Scontrino di senso

— Ha trovato tutto quello che cercava?
— Sì. Tranne un po’ di buonsenso.

La cassiera alza lo sguardo.
Sorride. Poi riprende a impacchettare.
Ha l’aria da filosofa in incognito: una che, se non fosse alla cassa 3,
terrebbe seminari serali su Etica e detersivi biologici.

— Finito oggi, mi spiace — dice, con voce complice.

Il cliente dietro tossicchia, scalpita, batte i piedi.

— Mannaggia a Clitennestra — mormoro.
Mi serviva come il pane.
— Pane e parole. Sempre più rari.
— Già. E domani si torna in classe
a spiegare costrutti complicati
a ragazzi che non cercano regole, ma senso.

Silenzio.
Ultimo prodotto.
Bip.

— Comunque… ricordati che in fondo bastano
scarpe comode, mani pulite
e un po’ di pazienza tascabile.
Tra le chiavi e il burrocacao.

Mi porge lo scontrino.
Non aggiunge altro.

Alle mie spalle, il cliente sbatte il cestino sul lettore.
— Pardon me — dice, ma senza guardarmi.
E inizia subito a passare i suoi prodotti,
come se stesse facendo un dispetto a qualcuno.

Ora tocca a lui.

La mia cassiera si è già dissolta.
Come certi sogni al risveglio.
Forse era una ninfa.
O una piccola dea di passaggio,
che si mostra solo ai distratti.

Della vita che scorre
sul nastro trasportatore
è rimasto solo il mio silenzio.

Tra le offerte del giorno.

Cronaca di un participio testardo annunciato

Il participio presente è la forma verbale della scuola: sempre attivo, sempre in movimento, sempre sul pezzo. È studente, perché studia (o almeno dovrebbe). È docente, perché spiega (e corregge). È adolescente, perché cresce (tra alti e bassi). È presidente, perché comanda (o almeno ci prova). È residente, perché resta lì, tra i banchi, tra le mura di un’aula che sa di storia e futuro insieme.

Ma è anche dipendente (dal caffè), dissidente (quando protesta per un’interrogazione a sorpresa), imponente (quando alza la voce), fetente (quando la palestra si fa sentire), pendente (come i compiti mai consegnati), deficiente (quando manca qualcosa—tipo il buonsenso), e ignorante (quando ignora tutto, orgogliosamente).

Il participio presente non è passante, ma permanente. Si insinua tra le righe, nelle interrogazioni, nelle note sul registro. Non è passato, non è futuro, è qui e ora.

E i miei studenti? Mi ascoltano pazienti (patiens, -entis), nel senso che soffrono in silenzio mentre io deliro con questi voli pindarici da Gianni Rodari dei poveri. Ma hey, anche loro stanno coniugando un participio presente. Patire è apprendere, no? O almeno così mi racconto mentre li vedo languentes.

Alla fine, il participio presente è come il latino: resta, resiste, persiste. Anche quando tutti sperano che passi.

Disclaimer: Nessun participio presente è stato maltrattato nella stesura di questo post. Si sono presentati tutti volontariamente e, da bravi verbi latini, hanno dato il massimo senza chiedere ferie.

Spero che questi participi siano entrati nei cuori dei miei studenti, persistendo nelle menti senza risultare troppo irritanti. 

Nuvole sopra casa…

Quando apro gli occhi, non capisco subito dove sono.
Ho fatto un sogno strano, già in dissolvenza — leggero come condensa sui vetri. Ultimamente succede spesso: mi sveglio e, per qualche istante, tutte le stanze della mia vita — l’Italia, l’America, la Lombardia, il Maryland — si sovrappongono in un’unica mappa senza contorni.

Nel sogno, due persone sedevano su una panchina a Patterson Park.
Parlavano fitto, a bassa voce.
Alle loro spalle, la pagoda cinese in cima alla collina, sotto un sole smorto.
Non ricordo cosa si dicessero. Solo un nome: Riccardo Rasman.
Nel sogno tutto aveva un senso.

Ora mi sfugge.

Mi alzo controvoglia.
L’estate è già incollata ai vetri. Il quartiere ronza di condizionatori che friggono l’aria.
Tra poche ore ci sarà odore di barbecue, birra sgasata, bourbon e menta, voci da giardini troppo pieni.
Scendo in cucina, metto su il caffè, accendo il computer.

Alle mie spalle, la luce filtra in tagli obliqui tra le persiane.
«Scusate», dico piano. Non so bene a chi.
Mi verso il caffè. Mi siedo.

Il quartiere brucia.
E io leggo Cicerone.

Intorno, silenzio.
Capita, certe volte, che ci si aspetti una parola. Un pensiero da condividere. Qualcosa da appuntare — oggi, magari, in un post.
Ma ci sono giorni in cui le parole restano ferme.
Forse perché vengono da un altro luogo.
O forse perché certe cose si capiscono solo stando zitti.
E va bene così.

Però non riesco nemmeno a dimenticare.
Stefano, il volto scavato, gli occhi segnati.
Federico, i capelli ricci, la pelle tumefatta, una macchia rossa a disegnargli un’aureola intorno alla testa.

Oggi avrebbe compiuto 38 anni.

Tutto qui.
O forse no.

Ci sono due forme di ingiustizia:
una è quella di chi la compie,
l’altra, di chi potrebbe impedirla e non lo fa.
(Cicerone, De Officiis)

Fineo: Fame, Fato e Feci volanti

Fineo era il re della Tracia. Anzi no, della Cilicia. O forse era in franchising. Comunque, re di un caspita di posto che poi è sempre in Grecia (more or less).

Ora — come ogni personaggio mitologico degno di entrare nell’universo Marvel o nel Pantheon — aveva dei superpoteri: era un veggente fenomenale.
Per lui i segreti di Fatima erano un banalissimo spoiler. Ma, come capita spesso ai veggenti nella mitologia (e ai mafiosi pentiti), parlava troppo. Svelava i segreti degli dèi, i conti bancari offshore e — cosa ancora più grave — diceva la verità, come un weirdo qualsiasi.

Alla vicina che si era fatta un taglio di capelli improbabile aveva detto con nonchalance che sembrava la Gorgone Medusa dopo una notte brava con Polifemo.
Al vecchio compagno del ginnasio che gli aveva confidato: “La mia ragazza ha chiesto una pausa”, aveva risposto serafico: “Seee… come minimo ha fatto match su Tinder con Leonida e tutti i Trecento. In ordine alfabetico. Da Alceo a Zeus.”

Insomma, con questa spietata sincerità, Fineo era riuscito nel raro primato di far incazzare sia gli dèi che gli umani.

Ora, Zeus — che nella mitologia è una specie di Dio del gaslighting — ci rimane male. “Mannaggia a Clitemnestra, lo faremo diventare cieco… Non per compassione, sia chiaro, ma per gusto. Gusto divino. Quello sadico.” Zeus sorride, compiaciuto. Che poi sembra quasi un avvertimento mafioso in formato olimpico: “Guardasti troppo, Finé…”

Gli altri dèi, e pure gli umani, scuotono la testa: “Davvero tutto qui? Ma che originalità, che poi non è nemmeno il primo. Tiresia era cieco, Omero idem (vabbè, ci nasce — forse), ma intanto ci scrive due best seller. Demodoco, il bardo cieco dei Feaci, suona talmente bene che Ulisse piange come se avesse rivisto il finale di Titanic. Insomma Zeus, lasciatelo dire… questa punizione è overrated.”

Ora Zeus, colpito nell’orgoglio, si inalbera davvero. “Va bene, volete qualcosa di più creativo? E creativo sia.” Si rimbocca le maniche (metaforiche), si sistema il mantello, si schiarisce la voce come un regista offeso e si inventa una punizione degna di Lars Von Trier con un hangover: “Allora… Fineo cucinerà. Preparerà la tavola. Apparecchierà come se stessero per arrivare i parenti della sposa. E proprio quando solleverà il coperchio del tegame… arriveranno le Arpie.”

Un dio sbuffa. “E come sarebbero ste Arpie?”

“Esseri immondi,” risponde Zeus. “Tipo angeli al contrario. Faccia da donna — ma cessa. Piume luride. La voce di Wanna Marchi e Stefania Nobile, look tra l’airone dissociato e la tua ex dopo tre mojito.”

“Sì va bene, ma che fanno ste Arpie?”

“Gli cagano sul cibo.”

A questa risposta, sul monte Olimpo cala un silenzio gelido. Qualcuno si gratta la barba. Un altro si volta dall’altra parte. Tutti si rendono conto — troppo tardi — che forse gli hanno dato troppa corda.

