Febbre da Cavallo

Svetonio, Dione Cassio, Tacito, Ammiano Marcellino. Tutti con la penna affilata e un senso del dramma degno di un Emmy.
Eppure accomunati da una sola, tragica sfortuna: sono nati prima dell’invenzione delle serie TV.
Altro che “storiografi”: oggi li avremmo visti firmare contratti con HBO, discutendo col regista su quanta emoglobina inserire nella puntata.
Le loro opere erano serie evento ante litteram: incesti, tradimenti, colpi di Stato, monologhi da villain e almeno una morte ogni tre pagine.
L’unico problema? Nessuno faceva il recap dell’episodio precedente, e i rotoli di papiro non avevano nemmeno la funzione “salta intro”.

Mi spiego?
Mi spiego…

Gaio Giulio Cesare Germanico nasce con un problema che oggi chiameremmo overachievement genetico: due genitori ingombranti, nobili e carismatici quanto un red carpet imperiale.
Il padre è Germanico, generale idolatrato dalle legioni, osannato dalle folle, con fanclub attivi da Lugdunum a Palmira. Le sue vittorie in Germania gli valgono il soprannome “Germanico” e una pioggia di post virali nei resoconti ufficiali.
La madre è Agrippina Maggiore: intelligente, ambiziosa, eloquente, e con più senso politico di metà del Senato messo insieme.
(Sì, è una delle tante Agrippine: a Roma ce n’erano più che barrette proteiche negli spogliatoi dei gladiatori.)

Quando Germanico parte per le sue campagne militari sul Reno, non lascia moglie e figlio a casa. No, lui si porta tutto il pacchetto famiglia.
E così, tra un attacco all’alba e un consiglio di guerra, c’è anche Agrippina che partecipa alle decisioni strategiche e il piccolo Gaio che scorrazza nell’accampamento vestito da mini-legionario: corazza, spada, e soprattutto le mini-caligae — i sandali dei soldati.
I militari, inteneriti, lo soprannominano affettuosamente “Caligola”, cioè “scarpetta”. Un nome carino, tipo Baby Yoda, che però lui odierà cordialmente per tutta la vita.
Spoiler: anche noi, a un certo punto, inizieremo a temerlo parecchio.

Ma l’infanzia in real Roman camp dura poco.
L’imperatore Tiberio — che ha la paranoia nel DNA, livello Big Brother — inizia a sospettare del troppo consenso intorno a Germanico.
Lo richiama a Roma con una scrollata di spalle e gli dice: “Bravo, ora vai in Oriente a sistemare un paio di province ribelli.”
Peccato che insieme al biglietto aereo gli mandi anche Pisone, governatore con più licenza di spiare che di amministrare. Tipo Alexa, ma con la toga.
Guarda caso, Germanico si ammala in modo sospetto e muore nel giro di un paio di stagioni. Qualcuno sussurra “veleno”… ma dai, non siamo mica su Complotti & Cacio su YouTube.

Agrippina rientra a Roma furiosa come Claire Underwood nella terza stagione. Accusa Pisone pubblicamente, scoppia lo scandalo, si apre un processo che sembra una miniserie HBO.
Pisone la fa quasi franca… ma poi, tra pressioni e nuovi veleni (stavolta politici), si toglie la vita. Finale da stagione quattro.
Ma a Roma non c’è posto per chi urla troppo.
Tiberio, allergico alle madri combattive, decide che Agrippina è di troppo.
La esilia. Le toglie tutto: il ruolo, la casa, i figli.
Muoiono anche due dei suoi fratelli. E lei — che aveva camminato tra le legioni come un generale — si spegne sola, lontano da tutto.

E mentre tutto questo va in onda su ImperiumTV, il piccolo Caligola incassa il trauma, cresce in fretta, e impara che a Roma si muore giovani e si odia a lungo.
Quando viene convocato a Capri da Tiberio — imperatore in pensione con la fama di lucertolone sociopatico — la storia prende una piega da Black Mirror.
La villa, arroccata sull’isola, è meno una reggia che un esperimento clinico.
Tiberio lo accoglie sotto la sua ala tossica, lo nutre di silenzi, sospetti e veleno, come si fa con certi rettili rari.
E Caligola lo capisce fin troppo bene: dietro la morte dei suoi genitori c’è l’ombra lunga dell’Imperatore.
Non lo dice.
Ma lo impara.
E lo trattiene.
Come fanno i serpenti, prima del morso.

Svetonio, che di gossip imperiali era il Fabrizio Corona dell’antichità, racconta che Caligola già allora mostrava tendenze da villain Marvel: assisteva alle esecuzioni per divertimento, si travestiva, si intrufolava nei bordelli come in una missione stealth.
Tiberio? Lo sapeva.
E lo lasciava fare.
Perché in quel giovane dai piedi piccoli e dallo sguardo inquieto, vedeva un’arma.
Non un erede.
Un’arma da puntare contro il Senato. Una bomba a orologeria in toga.
“Sto allevando una vipera per il popolo romano, un Fetonte per il mondo”, diceva.
E rideva.

Ma non col cuore…

Alla morte di Tiberio, Caligola diventa imperatore.
All’inizio è una star: giovane, bello, idolatrato come una popstar in toga.
La folla lo acclama, le statue spuntano come funghi, le monete brillano col suo profilo.
Un po’ influencer, un po’ messia.
Ma la luna di miele dura pochissimo.

Ottobre, 37 d.C.
Il nuovo principe cade gravemente malato.
Giace a letto, pallido. Trema, delira, non mangia.
Suda come un centurione dopo una lezione di zumba.
Roma trattiene il fiato.
Il popolo, in preda al panico, fa voti, sacrifici, promesse sgangherate.

Caligola guarisce.
Ma qualcosa in lui si rompe.
Forse una pozione d’amore datagli da Milonia Cesonia (detta anche poculum amatorium — da provare su TikTok con moderazione).
Ce lo racconta bene Filone di Alessandria che, pur senza aver mai letto Pirandello, usa la stessa immagine: la maschera che cade.
E sotto, c’è l’inquietudine.

Caligola, dopo la malattia, è proprio questo: un uomo senza più maschere.
Lo ha raccontato anche Albert Camus, duemila anni dopo, nella tragedia Caligola.
Un’opera potente, in cui l’imperatore non è un pazzo qualsiasi, ma uno che ha capito troppo.
Ha guardato in faccia il vuoto.
E da lì, tutto gli sembra ridicolo.
La vita. Il potere. Le leggi. I senatori. Tutto teatro.
Allora gioca. Sfida. Provoca. Distrugge.
Perché se niente ha senso, tanto vale tirare giù il sipario.
E far crollare la scenografia.

Camus non lo giustifica.
Ma lo capisce.
E forse anche noi, un po’ — tra una pagina di Svetonio e un binge-watching di House of Cards — riusciamo a vedere quel lampo negli occhi di Caligola.
Non è solo follia.
È consapevolezza.
E fa più paura.

Da eroe a carnefice, il passo è breve.
Caligola diventa un Joker ante litteram, venuto a punire tutti: giudei, romani, senatori, gladiatori, cavalli… e forse anche i citofoni difettosi del Palatino.
Gli storici moderni cercano diagnosi: afrodisiaci? epilessia? tiroidite? neurolue? saturnismo?
Perché incasellare la follia in un referto medico la rende più sopportabile.
È l’ignoto, non il male, che fa davvero paura.
Più che un imperatore, una diagnosi ambulante con poteri assoluti.

Comincia con gesti teatrali: chiede di essere adorato come un dio. Gli altri imperatori, almeno, aspettavano di morire.
Lui no.
Lui salta l’ipocrisia: “Se sarò dio da morto, allora potete anche baciarmi il culo da vivo.”
Costruisce templi a se stesso, obbliga i senatori a baciargli i piedi.

Poi passa al catalogo dell’assurdo: dichiara guerra a Nettuno, sostiene di litigare con Apollo, spedisce l’esercito a “conquistare l’oceano”, e fa raccogliere conchiglie come bottino.

E sì, c’è anche il cavallo.
Incitatus, lo stallone imperiale.
Dorme su cuscini di porpora, ha una scuderia in marmo, una scorta personale e un servizio da tavola in argento.
Caligola vuole farlo console.
Forse per insultare il Senato.
Forse perché lo riteneva davvero più lucido della media.
Forse entrambe le cose.

Intanto, sperpera.
Tre miliardi di sesterzi, svaniti come l’incenso nei templi.
Quando i soldi finiscono, parte la finanza creativa:
– Dazi al 125% su merci importate dai barbari
(“Troppi sandali cinesi nel Foro”); truffe, testamenti annullati, cittadinanze negate.
Aumenta le tasse. Su tutto.
Cibo, processi, prostituzione, matrimoni, gioco d’azzardo.
E colpo di genio: a un certo punto non pubblica nemmeno più le nuove leggi.
Così, non conoscendole, i cittadini le violano.
E pagano.

I suoi matrimoni?
Come le sue leggi fiscali: nati per capriccio, finiti per noia.

