Gli eroi che sfidano gli dèi li ho sempre trovati irresistibili.
Perché durano poco.
Ma in quel poco
sono tutto.
Denunciano il capo e se ne fottono se il contratto non verrà rinnovato.
Postano qualcosa che la rete non riesce a digerire e poi, con i pop corn in mano,
guardano le visualizzazioni crollare
come le stelle cadenti di San Lorenzo.
Rifiutano di “ritoccare” un po’
i dati,
i conti,
i bilanci.
Perché dove non ci sono limiti
ci pensano loro a fissarli.
Durano poco.
Sia chiaro.
Bruciano in fretta.
Quasi sempre.
Muoiono male.
Spesso e volentieri.
Ma vuoi mettere?
In quel breve, brevissimo istante —
prima della punizione, del linciaggio, dell’oblio —
sono liberi davvero.
Aracne è una di queste.
La spiegazione mainstream parla di una ragazza arrogante.
Di una storia che insegna l’umiltà.
E ce la restituisce piatta.
Come una sogliola.
In breve, la versione più diffusa dice questo:
Aracne è una stronzetta che tesse bene, per carità,
ma è strafottente,
mastica la gomma mentre parla,
sbuffa con gli AirPods nelle orecchie,
fa roteare gli occhi quando un adulto le parla.
Insomma: non riconosce i propri limiti
e viene punita — ben le sta.
Una versione talmente scolastica
che la conoscono anche gli zombies dell’ultima fila.
Quelli con la testa sul banco,
convinti di nascondere gli AirPods
che sparano a palla God Is a Woman di Ariana Grande.
Eppure, se uniamo i puntini —
come in quei giochi da sussidiario
in cui all’inizio non capisci nulla
e solo alla fine emerge una figura —
quando il disegno si chiude
la verità si mostra tutta insieme.
E non rassicura.
Anzi: fa incazzare.
È lì,
in quell’istante insieme liberatorio e furioso,
che comincia la vera storia di Aracne
e finisce la propaganda allineata.
Mi spiego?
Mi spiego…
Aracne è una tessitrice straordinaria.
Non è né raccomandata né miracolata.
Non ha trombato con qualche dio.
Non ha fatto da zerbino umano a qualche dea.
Il suo talento non è piovuto dal cielo.
È figlia di tessitori.
Gente che sull’ordito e sulla trama
ci ha passato la vita:
mani tagliuzzate,
calli come costellazioni
e la schiena curva.
Lei quell’arte l’ha imparata così:
giornate consumate al telaio,
rifacendo lo stesso gesto mille volte,
sbagliando, imprecando,
disfacendo,
ricominciando.
Niente scorciatoie.
Niente benedizioni divine.
Insomma: Aracne è perfetta
non perché se lo sente,
ma perché se l’è sudata.
Una così brava, prima o poi, viene notata.
Prima dal paese — «hai visto come tesse quella?» —
poi, come succede sempre quando si è bravi davvero,
dal sistema.
Gli dèi.
Ed è lì che cominciano i problemi.
La sua storia arriva alle orecchie di Atena.
Dea dell’intelligenza, dell’arte, della tecnica
e anche — diciamolo — dell’arte istituzionale.
Atena è quella che passa i bandi.
I concorsi.
Le linee guida.
È lei che decide
chi merita uno scatto di livello
e chi una elegante, silenziosa
risoluzione del contratto.
Atena osserva per un po’.
Poi decide di interagire con Aracne.
Ma non si presenta da dea.
Apre un profilo fake.
Bio neutra.
Foto anonima.
Una di quelle facce che non fanno rumore.
Compare sotto un post.
Un arazzo impareggiabile.
Il post gira.
Like.
Condivisioni.
Commenti.
Lei non attacca.
Interagisce.
“Bel lavoro.”
“Interessante.”
“Curiosa la tecnica.”
Poi cambia passo.
“Da chi hai imparato?”
“Ti ispiri a qualcuno?”
“Non stai esagerando un po’?”
Domande pulite.
Educate.
Impossibili da segnalare.
Intanto il thread si muove.
Qualcuno mette like a quei commenti.
Qualcun altro smette di scrivere.
Lei abbassa il tono.
Scrive meno.
Scrive meglio.
Per farsi ascoltare.
Reply dopo reply,
la accompagna
fino al punto in cui non resta che dirlo.
E Aracne lo scrive.
Sì, sono brava.
Forse quanto gli dèi.
Forse di più.
Non è arroganza.
È esperienza.
Perché quando una cosa la fai diecimila volte,
quando il gesto ti esce dalle mani
prima ancora di pensarci,
a un certo punto
lo sai.