Ma ormai la punizione è fatta… E sì, le Arpie non evacuano, non rilasciano, non lasciano un ricordino. No: cagano. Punto. Sipario. Lo so che è brutto da dire, ma è così. Perché “defecano” è da rivista scientifica… Mentre “cagano” è da tragedia greca in diretta Instagram. E poi come dico sempre: per eventuali reclami, rivolgersi ai Greci antichi.

La situazione per Fineo svolta (più o meno) quando arriva Giasone, influencer dell’età del bronzo, in tour per il Vello d’Oro. Ovunque va, si aspetta un banchetto gratis in cambio di due post virali.

Il suo ingresso trionfale comincia sempre con: «Re, Regina, Satrapo, CEO o chi per voi… siamo gli Argonauti, ho 50mila followers su Mythstagram. Ci fermiamo qui per qualche selfie… e magari un brunch?»

Ma questa volta non fa in tempo a scendere dalla nave che parte il conato — parola che deriva da conor, verbo deponente che significa “provare”.
Qui in USA crea sempre casino coi miei studenti, che lo scambiano per Connor. Nome proprio, errore comune, tragedia annunciata. Chiuso inciso.

Ora, Giasone — che è pur sempre un eroe, ma del tipo “dirigo dalle retrovie e metto il nome sul progetto” — ha un obiettivo chiaro: scroccare un pranzo.
Solo che tra lui e il buffet c’è questa rottura di palle spinosa: le Arpie.

Allora, con grande prontezza e nessun senso del sacrificio, manda avanti i gemelli alati Zete e Calaide, figli del vento Borea (quindi con le ali, come previsto dalla convenzione Marvel).
“Ragazzi, andate voi. Fate i bravi, risolvete il problema, io intanto scelgo dove sedermi.”
E loro, giustamente, obbediscono. Inseguono le Arpie fino alle Isole Strofadi, dove le costringono all’esilio coatto — e, dettaglio non da poco, liberano il buffet.

Fine della storia?

Macché.. Fineo è finalmente libero di mangiare senza guano, e Giasone si scrocca un altro pranzo in memoria dei bei tempi (in cui non esisteva Deliveroo), e pure le indicazioni da mettere sul GPS per arrivare alle Symplegadi — due scogli mobili che, al confronto, il traffico della I-695 il Raccordo Anulare di Baltimore sembra una spa. Giasone annuisce, posta una story con la caption #RoadToVello e riparte.

E le Arpie?
Stanno ancora là. A sfregarsi le piume nell’aria salmastra, sognando il giorno in cui potranno di nuovo cacare nel piatto di qualcuno.

Quel giorno arriverà, e quel qualcuno sarà, ovviamente, l’eroe più sfigato della mitologia: Enea, detto anche il Wile E. Coyote di Troia.
Che si porta dietro tutti gli amici, i bagagli, il trauma e la frase motivazionale peggiore dai tempi di “andrà tutto bene”:
“Forsan et haec olim meminisse iuvabit.”
Forse un giorno gioverà ricordare anche queste cose.


Tutti lo guardano: ma davvero Enea?

Chiedendosi se ci è o ci fa, questo eroe pietoso col mindset di Pollyanna.
Restano lì, sospesi, incerti se compatirlo o prenderlo a sandalate.
E alla fine lo mandano, per l’ennesima volta, a quel paese.

Che poi, per la cronaca, sarebbe l’Esperia.


• Dire la verità è sopravvalutato. Soprattutto se sei un veggente. E soprattutto se la verità riguarda dèi, governi o nuovi tagli di capelli.
• La sincerità è un’arte pericolosa: nella mitologia come su WhatsApp, funziona solo se hai le palle di rimanere su visualizzatom senza cliccare delete for everyone
• Gli eroi moderni delegano. Vedi Giasone… non combatte, non cucina, non lava non fa un c@xxo. Ma intanto pubblica stories e gestisce il team. Come certi manager che non sanno usare Excel ma sanno motivarti con una gif. Morale 2.0: anche nella mitologia, il personal branding batte la spada.


Tutto è veleno (anche quello che consola)

Il problema è che nasco pigro.
Perché sì, lo so, l’ho già scritto — ma se avessi anche solo un briciolo di voglia, potrei lanciare uno spin-off di questa pagina disgraziata, intitolato: Only in America.
Perché certe cose… sembrano succedere solo qui.
(O forse è solo un’impressione?)

Fatto sta che, quando gli americani decidono di esagerare, lo fanno sul serio.
Che si tratti di inseguimenti da blockbuster, drammi familiari più intricati di una puntata di Law & Order, o situazioni così surreali che, se le vedessi in un B-movie, diresti: “Ma dai, e io dovrei crederci?” Salvo poi scoprire che era ‘Tratto da eventi realmente accaduti.’

Mi spiego?
Mi spiego…


Lo scorso autunno mi sono svegliato con un mal di testa che martellava nel cranio al ritmo di quei trend TikTok in cui i miei studenti saltano e fanno facce buffe in loop. Sembrano baccanti invasate. O zombie Disney. O entrambe le cose.

Con la testa che pulsava come un jingle dell’orrore, mi sono presentato in infermeria.
La nurse — sempre pronta a soccorrere e impasticcare chiunque respiri — mi ha allungato un Tylenol.
Per chi non lo sapesse, è una specie di Tachipirina americana che cura tutto: dolore, febbre, esistenzialismo leggero.

Ho già la compressa nella sinistra, il bicchierino d’acqua nella destra…
quando lei parte. Così, come se stessimo parlando del tempo.
E mi catapulta in una storia alla Roald Dahl.


Chicago, 1982.
Autunno.
Reagan alla Casa Bianca.
Dynasty e Dallas dominano la TV con paillettes e vendette.
MTV, nata da poco, trasmette videoclip con ballerini fluo e chitarre in playback.
I Walkman sputano Air Supply, Michael Jackson, i Survivor.
Le famiglie cenano davanti alla TV guardando Happy Days, Mork & Mindy, Cheers. I bambini imparano l’alfabeto con Sesame Street e si addormentano con i Puffi. I telefoni hanno il filo. Le sveglie fanno drin. Le mamme fumano sigarette al mentolo in cucina.
E sul comodino di ogni casa americana, c’è lui: Tylenol Extra Strength.
Rosso e bianco. Lucido. Quasi una caramella. È il simbolo di un’America rassicurante, dove il dolore non esiste più e il rimedio è sempre pronto nel mobiletto del bagno.

Finché la morte non bussa.
Con il suono di un pop secco.
Il rumore di un tappo di plastica.
Dell’acqua che cade in un bicchierino…
E poi, il buio.

La prima è una bambina.
Chiude la porta del bagno, prende una compressa per il raffreddore.
Pochi minuti dopo è a terra.
La madre la trova così: occhi spalancati, pigiama a cuoricini.

Poi un uomo. Un postino.
Ha lavorato tutto il giorno con un mal di testa come una condanna.
Torna a casa. Prende un caffè. Una capsula.
Collassa sul tappeto. La tazzina che rimbalza sulla moquette mentre il liquido scuro si sparge impregandosi nel tessuto.

Poi la moglie.
Chiama i soccorsi, urla, piange.
Nell’attesa ne prende una anche lei…

Poi il fratello dell’uomo.
Accorso per aiutare.
Ne prende una anche lui.
Si accascia un’ora dopo.

Quando i paramedici sfondano la porta, trovano una casa silenziosa.
Quattro corpi, in stanze diverse.
Il ticchettio dell’orologio da cucina a scandire il tempo.


L’America del dopo-Vietnam, quella dell’ottimismo prefabbricato, si incrina.
Il farmaco più sicuro ha aperto una crepa.
E da lì… è entrata l’ombra.

Le autopsie fanno luce — ma invece di illuminare, abbagliano.
Le capsule erano piene di cianuro.
Un cucchiaino da tè. Tanto è bastato per soffocare il sogno americano.

Qualcuno aveva comprato le confezioni, sostituito le pillole con altre avvelenate e le aveva rimesse sugli scaffali.
Così. Come se niente fosse.

Panico nazionale.
La Johnson & Johnson ritira 31 milioni di confezioni.
Vendite a picco.
Il titolo in Borsa si sbriciola.

E poi — plot twist — Johnson & Johnson, invece di fare come quasi tutti in questi casi, ovvero cercare un capro espiatorio, scaricare la colpa, parlare di “errore umano”, fa qualcosa di inaudito: si prende la responsabilità. Collabora con l’FBI.

Prima di dire “eh vabbè, ci mancherebbe”, ripetete ad alta voce questi nomi: Purdue Pharma, Boeing, General Motors, Union Carbide, nube tossica a Bhopal, poi ne riparliamo.

