«Hai trovato tutto quello che cercavi?» chiede la cassiera, con la voce piatta di chi da ore passa feticci di vite sul lettore.
«A dire il vero… cercavo qualcosa di meno… triviale.»
La cassiera non risponde subito.
Sorride soltanto —
un sorriso che ha già visto troppe vite scorrere sul nastro di gomma
per aggiungere rumore al rumore.
E allora ogni beep diventa un verso di poesia industriale:
beep frasi scontate
beep cuori in promozione: “prendi uno, soffri due”
beep progetti a lunga conservazione
beep emozioni a punti
beep desideri fuori stagione
beep dignità biodegradabile
beep silenzi sottovuoto
Il rumore dei beep si confonde con la pioggia
che batte sui vetri automatici e se ne fotte —
di noi, delle stagioni, delle guerre di principio, dei cuori in disarmo.
Dentro, invece, il beep è un metronomo stanco
che misura le vite mentre scorrono sul nastro trasportatore.
«Triviale a me piace,» dice la cassiera.
«È una parola che sa di qualcosa.»
Poi la voce cambia tono:
«Di frasi ripetute all’infinito…
Chiama quando arrivi.
Non fare tardi.
Hai mangiato qualcosa?
Dormi un po’, se riesci.
Ti scrivo domani, promesso.
Non dire sciocchezze.
Hai studiato?»
Sul banco resta solo un mazzo di fiori stropicciati.
La cassiera li passa sul lettore: beep.
Lo scontrino si piega tra le dita, fragile come un indizio.
Esco.
La pioggia mi segue fino al parcheggio.
Le parole della cassiera ancora nella testa:
triviale non è ciò che è comune,
ma ciò che non guardiamo più con meraviglia.
Triviale, dal latino trivialis, cioè “del trivio”:
l’incrocio di tre vie dove un tempo la gente si fermava a parlare.
Le parole che nascevano lì erano di tutti —
comuni perché condivise, non perché vuote.
Photo by Sanju Pandita on Unsplash
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