Alla fine, come spesso accade a chi recita senza copione, il sipario crolla. Nel 41 d.C., dopo appena quattro anni di regno, una congiura lo aspetta in un corridoio.
Lo pugnalano.

Venti colpi.

Muore come aveva vissuto: circondato da fantasmi, echi e troppa immaginazione.

Caligola è il simbolo estremo di ciò che succede quando il potere smette di fingere di essere razionale.
Quando un Impero si affida all’ego fragile di un ragazzino cresciuto tra applausi falsi e paure vere.
Quando un elmo troppo grande finisce sulla testa sbagliata.

E allora sì —
quando ho una giornata storta in aula,
e mi sento l’ultimo supplente nel regno dei supplizi,
penso a lui.

Al bambino travestito da dio.
Che voleva essere amato, venerato, temuto, applaudito — tutto insieme.

E sorrido…

Perché almeno, per sentirmi vivo,
non devo (ancora) dichiarare guerra all’oceano.


Ero e Leandro amore a bracciate

Pensate che Jack di Titanic sia stato fregato da Rose perché proprio non c’era un angolino su quella specie di tavola galleggiante?

Beh, allora non avete mai nuotato nelle acque fredde dell’Ellesponto…

Credete che Romeo fosse ingenuo e Giulietta una che decide troppo in fretta?
Tenetevi forte.

Vi sembra tragico l’equivoco di Píramo e Tisbe col leone e il mantello macchiato?
Roba da principianti.

E che dire di Tristano e Isotta, Paolo e Francesca, Didone e il suo “visualizzato ma non risposto”?
Tutte storie carine, per l’amor del cielo…
Ma c’è un livello superiore.

Un amore che sfida le leggi della fisica, il buonsenso e forse anche quelle del meteo.

Se pensate di conoscere le grandi storie d’amore tragiche…
aspettate di leggere questa.

Consigliato per un pubblico romantico.
Ma con un giubbotto salvagente.

Allora.
Lui si chiama Leandro.
È giovane, belloccio, vive ad Abido, una cittadina sulla costa anatolica. C’ha il fisico, il ciuffo al punto giusto e quella faccia da “soffro per amore anche se non ho ancora amato”.

Lei si chiama Ero.
È una sacerdotessa di Afrodite – sì, proprio quella, la dea dell’amore.
È giovane, bella, intelligente… e ha fatto voto di castità.

Vive a Sesto, dall’altra parte dello stretto.
No, non Sesto San Giovanni.
Lì al massimo fai un voto al sindacato, non alla castità.

Eppure…i due si incontrano, si guardano, ed è subito mitologia.

Certo, peccato che tra loro ci sia solo un piccolo dettaglio.
Tipo… l’Ellesponto.

Che — precisiamolo subito — non è un ristorantino greco con vista mare, tovagliette a quadri e musica di Bouzouki in sottofondo.
No.
L’Ellesponto è un braccio di mare bello freddo, bello agitato e pieno di correnti infami, di quelle che nemmeno Google Maps consiglia di attraversare.
Un tratto d’acqua che se ci finisci dentro, o sei un mito… o diventi un mito, ci siamo spiegati?

Ma l’amore, si sa, è più forte di ogni barriera.
Sì, anche delle ordinanze marittime della Capitaneria di Porto di Gallipoli di Tracia, che sconsigliava vivamente la balneazione notturna —
e del buonsenso, ovviamente, che in queste storie fa sempre la fine del personaggio secondario.

E così, ogni notte, Leandro si butta in mare, stile Baywatch versione mitologia, per raggiungere la sua amata.
Ero, dal canto suo, lo aiuta: accende una lanterna nella torre dove abita per guidarlo come un faro umano.
Romantico, sì.
Ma anche un filo imprudente.
Tipo accendere il forno per la pizza surgelata e poi uscire a portare fuori il cane dicendo: “Giuro che torno prima che si sciolga la mozzarella”.

Ma finché c’è passione, Leandro nuota.

Bracciata dopo bracciata.
Con i muscoli che gridano “basta” e il cuore che urla “ancora”.

Sembra un influencer del fitness che attraversa i mari per amore e per i like.
Ma qui niente stories, niente GoPro, solo sale marino e ipotermia.

Va avanti così per settimane.

Di giorno lei fa la sacerdotessa (casta, eh, giura su Afrodite), di notte lui attraversa il mare come una versione erotica e sudata di Finding Nemo.
Si vedono di nascosto, si amano, si promettono eterno amore.
Siamo in piena zona “Romeo & Giulietta, ma con più cloruro di sodio”.

Tutto fila liscio fino a quando, e te pareva, arriva una tempesta.

Una di quelle notti in cui anche Poseidone, avvolto nell’impermeabile e con l’ombrello che si ribalta, sospira: “Manco io, che comando i mari, stanotte ci metterei un piede. E invece guarda ‘sto cretino…”

Leandro, però, non ci pensa due volte.
Si tuffa lo stesso.

Perché l’amore è cieco.
E pure un po’ sordo, se non sente il vento che urla “TORNA INDIETRO”.

Ero è là nella torre, che aspetta, preoccupata.
Trema, si morde le unghie, tiene accesa la lanterna.
Ma il vento è forte, la pioggia incessante, e — zac — la fiamma si spegne.
Basta un soffio, e il faro dell’amore diventa un buco nero.

Leandro, nel mare in tempesta, non vede più nulla.
Nuota a caso, sbatte contro un’onda, ne ingoia un’altra, e poi… più niente.
Come una canzone estiva dimenticata a settembre.
O come Jack di Titanic, ma senza soundtrack di Celine Dion e con Poseidone che, sottovoce, commenta: “Pure stavolta niente porta galleggiante… ma questi non imparano mai?”

Il mattino dopo, il mare restituisce il corpo.
Ero lo trova sulla spiaggia.

È il punto in cui, se fosse una serie Netflix, partirebbe un lento strumentale con archi e pianto greco.
Ma questa è mitologia: tragedia cruda, senza filtri e senza musica di sottofondo. E se l’eroe muore, allora vuol dire che funziona.

Ero, disperata, non regge il dolore.
Si lancia dalla torre e muore anche lei.
Sì, proprio come nelle migliori storie d’amore.
Anzi, peggio.
Perché qui non ci sono né famiglie riconciliate né statue dorate. Solo due ragazzi giovani, due cuori che volevano battere insieme, e un braccio di mare che ha detto no.

Morale?

Secoli dopo, arriva lui.
Lord Byron.

Un uomo, un poeta, un concentrato di narcisismo purissimo al 100%.
Uno che scriveva versi struggenti mentre si specchiava nei laghi.

Wait a minute.
Drowned in the Hellespont, did he?

Two stars. Would not recommend.
Mo’ ci vado io. In costume. E in endecasillabi.

E così il 3 maggio del 1810 si butta nell’impresa.
Letteralmente.

Nuota, scivola, danza tra le correnti come una sirena polemica.
Attraversa il mare. Arriva dall’altra parte.
Neanche un graffio. Neanche un rutto.

E poi — ovviamente — scrive.
Scrive una lettera gonfia di boria e versi.

E ora, ringraziamo il cielo che ai suoi tempi non esistevano i social.
Perché se Byron avesse avuto Instagramci avrebbe intasato di selfie mentre si unge prima della nuotata
Reel motivazionali con sottofondo di violini e voce off: “Do it for love… or do it better.
Storia in evidenza: #EroWho?

E allora, la vera morale è semplice: Se ami, nuota.
Ma se sei Byron… nuoti, ti filmi, ti citi, ti tagghi.
E poi ti applaudi da solo.

Considerazione personale non richiesta: l’unico vero naufrago, in tutta questa storia, è il buonsenso.

Cane Nero… cave

Quando il mio lavoro da insegnante mi lascia l’amaro in bocca, e gli studenti sembrano lacrimare sangue come antiche reliquie precristiane, prima di cedere allo sconforto guardo sempre a destra.
No, non perché devo dare la precedenza, ma perché lì, sotto la cattedra, ho incollata una massima di Seneca, scritta a caratteri cubitali.

E allora, un po’ meschinamente, mi ricordo che se nemmeno uno dei più grandi filosofi romani è riuscito a fare il prof, allora io, che dall’Italia sono stato pure esiliato, posso abbassare l’asticella senza vergogna.

Mi spiego?
Mi spiego…


La storia romana sembra una serie Netflix scritta da sceneggiatori sotto acido e pagati a colpi di congiure.
Ogni stagione alza la posta: più sangue, più tradimenti, più zii assassinati a cena.
Altro che Game of Thrones: qui fanno fuori pure chi non è ancora nato.

Catilina? Il classico personaggio da Casa di Carta: sognava di ribaltare il sistema, ma ha dimenticato dove aveva parcheggiato la rivoluzione.
Cesare? Un protagonista di House of Cards, elegante e calcolatore,
capace di stringerti la mano mentre già si sistemava il pugnale nella manica.
Mitridate era il vero Rambo dell’antichità: sopravvissuto a veleni, tradimenti e fughe rocambolesche come una rockstar in tour permanente.