Nascono così i blister, i sigilli, le confezioni anti-manomissione.
Ci voleva un pazzo col veleno in tasca per convincere l’America che forse — dico forse — un tappo a prova di scemo era una buona idea.


“E il colpevole?” ho chiesto alla nurse, con la compressa ancora tra le dita.
“Immagino i guai che ha passato…”

Lei mi ha guardato come si guarda uno che non ha letto l’ultima riga del bugiardino. Un mezzo sorriso all’angolo della bocca. “Mai trovato. Come una serie TV senza finale.” Poi, abbassando la voce: “Dai, su. Inghiotti. Così poi… non soffrirai più.”

Ho guardato la pillola.
Poi lei.
Poi il bicchiere.
De mortuis tuis turpiis,” ho sussurrato.
E ho mandato giù

E già che c’ero, mi sono segnato di nascosto.

Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit.
(Paracelso)

Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno.
Soltanto la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.


Che tanto continuiamo a mandar giù.
Per abitudine, per pigrizia o per fede.
Pillole, promesse, verità parziali…
In fondo, ingoiare è sempre stato più comodo.


Mary Kellerman, 12 anni — si accascia nel bagno, una pastiglia contro il raffreddore.
Adam Janus, 27 anni — postino, torna a casa con un mal di testa e muore sul tappeto.
Stanley Janus, 25 anni — corre ad aiutare il fratello, muore anche lui.
Theresa Janus, 20 anni — la moglie di Adam, una compressa nell’attesa.
Mary McFarland, 31 anni — una pausa al lavoro, un dolore alla schiena.
Mary Reiner, 27 anni — aveva appena partorito.
Paula Prince, 35 anni — assistente di volo, trovata con la confezione ancora aperta sul bancone.

Per chi ha preso una compressa e non si è più svegliato.
Per chi cercava sollievo, non un’uscita di scena.

Questa storia è per voi.

Et in Arcadia Ego…

In Arcadia, re Iaso è al settimo cielo: sua moglie aspetta un figlio, e lui da mesi gira per il regno come una newsletter ambulante con campanello incorporato, aggiornando amici, parenti, sudditi, animali da cortile e perfino le statue del tempio con la grande notizia.
Questo figlio sarà il suo erede, prenderà il trono, firmerà decreti, si beccherà le rivolte contadine, i banchetti di Stato e gli aperitivi con ambasciatori che puzzano d’incenso e superiorità morale.
Lui, Re Iaso, finalmente andrà in pensione: crociere estive tra le Cicladi — Paros, Naxos, magari una puntata a Milos, “che lì il mare è una tavola” — e sciate invernali sul Parnasso, dove gli dèi si rompono femori e dignità con la stessa facilità.
Qualcuno, molto timidamente prova a chiedergli: «E se fosse una femmina?»
Ma Iaso puntualmente ride. Anzi… ride così forte che i suoi avi, dall’Ade, chiedono silenzio.
«Sciocchezze! Sarà maschio. Lo sento nei lombi. L’ho sognato tre notti di fila con una corona in testa e la voce da baritono.»
E nella sua sicumera, ha già ordinato un trono in taglia small, con porta-spadino integrata e schienale ergonomico.
La regina, intanto, ascolta tutto in silenzio, con quel sorriso sereno e vagamente minaccioso che viene alle donne incinte dopo sei mesi di nausee, caviglie gonfie e mariti in modalità monarca medievale.
«Sì, certo, maschio» mormora mentre accarezza la pancia. O magari due. O magari con le ali. Chissà cosa ci ha messo dentro quella tua stirpe divina.

Quando a Climene si rompono le acque, il regno d’Arcadia trattiene il fiato.
Climene, ovviamente, no — lei è troppo impegnata a essere divorata da contrazioni, imprecazioni, e dal sospetto che Iaso abbia davvero prenotato una crociera con partenza lo stesso giorno del parto.
Le sacerdotesse corrono, i medici balbettano, le levatrici sudano. Un gufo vola in cerchio sopra il tempio. Un capro sviene. Fine primo atto.
Poi, finalmente… un vagito.
Un suono piccolo, acuto, potentissimo — come un’onda che spazza via ogni certezza.
«Congratulazioni, maestà! È una bellissima femminuccia.»
Il silenzio che segue è più solenne di un’eclissi.
Poi, da una finestra aperta, qualcuno giura di aver sentito il re urlare:
«MANNAGGIA A CLITEMNESTRA!»
E pare che quell’urlo sia rimbalzato sulle scogliere di Salamina, abbia fatto sobbalzare le capre di Creta e messo in fuga almeno tre sibille dell’Asia Minore.

La piccola, intanto, dorme serena.
Ha una ciocca nera come la notte, una fossetta sulla guancia, e uno sguardo — appena aprirà gli occhi — destinato a far tremare oracoli, troni e maschi alfa.
La regina non fa nemmeno in tempo a darle un nome — Atalanta, che suona bene, con quella “A” fiera e veloce come una freccia, e quel finale che sa di pietra dura e di testardaggine — che Re Iaso, ancora con il catalogo crociere aperto a pagina “Paros per pensionati di lusso”, ordina che venga portata via.
«Sul Monte Pelio!» esclama, indicando una montagna a caso “sufficientemente drammatica da giustificare almeno tre tragedie e una statua equestre”.
La corte resta pietrificata, la regina sbianca, una serva sviene (come da tradizione), ma l’ordine è chiaro: Atalanta va abbandonata.
Perché? Perché è femmina. Perché Iaso ha i neuroni incrostati di patriarcato, birra tiepida e senso d’onore tossico. Perché certi uomini sentono il bisogno impellente di scatenare tragedie familiari prima ancora del primo bagnetto.

Ma Artemide, dea femminista fino al midollo, dea della luna, della sorellanza e dei silenzi pieni di significato, la prende subito in simpatia.
E chi ha deciso che gli uomini sono meglio?
E così, anziché finire sgranocchiata da lupi o dissanguata da fauni disoccupati, Atalanta viene accolta… dagli orsi.
Sì, orsi. Una coppia devotissima, con istinto materno fuori scala e un talento raro nel cambiare fasce con le zampe anteriori.
La allattano, la proteggono, le insegnano a distinguere i funghi buoni da quelli che ti fanno parlare con Apollo nudo su una nuvola, e a zittire i gufi molesti con un’occhiata.
Ora, il fatto che anche Paride — sì, proprio quel Paride, il principe che avrebbe fatto cascare Troia per una mela (e anche qui Atalata dovrebbe prendere appunti…) — sia stato allevato dagli orsi, apre qualche quesito:
• C’è un vivaio segreto di neonati in cima al Pelio?
• Gli orsi hanno un sindacato?
• Esiste un manuale Educare al comando (senza opposizione umana) – edizione ursina?
Oppure, più semplicemente, gli orsi — stanchi di vedere padri smarriti e re in piena crisi da mantello sgualcito — hanno deciso di occuparsi loro della prossima generazione.
E a giudicare da come Atalanta comincia a correre prima ancora di parlare, pare abbiano fatto un ottimo lavoro.

Col tempo Atalanta — che ormai sembra la controfigura greca di Katniss Everdeen, con lo sguardo fiero di Uma Thurman prima della vendetta — viene trovata da un gruppo di pastori. Cresce libera tra i boschi, più agile di una cerbiatta e più bella di quanto si possa dire senza sembrare poeti in pensione.
Caccia per conto suo, senza far rumore, lontana dai villaggi e dalle chiacchiere. Una ragazza che basta a se stessa, con arco, frecce e dignità ben temperata.

Un giorno però, mentre sta seguendo le tracce di un cinghiale — concentrata, in silenzio, come sempre — sente un rumore alle spalle. E non è quello di un animale. È più simile al suono di zoccoli… o forse di ruote. Come quelli che senti in un’area di sosta sull’Olimpo, dove i centauri si radunano per bere vino scadente e vantarsi delle loro (presunte) conquiste.
I centauri Ileo e Reco arrivano così: in posa da duri, metà cavallo e metà malinteso. Due mitici con la testa da uomini e il tatto da clacson. Le si avvicinano con l’aria di chi pensa di aver già vinto.
Lei non risponde. Non per timidezza — per rispetto del tempo. Suo.
Quando tentano di avvicinarsi, lei reagisce. Non con una scenata. Con l’arco. Un colpo. Due. Precisi.
Ileo e Reco finiscono al tappeto prima ancora di capire che l’epoca delle ninfe indifese è passata — adesso le ninfe sanno mirare.
Atalanta li supera in tutto: in grazia, in forza, in velocità e in giustizia. Senza clamore, senza applausi. Solo silenzio, e vento tra i pini.
E da allora, nel bosco, si dice piano: Don’t mess with Atalanta. Perché può anche sembrarti una ragazza sola, ma sei tu quello fuori posto.

