“Un buon voto sa di pennarelli che graffiano la lavagna, di gomma delle scarpe nuove che striscia sul pavimento lucidato a cera.
Sa del deodorante che Seth spruzza a casaccio prima della campanella—quello che ti secca la gola e resta sospeso nell’aria come una nuvola ad alta quota.
Sa delle buste di patatine appena aperte, gonfie di olio, sale e grassi saturi che in quel momento non fanno male a nessuno.
E sa degli energy drink che odorano di taurina e adolescenza, e dei miei studenti che li bevono e diventano minotauri gentili, smarriti nei loro labirinti di sonno e sogni.
Ha il colore del libro di latino: quella specie di senape-marroncina con la foto improbabile e il titolo impronunciabile, Wheelock’s Latin.
Ha il suono di un cellulare che pigola lontano, sempre più piano, come una profezia che non sa bene a chi parlare;
ha il trillo di mille campanelle che aprono e chiudono speranze, che spalancano e richiudono il mondo in un battito.
Fuori, l’autunno scivola via come una promessa non mantenuta: si stacca dagli alberi in silenzio e si porta via gli ultimi ricordi dell’estate.
E mentre qui dentro si parla di voti, percentuali, rubriche, scale e valori…
quello che davvero resterà—quando tutto questo smetterà di contare—sarà soltanto il ricordo di una giovinezza che aveva paura.
Giovane e impaurita.
A sua insaputa.
Autunno 2024 – un giorno qualsiasi.
Rivisto e riscritto, perché gli scritti—come i pensieri—sono foglie leggere: cadono, tornano, cambiano forma.
E noi con loro. Sempre. Comunque.”
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