Con Giovenale non si ride: si digrignano i denti.
La sua satira non consola, smaschera. È il fischio fuori dal coro, la voce che non ha paura di dire che gli uomini, sotto una toga o in giacca e cravatta, non cambiano mai.
Siamo nella Roma di fine I secolo. Se Marziale è la penna che punge, Giovenale è la lama che affonda. Camminano nella stessa città, respirano la stessa aria, ma mentre uno annota con ironia le piccole miserie quotidiane, l’altro vede l’intero impero come un corpo corrotto da smascherare.
Leggerlo oggi è come guardarsi allo specchio senza filtri: scomodo, ma necessario. Con la rabbia di un comico che non fa ridere.
E allora scelgo cinque fendenti: cinque colpi che hanno attraversato i secoli — dai Fori al Medioevo, dal Rinascimento alle rivoluzioni — fino a noi, tra grattacieli e social. Per scoprire che, dopo 1925 anni, fanno ancora male.
1. “Difficile est saturam non scribere.”
(È difficile non scrivere satire.)
Quando tutto intorno è quel che è, la scrittura diventa un’urgenza. Apri un giornale o scorri un feed, e ti chiedi: come faccio a restare zitto?
2. “Panem et circenses.”
(Pane e giochi.)
La folla romana voleva pane e spettacoli. Noi scrolliamo Netflix e sgranocchiamo popcorn. La politica, ieri come oggi, si compra col comfort.
3. “Mens sana in corpore sano.”
(Mente sana in corpo sano.)
Non è uno slogan da palestra: è una preghiera laica. Perché un corpo scolpito senza pensiero è un tempio vuoto.
4. “Quis custodiet ipsos custodes?”
(Chi sorveglierà i sorveglianti?)
Chi vigila su chi detiene il potere?
La legge? Ma la scrive chi governa.
I media? Ma appartengono agli stessi padroni.
Un algoritmo? Ma risponde a chi lo programma.
Silenzio. Non un’aula, ma un vuoto. Un silenzio che pesa come cenere nell’aria. E intanto i custodi non hanno più bisogno di controllori: il sistema si chiude su se stesso, in un gioco di scatole cinesi, specchi che moltiplicano altri specchi, fino a cancellare l’ultimo volto. Così la sorveglianza diventa aria, e l’aria destino.
5. “Summum crede nefas vitam praeferre pudori.”
(Tieni per massimo delitto preferire la vita al pudore.)
Non è un tatuaggio sulla pelle, ma una lama fredda tra le costole: meglio il silenzio del corpo che il baratto dell’anima.
E quella lama ti guarda — occhi di vetro — e sussurra: «Dimmi, amice, cammini ancora coi tuoi passi o nel frattempo ti sei venduto anche la strada?»
Leggere Giovenale è guardarsi allo specchio sotto una luce chirurgica.
Non consola, non alleggerisce, non fa sconti.
Ma proprio per questo ci salva dall’abitudine: perché indignarsi, in fine, è l’ultima forma di speranza.
Photo in copertina by Claudio Schwarz on Unsplash
Chi legge questo blog ha già camminato accanto a Mannaggia a Clitennestra.
Il resto sono ombre, parole che evaporano.
Se ti va, lascia una briciola di luce — un like, un pensiero, forse entrambi.
Se non ti va, va bene lo stesso: che tanto anche il silenzio, a volte, sa essere di compagnia.
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