Dopo l’incidente dei centauri — diciamo pure “le prove generali di vendetta mitologica” — Atalanta ci prende gusto. Si muove come un’eroina da graphic novel, parla poco, colpisce giusto, e sembra avere un talento innato per cacciarsi nei pasticci. Ma di quelli seri. Di quelli epici.
Così, quando sente parlare della spedizione degli Argonauti, si presenta e chiede di unirsi.
All’inizio l’idea fa storcere il naso a più di un eroe con la tunica stirata. Giasone tentenna. C’è chi borbotta qualcosa tipo “non è roba da signorine”.
Ma poi la guarda in faccia. E capisce.
Atalanta sale a bordo.
Durante il viaggio si fa valere: affronta mostri, tempeste, profezie sbagliate e uomini che spiegano le cose senza aver capito nulla.
Il suo momento di gloria arriva però con la caccia al cinghiale calidonio: una bestia gigantesca, inferocita, praticamente un cinghiale-nukem mandato da Artemide come dispetto.
Una folla di eroi accorre per abbatterlo. Chi per fama, chi per farsi notare.
Atalanta c’è, ovviamente. E mentre gli altri sbracciano e fanno i galletti, lei si piazza, tende l’arco… e lo ferisce per prima.
Il colpo è secco, netto, preciso. Tutti zitti.
Meleagro, principe di Calidone e organizzatore della spedizione, che ha capito l’antifona e forse anche qualcosa in più, le regala la pelle della bestia. In segno d’onore, certo. Ma forse anche per corteggiarla.
Spoiler: non finirà benissimo per Meleagro. Ma questa è un’altra storia.

L’eco delle imprese di Atalanta si sparge per tutta la Grecia. Ormai la conoscono tutti: è bella, veloce, imbattibile. E pure viva, dettaglio non da poco visto che da neonata l’avevano mollata su un monte.
A un certo punto, spunta anche il padre. Sì, proprio lui. Col mantello ben stirato e quel sorriso da “ho una faccia da culo, ma regale”.
E appena la riaccoglie, parte col grande classico: “Ora basta boschi, basta frecce, basta libertà. È tempo di sposarsi, figlia mia.”
Atalanta sorride. Tranquilla. Educata. Ma chi la conosce, sa che è una trappola gentile.
“Certo, padre,” dice. “Mi sposerò. Ma solo con chi riuscirà a battermi in una gara di corsa.”
Sembra un’apertura. In realtà, è una porta chiusa con tripla serratura.
E infatti, nel giro di pochi giorni, arriva la fila di pretendenti. Tutti convinti. Tutti ignari del fatto che stanno per correre verso il ridicolo. O peggio.
Atalanta li brucia in partenza. Corre come respira.
Ogni volta che taglia il traguardo, lo fa con quel mezzo sorriso che dice: non era amore, era cardio.

Finché arriva Melanione — o Ippomene, a seconda dell’umore degli scribi.
Non è il più forte né il più veloce. Ma ha qualcosa che gli altri non hanno: cervello. E un debole dichiarato per Atalanta.
Chiede aiuto ad Afrodite. Dea dell’amore, delle soluzioni non lineari e delle skincare a base di ambrosia e risentimento.
Lei gli dà tre mele d’oro. Categoria: tentazioni deluxe. Uso consigliato: atlete imprendibili.
Melanione parte. Lancia la prima mela. Atalanta rallenta. Una seconda. Una terza. Lei si ferma un attimo. Forse per meraviglia. Forse perché anche le più forti, a volte, vogliono guardare da vicino.
Melanione la supera. Di poco. Ma basta.
Vince. E con lui, l’amore. O almeno, la fine della gara.

Ma… nessuno pensa ad Afrodite. Nessun “grazie”, nessuna offerta. Neanche un emoji.
Afrodite incassa. Ma non dimentica.
Un giorno, mentre i due sposini passeggiano davanti al tempio di Cibele, succede il patatrac. Voglia. Passione. Di quelle che partono dallo stomaco e finiscono con “O famo strano?”
E lo fanno. Proprio lì. Sulle scale del tempio.
Cibele non urla. Non lancia fulmini. Fa di peggio.
Li trasforma in leoni. E li attacca al suo carro.
Punizione perfetta: eterni, forti, fianco a fianco… ma legati.
Melanione e Atalanta si desiderano ancora. Ricordano tutto. Si amano. Ma non possono avvicinarsi.
Sono leoni. Spalla contro spalla. Sempre insieme. Mai liberi.

Afrodite, intanto, dallo schermo del suo OlimpoPhone, manda una nota vocale nel gruppo WhatsApp degli dèi: “Oh ragazzi, bastava un grazie. Davvero. Ma hanno preferito trainare…”


I miti greci non sono fermi: cambiano versione ogni volta che qualcuno li racconta. Ecco perché questa riscrittura non pretende di “correggere” la tradizione, ma di dialogare con lei, col sorriso storto di chi guarda gli dèi e pensa: “Ne avete combinate di tutti i colori, ma almeno ci avete lasciato ottime storie.”

Dal Medioevo al Marriott

Il problema è che nasco pigro. Perché, a mettersi d’impegno, si potrebbe davvero lanciare uno spin-off di questa pagina disgraziata, intitolato Only in America.
Perché davvero, certe cose succedono solo qui — o forse no?

Comunque sia, rimane il fatto che se gli americani ci si mettono, al mercato delle indulgenze, alla vendita delle anime e all’idea che la colpa ricadrà sui figli — come in una qualsiasi parabola biblica — ci aggiungono pure il packaging patinato, le brochure sorridenti e la clausola scritta in corpo 6.

Partiamo?

Partiamo…


Mercoledì 4 giugno.

In classe ci sono 29 gradi fissi e l’aria sa di zaini aperti, patatine al formaggio e adolescenza evaporata.
Io rinuncio a spiegare e mi limito a contare i giorni sul calendario tracciando tacche sulla cattedra.
Seth — che ha fatto pace con le proprie ascelle già a marzo — infila il braccio nel grande ventilatore in fondo all’aula con la stessa naturalezza con cui si siede per terra in mensa. È un rituale estivo: piedi in mocassini che ricordano camere iperbariche, deodorante in lutto e plastica scolastica.

L’aria condizionata? Una leggenda tramandata dai prof più anziani che ne parlano come dell’età dell’oro in quel tempo in cui la scuola era nuova, tutto funzionava, e l’aria fresca scendeva dal soffitto come una benedizione. Storie a metà tra memoria e mitologia scolastica, raccontate con tenerezza e un velo di malinconia.

Per ingannare il tempo, butto lì una domanda:

«Che progetti avete per l’estate?»

Lo so già: metà di loro non ha idea, e per l’altra metà “vacanza” significa restare a casa, fare turni al convenience store all’angolo, scrollare video col telefono sempre in carica, mangiare noodle istantanei e dormire quando capita.
Altro che estate: è sopravvivenza stagionale.

Ma ci provo lo stesso: «Io andrò in Italia con mia figlia — dieci giorni scarsi.»

Poi mi giro verso Xotcitl con nonchalance, giusto per tenere viva la scena:

«E tu che fai?»

Lei alza lo sguardo dal banco, sorride e dice con quella calma ironica da veterana delle trappole legali:
«Quest’estate torniamo in Florida… di nuovo.»

Lo dice con lo stesso tono con cui altri dicono “mi tocca togliere l’apparecchio.” Una rassegnazione luminosa, se così si può dire.

«Ah, che bello. Vacanza in famiglia?»

«Sì, ma è un… come si dice? Tipo obbligata. Abbiamo un timeshare

E lì parte la lezione — non da me, da lei.
Una lezione che avrei evitato volentieri, perché certe lezioni raccontano storie che non voglio ascoltare.
Storie che poi ti restano addosso come sabbia bagnata dentro il costume, e ti lasciano un senso di impotenza e rabbia che non va più via. Ma niente, ormai è troppo tardi e lei ha già cominciato: «È come… una camera d’albergo in affitto, ma non è tua. E ci vai solo una settimana all’anno. Sempre la stessa. Sempre nello stesso posto. Tipo condanna a tempo. E la paghi sempre, ogni anno, anche se non ci vai. Tipo Netflix, ma con le palme, moquette umida e bollette immortali.»

Poi abbassa la voce, come se volesse confessare qualcosa: «Ad esempio, mia madre paga tipo settanta dollari al mese. Sempre. Anche se non prenota. Anche se non ci andiamo. E ogni tanto l’azienda li aumenta, senza dire niente. Così. Arbitrario.»