E poi c’è Nerone… il protagonista involontario di una serie tra Breaking Bad e Strappare lungo i bordi.
Solo che a scriverla non c’era Zerocalcare, ma un gruppo di storici romani con molto rancore e zero pietà. Perché, alla fine, basta guardare Nerone per capirlo: il vero problema del mondo romano non è mai stato il latino. Sono sempre stati gli uomini che lo parlavano.

Nato nel 37 d.C., Lucio Domizio Enobarbo (sì, quello della “barba rossa”)
era figlio di una delle madri più inquietanti della storia romana: Agrippina Minore.
Altro che mamma amorevole: tiger mom settata su “modalità boss finale”,
con il planner settimanale diviso tra veleni, matrimoni strategici e cadaveri eccellenti.
Per lei, l’Impero era una carriera scolastica da pilotare:

«Tesoro di mamma, hai studiato?
Hai ucciso chi dovevi oggi?
Hai conquistato almeno un senatore, o ti sei limitato a suonare la cetra come un cretino?»

Ogni passo di Lucio era orchestrato da lei come un talent show diabolico.
Il suo obiettivo? Uno solo: piazzare il figlio sul trono come fosse l’ultimo stage della maternità elitaria.
Altro che mammone: Nerone era l’incarnazione del figlio cresciuto a colpi di ambizione materna e cucchiaiate di veleno.
E diciamocelo: con una madre così, o arrivavi al trono —
o finivi nella sua to do list, barrato con un teschio.

Agrippina lo voleva imperatore come certe madri portano i figli a Roma’s Got Talent, sperando in un’incoronazione tra una cetra e un omicidio.
Per accelerare il progetto, convince l’imperatore Claudio (che era anche suo zio, ma a Roma la genetica era un’opinione) a sposarla e ad adottare Nerone.

Il ragazzo cambia nome e diventa Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus: un nome che suona come un incrocio tra un calciatore brasiliano e uno tedesco — tipo Rummenigge con i piedi da Falcao e l’ego di Cristiano Ronaldo.

E per farlo entrare nell’Impero, Agrippina surclassa tutte le madri ansiose d’Italia: altro che recite scolastiche e provini Rai.
Questa è la mamma di Forrest Gump in versione imperiale, disposta a tutto pur di vedere il figlio “in una buona scuola” — solo che al posto del preside c’è un imperatore, e al posto del lettone un trono.

Poi, uh, ma che coincidenza!
Un bel giorno Claudio muore, giusto dopo aver mangiato dei funghi trifolati.
Che sfortuna, davvero.

Così, a 17 anni, Nerone diventa imperatore.
Problema: Nerone non voleva governare.

Voleva suonare la cetra, scrivere recensioni su book tok, fare dirette Instagram…
Insomma, sognava di fare l’influencer dell’antichità, con meno filtri e più toga dorata.

Agrippina corre ai ripari: rifila al figlio Ottavia, una nuora perfetta per chi ama il carattere… piatto. Accondiscendente come una sogliola, scelta ovviamente dalla mamma.
E già che c’è, piazza accanto a Nerone anche Seneca: filosofo stoico, sì, ma usato come professore, coach motivazionale e babysitter part-time.
Un bel pacchetto “salva-imperatore”, tutto incluso.

All’inizio fila tutto liscio: con Seneca nella parte della coscienza filosofica
e il generale Burro come bodyguard con licenza di educare, Nerone sembra sotto controllo.

Ma poi il ragazzo cresce — e con lui anche gli ormoni.
Inizia a togliersi i sassolini dai sandali, uno a uno.
Peccato che non tutti fossero sassolini: alcuni erano macigni.

Del resto, non è facile insegnare sobrietà e senso del dovere
a uno che considerava le orge esperienze culturali da inserire nel curriculum.
(Spoiler che si scrive da solo: Seneca finirà costretto al suicidio.)

Primo bersaglio? Sua madre.
Agrippina, che ancora cercava di comandarlo a bacchetta, finisce come tutte le tiger mom che tirano troppo la corda: fatta fuori, ma con classe discutibile.
Prima ci prova con una barca-trappola progettata per affondare — peccato che la barca galleggiasse meglio dei suoi piani. Allora passa al piano B: una squadra di sicari che la pugnala nella sua villa.
E così si chiude il cerchio.
Per la serie: quando l’allievo supera (e accoltella) la maestra.

Con la strada libera e gli ormoni scalpitanti, Nerone si scatena.
Poppea Sabina, la nuova fiamma, già sua amante, entra in scena.
Bionda, ambiziosa, spietata: il suo nome è un destino — nomen omen.
Poppea riesce a farsi sposare da Nerone — dopo che lui ha ripudiato e fatto uccidere Ottavia.

Così, tra un concerto di cetra e una corsa coi cavalli, finalmente può sposare Poppea…

Eh… ma nemmeno Poppea avrà vita lunga.
Durante una lite, Nerone — probabilmente ubriaco e fuori di sé —
la colpisce con un calcio, uccidendo lei e il bambino che portava in grembo.

E adesso entriamo nell’episodio più Ai confini della realtà.
Ossessionato dalla memoria di Poppea, Nerone cerca un sostituto.
Il fortunato, si fa per dire, è un certo Sporo, un giovane bellissimo.
Nerone non si limita ad adottarlo come mascotte di corte: naturalmente lo fa castrare, lo veste da imperatrice, gli cambia nome e lo sposa ufficialmente in una cerimonia che deve aver fatto svenire metà del Senato — compreso il generale Vanaxius Bellopieno, noto per aver scritto Universum Inversum: sei volumi autocelebrativi in cui cerca di mettere ordine all’universo.

Intanto, mentre Nerone si dedica alle sue eccentricità, Roma brucia.
La notte del grande incendio del 64 d.C., mentre la città si trasforma in un inferno di cenere e grida, lui — dicono le fonti — suona la cetra, intonando un’epopea sulla caduta di Troia.

Con il pubblico in fiamme.

Da lì in poi, il suo declino è inevitabile.
Accuse, rivolte, diserzioni: pure i pretoriani lo mollano.
Gli amici scappano. I nemici si moltiplicano come spam nella casella email.

Alla fine, inseguito da visioni di cani neri (presagi di morte nella superstizione romana) ah no aspetta, quella è la solita battuta: cane Nero, i vitelli dei Romani sono belli… — Nerone capisce che è finita.

Prova a suicidarsi, ma… ma che ve lo dico a fare? Non ha il coraggio di farlo da solo.
Deve chiedere a un liberto di aiutarlo a finire.

Le sue ultime parole?
“Quale artista muore con me!”

Più finale da talent show andato a fuoco che da imperatore romano.


E così finisce il più improbabile dei Cesari: il cantante fallito, l’attore mai applaudito, quello che voleva incendiare il mondo e non è riuscito nemmeno a uscire di scena da solo. Muore in una villa alla periferia dell’impero, senza più amici né eserciti, tradito persino dalla sua voce. Ma forse, in quella eco stonata che ci è arrivata, c’è qualcosa che non torna. Forse ce lo hanno restituito così – grottesco, ridicolo, dannato – per coprire col riso ciò che faceva troppa paura: l’arte che si crede potere, il desiderio che si fa legge, il ragazzo troppo fragile a cui avevano dato un impero.

E se fosse stato solo un attore mancato in un copione scritto da altri?

Ah, quasi dimenticavo…
La frase di Seneca che tengo sotto la cattedra?

“Non est ad astra mollis e terris via.”
“Non c’è via facile dalla terra alle stelle.”


Salsedine e rimpianti

L’illuminazione mi è piombata addosso nel bel mezzo del nulla, tra il Connecticut e il New Jersey, mentre guidavo stremato, con lo sguardo fisso sull’asfalto e la lucidità di un bradipo sotto sedativo.
Ero in piena lotta greco-romana con Morfeo: un corpo a corpo mentale, senza esclusione di colpi, dove la mia unica arma era una gomma alla menta ormai ridotta al sapore di quei sogni sbiaditi.

Nel frattempo, sul sedile posteriore, Valerio Massimo — sei anni portati con strafottente dignità — ha pensato bene di sfilarsi scarpe e calzini. “Per comodità,” ha detto, con l’aria innocente di chi ha appena risolto il problema del buco dell’ozono
E l’odore è stata una scarica di adrenalina.

E lì… come un fulmine che squarcia la notte, o un rigurgito di senso in mezzo alla noia, l’epifania.
Mannaggia a Clitemnestra… Filottete!

Mi spiego?
Mi spiego…

Filottete era uno tosto. Un arciere leggendario, mica uno qualunque. Aveva l’arco e le frecce di Eracle — e no, non perché li avesse trovati in saldo all’outlet degli eroi, ma perché se li era guadagnati.
Glieli aveva regalati proprio lui, Eracle, in segno di riconoscenza. Filottete, infatti, si era offerto di accendergli la pira funeraria — e qui nessun gioco di parole: gli fece davvero il barbecue umano, nel momento in cui il semidio stava per lasciare la scena.

