e ironia, li rimprovera quando fanno troppo chiasso mentre dorme e, tra una battuta e l’altra, annuncia che, una volta libero, tornerà a catturarli e a farli giustiziare.

I pirati ridono, pensando che sia solo un giovane romano con manie di grandezza. Cesare, però, vive la sua prigionia come uno di quei boss della mala che, una volta dietro le sbarre, trasformano il carcere nella loro villa privata. Come quei capi della camorra che, anche dalla prigione, continuano a dare ordini, ricevono visite come se fossero in un ufficio e si fanno servire il caffè con la schiuma perfetta. Se fosse stato a Poggioreale, avrebbe avuto la sua cella con mobili d’epoca, TV al plasma e il cameriere personale.

E poi, gioca continuamente con la minaccia. Più volte, con un sorriso sulle labbra, dice:”Appena esco di qui, vi trovo tutti e vi crocifiggo.”

I pirati, naturalmente, non ci hanno capito un caxxo di dove si sono andati a cacciare e scoppiano a ridere.

Il finale? Più scontato dell’influencer di turno che piange nelle stories dopo una figuraccia virale.

Per farla breve: alla fine, il riscatto arriva. I pirati lo lasciano andare, ignari di stare per aggiudicarsi il Darwin Award dell’anno.

Cesare, nemmeno il tempo di un brindisi di ringraziamento, si fionda a Mileto, recluta una flotta privata (perché Giulio non si fa certo problemi a mettere in piedi un esercito dal nulla) e torna a cercarli.

Spoiler: non per una rimpatriata amichevole.

Li trova.

Li cattura.

Riprende i 50 talenti, perché è anche iscritto al CNF (vedi nota nel primo commento).

E poi fa esattamente quello che aveva promesso: li crocifigge tutti.

Uno per uno.

E io, ragazzino sul mio banco di scuola, finisco di tradurre questa versione, alzo gli occhi dal foglio, rileggo la fine…

“Caesar incredibili celeritate ad mare remavit et omnes piratas ipse cruci suffixit.”

Scuoto la testa e mi chiedo quanto ci sia di vero, perché mi sembra meno credibile di quello che mi ha detto il mio vicino di casa Enzo…

Ah, Enzo… raccontava palle così grandi che perfino un account terrapiattista l’avrebbe segnalato per eccesso di fantasia, e più erano assurde, più le diceva con aria seria.

Come quando ha giurato di aver visto Michael Jackson al Conad.

“Ti giuro che era lì!” -mi aveva detto-. “Parlava con quella vocina in falsetto, vestito con una felpa scolorita e jeans sformati, mentre spingeva un carrello cigolante al supermercato, controllava il resto in tasca e metteva sul nastro una bottiglia di One O One, una lattina di Chinotto Neri e un pacchetto di cracker Saiwa.”

Ecco, qualcosa mi dice che Svetonio, Plutarco e il mio amico Enzo sarebbero andati d’accordo.

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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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