Io la guardo, e lei capisce che so già.

«E se muore… passa a me. Cioè, non si può disdire, lo erediti. Tipo obbligatorio.»

La conoscevo, questa storia.
L’avevo letta da qualche parte, o forse me l’aveva raccontata una studentessa con quel tono da “succede sempre a noi”.

Funziona così: questi predatori legali non cercano i ricchi, né i furbi. Cercano l’anello debole della catena evolutiva americana — immigrati spaesati, famiglie stanche, gente che l’inglese lo mastica a stento.
Li adescano con un weekend gratis, li ubriacano di sorrisi e brochure, e li spingono a firmare.
Da lì in poi, è storia sacra.

Muori tu, e il contratto resta vivo.
Come un mostro legale che si tramanda di generazione in generazione.

Non puoi rivenderlo.
Non puoi regalarlo.
Non puoi nemmeno liberartene, a meno di pagare un’altra azienda per “uscirne”, con pubblicità in bianco e nero dove sembri ostaggio di una setta e il narratore sussurra:
“We can help you break free.” Peccato che l’agenzia legale costa migliaia di dollari che le famiglie non possono permettersi, costa meno pagare il pizzo mensile del timeshare…

Paghi per non pagare.
Il sogno finale del capitalismo.

Altro che multiproprietà: è una trappola seriale col bollino legale.
Una reliquia moderna che fa sembrare le indulgenze medievali roba da boy scout: Paghi per qualcosa che non possiedi, continui a pagare anche se non lo usi, e se provi a uscirne… scopri che non si può.

È la legge del contrappasso capitalista, versione condominio infernale:
la punizione è dover andare in vacanza sempre nello stesso posto, per dieci giorni fissi, ogni anno, quando loro decidono che sei “libero”.
E intanto paghi — settanta, ottanta, novanta dollari al mese — per l’eternità.
Tu, i tuoi figli, e tutta la razza tua.
Dante avrebbe approvato. L’agente immobiliare, pure.

Una studentessa, una vacanza in Florida che si ripete ogni anno “tipo condanna”, e un contratto che si eredita come la colpa originale.
Altro che multiproprietà: questa è teologia applicata al marketing.

Xotchitl non lo dice, ma lo sa: quello che sua madre ha firmato con l’entusiasmo ingenuo del primo Walmart, lei lo pagherà con una settimana in Florida per i prossimi quarant’anni.
Un quattro luglio tropicale garantito fino alla menopausa.

Se Lutero fosse vissuto oggi, altro che 95 tesi: avrebbe inchiodato i contratti del timeshare sulla porta del Marriott di Orlando.

E poi sarei io quello pesante.
Quello che insegna una lingua morta e parla di crocifissioni, assedi e gente fatta a pezzi dagli dèi.
Non loro, che ti rifilano vacanze eterne travestite da offerte.

Florida: dove il purgatorio ha le palme, e l’aria sa di cloro, colpa originale al retrogusto di crema abbronzante al cocco.


Kill Boudicca: volume uno

Quando qualcuno mi chiede cosa faccio per vivere e io rispondo che insegno latino, di norma le reazioni sono due.

C’è chi mi guarda con lo stesso entusiasmo riservato a un semaforo guasto a mezzanotte, convinto che insegni una lingua inutile e faccia un lavoro altrettanto inutile — e magari aggiunge pure la solita frasetta: “Ehhh… ci vuole pazienza…”, detta con quel tono mellifluo da operatore del call center quando ti spiega — con empatia da manuale — che il rimborso è “in lavorazione”. Ma nel senso biblico del termine.

Poi ci sono quelli che, alla parola “latino”, si illuminano come l’albero di Natale del Rockefeller Center di New York, e partono in quarta a pontificare sulla grandezza di Roma, sulla civiltà superiore, sul diritto, sui ponti indistruttibili, sulle terme e sulla res publica.
“Eh, vedi,” ti dicono con sguardo fiero e indice teso, “mentre noi costruivamo il Colosseo, gli altri si vestivano con pelli di bisonte e si aggiravano tra le lande desolate con un osso nel naso.”

Noi…

Io? Be’, annuisco educato, mentre mi chiedo se hanno mai sentito parlare di Paolino. Un nome innocuo, da impiegato matricola 7829/bis.
E ogni volta che ci penso, mi torna in mente un dettaglio. Uno di quei dettagli che non si dicono a cena con i parenti, ma che spiegano più di mille trattati di storia.
I fondatori di Roma — Romolo e Remo — sono stati allattati da una lupa. Che poi, detta così, sembra quasi poetico.
Ma poi ti ricordi che lupa, in latino, vuol dire anche puttana. (Da qui, lupanare).

Mi spiego?

Mi spiego.

L’imperatore Claudio aveva bisogno di dare un po’ di lustro al suo impero. Sai com’è: l’immagine conta, e niente fa più curriculum di una campagna militare contro una popolazione semi ignota ma comodamente massacrabile — una specie di guerra lampo, versione paludosa che poi sarebbe la versione ante litteram della pistola fumante…

Così, mappa dell’Impero alla mano, gli cade l’occhio su quell’isoletta fradicia e inospitale lassù in alto a sinistra, dove pioveva pure sui mosaici. E allora gli torna in mente che Giulio Cesare, ai tempi delle sue gite scolastiche in Gallia, ci aveva fatto un salto: una specie di Erasmus con le legioni. Aveva spaccato qualche cranio, come da programma. Poi, complice un meteo da suicidio, dei dialetti da incubo e l’umidità nei sandali, aveva fatto fagotto ed era tornato ad Alesia, dove almeno i barbari urlavano in francese e la birra scorreva a fiumi.

E così — tadaaan — Claudio manda (a) Paolino.
Un tipo tosto, cresciuto a pane, guerra e verbi intransitivi.
Da buon figlio di lupa (nel senso latino, ovviamente), Paolino arriva in Britannia, dà un’occhiata in giro, e capisce subito l’antifona: le tribù sono più litigiose di un’assemblea condominiale. E allora applica il metodo più vecchio di Roma: divide et impera. Offre aiuti, distribuisce favori, lancia occhiate ammiccanti, e lascia che i britannici si sputtanino tra di loro da soli. Alcune tribù tradiscono le altre con la stessa disinvoltura con cui oggi si passa da una compagnia telefonica all’altra, e nel frattempo Roma avanza, elegantemente infame, come sempre.

Tutto fila liscio per Paolino,finché non entra in scena lei.
Boudicca.
Capelli rossi come un incendio, sguardo da tempesta, e un conto aperto con Roma.

Okay, Boudicca non era nata regina.
Era nata in mezzo al fango, agli alberi e alle storie urlate intorno al fuoco. Aveva imparato a camminare tra i cavalli e a parlare con le api.
Aveva un modo tutto suo di impugnare le armi: sembrava stesse sbucciando una mela.

Quando la diedero in sposa a Prasutago, re degli Iceni — che sapeva scrivere, parlare latino e piegarsi al compromesso — lei pensò: “Pazienza. Almeno non russa.”
Ma col tempo, aveva cominciato a odiare quel modo in cui lui le parlava dei romani.
— Hanno portato le strade, l’ordine, il diritto — diceva.
E lei pensava: “Sì, ma anche le tasse e un cetriolone bello farcito.”

Quando Prasutago muore — sobrio e civile, come si addice a un cliente di Roma — Boudicca versa qualche lacrima di protocollo, si tracanna una pinta e si siede a guardare il tramonto. È tranquilla: il marito aveva già sistemato tutto con i Romani. Il regno, come da testamento, spettava a lei e alle due figlie.

Seee, come no, fa Paolino. Uno che già all’asilo giocava a “senato e gladiatori” e che, da bravo figlio di lupa, già imbrogliava.

Polino manda i suoi legali che parlano come quelli che ti propongono il cambio gestore luce e gas, solo che in latino.
— Il testamento non vale — dicono. — È tutto nostro.
E “tutto”, in romanesco da conquista, significa:
• le terre,
• le armi,
• i forzieri,
• l’onore,
• e, già che ci siamo, anche il silenzio.

Boudicca si inalbera. Prova a resistere.
E Paolino, uomo morigerato e grande esportatore di “civiltà”, la fa frustare.
Poi fa violentare le due figlie, davanti a lei.
Poi già che c’è fa frustare pure loro, le figlie stuprate.
E per fortuna che i barbari erano gli altri…

Ed è qui che Boudicca smette di essere una donna e diventa un’allucinazione.
Un tuono a ciel sereno. Una profezia a cavallo.
Perché quando ti toccano l’onore e le figlie nella stessa scena, anche la più tranquilla delle regine si trasforma in belva.
Un po’ come quando schiacci per sbaglio la coda al gatto sbagliato.

