— Venga alla cattedra… Ulisse.
— Ma io non posso.
— In che senso, scusa?
— Nel senso che, tecnicamente, sono Nessuno.
Un paio di compagni sbuffano, infastiditi: mo’ parte…
In prima fila Achille stende le gambe: ha i tendini tesi.
Dietro di lui Patroclo fa gli occhi dolci.
Penelope non muove lo sguardo dal foglio.
È piegata sul quaderno.
Scrive ordinata: righe dritte, titoli sottolineati.
— Ulisse, non ricominciamo.
— Lo dico per correttezza, prof. Se interroga Nessuno, poi sul registro cosa scrive?
— Scrivo Ulisse. Avanti, basta con questa odissea.
Ulisse resta fermo.
Come se stesse valutando una rotta alternativa.
— Prof, posso prima andare in bagno?
— No.
— Ma è urgente.
— Ulisse, l’ultima volta che sei andato in bagno sei sparito per dieci ore.
— Ma questa volta torno.
— Certo. Come no… come l’altra volta che sei finito nella classe di quella ninfetta…
Crack.
Penelope stringe troppo la matita: la punta si spezza.
Non alza lo sguardo.
La posa con calma, ne prende un’altra dall’astuccio
e continua a scrivere.
Dal fondo dell’aula Filottete si toglie le scarpe da tennis.
L’aria si fa pesante.
Irrespirabile.
Qualcuno apre la finestra.
Qualcuno protesta.
— Filottete, per l’amore di Micene, rimettiti quelle scarpe.
— Scusi, prof.
— Ulisse, alla cattedra. Subito.
Ulisse sospira.
Fa due passi.
Si ferma.
— Prof, posso almeno dire una cosa?
— Se è una risposta.
— È una premessa.
— Allora no.
— Una precisazione?
— Ulisse!
— Va bene. Vengo.
— Prima di cominciare fammi perquisire l’astuccio.
— Perché?
— Perché l’ultima volta avevi dentro tutto Wikipedia
e pure ChatGPT, nascosti nella pancia di quell’astuccio
a forma di cavallo.
Ulisse posa l’astuccio sulla cattedra.
La prof lo esamina.
Poi comincia a tirare fuori cose.
Uno stuzzicadenti lungo e appuntito.
Una cordicella arrotolata, piena di nodi.
— E questo?
— È un portachiavi.
La prof lo gira tra le dita.
— C’è scritto Aiace.
— Sì.
— E perché ce l’hai tu?
Ulisse alza le spalle.
— Me l’ha dato lui.
— Perché?
— L’ha perso a una scommessa.
— E questi?
— Tappi di cera.
— Per cosa?
— Per la gita scolastica.
— Che gita?
Ulisse alza le spalle.
— Quelle con le sirene…
— In autostrada?
— Sì. Sul pullman. Dove cantano tutti.
Silenzio.
Penelope smette di scrivere.
Filottete infila di nuovo le scarpe.
— Bene… ti farò una domanda facile facile di geografia.
Ulisse deglutisce.
— Parlami dello stretto dei Dardanelli.
— Preferisce la versione breve o quella completa?
— Breve.
— È uno stretto.
— Mh mh… e poi?
— Collega due mari.
— E…
— Divide due mondi.
— Dove si trova?
— Tra Europa e Asia.
— A chi appartiene?
— Dipende.
— Dipende da cosa?
— Dai punti di vista.
Per quello che ne so io,
a Priamo ed Ecuba.
Per il momento.
— Che sono…?
— Una coppia reale che si annoia parecchio.
— In che senso, scusa?
— Be’, hanno fatto così tanti figli che a un certo punto
il palazzo sembrava una chat di gruppo di genitori
prima della recita di Natale.
Ulisse continua a parlare.
È un viaggio di parole senza capo né coda.
Penelope continua a scrivere,
ma impugna il correttore bianco.
È già pronta a cancellare ogni parola,
sapendo che, alla prossima ora,
disferà tutto.
Perché alcuni imbrogliano parlando.
Altri costruendo e disfacendo.
E quelli più pericolosi
fanno entrambe le cose.
A questo punto io te lo dico, poi fa’ un po’ come 🌵ti pare…
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