Il futuro davanti.

Nelle Bucoliche, Virgilio parla di un bambino che nasce.

Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
desinet ac toto surget gens aurea mundo,
casta fave Lucina: tuus iam regnat Apollo.

(Tu soltanto al bambino che nasce,
per il quale per la prima volta finirà l’età del ferro
e in tutto il mondo sorgerà una stirpe d’oro.
Sii favorevole, casta Lucina: già regna il tuo Apollo.)

Non dice chi sia.
Non dice quando.
Dice solo che con lui finisce l’età del ferro
e ricomincia qualcosa di migliore.

Roma è stanca.
Di guerre.
Di uomini che hanno rovinato tutto.
(Eh… si mettessero in fila questi romani.)

Allora il poeta compie una scelta controintuitiva:
non invoca un generale,
né un imperatore.
Solo un neonato.

Qui Virgilio compie il miracolo dello sguardo
e ribalta il tempo.
Di solito camminiamo rivolti all’indietro,
con gli occhi fissi su un passato che rimpiangiamo,
convinti che l’Età dell’Oro
sia un giardino perduto.

Virgilio ci mostra un’altra strada:
l’Età dell’Oro è davanti a noi.
Non è un ricordo, è una promessa.
Non è nelle mani di chi ha già vinto,
ma nel vagito di chi deve ancora imparare a parlare.

La luce non è un tramonto che sbiadisce,
ma un’aurora che ci cammina incontro.

Affidare il mondo a un bambino
significa credere che la fragilità
sia più potente della forza
e che il futuro abbia il potere di curare il passato.

Significa smettere di essere orfani di ieri
per diventare padri del domani.

Eh…
le parole, quando sono buone,
scappano di mano
e diventano profezia.

L’oro non è ciò che abbiamo perso.
L’oro è ciò che, insieme,
possiamo ancora diventare.

Buon Natale, qualunque esso sia.


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Published by Lapis et Lux

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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