Un gesto audace, di quelli che ti segnano il destino. E che ti lasciano in mano armi leggendarie… tipo frecce intrise nel veleno dell’Idra.
Chi è l’Idra? Eh, lasciamo stare. Se cominciamo anche con quella, arriviamo a Pasqua che non siamo ancora risorti.
Facciamo così: la teniamo per un’altra storia.

Insomma, Filottete è ormai un VIP.
Poi, proprio mentre tutti i greci stanno salpando tutti belli carichi per Troia, Filottete si fa mordere da un serpente.
Roba seria, mitologica.
E fin qui per dirla con un po’ di aplomb anglosassone… shit happens.

Il problema è quello che viene dopo.

La ferita si infetta, e il piede inizia a puzzare. Non una puzza normale.
Una roba epica.
Tipo calzini da calcio dimenticati nello zaino del doposcuola. Tipo panino al tonno scordato nel lunchbox per un mese. Tipo armadietto della palestra a fine trimestre.
Il tanfo è così forte che anche gli dèi, da lassù, si tappano il naso.
E qualcuno pur di toglierselo dalle palle comincia a parlare di “malaugurio”.

Ulisse, quello furbo del gruppo — il tipo che la mattina ti manda i meme motivazionali su Slack e il pomeriggio ti licenzia via Zoom — osserva la situazione, annusa l’aria e capisce che qualcosa non torna.
Anzi, qualcosa puzza. Letteralmente.

Filottete è un eroe, ha l’arco di Eracle, un curriculum che farebbe invidia pure a un semidio, ma con quel piede in cancrena emana un tanfo così aggressivo che anche le divinità iniziano a indossare le mascherinne Olimpiche K95 FFP2.

E così, con la sua solita lucidità strategica, Ulisse propone la soluzione: abbandonarlo su un’isola. Per il bene della spedizione, s’intende, che non si dica che noi greci siamo stronzi per carità…
Niente drammi, solo logistica. Un tributo a distanza, con vista mare.
E il resto della ciurma, pur di respirare di nuovo, approva all’unanimità.

E così lo scaricano su un’isola deserta. Lemno, per la precisione.
Gli lasciano due scatolette di tonno, un coltello svizzero e tirano dritti senza voltarsi.
Che comunque ehm… non era ‘aria’ di fare troppi saluti.

Filottete su quell’isola ci resta.
Dieci anni.

Da solo. A parlare con un fico d’India che col tempo ha preso forma, voce e opinioni politiche.
Inutile dire che Filottete diventa un mix tra Tom Hanks in Cast Away e un Robinson Crusoe con l’alluce fasciato e la nostalgia di casa.

E il piede? Sempre lì, a emanare fragranze che nemmeno i peggiori spogliatoi del liceo.
Altro che tallone d’Achille…

Quando i suoi amici greci finalmente si ricordano di lui (spoiler: non è che proprio si ricordano, ma serve l’arco per vincere la guerra), Ulisse e Neottolemo si presentano con la nonchalance di chi ti ha ghostato per dieci anni e adesso bussa alla capanna con un: “Mannaggia a Clitennestra ecco dov’eri! Quel boomer di Agamennone si è dimenticato di aggiungerti al gruppo WhatsApp Assedio & Amuchina.”

Peccato che Filottete nel frattempo, la barba lunga da prof di filosofia in sabbatico, col piede ci abbia quasi instaurato un dialogo.
Non a parole — ma a flatulenze.

Quando arrivano sotto le mura di Troia, Filottete scocca una freccia, anzi… La Freccia.
E Paride cade, tutti esultano, il pubblico applaude, applausi anche dal loggione.

Ma Filottete no.
Lui guarda l’orizzonte.
E pensa: “Sì ma a me chi me li restituisce, i dieci anni persi a puzzare tra le capre selvatiche?”

Trōiā victā, Filottete pensa che finalmente potrà tornare a casa.
Una casetta sul mare, un po’ di riposo, magari un pediluvio decente.

E invece no.
Perché il ritorno, si sa, è la parte più lunga del viaggio (per dubbi e recriminazioni chiedere a Valerio che sul sedile posteriore mi fa le linguacce con Morfeo).

Dopo la guerra, Filottete torna a Melibea.
O almeno: a quella che una volta era Melibea.
Ora è una villetta bifamiliare affittata su Airbnb a una coppia di turisti tedeschi, con vista pineta e colazione inclusa.

Lui bussa.
Risponde un tizio in sandali Dr. Sholl’s e calzini bianchi.
— Scusi, cercavo… cioè, volevo dire… questa era casa mia.
— Ah no, qua adesso si fa solo smartworking e pane con la pasta madre.

Cacciato anche da casa sua, senza patria né gloria né un Google Maps che gli funzioni, Filottete si imbarca su un traghetto per l’Italia meridionale — la M/N Achille Lauro II, che parte forse oggi, forse domani, forse chissà.
A bordo: una madre con due gemelli urlanti, un lottatore grecoromano che dorme abbracciato a un pollo fritto, e un vecchio indovino che si presenta con voce solenne: “Posso leggere il futuro. Ma solo negli scontrini dell’Autogrill.”

Filottete ride. Ma poi controlla.
E in fondo allo scontrino — tra “Rustichella XXL” e “Estathé limone caldissimo” — ci legge: “Attento a chi ti riaccoglie. Gli abbracci nascondono coltelli.”

Dopo sedici ore di viaggio, tre gommoni legati insieme e un passaggio in Ape Piaggio, Filottete arriva finalmente in Calabria.
Fonda città e costruisce un tempio ad Apollo, a Cirò Marina.
E sotto l’altare infila l’arco e le frecce di Eracle.
Non servono più.

Poi si siede su una panchina vista mare.
Si toglie il sandalo — sempre quello — e guarda il piede.

La ferita è guarita.
Ma il dolore è rimasto.

E tira vento nella pineta.
Tra i tronchi storti

odore di salsedine
e di rimpianti…

Celesti giramenti

Nel film Spider-Man c’è una frase che racchiude tutto il senso dell’essere eroe: “But the one thing they love more than a hero is to see a hero fail, fall, die trying.
(Ma l’unica cosa che amano più di un eroe è vederlo fallire, cadere, morire provandoci.)

Perché il fatal flaw degli eroi non è la superbia. Né l’ambizione.
È che, per essere davvero tali, devono cadere. E possibilmente cadere male. Solo così finiscono sulle magliette, nei murales, nei racconti che ci ripetiamo sottovoce quando il mondo traballa.
E in quei momenti, non ci resta che aggrapparci alle loro storie.
Sacrificare tutto per un ideale folle — un I have a dream che li condanna in partenza.
E loro lo sanno. Lo sanno benissimo.
Ma si buttano lo stesso.
A capofitto, con le lacrime agli occhi e il cuore in fiamme.
Come se il senso di tutto stesse proprio lì: non nel vincere, ma nel fallire. Perché a volte ti alzi e senti che oggi è il giorno giusto per perdere.
Non perché hai un piano.
solo perché sei stanco di subire e decidi di cadere a testa alta.
Fottendotene di tutto.
Giocandoti l’immortalità nella morte.

Mi spiego?

Mi spiego…


TANTALO — Chef stellato e maledetto

Tantalo è un po’ re e un po’ influencer. Affamato di grandezza, di standing ovation e applausi celestiali. Non si accontenta della gloria terrena: vuole l’Olimpo. Le luci rarefatte, i brindisi con Zeus, i gossip con Era tra nuvole d’ambrosia e piatti elaborati.

Oggi forse lo vedresti a MasterChef – Speciale Immortalità, ospite fisso. Uno di quelli che impiattano anche l’arroganza con eleganza. Che fanno della trasgressione un mestiere. Che sorridono al confine come se fosse un invito.
E più sale, più si illude che la distanza tra uomini e dèi sia solo un protocollo antiquato.

È il classico studente geniale e spericolato. Quello che sfida ogni regola con un sorriso e una citazione di Euripide. Quello che flirta col baratro come se fosse un gioco. Solo che stavolta il gioco finisce male.

Malissimo…

Tantalo uccide suo figlio, Pelope. Lo taglia a pezzi. Lo cucina come un’opera d’arte. E lo serve agli dèi. Un piatto esteticamente perfetto.
Moralmente imperdonabile.

(Gli approfondimenti psicologici li lasciamo a Esiodo. O ad Atreo. O a qualche terapeuta specializzato in disturbi mitologici. Io mi limito a raccontare.)

Gli dèi non si lasciano fregare. Tutti… tranne Demetra, che sguazza ancora nel dolore per Persefone e comincia a rosicchiare una spalla. Una spalla umana. Inghiottita per sbaglio da una dea.

La punizione è raffinata. Niente fulmini. Nessun abisso. Tantalo non cade.
Resta in piedi. Vivo. Con l’acqua alla gola e i frutti appena sopra la testa, appesi a una pianta che si ritrae ogni volta che allunga la mano.

