Le rivoluzioni, si sa, partono spontaneamente dal basso dopo essere state pilotate dall’alto. Anche la nostra piccola rivoluzione d’ottobre si muove lungo la Silvana High cavalcata da studenti che esigono una scuola meno scolastica, possibilmente senza libri, senza sedie né banchi. Il mostro rintanato negli uffici dell’amministrazione ci osserva silenzioso, annotando, ascoltando. Così noi docenti ci muoviamo circospetti come scarpe appese ai cavi del telefono a Southside Park, dove da gennaio a oggi si contano centotré morti ammazzati.

Alle ore otto di un lunedì che cede il passo all’incombente autunno, con temperature intorno ai quindici gradi e un cielo lucido, tirato come Domopak su un avanzo dimenticato in frigo — come se anche il meteo, oggi, avesse deciso di vivere in modalità conservazione-minima-indispensabile — mi appresto a intentare una lezione di Latino moderno. Il programma originale a quest’ora consiglierebbe la lettura con analisi metrica di un centinaio di versi del primo libro dell’Eneide, ma l’Esperia è ormai un miraggio lontano e sic stantibus rebus mi adatto a fare una lezione sull’uso degli aggettivi latini per descrivere i propri familiari.
Ego ipse me medesimo, seduto nel centro della mia nuova aula senza sedie né banchi, circondato da discepoli latini stravaccati su coperte e pouf amaranto, chiudo gli occhi, come a improvvisare una protasi moderna… cantami o diva dei pellerossa americani le gesta erotiche di squaw “pelle di luna”
«Ora ci eserciteremo nella composizione scritta in latino. Vi detterò una brevissima traccia, il vostro compito è di scrivere qualche riga e di condividerla con i vostri compagni.»
I miei alunni rovistano senza troppo entusiasmo negli zaini e si procurano un foglio di carta e una matita.
Aspetto ancora qualche secondo, poi dico: «Descrivi tuo padre…».
Kenzie rompe l’incantesimo alzando una mano né timida né spavalda, semplicemente confusa: «Quale, scusi?»
«Kenzie… tu-o pa-dre» scandisco a rallentatore.
«Sì, ma quello biologico, il primo o il secondo? Senza contare che Alex vive con due madri» risponde lei pragmatica, girandosi verso Alex, un armadio a muro di due metri per cento chili che sorride riconoscente.
«Okay ragazzi. Mettete via i fogli. Cancelliamo. Resettiamo. Cambiamo.»
Tanto lo sappiamo tutti che non voglio che mi parlino della loro vita. Non sono uno psicologo, per tutti i Curiazi… e i loro parenti più stretti…. A me interessa solo vedere se sanno usare gli aggettivi in latino.
«Va bene ragazzi, cambiamo tema. Ripassiamo l’aggettivo latino descrivendo gli spazi. Copiate il link del padlet che vedete alla lavagna elettronica. Titolo: a che ora e dove ceni?»
Le risposte che si materializzano sullo schermo sono variopinte come i miei studenti:
– Ceno subito dopo scuola in macchina di mia madre;
– Alle cinque da solo in camera da letto;
– Quando capita;
– Se mi ricordo;
– Non ceno.
Fermo l’attività e li fisso, o forse li imploro: «Quindi nessuno mangia a tavola?»
La maggior parte mi guarda confusa, come se avessi chiesto chissà cosa.
Di colpo mi sento scemo come un Aiace qualsiasi che crede di massacrare eroi e invece fa a pezzi un gregge di capre.
Fisso scoraggiato questo manipolo di visi insonni, liquidi, come tanti pesci colorati sospesi in un acquario. Non più studenti, ma creature notturne che sopravvivono a colpi di sonno rubato e Wi-Fi instabile. C’è nei loro sguardi una luce fioca, quella degli animali che non distinguono più tra giorno e notte, tra il ronzio del frigorifero e il respiro della casa.
La campanella della prima ora mi salva. La classe si alza confusa e si allontana verso la porta zigzagando tra pouf e tappeti. Nell’ansia della rivoluzione di ottobre mi sono dimenticato di fare l’appello. Mi affretto a connettermi al portale della scuola. Scarsa memoria visiva: impresa complessa stabilire chi fosse presente o assente in questa giungla soffice e pelosa.
Quando rialzo la testa mi trovo davanti Priscilla Bateman che mi fissa con paziente sguardo inespressivo. I capelli rossi sciolti le ricadono lungo le guance coperte da efelidi, la sua pelle diafana ha una trasparenza sottile e iridescente che mi ricorda le spoglie di un serpente al sole: fragile, luminosa, in attesa di un’altra metamorfosi.
La guardo come a dire: E adesso che c’è ancora?
Lei continua a fissarmi dai suoi occhi grigi come biglie di vetro, senza parlare. Ai miei studenti piace essere stanati e capiti, non ascoltati. Metto a fuoco e mi accorgo che stringe nella mano destra un foglietto spiegazzato.
«Hai qualcosa per me?»
Lei non parla, si aggiusta i capelli dietro le orecchie, sorride, mi porge il foglio, si gira e se ne va.
La guardo uscire dall’aula e mischiarsi alla ressa di alunni che intasano il corridoio, poi finisco di prendere le presenze.
La campanella sancisce l’inizio della seconda ora, quella in cui programmo.
Mi metto su un caffè, poi allungo la mano sul foglio spiegazzato e lo apro. Il foglio produce un leggero fruscio, come di brace che arde. È scritto in un corsivo meticoloso, poche righe organizzate come se fossero una poesia:

C’è una sottile linea semantica
tra il bizzarro e
la bellezza. Quella
linea è cosparsa
di meduse.
Questa storia è nata sul blog parecchi anni fa — prima del Covid, prima delle classi ibride, prima delle piccole rivoluzioni quotidiane che hanno trasformato questa pagina e, forse, anche me.
Rileggerla oggi è come sfogliare fotografie lasciate al sole: i volti sbiadiscono, ma la luce — quella resta, ostinata, gentile.
Priscilla Bateman, non è mai esistita davvero e insieme è esistita mille volte.
È la somma di tante ragazze che ho incontrato nei miei anni di insegnamento al di qua e al di là dell’oceano: timide e incandescenti, distratte e lucidissime, sempre un po’ altrove eppure profondamente presenti.
Se esistesse davvero, oggi avrebbe ventisei anni, e probabilmente vivrebbe a New York — capelli raccolti in fretta, un libro sottolineato nello zaino, quel modo di camminare come se stesse cercando qualcosa che non sa ancora nominare. Forse sarebbe un editor, forse una sognatrice, forse entrambe le cose.
Resta il fatto che chi scrive torna spesso sui propri testi come si fa con i vecchi ricordi: per ritrovare una voce, un tremore, una verità che allora non sapevamo di aver sfiorato.
E così, rientrando qui, aggiungo qualche dettaglio: la frase che Priscilla lascia sul foglio viene da Welcome to Night Vale.

Night Vale è un podcast americano nato nel 2012, raccontato come fosse una trasmissione radio da una cittadina nel deserto dove tutto ciò che è impossibile altrove è routine: gli angeli esistono ma non si possono chiamare così, la scienza è guardata con sospetto, la burocrazia è un mostro cortese, e l’assurdo si mescola alla bellezza con naturalezza soporifera.
La voce calma e ipnotica di Cecil Baldwin legge notizie che sembrano sogni febbrili, preghiere radiofoniche, parabole surreali.
È un luogo immaginario dove il paranormale è normalità e l’ironia è compassione.
Un posto per chi vive a un passo dal reale, e nell’altro piede porta l’invisibile.
Penso ancora oggi che fosse la frase perfetta per Priscilla.
Perché certe anime non inventano universi — li ascoltano.
E poi, semplicemente, li trascrivono su un foglio stropicciato e te lo lasciano tra le mani, come un indizio, o un augurio.
A chi passa di qui e trova un minuto per leggere, grazie: è già tanto.
E per chi ha voglia di sostenere questa pagina (e le sue notti un po’ stropicciate), il modo più semplice è prendere una copia di Mannaggia a Clitennestra.
Se l’avete già fatto — grazie davvero.
Una piccola stellina su Amazon, lasciata in silenzio e senza fretta, vale come un “continua pure, che ci siamo”.
E se oggi non vi va di fare niente, va bene lo stesso. Restare è già un gesto gentile.
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