Seneca, circondato da schiavi e soffocato dal peso dei sesterzi, perché scrivevi taedet me huius vitae — questa vita mi annoia?
Ti eri davvero stancato di vivere?
E tu, Lucrezio, li vedi ancora gli uomini che si spostano da una città all’altra, cambiando amori, case, auto e fogli di giornale — per poi accorgersi che il vero peso se lo portano dietro come l’odore acre di una scoreggia?
Si fugis, te ipsum fugis: se stai scappando, scappi da te stesso…
Ovidio, tu eri più disinnamorato, eppure… fastidit quotidiana voluptas: ti infastidiva la mondanità.
Perché perfino un tramonto — con i suoi cirri di porpora e d’oro — se dura per sempre diventa prevedibile come lo screensaver del monitor dell’ufficio.
E tu, Orazio… ma che te lo dico a fare: la noia l’hai misurata.
Cinque… dieci… venti… trenta… trentasei… quarantatré…
Perché la “misura” è solo un numero… e i numeri contano i passi sulla terra, ma non la fatica.
Petronio, tu ci hai riso sopra, ma intanto il taedium vitae te lo sei mangiato a cucchiaiate nel banchetto di Trimalchione, tra vitelli d’oro e satiri evirati che ballavano il tuo personale Bunga Bunga.
E Giovenale… tu non parlare nemmeno, che sei il più amaro di tutti:
propter vitam vivendi perdere causas — viviamo così a lungo che ci dimentichiamo perfino il perché.
Oggi il taedium vitae ha cambiato forma.
Vive nelle email,
nei semafori sempre rossi,
nei post tutti uguali, nei loro messaggi e nei commenti che commentano i commenti.
Nel Medioevo lo chiamavano odio della vita, letteralmente in-odium: un odio che nasce da dentro.
Che poi ‘odiare’, in latino, è un verbo difettivo: esiste solo al passato, come a ricordarci che l’odio è un sentimento già compiuto, che non passa mai.
Non passa più…
E nel nostro italiano moderno, inodiare ha generato “noia”, come a dire che l’odio si è stancato di bruciare e si è seduto.
Ma dentro quella parola — noia — c’è ancora una radice antica… l’eco sorda di un odio esausto: in-odio-noia.
E così:
Il taedium vitae era la malinconia dei filosofi.
L’inodium era la rabbia dei vivi.
La noia è il rancore dei morti.
E voi, Lucrezio, Seneca, Giovenale… ora ci guardate dal bagliore inquieto degli schermi, sospesi tra una notifica e un aggiornamento, e sorridete: il vostro taedium vitae non è mai morto —
ha soltanto imparato a scorrere tra le nostre dita.
Se sei arrivato fin qui e qualcosa ti ha confortato la noia — una scintilla, un sorriso, un fuoco fatuo — allora, se ti va, lascia un like, un commento, un graffio.
Se non ti va, figurati… alla fine, lo so già anch’io che… in fondo tutto il resto è noia.
Vilhelm Hammershøi Interior with Woman at Piano, Strandgade 30 (1901)
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che noia non poterti leggerti, Prof
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