A quel punto Atena si rivela.
Red flag olimpica, ma sorvoliamo.
Non discute più.
Non commenta.
Mette le cose sul piano che conta.
Se pensi di essere davvero all’altezza,
dimostralo.
La questione si riduce a questo:
una gara di tessitura.
Telaio contro telaio.
Ordito e trama.
L’unica lingua che Aracne conosce davvero.
Atena tesse un arazzo perfetto.
Tecnicamente ineccepibile.
Ordinato.
Pulito.
Celebra la gloria degli dèi,
il loro potere,
il loro ordine.
Tutto giusto.
Tutto corretto.
Tutto… conforme.
È un arazzo elegante, coerente, rassicurante.
Non sbaglia mai.
Non deraglia.
Non prende rischi.
Sembra fatto di logica e silicio,
di istruzioni ben allineate,
di fili che non si spezzano mai.
Bellissimo, eh.
Ma freddo.
Senza carne.
Senza mani che tremano.
Aracne, invece, fa un’altra cosa.
Nel suo arazzo sputtana gli dèi uno alla volta e ne ha per tutti:
tradimenti, inganni,
metamorfosi usate come scappatoie morali.
Dèi che cambiano le regole
mentre perdono al tavolo da gioco.
Abusi di potere messi lì, nudi,
senza cornice dorata
e senza musica epica di sottofondo.
Con l’unico rimorso di non avere abbastanza spazio per metterceli tutti.
Non è un insulto.
È un racconto vero.
Come un’inchiesta.
Atena guarda quell’arazzo
ed esplode.
Lo strappa.
Aracne capisce che butta male
e, per non lasciare la sua esistenza
nelle mani di una dea,
decide fino all’ultimo di restare padrona del suo destino
e si suicida.
Atena questo non può accettarlo.
E la trasforma in un ragno.
Condannata a tessere per sempre.
Nel silenzio.
La dea non distrugge l’arazzo perché è brutto.
Lo distrugge perché è imprevedibile.
Perché non segue le linee guida.
Perché fa ciò che nessuna arte istituzionale — divina o artificiale —
può permettersi:
mostrare il potere nudo.
Ed è per questo che Aracne mi piace così tanto.
Rappresenta il genio umano quando è autentico:
imperfetto, rischioso, faticoso.
Quel genio che, quando finalmente brilla,
da una parte regala attimi di immortalità
e dall’altra presenta il conto.
Non perché ha sbagliato.
Ma perché non si è allineato.
È il destino di quelli che hanno guardato gli dèi negli occhi
senza abbassare lo sguardo.
Aracne non inventa nulla.
Mostra ciò che tutti sanno
ma nessuno vuole vedere.
E questo è l’atto empio.
Il potere può ridurre al silenzio l’artista.
Non può smentire ciò che ha detto.
La poesia, come la tela di Aracne, resta lì.
Scomoda.
Innegabile.
Perché in fondo ognuno ha il suo carmen
e il suo error da espiare.
numina nec sperni sine poena nostra sinamus
(«non permetteremo che le nostre divinità vengano disprezzate senza punizione»)
Metamorfosi, VI, 1–2
Anna.
Freddata sul pianerottolo di casa
il giorno del 54° compleanno di Vladimir Putin.
Ma guarda le coincidenze della vita.
Alexei.
Morto in una colonia penale artica
mentre “stava meglio”.
Il freddo, a volte, collabora.
Jamal.
Entrato in un consolato per dei documenti.
Uscito come comunicato stampa.
Daphne.
Saltata in aria mentre andava a comprare il pane.
Il silenzio non ha fatto ritardo.
Giulio.
Trovato morto al Cairo
dopo giorni di attenzioni.
La verità risulta irreperibile.
Le altre Aracne cercatele voi.
Perché a scriverle tutte non basta una lista:
serve un oceano,
dove non si annega di colpo,
ma si scompare piano.
A questo punto io te lo dico, poi fa’ un po’ come 🌵ti pare…
Se ti piace soffrire — o se devi espiare qualche colpa — subscribe, così riceverai gli articoli via email il lunedì e il giovedì mattina, orario italiano.
Un po’ come la differenziata: plastica e umido, puntuali.
Se queste pagine ti hanno fatto sorridere, pensare o almeno rimandare la lavatrice (che tanto può aspettare), il modo migliore per sostenerle è dare un’occhiata a Mannaggia a Clitennestra… lo trovi qui.
E se l’hai già fatto (grazie❤️), allora una recensione o una stellina su Amazon vale più di mille sacrifici bruciacchiati sull’altare dell’Olimpo

Discover more from Lapis Et Lux
Subscribe to get the latest posts sent to your email.