Non soffre per la fame.
Soffre per ciò che sfiora
e non potrà mai avere.

Perché il vero supplizio
non è il dolore.
È la speranza che insiste.

Ogni volta che prova a bere — l’acqua si ritrae.
Ogni volta che tenta di mangiare — i rami si alzano.
Una fame che non trova pace.
Una sete che non si spegne mai.

Tantalo non muore.
E nemmeno vive.
Resta sospeso nell’eterno atto del desiderare.
Condannato non alla fine. Ma al quasi.
Al per sempre.
Al non ancora.

Il centro della punizione è tutto lì: non nell’aver sbagliato. Ma nell’aver desiderato troppo. Nell’aver osato credere che bastasse un piatto ben presentato per diventare pari a un dio.


NIOBE — La madre, la mitica, la disgraziata

Niobe non è solo una regina. È una madre con la M maiuscola. Con le mani sempre sporche di pane e il cuore impastato d’orgoglio.
Sette figli maschi. Sette femmine. O dodici. O sei.
Lei li chiama “la mia crew. Vincono gare, suonano la cetra, recitano a memoria. E mangiano. Tanto. Felici…

Nel suo regno si fanno sacrifici per Latona, madre di Apollo e Artemide.
Ma a Niobe, tutta questa adorazione per una con “solo” due figli, non va proprio giù.

“Due?!” sbotta mentre taglia la focaccia per quattordici.
“Due figli e già si crede madre dell’anno? Ma fammi il piacere…”

E lo dice con quel tono che oggi definiremmo profondissimo msdegno.
(Sì, msdegno, scritto male e tutto attaccato. Perché quando il disprezzo mitologico si accende, nemmeno la grammatica sopravvive.)

La frase arriva a Latona.
Qualcuno la posta su un Reel.
Scatta il flame divino.

Apollo e Artemide partono per la vendetta.
Bang. Uno alla volta, i figli di Niobe cadono.
Durante una corsa, a pranzo, mentre leggono Esiodo.
Freccia dopo freccia, la casa si svuota.

Niobe resta sola.
Nel silenzio più assordante della colpa.
E per la prima volta — tace.

Scappa.
Raggiunge una montagna remota. E lì si pietrifica nel dolore. Diventa statua. Una statua che piange. Per sempre…
Lacrime come un rubinetto rotto che nessuno ripara.

E così resta.
Con gli occhi nel vuoto.
E il cuore che cola.

Perché Niobe non muore.
Non vive.
Sta nel mezzo.
Nel purgatorio delle madri troppo fiere, troppo sicure, troppo convinte di essere più madri delle dee.



Gli eroi nnon vincono.
Non muoiono.
Non si salvano.

Restano in quello spazio sottile…

Nel punto esatto in cui finisce la speranza
e comincia il mito.

Mitologia a pezzi (letteralmente)

Tutto ci passa davanti senza lasciare un livido. Anestetizzati dall’algoritmo, dimentichiamo persino le lacrime. Altri venti secondi, e già non sai più di cosa si stava parlando.

Viviamo in un mondo dove il sangue è in HD e il dolore deve durare meno di un reel.

Eppure c’è stato un tempo, nella nostra adolescenza, in cui certe storie ci entravano sotto pelle e lì restavano. Non le potevi scrollare via: ti si attaccavano addosso, tipo l’odore di cavolo della mensa dell’oratorio.

Erano quelle letture assegnate a scuola— che aprivi svogliato, giusto per non farti beccare impreparato— e finivi col leggere di dèi gelosi, vendette familiari, sorelle senza lingua e figli cucinati a fuoco lento.

E ti restava addosso un brivido, un’ombra, un “ma davvero?” che ti faceva accendere la luce del corridoio prima di dormire.

I prof sadici le spiegavano con tono sereno, come novelli Piero Angela del trash. Parlavano con un vocabolario forbito di uomini evirati, lingue tagliate, poveracci uccisi, cucinati e serviti a cena agli amici… e tu dovevi pure ricordarti tutti i nomi.

E il giorno dell’interrogazione ti ritrovavi davanti al prof–Piero Angela mitologico, che ti chiedeva con calma glaciale:
«E quindi, Tereo, re di Tracia, che fa dopo aver stuprato la sorella di sua moglie?»
E tu, con la voce che tremava:
«Le taglia la lingua, professore…»

E lui annuiva soddisfatto, tipo conduttore di Superquark Horror Edition, mentre tu cominciavi a rivalutare le sit-com anni ’90 come terapia d’urto.

Benvenuti nel retroscena della classicità. Quello con i tendini a vista, le urla fuori campo, e gli dèi ridotti a esseri umani con un gusto spiccato per il melodramma e il body horror.

Non è una lezione. È un viaggio tra storie che ancora oggi sanguinano.
Urlano. E ci ricordano che perfino gli horror della nostra adolescenza—che so, Nightmare, La casa, Venerdì 13—sono arrivati secondi.

Dietro ai greci.

Perché tutto, ma proprio tutto, loro lo avevano già previsto.

Attis – Il primo gender drama dell’Olimpo

Tutto inizia in un giorno di ordinaria follia sull’Olimpo. Che poi, diciamocelo: quali giorni erano normali?

Zeus, noto per la sua sobrietà (spoiler: non è vero), ha una delle sue illuminazioni ormonali: “E se oggi provassi a trombare con la Grande Madre?”
Che tenerezza. Il padre degli dèi che prende l’iniziativa.

Detto, fatto: si lancia all’assalto, ma nella foga inciampa. Inciampa forte. E il suo contributo, ehm, genetico… finisce su una roccia.
Sì, una pietra.
Oggi, forse, qualche artista contemporaneo quella pietra l’avrebbe messa in una teca con un QR code, e l’avrebbe chiamata:
Origine del mondo 2.0”

Invece, da quell’improbabile incontro tra pietra e DNA divino, nasce Agdistis: un essere ermafrodita, potente e confuso, un po’ uomo, un po’ donna, molto tutto.

Gli dèi, appena lo vedono, si sentono come alla finale di X Factor mitologico, ma con meno entusiasmo e più disagio e proclamano: “D’ora innanzi, riconosceremo solo due sessi, maschile e femminile, e porremo fine a quei programmi di diversità, equità e inclusione che giudichiamo radicali e dispendiosi all’interno delle nostre sacre istituzioni.”
Perché, diciamolo, anche l’Olimpo ha i suoi boomer.

Così chiamano Dioniso, dio delle sbornie e delle scelte discutibili. Lui, che già alle feste esagera, decide di esagerare anche stavolta: evira Agdistis nel sonno. Tipo una puntata disturbante di Grey’s Anatomy, con musiche tristi e tagli non sempre autorizzati.

Dal sangue di Agdistis, versato con discreta drammaticità, nasce un mandorlo. (O un melograno. Dipende se stai leggendo la versione biologica o quella poetica. Ma tanto cambia poco. Erano tutti frutti un po’ traumatizzati.)

Un giorno di pioggia, Nana, figlia del fiume Sakarya, incontra il mandorlo per caso… prende una mandorla e — zac! — rimane incinta solo toccandola, neanche il piacere di mangiarla.
Perché?
Perché è mitologia, baby.

E comunque io mi limito a raccontarvi i fatti. Per gli effetti collaterali, chiedete a Catullo o a Ovidio.

Che poi non voglio nemmeno immaginare la scena in cui la povera ragazza giura e spergiura ai genitori che davvero ha solo toccato un frutto, manco -ha mangiato. E mannaggia a Clitennestra, non lo sa nemmeno lei come ha fatto a rimanere incinta.

Comunque, da questa specie di unione nasce Attis.
La ragazza madre ha una crisi di rigetto e lo abbandona al suo destino, e il bambino viene allattato da una capra.

Attis cresce tra pastori, addestrato alla vita da influencer selvatico: bello, enigmatico, pettinatura perfetta. Con lo sguardo da profilo TikTok e il carisma da tutorial su come mungere una capra in slow motion.

Vive felice, tra latte di capra e bellezza da dio pagano, finché non arriva Cibele, dea borderline con un’infanzia difficile e un disperato bisogno d’affetto. Che si innamora perdutamente.
Lo vuole. Lo ama. Hanno pure un figlio.

A questo punto scuoto la testa e mi chiedo quanto ci sia di vero.
Perché sì, i greci — forse dopo qualche bicchiere in più — ci regalano più finali a scelta, un po’ come quei libri degli anni Ottanta che adoravo da ragazzino, quelli dove arrivavi a un certo punto della trama e ti dicevano:

“Se vuoi entrare nella foresta, vai a pagina 57.
Se vuoi prendere la spada, vai a pagina 15…”

E quindi per questa storia, a seconda di chi ce la racconta, abbiamo finali diversi, tutti violenti, tutti alternativi.


Finale 1
Cibele viene riconosciuta da suo padre, il re Macone (mai sentito? Neanche noi), e questi — invece di accogliere il genero — lo fa ammazzare e lasciare insepolto.
Classico pranzo di famiglia in Frigia.

