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La classe è in modalità Spotify. Non so come abbiano fatto, ma i miei studenti hanno messo la mia voce che spiegava un improponibile percorso sul capello nella letteratura latina in modalità mute e adesso fissano le mie labbra che si muovono al ritmo di Never really over di Katy Perry.
La situazione non mi turba più di tanto, non è insubordinazione, l’atteggiamento dei miei alunni rappresenta piuttosto lo status quo della Silvana High in questo venerdì mattina di fine settembre. Difatti non è la mia classe di Latino a essere in fibrillazione, è l’intero istituto che oggi si muove a ritmo dance. Domani sera le porte della scuola si apriranno per celebrare la prima festa mondana dell’anno scolastico: l’homecoming dance.
Homecoming è il ballo tradizionale di ottobre al quale possono partecipare tutti gli studenti della scuola, non come il Prom, il ballo di primavera riservato ai seniors, gli studenti dell’ultimo anno.
Il tema dell’homecoming di quest’anno è “Back to Hollywood”. La scuola è addobbata con festoni e lanterne che rievocano il bianco e nero di Ginger Rogers e Fred Astaire. Gli studenti bisbigliano quale vestito indosseranno domani sera, ma la discrezione è d’obbligo, tutti sognano di fare un’entrata trionfale e di venir ricordati per omnia saecula saeculorum.
Mi limito a portare a termine la lezione come se nulla fosse, sapendo che l’homecoming passerà come il dì di festa, mentre il mio compito in classe rimarrà nei registri elettronici del primo quarto, indelebile come una macchia d’olio sul loro vestito buono.
Al termine della prima ora Kenzie mi viene incontro sfoggiando un sorriso complice: «Mr. D, lei domani verrà a fare un giro per la scuola?».
La guardo con occhi sornioni: «Certo, non mi perderei questo appuntamento mondano per niente al mondo.»
«Mr. D, non se ne pentirà…» replica Kenzie uscendo dall’aula.
La verità è che il mio nome è stato scelto dall’amministrazione insieme a quello di altri cinque compagni di sventura. Li chiamano extra duties, compiti extra che ogni insegnante deve espletare da contratto. Quest’anno a me sono toccati l’homecoming e la cerimonia degli anelli.
Il monòtono beep monotòno restituisce Kenzie alla seconda ora e a me un briciolo di tranquillità. È la mia ora di programmazione, così decido di mettermi su un caffè prima di cominciare a correggere.
Qualcuno bussa alla porta.
Apro e mi trovo davanti Mr. Cummings, il coordinatore dell’homecoming; un sorriso collaborativo e lo sguardo di chi sta per dettare ordini spacciandoli per suggerimenti.
«Allora Mr. D domani sera… Ms. Wilson starà ai rinfreschi, Mr. Sullivan nella sala da ballo, Ms. Jones al guardaroba… che ne diresti se tu e Mr. Wu vi metteste all’entrata a perquisire i ragazzi?»
«In che senso?» chiedo.
«Nel senso che potreste controllare che non abbiano armi o alcolici.»
«Dove? All’entrata della scuola o a quella del Saloon?»
«All’entrata della scuola, Mr. D. A ogni modo officer Rizzo sarà nei paraggi…»
«Conto i minuti» rispondo.
Il sabato sera arriva. L’ultimo sole del giorno illumina l’edificio con sfumature ocra e cremisi mentre le macchine sfilano lungo il vialone principale manco fosse Rodeo Drive di Los Angeles. Io e Mr. Wu, seduti a un banchetto di fortuna davanti all’entrata della palestra, accogliamo i ragazzi invitandoli a riporre i propri effetti personali sul tavolo. È un compito ingrato. La maggior parte degli studenti ci guarda con malcelato disgusto mentre svuota le tasche sul tavolo di plastica.
Passiamo al setaccio un centinaio di studenti racimolando una manciata di bottigliette di rum mignon, qualche pacchetto di sigarette, due coltellini svizzeri e poco altro. Alle nostre spalle Mr. Cummings fa gli onori di casa abbracciando ogni studente e invitandolo a fare la foto commemorativa da riporre nello Year Book.
Quando il sole è ormai calato e un buio catramoso ha avvolto la scuola, i fari di quello che a prima vista mi sembra un tir illuminano a giorno la spianata. Io e Ming ci scambiamo uno sguardo perplesso mentre le luci si avvicinano minacciose rischiarando la facciata della scuola. Il mezzo, forse un trattore o una trebbiatrice, avanza piano producendo un rimbombo meccanico. Quando è ormai a pochi metri da noi, riconosco la mascherina di un Hummer, le jeep del deserto, macchine da due al litro. Il profilo del mezzo rimane mostruosamente lungo, e mi ci vuole un po’ per rendermi conto che si tratta di una limousine Hummer. Le porte si aprono illuminando me e Mr. Wu di un blu violetto, manco fosse l’Enterprise di Star Trek.