In una settimana, Boudicca fa quello che nessun team di marketing aveva mai osato: Unificare i popoli britannici sotto un solo brand: #FuoriILegionari (e per fortuna che le donne non sanno comandare…)

Le tribù rispondono presente. I Trinovanti, gli Atrebati, i Catuvellauni. Perfino i Siluri, che normalmente odiavano anche il proprio riflesso.

Ogni campo, ogni villaggio, ogni stalla che attraversa, lascia un segno: una torcia accesa, un urlo nella notte, una speranza che sa di sangue e futuro.

Davanti ai suoi guerrieri, Boudicca parla dal carro. Non legge un copione. Non serve…

— Loro hanno le corazze, — dice. — Noi abbiamo le cicatrici.
— Loro hanno gli standardi, — Noi abbiamo la fame.
— Loro ci dicono come vivere. — Noi gli insegneremo come morire.

Le donne urlano per prime. Poi i vecchi. Poi i ragazzi.
La Britannia intera si stringe intorno alla voce di una madre ferita che ha deciso di non perdonare.

Boudicca guida i suoi in una carneficina senza freni.
Non è vendetta: è macelleria sacra.

Camulodunum cade per prima.
I templi distrutti, le statue di Claudio abbattute come fossero di cartapesta, i coloni squartati.
Alle donne romane — quelle ben vestite che ridevano dei “capelli rossi” delle britanne — tagliano i seni e glieli cuciono in bocca.
Poi le appendono, come trofei muti, ai pali lungo la via.

Poi tocca a Londinium.
Bruciata viva. Non conquistata: incenerita.
Chi tenta la fuga viene aperto in due, lasciato a grondare su quella che un giorno sarebbe stata Oxford Street.
Una lunga fila di corpi: chi senza testa, chi senza lingua, chi senza nome.

Infine Verulamium, che non ha colpe precise, ma ha il difetto di esistere sotto il vessillo sbagliato.
E così viene rasa al suolo con la stessa pietà con cui si calpesta una formica mentre si parla al telefono.

Il messaggio è chiaro:
Quando i barbari si incazzano, si incazzano davvero.

E Paolino? è altrove.
Non si aspettava che l’Impero potesse essere sventrato da donne coi capelli sciolti e gli occhi rossi di pianto.
E invece eccolo lì, a contare morti e macerie, mentre si chiede se per caso stavolta non fosse il caso di chiamare rinforzi, sì ma quali?

E alla fine, arriva la battaglia campale.
La battaglia della strada Watling.
Paolino non ha tempo. Ma soprattutto non ha uomini.
Appena 10.000 tra legionari, ausiliari e veterani dal curriculum insanguinato.
Boudicca invece sì: ne ha 230.000. E pure incazzati.
Gente che ha visto le proprie figlie violentate, i villaggi bruciati, gli dèi impiccati ai pali.
Gente che non combatte per la gloria, ma per riprendersi l’anima a morsi.

Paolino chiede rinforzi. Che ovviamente non arrivano.
Bloccati altrove, a difendere templi, pettinature e civiltà prêt-à-porter.

Ora, se volete sapere nei dettagli la strategia di Paolino, prendete un bel manuale serio o chessò leggetevi Tacito e già che ci siete pure Cassio Dione… Perché questa, signori, è la battaglia della strada Watling. Un nome che sembra quello di una via residenziale, e invece è il posto dove si è compiuta la più grande lezione di logistica militare e brutalità preventiva dell’Impero romano.

Boudicca è talmente sicura di vincere che si porta dietro i carri pieni di civili — donne, bambini, vecchi —, e li sistema in fondo, dietro l’esercito. Tipo pubblico del multisala venuto a vedere i Romani allo spiedo.

Paolino invece dispone le truppe in formazione a cuneo, con colline ai lati e un imbuto perfetto davanti: nessuna via di fuga, per nessuno.

Poi aspetta.
E quando i Britanni attaccano, carichi di rabbia e zero strategia, i Romani reggono.
Reggono. E poi sfondano.
Si combatte come indemoniati. Spade, urla, sangue, morsi, corpi calpestati, crani spaccati come noci.
I cavalli scivolano sulle budella. I carri si ribaltano.
La linea britanna cede.
E quando Boudicca & Co. provano a fuggire… zac.
Si schiantano contro i carri del multisala.
Gli spettatori, proprio loro…quelli coi pop-corn… diventano ostacolo, carne da calpestare, tappo umano.

Tacito scrive che nella battaglia finale della rivolta di Boudicca i Britanni lasciarono sul campo 80.000 morti, mentre i Romani ne persero solo 400.

Sarà vero?
Mah. È un po’ come quando chiedi a un ragazzo quanti amori ha avuto e ti dice “una trentina”, e poi chiedi alla ragazza e lei sussurra “tre e mezzo” contando anche quello delle medie.

Insomma, numeri alla American Pie: gli uni esagerano per vantarsi, le altre riducono per decenza.

Tacito, nel dubbio, ha fatto come i maschietti: ha moltiplicato tutto per dieci. Ma l’impero in fondo è anche questo: narrazione ben confezionata.

E Boudicca?
Secondo alcuni si avvelena.
Secondo altri viene fatta a pezzi.
Secondo i migliori, diventa leggenda.

E Paolino?
Rimane lì, tra le mosche, il fumo e i corvi, a spiegare che sì, ora c’era di nuovo la pace.
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
Quando fanno il deserto, lo chiamano pace.

Fine dello spettacolo. Le uscite sono in fondo.
Occhio a non scivolare. C’è ancora sangue.

Che poi ogni volta che la rileggo, questa storia — di imperi, invasioni, vendette e rovine — mi viene da pensare che forse l’unica cosa davvero “intelligente” che abbiamo creato in millenni di civiltà… sono le bombe.


Dèi, eroi e borderline ellenici

Lo sapevano anche i Romani: una volta l’anno è lecito impazzire.
Tipo carnevale. Tipo black Friday. Tipo quando ti convinci che parlare da solo sia un segno d’intelligenza superiore.
Semel in anno licet insanire — non è solo un proverbio: è autodifesa.

Che forse è anche per questo che Erasmo da Rotterdam con la Follia ci flirtava: le lasciava il microfono, le stendeva il tappeto rosso, e intanto lei gli svelava che la vita è teatro.
Ognuno con la sua maschera, la sua parte, il suo copione sbrindellato. Giusto il tempo di capirci qualcosa che entra il regista, spegne le luci. Fine della scena. Grazie per la partecipazione.

Forse è per questo che Astolfo la ragione non la trova nei libri, né nei dottori, ma sulla Luna. Perché là dove tutto si perde, l’unica cosa che si salva… è la follia ben riposta in un’ampolla.

Ofelia, Don Chisciotte, Amleto, e l’“uno, nessuno e centomila”, è chiaro che a furia di raccontarla, questa follia diventa un modo per stare al mondo senza farsene troppo carico.

Ehh… tutto bello… ma ancora una volta i Greci erano arrivati prima.
Mettetevi in fila.
Loro la follia l’avevano già messa nei miti.
Ci facevano tragedie, oracoli, vendette cosmiche.
Altro che manuali di psicologia: lì si dava di matto per amore, per orgoglio, per dispetto divino.

E allora andiamo a trovarli, questi matti illustri.
Con rispetto. Ma non troppo.
Perché se c’è una cosa che la follia insegna,
è che riderne — è già un modo per lusingarla.


Achille è morto.
Sì, proprio lui: il mitico, l’invincibile, il golden boy del campo greco.
Quello che non cedeva mai — a parte quando si trattava di drammi interiori e di Patroclo in versione “Netflix and chill”.

È morto — diciamolo — come un fesso: colpito al tallone, ovviamente.
Ma lasciamo stare la dinamica che qui stiamo raccontando un’altra storia…

Il vero problema ora è l’eredità.
Achille aveva qualcosa che tutti gli altri si sognavano pure durante i turni di guardia: le armi più iconiche dell’intera guerra di Troia.
Non roba da outlet: armi con tanto di certificato di divinità, garanzia olimpica e QR code omerico. D’altronde le aveva forgiate Efesto in persona su richiesta express di mamma Teti, dopo che Ettore si era fregato quelle date “in prestito” a Patroclo. Oggi ci tireresti fuori almeno tre sfilate, una collaborazione limited edition con Nike e una mostra al MET, organizzata direttamente da Atena con tanto di conferenza stampa.
Tra i guerrieri greci c’era un certo Aiace Telamonio: il classico armadio a quattro ante dal cuore tenero, quello che in ogni accampamento diventa subito l’amicone di tutti.
Uno che, se ti serviva un cambio all’ultimo per il turno di guardia, lasciava anche la bistecca mezza cruda e veniva di corsa.
E se lo chiamavi alle due di notte perché Menelao era di nuovo in crisi — seduto fuori dalla tenda con lo sguardo nel vuoto e l’elmo messo al contrario — lui c’era. E poi tornava a dormire. O a combattere. O a portare i fazzoletti a qualcun altro. Perché Aiace era così. E tutti, ma proprio tutti, gli volevano bene.
In più — dettaglio non da poco — era pure cugino di Achille.