Finale 2
Un giorno Attis decide di sposarsi con la figlia del re Mida (sì, quello col tocco d’oro e il gusto discutibile).
Agdistis, ancora incazzato per l-evirazione da parte di Dionisio e quindi in modalità “vendetta e sofferenza”, crasha la festa tipo ex gelosa con superpoteri: tutti impazziscono, compreso Attis, che decide che l’unica soluzione è… evirarsi sotto un pino.
(Filone nel filone: mitologia botanica, prossimamente nei migliori vivai.)

Dal suo sangue nascono le viole mammole.
E se vi state chiedendo perché proprio mammole, la risposta è la stessa che ti danno gli americani quando non vogliono darti una risposta:
Why did you do it?
— Because.


Finale alternativo deluxe
A chiudere il cerchio arriva di nuovo Cibele, in versione cuore spezzato: chiede agli dèi che Attis venga almeno promosso a cocchiere del suo carro divino.
E così finisce la leggenda del ragazzo bellissimo, castrato due volte (emotivamente e fisicamente), protagonista assoluto del primo vero dramma gender-fluid dell’antichità.

Marsia: flauto, sangue e rock’n’roll

Marsia è un satiro.
Metà uomo, metà capra, tutto groove.
Non ha un piano preciso nella vita, ma una cosa è certa: sa suonare. E non un flauto qualunque, no. Suona il flauto doppio, uno di quegli strumenti che sembrano inventati da un fauno ubriaco. Lo trova per caso, chissà dove, ma tra le sue mani — o meglio, tra le sue labbra e zoccoli — diventa magia pura.

Quando suona, le ninfe smettono di intrecciarsi i capelli. Le capre si mettono in cerchio. Gli alberi ondeggiano a tempo.
Insomma: roba seria.

Un giorno, tra una melodia sfrenata e una sbornia di miele fermentato, Marsia se ne esce con una frase.
Così, come se niente fosse: «Suono meglio io di Apollo, il dio della musica.»

Silenzio. Anche gli insetti si bloccano a mezz’aria.
Errore fatale.

Apollo — che in quel periodo ha tempo libero e un ego grande quanto l’Olimpo — sente, e accetta la sfida.
«Bene,» dice, lisciandosi la cetra, «vediamo chi è il migliore.»

La sfida si tiene in grande stile, in una valle assolata della Frigia.
Il pubblico? Le Muse in prima fila, le ninfe arrampicate sui rami, qualche dio annoiato appollaiato su una nuvola.

Marsia scalda le dita, gonfia le guance e parte.
È un’esplosione. Il pubblico batte le mani, balla, ride, si lascia travolgere dal ritmo selvaggio e primordiale.
Poi tocca ad Apollo.
Le prime note sciolgono le nubi, l’aria si rischiara, le montagne trattengono il fiato.

Pareggio.

Ma Apollo non è tipo da lasciare le cose in sospeso.
«Ora suoniamo e cantiamo insieme.»
Marsia sgrana gli occhi.
«Cantare? Con il flauto doppio? Ma sei serio?»
«Regole del gioco,» sorride Apollo, già sicuro della vittoria.

Ovviamente, Marsia non riesce a cantare. Non può. Il flauto lo tiene muto.
Apollo si proclama vincitore.

E così, arriva la punizione…

Marsia viene appeso a un albero, legato con corde divine. Apollo lo scuoia vivo, centimetro dopo centimetro.
La pelle si stacca come un velo umido, il sangue scorre, le ninfe fuggono piangendo, le Muse distolgono lo sguardo.
Tutto tace.

Dove il sangue tocca terra nasce un fiume.
E quel fiume prende il nome di Marsia.

Scorre ancora oggi.
E c’è chi giura che, se ascolti bene, nelle notti d’estate, tra il fruscio delle canne, puoi sentire un flauto doppio che suona.
Testardo. Selvaggio. Libero.

Marsia non smette mai di suonare.


E così, mentre scrolli l’ennesimo video di gatti parlanti o tutorial su come piegare perfettamente una felpa, sappi che, da qualche parte tra un verso di Ovidio e un’inquadratura in HD, c’è ancora spazio per quelle storie che fanno male.

Quelle che non si scrollano via.

Quelle che, anche dopo venti secondi, ti restano addosso.

Come l’odore di cavolo della mensa dell’oratorio.

Ma con più sangue. E più dèi permalosi.

Clitennestra colpisce ancora

Cari lettori sparsi tra fusi orari, continenti e scaffali mentali,

Da qualche giorno Mannaggia a Clitennestra è finalmente disponibile! Sì, lo so… se mi seguite sui social questa l’avrete già sentita ma…

repetita juvant.


Sì, proprio lei: l’epica raccolta delle mie caxxate classiche — ora su Amazon, in duplice forma:
cartaceo (per veri esteti e per chi ama contribuire al disboscamento globale con stile)
📱 Kindle (per chi preferisce inquinare in digitale, facendo piangere i server islandesi)

Lo so, niente librerie patinate, niente copie accanto a quelle di Madeline Miller (che avrebbe probabilmente chiesto un ordine restrittivo).
Stavolta si va di self publishing, per due motivi molto pratici:

  1. Vivo negli Stati Uniti. Evitare la dichiarazione dei redditi in Italia è diventata la mia personale guerra di Troia.
  2. I miei lettori — pochi ma buoni, come i vini — sono ovunque. E con la distribuzione tradizionale, metà di voi resterebbe comunque a bocca asciutta.

Le storie? Le conosci. Sono passate (quasi tutte) dal blog — con cinque inediti (tra cui un Achille in forma smagliante).
Quindi no, non è una novità assoluta.
È qualcosa di meglio:

  • Il piacere di sniffare carta fresca
  • L’illusione estetica di leggere col mignolo alzato
  • Un perfetto soprammobile per il comodino, pronto per una citazione casuale e d’effetto.

Ma soprattutto, Mannaggia a Clitennestra è un piccolo (e scanzonato) GoFundMe con risate incluse: ogni copia venduta aiuta a sostenere Il peso specifico della felicità, il mio nuovo romanzo che sogna di diventare un vero libro in Italia quest’estate.

Un grazie speciale a Battaglia Edizioni: piccola ma ‘agguerrita’ casa editrice indipendente che mi ha accompagnato ancora una volta con competenza e pazienza nell’editing, nella consulenza, nella copertina e nell’impaginazione.
Nonostante il self-publishing, insomma, non sono mai del tutto solo.

Grazie a chi mi legge, mi corregge, mi sprona, mi sopporta, e ogni tanto clicca su “acquista ora”.
Vale più di mille copie vendute. E di due dichiarazioni dei redditi intercontinentali.

👉 Se vi va… sono su AMAZON https://www.amazon.it/dp/B0F2Z6LB8J

Ad maiora, semper
Michele

Marcellus eris

Hey Daisy,


oggi è il tuo compleanno – visto che me lo sono ricordato?

Già, perché ricordiamo con il cuore, e rammentiamo con la mente.
Ci rammentiamo di buttare la spazzatura la domenica sera – almeno qui nel mio quartiere – o di pagare la bolletta del gas il quattro del mese. Ma ricordiamo le cose importanti. Quelle belle, e anche quelle brutte.

E oggi, che è il tuo compleanno, mi sono ricordato di fare una piccola donazione per SafeBAE (link nel primo commento).
A parte la donazione, anche quest’anno di risposte concrete non ne ho – che ci vuoi fare… in fondo sono solo un prof di latino.

Facciamo così: oltre alla donazione, ti lascio una frase.
In latino, ovviamente.
Sì, lo so… che originalità. Sei pronta?

Marcellus eris.

È un verso di Virgilio e sgorga giovinezza da tutti i pori.
Tipo… zaini lasciati aperti, snack mangiati di corsa, AirPods scarichi, custodie dei cellulari colorate.
Vuol dire: “Sarai Marcello.”
Ehh… ma Marcello era uno cool, pieno di promesse. Il nipote prediletto di Augusto. Destinato alla grandezza.
Ma è morto giovane.
Proprio come te.

Spezzato prima di diventare ciò che avrebbe potuto essere.
E di colpo quel “sarai” – al futuro semplice – resta lì, strozzato in gola. Come una promessa tradita.


Ad essere sincero i latinisti preferiscono un altro verso di questo passo, perché è più fotogenico: Manibus date lilia plenis. Versate gigli a piene mani. Da copertina Instagram. Da acchiappa-like.

Ma io non sono un latinista.
Sono un prof di latino.

E il latino, per me, è fatto di zaini scassati, battute fuori tempo, studenti che sbagliano i casi ma poi ti guardano negli occhi e ti fanno una domanda vera o semplicemente ti chiedono se possono andare al bagno e a me va bene così.

Purtroppo dalla tua vicenda abbiamo imparato poco, perché anche oggi lasciamo tracce di noi nella rete: nei profili, nei cellulari, nei cloud – che poi sono come le nuvole.
E allora pensiamo che non siano fatte di niente.
E ci illudiamo che non siano vere.
E invece sono lì.
E noi ci galleggiamo dentro.