Tra un mix di luci e fumo Kenzie scende dal mezzo abbracciata ad Alex, un fusto di due metri, difensore della squadra di football della scuola. Indossano un completo gessato nero lui e gessato bianco lei. Kenzie ha un pesante trucco nero che mette in risalto le labbra rosse porpora di Tiro. Metà scuola si riversa sul piazzale con i telefonini in mano per immortalare il momento social mentre io e Mr. Wu veniamo accarezzati dall’idea di scolarci qualcuna delle bottigliette di rum mignon per annebbiare i ricordi nell’alcol.
Alle dieci meno un quarto, seduto in sala professori, aspetto con calma le undici di sera, l’ora concordata da Mr. Cummings per iniziare le operazioni di smaltimento alunni.
Dalla palestra proviene in sordina il rumore delle canzoni e il vociare degli studenti. Una bottiglia gelata di Diet Coke sul tavolo e quattro salatini rallegrano l’ambiente. Le colleghe parlano a voce bassa, chiacchiere americane che ascolto con avidità. Discorsi da finis terrae, pur sempre il nuovo mondo.
«L’altra sera mio marito era fuori città per lavoro… sento un rumore in garage… prendo la pistola dal cassetto… Stavo per sparare a Felix, lo scemo… per fortuna aveva addosso il cappottino con i bottoni a forma di osso che gli abbiamo comprato da Target. Un minuto di troppo e gli avrei sparato in testa, col cappottino nuovo.».
Risate delle colleghe, mentre mi chiedo quanti Felix in questo Paese sono finiti impallinati dal fuoco amico per aver rovistato in cerca di cibo nei garage di un’anonima casa di un anonimo sobborgo americano. Per quanto riguarda i cristiani impallinati, per quelli abbiamo un numero preciso. I morti ammazzati per errore dai familiari vanno sotto l’elenco di “incidenti domestici”.
«Devo fare l’ernia, ma l’assicurazione me la copre solo al settantacinque. Tremila dollari di franchigia. Stavo pensando di aspettare fino a Natale… sai, mia figlia deve mettere l’apparecchio e il costo… è fuori controllo.»
Chissà se l’ernia è della stessa idea…
«Voi siete già state al nuovo supermercato del centro? Fanno una chicken Alfredo… non è la solita. Quella loro ha le fettuccine fatte a mano… E poi usano un parmigiano… non so, ha una nota di nocciola, giuro! Mio marito ne mangia mezzo chilo a notte. Ti dico, si scioglie in bocca.»
Trovo difficile che chicken Alfredo e il verbo sciogliersi in bocca possano coesistere nella stessa frase; stiamo pur sempre parlando di una salsa a base di pollo, aglio e panna da cucina come condimento per un piatto di fettuccine.
A poco a poco i discorsi da finis terrae vanno scemando e la sala professori entra in recovery mode. La musica attutita non cessa di rimbalzare dalla palestra insieme al vociare confuso dei nostri alunni. Dalla finestra si intravede un quarto di luna bianca.
Noi, sedendo e frugando sui telefonini, sfogliamo le nostre vite di rimbalzo cercando tra le foto e le app feticci di attimi vissuti come se fossero un sogno. C’è stato un tempo in cui vivevo tutto. Ora, a volte, mi scopro spettatore delle mie stesse ore.
Nel frattempo, dalla palestra la musica soffocata di Post Malone galleggia nell’aria:
Hollywood’s bleeding, vampires feedin’
Darkness turns to dust
Everyone’s gone, but no one’s leavin’
Nobody left but us.Post Malone, Hollywood’s bleeding
Questa storia ha sette anni.
Era nata sul blog, poi nel libro Hey, sembra l’America — in un’altra vita, in un altro mondo.
Da allora il mondo è cambiato: pandemie, guerre vecchie e nuove, lo stesso pianeta stanco che si guarda allo specchio.
Il barocco lo aveva intuito: la vita è un sogno che non sempre sappiamo di sognare, un teatro dove le ombre recitano più a lungo degli attori.
Oggi viviamo in un barocco digitale, saturo di immagini e riflessi: ogni gesto è miraggio, ci sfiora ma non ci attraversa.
E mentre cerchiamo un volto, una voce, qualcosa che somigli ancora alla realtà,
la realtà, ormai, si accontenta di guardarci da lontano.
Se vuoi sostenere la pagina, puoi condividere la storia, lasciare un like, un cenno, una voce.
Oppure — se non l’hai ancora fatto — fare un salto su Amazon e adottare una copia di Mannaggia a Clitennestra
E se già lo hai fatto, puoi sempre lasciare una stella, o due, o anche solo un sospiro di complicità.
Ma se non hai voglia di fare un bel niente, va bene lo stesso… qui non si fanno collette di cuoricini, solo di storie.

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