Caaaaaari Moooooodi Indefiniti,
siete l’immortalità, il respiro eterno della lingua, il soffio lieve che, scorrendo tra le parole, smeriglia gli angoli del tempo, rendendo le azioni simili a galassie infinite.
Siete il verbo che, rifiutando ogni confine, sfuggendo alle regole, continuando a esistere senza definirsi, lascia aperte tutte le possibilità…
Siete il battito sommerso della sintassi, il moto perpetuo del pensiero.
E allora ridere, ridere, ridere ancora, sfidando la paura e la morte, trasformando il passo del destino in danza, aprendo strade che sembravano chiuse, cantando l’eterna corsa verso Samarcanda.
Leopardi, per quel che mi riguarda, sta ancora sedendo e mirando, lasciando che il naufragare gli sia dolce in questo mare senza rive, senza argini, senza ritorni.
Montale va meriggiando pallido e assorto, scrutando il silenzio della calura tra i muri assolati, vedendo le ombre allungarsi verso la sera.
Siete l’Accusativo con l’Infinito delle nostre speranze: nos vivere in aeternum, la frase mai chiusa che continuiamo a ripetere nel cuore.
Siete l’Ablativo Assoluto del tempo che, scorrendo, ci illude: sole occidente, lasciandoci credere che ci sarà sempre un’altra alba.
Siete la Perifrastica Passiva, la consapevolezza fragile che tutto ci è concesso tranne il tempo: nobis una nocte dormienda est…
E allora amare, scrivere, sognare diventano atti di resistenza, gesti d’infinito.
In questo mondo programmato al millimetro, governato da algoritmi e calcoli infinitesimali, dove ogni nostro respiro sembra misurato, voi ci ricordate che anche la macchina più perfetta, il codice più ferreo, sospendendo il calcolo si ritrova a specchiarsi nell’indefinito.
E in quei silenzi inaspettati, nell’improvviso incepparsi della logica, anche l’algoritmo più avanzato può sentire echi di infinito.
Perché in fondo, cari ‘moti’ indefiniti, ci ricordate che l’essere umano, non accettando la propria finitezza, continua a inseguire il tempo, cercando di fermarlo, di piegarlo, di esprimerlo.
E all’infinito ci muoviamo, andando nel sole che abbaglia, scoprendo con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio,
in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
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