Viviamo in un mondo di immagini: le scorriamo, le clicchiamo, le consumiamo in un lampo.
Le smembriamo con gli occhi, le azzanniamo, le sputiamo via.
E tutto ci scorre addosso senza lasciare nemmeno un graffio.

Ecco perché non riconosciamo più la poesia.
Perché la parola si è fatta profilo.

Vabbè, sto filosofeggiando…

Vedi, io nel weekend di solito mi rilasso con una frittatona di cipolle, birra ghiacciata, e caxxate sulla mitologia.
Ma oggi no.
Oggi sono qui, a chiedermi se la nostra versione di immortalità non sia proprio questa: costruita un post alla volta.

Nella tua fragilità, così spigolosa e molle al tempo stesso, ci hai ricordato quanto sia complicato il nostro mestiere.
Noi proviamo a insegnare quattro rudimenti di latino, sperando che i nostri studenti un giorno li ricordino.
Non che li rammentino.

Okay, il latino non serve a un cazzo.

Lo so da me. E poi se per caso me lo dimentico me lo rammentano in tanti…

Perché in questo sistema fatto di specchi non siamo più in grado di provare empatia.
Ma ogni tanto, qualcuno come te ci costringe a fermarci.
E allora sì: Marcellus eris.
Anche se sei già stata.
Anche se non ci sarai più.

Buon compleanno, ovunque tu sia.

Daisy Coleman (30 marzo 1997 – 4 agosto 2020) è stata un’attivista statunitense, nota per il suo impegno a favore delle vittime di violenza sessuale. La sua esperienza è raccontata nel documentario “Audrie & Daisy” (2016). Nel 2016 ha co-fondato SafeBAE (Safe Before Anyone Else), organizzazione non-profit dedicata alla prevenzione delle aggressioni sessuali nelle scuole. Daisy si è tolta la vita il 4 agosto 2020. Aveva 23 anni.

https://www.zeffy.com/en-US/fundraising/1ac5fff7-3c20-45c1-95f1-f4fa34a07f88

Donne… du du in cerca di guai…

Sta a vedere che Ferradini nell’antica Grecia avrebbe fatto la sua figura… Magari non come filosofo, ma come autore di epigrammi da recitare nei simposi tra un bicchiere e l’altro. Il suo “teorema”, però, glielo avrebbero rivoltato come un peplo smagliato e poi ricucito con fine labor limae: via la parte romantica, perché quelli lì andavano dritti al sodo. E avrebbero tenuto solo il succo, la parte che suona più o meno così:

Prendi una donna, trattala male/ Lascia che ti aspetti per ore/ Non farti vivo e quando la chiami/ Fallo come fosse un favore…

Più o meno il riassunto perfetto del rapporto tra uomo e donna nel mondo greco.

Perché — diciamolo — essere donna nell’antica Grecia non doveva essere come avere il Wi-Fi… ma la password la sapevano solo gli uomini.. Altro che “madre della civiltà occidentale”… sì, certo, ma solo se eri uomo. Per le donne la “civiltà” spesso si fermava davanti alla porta del gineceo, quel famoso angolo della casa riservato a loro, dove si passava il tempo a tessere, filare e — se andava bene — a spiare da lontano la vita che scorreva altrove, oltre la soglia.

Altro che harem da mille e una notte: il gineceo era più simile a una soffitta o, peggio ancora, a una stalla. Ci finivi dentro da ragazza e da lì uscivi solo per due motivi: per sposarti — sempre con uno scelto da altri — o per il funerale. E quando ci entravi, si diceva che gli uomini tirassero pure su la scala. Non letteralmente, certo, ma l’idea era quella: chiuse dentro e fuori dal mondo.

E intanto, nelle piazze e nei templi, si parlava di democrazia, filosofia, arte. Ma solo con le barbe e le tuniche.

Viene da sorridere a pensare che tra tragedie e commedie il tema delle donne c’era sempre — Antigone, Medea, le Troiane — eppure nella vita reale la donna era poco più di un’ombra.

Alla fine, viene quasi da capirli quei due versi di Zucchero che sembrano scritti apposta per quei tempi là: donne, du du du, in cerca di guai.

Solo che loro i guai non li cercavano. Li trovavano già scritti nel copione.

Mi spiego?

Facciamo così, oggi ‘si’ sispiegano…

Mi chiamo Cassandra.
No, non sono quella della canzone di De Gregori. E no, non sono pazza.

Se il nomen omen vale qualcosa, allora Il mio nome viene da kekasmai (primeggiare) e aner (uomo): sono colei che emerge sugli uomini. Quella che vede prima. Ma — credetemi — se potessi, questa cosa della profezia la rispedirei al mittente.


Sì, perché un giorno arriva Apollo — bello, come un dio pagano, con quella faccia da sono un dio e c’ho il potere in tasca. Mi fa il sorrisone, si inventa pure la poesia.
Dice che mi ama, che mi sogna la notte — e io lo guardo, mezza divertita. Apollo è cotto a puntino. E non lo dico per vantarmi: lo vedi da come si muove, da come mi parla. È proprio in quella fase — quella che oggi chiameresti Masini mode on, con “Ti innamorerai” in sottofondo.

«Cassandra, senti qua… Ti faccio un regalo» mi fa. «Ti do il dono della profezia. Vedrai il futuro. Tutto. Non ti sfuggirà nulla.»
Io lo squadro. So già dove vuole arrivare.
«E in cambio?»
Lui fa finta di pensarci, ma la verità la sappiamo tutti.
«In cambio… tu sarai mia.»
«Certo. Come no.»

E lì scatta la parte in cui io, che ci sono nata sveglia, decido di fregarlo.
«Va bene, Apollo. Dammi ‘sto dono.»
Lui è felice come un ragazzino. Mi poggia le mani addosso, invoca gli dèi, mi fa il dono.
E io lo sento: la testa che mi scoppia, le visioni che mi arrivano addosso come treni. Tutto. Vedo la mia città andare a fuoco, vedo il cavallo, vedo la morte, vedo il Covid, vedo Trump nel 2016 e pure nel 2024. Insomma, vedo troppo.

Quando Apollo si avvicina per prendersi la sua parte…
«Ah, A-pollo… No.»
Lui si blocca. «Come no?»
«No. Il dono me lo tengo. Ma io… io resto mia.»

E lì lo vedo impazzire. Gli si gela il sorriso in faccia. Non ci crede. Nessuno l’aveva mai fregato così.
E allora la butta sul drammatico, peggio di Masini:
«Bella stronza… Ma se Zeus ti ha fatto bella/Come il cielo e come il mare/A che cosa ti ribelli?/Di chi ti vuoi vendicare?»

E qui arriva la fregatura. Perché sì, il dono resta mio — ma lui ci mette la maledizione.
Mi condanna a vedere tutto, a sapere tutto… ma a non essere mai creduta.
Capito la beffa? Io urlo “uscite dalla città, non fate entrare il cavallo!” — e quelli mi guardano, ridono e mi lasciano lì.
Esattamente come quando gridavo che il vaccino salva la vita — e quelli “eh, ma chissà cosa ci mettono dentro”.

Alla fine è questo il punto: la verità, detta da una donna, non la vuole sentire nessuno.

Adesso sono qui, che guardo Troia bruciare. Ho urlato, ho pianto, ho provato a salvarli. Niente. Ora mi trascinano via, bottino di guerra, verso Micene. E lo so già come va a finire.

Vedo Agamennone che si crede vincitore. Lo vedo rientrare a casa, dove Clitennestra già si lima le unghie con la lama in mano. Vedo Egisto che se la ride.
E vedo me.

Morta.

Perché in questa faida di corna e ripicche ci lascio le penne pure io.
E sai che c’è? Io a questo punto glielo dico. Lo guardo, Agamennone, e gli faccio:
«Cornutaccio.»
«Ma che dici?»
«Cornutaccio. E non in senso figurato. Tua moglie ti mette le corna con Egisto. Ma il bello è che qua a morire non sei solo tu. Ci sto pure io. Che manco c’entro. Ma tanto… tra moglie e marito non mettere il dito. Anche se, due cose, io le avrei da dire.»

Ma lui ride, manco capisce.
E io mi faccio trascinare dentro, a braccetto con la mia condanna.

Perché alla fine è sempre così: la verità non la vuole sentire nessuno.
Soprattutto se la dice una donna.

Mi chiamo Dafne.
Sì, proprio quella Dafne. Quella che alla fine diventa un albero. Ma vi giuro, non era questo il mio sogno.

Io volevo solo stare in pace. Correre nei boschi, respirare, godermi la mia libertà. Innamorarmi? Magari. Ma di uno normale, uno che mi guardasse negli occhi. Non di un dio. E di certo non di Apollo.

E invece lui — il Sole, il Bello, l’Arrogante — mi ha messa nel mirino. Per colpa sua è cominciato tutto.
Apollo se la prende con Cupido, lo sfotte pure:
«Che ci fai con quelle freccette? Lascia fare agli dèi veri.»

