MEMENTO POP Seneca inbox

Ho scritto una mail a Seneca.
Perché mi annoio.
E perché, mentre cazzeggio, mi accorgo che non è il tempo a passare, ma io.

Fa più o meno così…

Michael, magister qui docet apud Americanos
Lucio Annaeo Senecae salutem dicit

Se ti affacciassi oggi sul nostro mondo, sono convinto che diresti che nulla è cambiato.

È vero: non abbiamo più l’Urbe come centro del cosmo, ma schermi luminosi che ci tengono occupate le mani e vuota la testa. Viviamo connessi, certo, ma raramente presenti. Sempre di fretta — e se ce lo chiedi, non sappiamo nemmeno dove stiamo andando.
La sensazione è quella di essere sempre in movimento e quasi mai in viaggio.

Le giornate non le scegliamo: ci accadono.
Il tempo si consuma in scambi mancati, in attese nervose, in urgenze che sembrano impellenti e poi si scolorano nelle notifiche delle nostre app. E a fine giornata resta una stanchezza che non sfianca. Come se avessimo attraversato molto tempo, ma poca vita.

Nel nostro tempo lo spreco del tempo non è grossolano: è raffinato.
Ha l’aspetto ordinato delle agende, la cortesia delle notifiche, la promessa costante di qualcosa che non può attendere. Tutto chiede attenzione, nulla chiede presenza. La chiamiamo vita attiva; è solo un’esistenza affollata.

Tu parlavi di misura, di controllo, di libertà interiore.
Noi parliamo di benessere — inteso non come consapevolezza dell’anima, ma come assenza di fastidio.
Tu insegnavi che il dolore non va aggirato, ma attraversato.
Noi cerchiamo scorciatoie, istruzioni rapide, anestesie gentili.

E allora perché continui a parlarci?
Perché non ci lasci in pace?

In fondo non sei stato tu a dire che il saggio non è colui che non sente, ma colui che sente senza andare in frantumi;
che la fortuna non salva e la sventura non condanna?

In classe, quando provo a raccontarti ai miei studenti, non ti presento come un filosofo austero.
Ti presento come un amico famoso che ha vissuto dentro il potere, la paura, il compromesso.
Uno che ha conosciuto il rischio, l’ambiguità, il limite.
Uno che ha sbagliato. E proprio per questo va ascoltato.

Perché la filosofia non è per chi è puro, ma per chi è in cammino.

Qualcuno storce il naso davanti alle tue ricchezze.
E allora provo a ricordare — a loro e a me stesso — che il tuo problema non era possedere, ma dipendere.

Dicevi che il saggio non deve per forza essere povero,
ma deve saperlo essere.
La sfida non era non avere nulla, ma non farsi possedere da nulla.

Oggi non sono l’oro o le ville a tenerci stretti,
ma oggetti più piccoli e più astuti.
Non è lo smartphone in sé il problema,
ma l’incapacità di lasciarlo sul tavolo.

Non è il successo,
ma la paura di perderlo.
Non è il comfort,
ma l’ansia che ci prende quando viene a mancare.

Tu non prometti felicità.
Prometti lucidità.

E io, magister in questo angolo rumoroso del mondo,
ogni tanto provo a dire ai miei ragazzi che vivere bene non significa vivere leggeri,
ma accorgersi che il tempo smette di essere tale
quando non lo misuriamo più con l’orologio dello smartphone,
ma con ciò che non arrossisce al ricordo.

SVBEEV


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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