Aiace, dopo aver pianto il giusto (ma con dignità, sia chiaro), si rialza, si sistema l’elmo e si guarda attorno.
Per lui non ci sono dubbi: l’armatura di Achille gli spetta. Ora, se ci mettiamo a elencare tutte le imprese di Aiace, non finiamo più. Diciamo solo che — parola di Ettore, e pure di Enea — sul campo era una bestia. Avrebbe pure vinto il Pallone d’oro della guerra… se non fosse che in squadra c’era Achille.
Quindi Aiace è sicuro che le armi del cugino andranno a lui. Non è presunzione — è logica. È sangue. È rispetto.
E poi — diciamolo — dopo Achille, chi è che si è fatto tutte le battaglie, chi è che ha sollevato tende, protetto compagni, e consolato per mesi quel cornuto di Menelao che non si dava pace perché Elena adesso si firmava di Troia pure sui papiri dell’avvocato divorzista?

Aiace già si immagina con l’armatura addosso. Un figurone. La prova costume dell’eroe greco: petto scolpito, bronzo lucido, aura divina e like in crescita costante. Isomma, è una formalità. Una consegna simbolica.

Solo che — in mezzo agli abbracci, ai lamenti e ai “non sarà più lo stesso senza di lui” — c’è uno che non è esattamente sulla stessa lunghezza d’onda.
Ulisse non dice niente. Sorride, annuisce, si passa le dita sulla barba come se stesse pensando ai bei tempi.
Ma dentro di sé ha già deciso.
Altro che “spetta ad Aiace per diritto di sangue”…
Ulisse si vede già tornare a casa con quell’armatura addosso, scintillante sotto il sole di Itaca, accolto da Penelope con un “ma dai, che bel souvenir!”.

Il consiglio degli Achei, chiamato a decidere a chi destinare le armi di Achille, si divide. Troppa tensione, troppa gloria in ballo. Serve una soluzione equa, dice qualcuno. Una prova pubblica, propone qualcun altro.
Una sfida di parole specie TED talk acheo, suggerisce una certa voce pacata, con la finta umiltà di chi si limita a “mettere sul tavolo un’idea”. Quella voce — me la immagino — è di Ulisse. Perché, diciamolo, se la sfida è a colpi di parole, lui gioca in casa. E lo sa benissimo.

Aiace si cimenta per primo. Parla col cuore. La voce è potente, lo sguardo onesto, il tono quello di chi non ha mai barato nemmeno al gioco del chi sputa più lontano. È diretto, fiero, lineare. Troppo…
Gli Achei si commuovono, ma anche un po’ si annoiano.
Qualcuno sbadiglia. Nestore prende appunti, ma per la lista della spesa.

Poi tocca a Ulisse.
Entra in scena come chi non ha nulla da dimostrare, ma parecchio da dire.
Tesse un discorso con la finezza di una ragnatela. Racconta di notti insonni, imprese impossibili, parole sussurrate all’orecchio del destino. Cita perfino lo stesso Aiace. Lo loda. Lo onora. Gli rende omaggio con la voce rotta dall’emozione… e intanto, con l’eleganza di chi sa parlare al cuore degli eroi, gli infila il cetrioloretorico. Con calma, precisione, e tutto l’onore del caso — proprio dove l’elmo non arriva, e il sole non batte mai.

Il pubblico — cioè gli altri eroi — applaude. Nestore si commuove.

Le armi? A Ulisse, ovviamente.

Aiace resta immobile. Poi si incazza per davvero e a quel punto qualcosa si spezza. Gli eroi greci non sono abituati a perdere, e ancor meno a perdere così. Con le regole dell’altro. Col suo stesso onore usato come leva contro di lui.

E allora impazzisce. Letteralmente.
Accecato dalla rabbia che tracima in follia cieca, scambia un gregge per il consiglio degli Achei e lo massacra senza pietà.
Quando torna in sé è coperto di sangue, fango e resti ovini — brandelli di lana, corna spezzate, zoccoli sparsi come coriandoli post-apocalittici.
Intorno a lui, solo silenzio e carcasse.
Nel frattempo, sul profilo di Ulisse è già virale un reel: “Aiace vs ovini — il meltdown dell’anno.”
😂😂😂 Visualizzazioni alle stelle, pure un cuoricino da Atena.
La vergogna è più pesante di qualunque scudo.
E la spada — quella che gli resta (che tra l’altro è di Ettore) — la usa contro di sé.

Perché la follia, quando arriva, non bussa. Ti prende le chiavi di casa e si siede in salotto…


Atteone è un bravo ragazzo. Un cacciatore con la faccia pulita e il cuore da boy scout. Ama i boschi, il silenzio, il flauto di Pan. Un giorno passeggia tra le fronde, sereno, innocente e all’improvviso… la visione.

Artemide.

Nuda.
La dea della caccia.
Non una ninfa (si vabbè in realtà ci sono anche le ninfe, fanno tutte il bagno perché fa caldo, ma gli occhi sono tutti per Artemide). Non una comparsa. Una divinità intera, in tutto il suo splendore. Alta, fiera, scolpita come un’idea platonica appena uscita dalla palestra degli dèi. Lui la vede. E basta. Non fiata. Non scappa. Non respira. Non posta una foto. Guarda. Guarda. Guarda ancora.
Con gli occhi sbarrati e la mandibola che cerca di ricordarsi come si sta attaccata. Perché mannaggia a Clitemnestra una dea così, così… bona, gli incastra le parole in gola. Gli azzera ogni pensiero. Gli spegne pure il Wi-Fi cerebrale. E allora resta lì, impalato, con lo sguardo allucinato di Alvaro Vitali quando, per sbaglio o per destino, spalanca la porta del bagno e trova Edwige Fenech che fa la doccia.
Occhi fuori dalle orbite, tra l’estasi religiosa e l’infarto erotico, l’anima in apnea e quel misto di panico e beatitudine che solo un’apparizione divina — o un film vietato ai minori — può causare.

Ed è proprio in quel momento che il destino affila i canini…

Artemide si volta. Lo vede. Per un attimo il tempo si congela.
L’acqua gocciola ancora dalle spalle della dea, ma non cade.
Le ninfe trattengono il fiato. Gli alberi pure. Gli occhi di lei si posano su Atteone — ancora lì, immobile, una faccia da cartone animato, tra l’estasi e la frittata. E lo capisce anche lui, troppo tardi: ha fatto la cazzata.

Lei non urla. Non si copre. Non gli dà nemmeno il tempo di abbassare gli occhi. Lo trasforma in cervo. Così. Di colpo. Corna, zoccoli e tutto il resto.

Lui fugge. Corre nei boschi che conosce a memoria — ma ora hanno cambiato volto. O forse è lui ad averlo fatto. I suoi cani lo fiutano. Ma non lo riconoscono. Non vedono Atteone. Vedono la preda. Lo inseguono. Lo accerchiano. Lo sbranano. Cani che una volta gli saltavano addosso per gioco. Cani che lui chiamava per nome (anche se erano cinquanta). Ora hanno gli occhi ribaltati e la bava alla bocca. Impazziti. Aizzati da una furia divina che non capiscono.
E gli mangiano il cuore. Come si mangia un ricordo.

Atteone non ha colpe. Ha oltrepassato un confine che nessuno aveva tracciato. E la punizione è arrivata sotto forma di follia a quattro zampe.


Se Aiace cade per l’onore, Atteone per aver guardato troppo, Bellerofonte cade per… il sogno americano.

Ora, il ragazzo si è montato la testa, ma come dargli torto? Ha ucciso la Chimera, ha domato Pegaso, ha trionfato in duelli che neanche nei best of di Ciao Darwin.
E a quel punto si guarda allo specchio (a torso nudo ovviamente) e pensa:
“E ora? Cos’altro resta?

Spoiler: l’Olimpo.

Vuole salire. Letteralmente. Presentarsi da Zeus, stringergli la mano, dargli del tu mentre gli spiega un’idea per un podcast divino.
Non ci pensa due volte. Sale su Pegaso. Allaccia la cintura dell’ego.
Decolla.