Bravo idiota.
Cupido, per tutta risposta, lo frega. Due frecce: una d’oro per farlo innamorare. Una di piombo per me, per farmi odiare l’amore.
E indovinate chi si becca la peggio?

Da lì parte l’inferno.
Apollo mi vede e impazzisce.
Ma non è amore, è ossessione.

È quella roba lì che oggi vedi al Black Friday: non ti serve, non sai nemmeno perché la vuoi, ma devi averla. Subito. A ogni costo. È come il Super Bowl: non conta chi gioca, l’importante è vincere, schiacciare l’altro.
È come le vacanze ad agosto: ci vanno tutti, quindi ci devi andare pure tu, pure se ti scassi sette ore in fila sulla A14 solo per dire “Ci sono stato”.
È come il Cyber Monday: scrolli, clicchi, compri, anche se non sai nemmeno che cazzo stai cercando.
Se avesse avuto Instagram, Apollo mi avrebbe stalkerata lì, aggiornando la pagina ogni tre secondi per vedere se avevo visualizzato.

E io? Io correvo.
Lui dietro.

«Dafne! Fermati! Ti amo!»
Ma che ne sai tu dell’amore, Apollo? che ne sai di un bambino che rubava
e soltanto nel buio giocava, e del sole che trafigge i solai — che ne sai? Che ne sai di chi cresce in un mondo tutto chiuso in una via, di un cinema di periferia, che ne sai della nostra ferrovia — che ne sai?

Tu non sai amare, Apollo. Tu vuoi possedere.
Perché sei il Sole e credi che tutto ti sia dovuto, solo perché brilli.

Ma l’amore non funziona così. L’amore non è rincorrere qualcuno finché non cede.
L’amore è scegliere insieme di restare.
E io — io con te non ci voglio stare. Corro finché le gambe reggono. Poi non ce la faccio più. E prego. Prego la Terra, prego mio padre: «Vi prego, fate qualcosa. Cambiatemi. Ma salvatemi da lui.»

E mi salvano. A modo loro…
Mi trasformo. La pelle si spacca, le braccia diventano rami, le dita si fanno foglie. Le gambe affondano nella terra.
E resto lì, piantata.

Apollo arriva e ride.
«Se non posso averti viva, ti avrò così.»
E mi fa il suo albero. Mi fa corona. Mi fa simbolo.

Bella fregatura.

Da allora premiano tutti con la mia faccia. Poeti, atleti, vincitori. Ma nessuno si ricorda di me. Nessuno si chiede cosa volevo io.. E io volevo solo vivere. Volevo scegliere. Non diventare l’alloro sulla testa di chi corre più forte.

Perché alla fine — ricordatevelo — non sempre chi vince ha ragione. A volte ha solo inseguito più veloce una che non voleva essere presa. E allora adesso lo dico chiaro, una volta per tutte: noi non siamo premi, trofei, medaglie da esibire. Non siamo il bottino di nessuna corsa, né il simbolo del vostro successo. Siamo storie. Siamo scelte. Siamo vite. E meritiamo di essere ascoltate, amate, rispettate. Non quando diventiamo radici o foglie, ma prima. Quando diciamo no. Quando diciamo basta. Perché la verità è questa: siamo già complete. Non ci serve nessuno che ci rincorra per farci esistere. Ci siamo sempre state. E ci saremo.

E se questa storia vi ha fatto venire voglia di sentire davvero la voce delle donne del mito, leggete Ovidio e le sue Eroidi. Scoprirete che da Penelope a Fedra, da Arianna a Didone… erano già loro a scrivere lettere mai spedite. E a dire tutto, prima di noi.

Questa storia doveva uscire l’8 marzo… Ma tra un viaggio in Pennsylvania con Livia, la mia solita pigrizia e il timore di toccare un tema che pesa… è rimasta lì.

Un grazie immenso a Livia, che non solo ha affinato e cesellato la voce di Dafne, ma ci ha messo anche la sua — quella voce che ogni giorno mi ricorda quanto sia importante ascoltare davvero le storie, senza interromperle, senza spiegarle, senza riscriverle.

Alla fine, però, siamo a marzo. E in fondo i giardini di marzo si vestono di nuovi colori, anche se certe storie — queste storie — continuano a sembrare sempre le stesse.

È già qualcosa.

Il primo aprile, giusto per non prenderci troppo sul serio… Le storie di #ExCathedra diventano un libro su Amazon Store. Preparatevi…

La Regina Nitocri e l’Arte Suprema dell’Imbroglio

Dicono che Erodoto sia il padre della storia, e io, con tutto il rispetto, mi inchino. Perché, millenni dopo, ancora lo leggono tutti, mentre noi fatichiamo a farci notare perfino dall’algoritmo di Instagram.

Però, a dirla tutta, Erodoto mi ricorda certi personaggi da social, quelli che per rendere più credibili le loro storie sparano il classico me l’ha detto mio cuggino. Proprio come nella canzone di Elio e le Storie Tese: mio cuggino una volta mi ha detto che quando era bambino è morto…

Ecco, leggendo certe cronache di Erodoto, mi viene lo stesso sospetto: e se fosse stato il primo grande creatore di contenuti virali? Il capostipite del clickbait ante litteram? L’influencer storico che oggi avrebbe milioni di follower, mentre noi ci sgoliamo per battere l’algoritmo?

Prendiamo la storia della regina Nitocri di Babilonia. Da ragazzo l’ho trovata epica, da adulto – e soprattutto da marito – ho iniziato a guardarla con altri occhi. Perché, diciamocelo, per partorire una strategia così geniale e subdola serviva una mente sopraffina. E qui mi sorge un dubbio: non è che mia moglie, che all’anagrafe risulta marchigiana di Urbino, ha in realtà DNA babilonese e una parentela segreta con Nitocri?

Se così fosse, lo scoprirò solo quando sarà troppo tardi. O più probabilmente, non lo scoprirò affatto – perché, si sa, il vero potere è far credere agli altri che la storia sia sempre dalla tua parte.

Mi spiego?

Mi spiego…

A Babilonia, tra palazzi d’oro e scribi annoiati, regnava Nitocri, una sovrana così scaltra che avrebbe potuto vendere Bitcoin inesistenti ai Fenici. Non era solo una regina: era un’architetta del sospetto, una stratega del bidone, una campionessa olimpica dell’inganno ben congegnato.

Il suo regno era la versione babilonese di una scam email ben riuscita: deviare fiumi per confondere gli invasori? Fatto. Mura impenetrabili per respingere gli hater (o meglio, i Persiani)? Ovvio. Un ponte mobile sull’Eufrate che funzionava solo di giorno e spariva di notte, come le offerte lampo su Amazon? Presente.

Ma il capolavoro assoluto lo raggiunse con la sua stessa morte.

Sapendo che la vera debolezza dei potenti è l’avidità (e che il vero male del mondo non è l’ignoranza, ma mio cuggino che la diffonde), fece costruire la sua tomba sopra una delle porte più trafficate della città. Giusto per far sapere a tutti che lei era sempre sopra gli altri, anche da morta. Ma soprattutto, fece incidere sulla lapide un’esca degna di un hyperlink irresistibile:

“Se un futuro re di Babilonia è a corto di spiccioli, apra questa tomba: dentro c’è un tesoro.”

Ecco, questa è la classica email che inizia con “Caro amico, sono il principe della Mesopotamia e ho un’eredità da condividere con te.”

Per secoli, nessuno osò aprire la tomba. Troppo rispetto? Troppa paura? No. Semplicemente, nessuno voleva essere il primo fesso a cascarci. Sai com’è, uno poi si fa la reputazione.

Poi arrivò Dario I, re persiano con la sottigliezza di uno che clicca su “Hai vinto un iPhone!” e poi si chiede perché gli hanno svuotato il conto. Legge l’iscrizione, si sfrega le mani e pensa:

“Beh, se la regina ha lasciato detto che c’è un tesoro, mica sarà una trappola, no?”

E qui si sente forte un “Vengo anch’io!” seguito da un sonoro “No, tu no.”

Così fa scoperchiare la tomba davanti a tutta la corte, in attesa del colpaccio. Dentro, niente oro, niente gioielli, niente monete. Solo un’altra iscrizione:

“Tu, chiunque tu sia, se fossi riuscito a tenere a freno la tua avidità, non avresti violato le tombe dei morti!”

Silenzio. Gelo. Gli scribi si guardano l’un l’altro cercando di non ridere, un po’ come quando in chiesa o a un convegno ti mordi la lingua per non lasciarti scappare una sonora risata. I sacerdoti fingono di essere impegnati a controllare le stelle, anche se il cielo è nuvoloso.

Dario, invece, capisce di essere stato trollato dalla Storia con la stessa finezza di un deepfake su TikTok.

E io, ogni volta che mia moglie mi dice “Vedi tu… fai come credi”, non posso fare a meno di pensare che, da qualche parte, ci sia un’iscrizione nascosta con scritto: “Se stai leggendo questo, è già troppo tardi.”