Ma agli dèi non piacciono gli arrampicatori sociali. Zeus manda un tafano a infastidire Pegaso e Bellerofonte cade malamente.

Pegaso sparisce nel cielo indignato. Bellerofonte invece si salva. Ma non del tutto. Zoppo, muto, e con lo sguardo fisso nel vuoto, si ritira in campagna.
E qui, un po’ alla volta perde il senno. Comincia a parlare con le galline. A darsi ragione da solo. A fare discorsi motivazionali al fienile. All’inizio i contadini lo compatiscono. Poi smettono di ascoltarlo. Poi smette di ascoltarsi anche lui.

Non sono gli dèi a punirlo. È lui. Perché ha concepito la follia di pensarsi immortale. E adesso crede che i piccioni siano microfoni di Era.

Ma in fondo — diciamolo — la follia è l’unico atterraggio possibile per chi ha volato troppo in alto. È l’applauso che nessuno sente, la standing ovation nel teatro vuoto dell’ambizione. Perché a volte, per restare umani, bisogna perdere il senno. O almeno lasciarne un pezzetto sulla luna.

Tre follie.
Tre cadute.
Tre post da incorniciare sulla bacheca dell’umanità.

E in fondo, Erasmo ha provato a spiegarcelo: “Solo i folli vivono davvero.”

Perché mentre i savi calcolano, i folli agiscono.
Mentre i savi esitano, i folli bruciano.

E se il mondo ricorda i miti, non è per ciò che hanno vinto. Ma per come hanno perso. A testa alta. Col cuore a pezzi. E un sogno troppo grande per stare in piedi.

Perché se è vero che il cielo è dei coraggiosi… l’eco dell’infinito è dei folli.

Le parole insegnano, gli esempi trascinano

17 maggio 2020, Federal Hill, Baltimore, Maryland.

Mr. Reder attraversa il semaforo tra l’intersezione di Battery Avenue e Key Hwy, lasciandosi alle spalle Inner Harbor, il porto turistico di Baltimora. Cammina piano, inerpicandosi sugli scalini di Federal Hill con entrambe le mani ben salde alla ringhiera. Senza fretta. Un passo alla volta raggiunge la cima e si siede su una panchina vuota.

È una splendida mattina di metà maggio; il cielo ha sfumature d’indaco che tendono al viola, e dalla baia soffia una brezza che sa di acqua salmastra.
Non fa ancora caldo, ma chi è cresciuto da queste parti lo sa: l’aria si sta caricando d’umidità, e a mezzogiorno sarà quasi impossibile camminare al sole senza sentire l’afa bollente stringere i polmoni.

Mr. Reder rimane ancora qualche minuto seduto, a godersi quest’aria da primavera estiva rosolata a fuoco lento. Anche se deve fare una cosa importante, non ha poi tanta fretta.
Davanti a lui, lo skyline di Baltimora si specchia nell’acqua blu della baia. Indugia con lo sguardo sui dettagli più grandi: il World Trade Center che si staglia sull’altro lato, l’acquario con le sue immense vetrate che riflettono l’azzurro del mare, le barche che fendono l’acqua lasciando scie di spuma bianca come aerei nel cielo.

Scuote la testa, come a scrollarsi di dosso pensieri appiccicosi. Prende il cellulare dal borsello, fa scorrere i nomi in rubrica. Quando trova quello che cercava, preme il tasto verde.
Il motore di un aereo riempie il vuoto del cielo.
La linea è libera.

«Mia madre diceva che gli alberi più invecchiano, più diventano forti. Gli esseri umani, invece, più invecchiano più si accorgono di essere soli.
Nella solitudine forzata di questi mesi ho imparato a prendermi cura di me stesso, un giorno alla volta. E oggi posso dire che non ho più paura delle mie paure. Forse è arrivato il momento di ascoltarmi, invece di ascoltare gli altri.

Cinquantadue anni fa, il 17 maggio 1968, nove attivisti cattolici — tra cui due gesuiti — irruppero nella sede governativa di Catonsville, a sud di Baltimora. Salirono al secondo piano e sottrassero con la forza oltre trecento schede di chiamata al servizio militare, destinate ad altrettanti ragazzi. Le portarono nel parcheggio adiacente e le bruciarono, usando Napalm fatto in casa.
Durante il processo, Padre Daniel Berrigan, il leader del gruppo, fissò i giurati e, con tono pacato, disse: “Chiediamo scusa, cari fratelli, per aver sovvertito per qualche ora la calma e la tranquillità dell’ordine precostituito, bruciando fogli di carta invece che bambini”.

Ecco, questa è una delle tante storie che nei miei quarant’anni di insegnamento ho raccontato ai miei studenti, provando a ispirarli con le parole di chi ha avuto il coraggio di agire.
Come membro del Social Committee avrò organizzato almeno una cinquantina di feste di pensionamento. E ogni volta, vedendo colleghi con la pelle raggrinzita e gli occhi ingialliti salutare un corpo docenti che ascoltava distrattamente i discorsi d’addio, ho sempre pensato che a me non sarebbe mai successo.
Avrei avuto la decenza di andarmene un attimo prima di diventare troppo vecchio per trattenere le emozioni.

Invece eccomi qua. Pelle raggrinzita, occhi ingialliti. E non riesco neanche in questo. Ma almeno, almeno non sto piangendo.

Sono entrato nel corpo docenti della Silvana High nel settembre del ’78. Meno di un anno dopo l’elezione di Jimmy Carter, in piena Guerra Fredda, con gli accordi di Camp David che si firmavano qui, in Maryland.
Non ho fatto subito l’insegnante. Dopo il diploma ho lavorato quasi dieci anni alla Ford di White Marsh, studiando la sera al Community College.

Ho raccontato la storia americana a generazioni di studenti: la Dichiarazione d’Indipendenza, la Guerra Civile, le due guerre mondiali. E poi, mentre spiegavo il passato, il presente avanzava: la caduta del Muro, la Guerra del Golfo, l’undici settembre. Eventi che passavano dai telegiornali ai libri di testo.

Avevo la presunzione di cambiare i miei studenti per cambiare il mondo. Ma un giorno dopo l’altro, sono stati loro a cambiare me.
È un mestiere ingrato, quello dell’insegnante.

Mi manca la scuola. E adesso che so che non tornerò a settembre, la mancanza è quasi un dolore fisico.
In questo periodo dell’anno, senza pandemia, avremmo celebrato la graduation dei seniors.
Di graduation me ne intendo. Ne ho viste più di quaranta, e ho stretto migliaia di mani. Alcune di quelle mani hanno fatto grandi cose. Altre si sono perse. Alcune sono finite sottoterra, raccontate di sfuggita in un trafiletto dell’«Observer».

Non è giusto che i seniors se ne vadano senza una festa, senza il ballo, senza i fiori. Se un evento non viene celebrato è come se non fosse mai avvenuto.
Anche noi, che andiamo in pensione, spariremo in silenzio. Cancellati da un virus che, per nemesi sociale, uccide solo i vecchi. O almeno così dicono alla televisione.

Mi consola pensare che i ragazzi avranno altri balli, altre feste, altre estati. Noi no.

Ho deciso di andare in pensione a novembre, mentre spiegavo le conseguenze dell’undici settembre. Mi sono accorto che raccontavo storie che i miei studenti non capivano più. E allora ho capito che, a forza di raccontarla, la storia ero diventato io.

Chissà che faccia faranno i miei colleghi giovani quando tra qualche anno si troveranno a spiegare questa pandemia a studenti annoiati che li ascolteranno distratti.

Noi insegnanti siamo metodici. Abbiamo i nostri riti.
Per quarant’anni mi sono svegliato alle sei, ho preso il raccordo alle sette meno un quarto, ho parcheggiato nel solito posto, accanto alla collinetta che dà sulla palude.
Ho insegnato sempre le stesse cose, sempre nello stesso ordine, aggiornando ogni anno il programma con la Storia che avanzava.
Ogni diciassette maggio, per più di quarant’anni, ho raccontato ai miei ragazzi la vicenda dei Nove di Catonsville. Una storia che, mi piace credere, abbia ispirato almeno uno di loro.

Sembrava brutto chiudere la carriera senza poterla raccontare un’ultima volta.
E allora la dono a te.»

Mr. Reder chiude la chiamata, alza la testa e torna a fissare la baia. Un nodo gli stringe la gola, le lacrime gli pizzicano le guance scavate.

Anche l’ultima promessa è venuta meno.


Un grazie alla R.J. Phillips Band  per questa storia.