Dalla focaccia alla cazzuola: donne, miti e calzature volanti.

Ci sono canzoni che dipingono immagini con note leggere, sfumature di suono e parole sospese tra mito e realtà. Ecco, Mulheres de Atenas, di Chico Buarque, ripresa in italiano da Eugenio Finardi, è una di queste.

Con dolcezza, racconta le donne dell’antica Atene, custodi silenziose della casa e della memoria, presenza lieve ma indispensabile accanto agli uomini di guerra e di conquiste. La loro grazia è fatta di lunghe attese e gesti misurati, sguardi bassi e parole sussurrate, una forza silenziosa che attraversa i secoli lasciando tracce indelebili.

Eppure, nei miei ricordi d’infanzia, le mamme del mio quartiere—compresa la mia—devono essersi perse questa perla di dolcezza. Forse il disco di Chico Buarque era rimasto sepolto sotto una pila di 45 giri di Gianna Nannini, o il volume della TV lo aveva coperto mentre Il pranzo è servito scorreva sullo schermo o Heather Parisi saltava su e giù gridando Cicale, cicale, cicale! Più che alle donne di Atene, somigliavano a quelle di Sparta: niente sospiri, solo sguardi perentori e, se necessario, colpi di ciabatta degni di un oplita ben addestrato.

Mi spiego?

Mi spiego…

Le donne di Atene sapevano prendersi cura della casa e dei loro uomini con gesti silenziosi e premurosi, mentre tra le mura domestiche si diffondeva il profumo di placous, una focaccia dorata e fragrante, preparata con farina d’orzo, miele e formaggio. Era il cibo della dolcezza, del conforto, il simbolo di un’accoglienza discreta, di mani che impastavano e di parole sussurrate. Un boccone di placous scaldava il cuore tanto quanto il corpo, mentre fuori il mondo degli uomini continuava a combattere le sue battaglie.

A Sparta, invece, il concetto di “conforto” era del tutto superfluo. Le madri spartane, diciamolo, non erano proprio il tipo da abbracciare teneramente i figli prima di mandarli in guerra stringendo tra le mani un pacchetto di Kleenex per asciugare le lacrime. Niente “Mi raccomando, copriti bene” o Fammi uno squillo quando arrivi alle Termopili. No, loro erano di un’altra pasta, old school versione estrema. E per cena? O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra… Peccato che la minestra in questione fosse la famigerata melas zomos, un intruglio a base di sangue di maiale, aceto e sale, roba che nemmeno un’Alka Seltzer o un Brioschi riuscivano a rendere digeribile. Si racconta che un re straniero, dopo averla assaggiata, abbia finalmente capito perché gli Spartani fossero così impavidi in battaglia: mangiare quella sbobba ogni giorno doveva rendere la morte un’opzione allettante quanto un viaggio alle Maldive.

E così il giorno della partenza per il campo di battaglia, queste mamme spartane si presentavano sull’uscio. Vestaglia sbottonata, bigodini in testa, sigaretta accesa che pendeva dall’angolo della bocca, braccia conserte e uno sguardo di granito. Il genere di donna che non alza la voce, perché basta lo sguardo per metterti a posto. Niente baci né carezze: solo un cenno del mento e la frase di rito, secca come un ceffone col fischio assestato senza nemmeno togliere il grembiule: “Mannaggia a Clitemnestra, non t’azzardare a tornare casa senza lo scudo, quant’è vero Leonida… o con lo scudo  o dentro lo scudo!”

Tradotto in soldoni: vinci o muori o ti ammazzo io con le mie mani.

Già… perché rientrare senza scudo significava solo una cosa: che eri scappato. Dopotutto, per correre più veloce, meglio liberarsi del peso e darsela a gambe. Tornare con lo scudo, invece, voleva dire che avevi vinto. Tornare sullo scudo… beh, morto. Ti cremavano e, per risparmiare sulla bara, ti rispedivano le ceneri direttamente sullo scudo, con spedizione funeraria TanatEx versione spartana.

Chiedetelo un po’ a Pausania se le cose non stavano proprio così…

Sì, perché ci sono eroi che muoiono sul campo di battaglia, con la spada sguainata e lo sguardo fiero rivolto al cielo. E poi c’è Pausania, che muore come un abusivo edilizio colto in flagrante.

Ma andiamo con ordine.

Pausania era un generale spartano. E già qui capiamo che infanzia di merda s’è fatto… Perché gli spartani erano gente che per far divertire i bambini organizzava campi estivi di wrestling con i lupi e chi vinceva veniva premiato con un piattone di melas zomos, la sbobba di sangue di porco di cui sopra…

Insomma, un’educazione basata sulla sobrietà, l’onore e il terrore costante di sbagliare un congiuntivo mentre Leonida ti fissa con aria perplessa, pronto a lanciarti un giavellotto.

Ma Pausania, a differenza dei suoi concittadini, aveva un vizietto: l’ambizione. Dopo la vittoria su Serse a Platea – che, diciamocelo, era un po’ come se il Lecce vincesse la Champions League – gli parte l’hybris peggio di un influencer dopo il primo milione di follower. Si sente il nuovo GOAT della storia greca, pronto a spaccare tutto e prendersi la scena. Ma non gli basta: vuole fare il colpo grosso, diventare il super boss della politica internazionale e, perché no, stringere un bel patto con i persiani. Del resto, i persiani all’epoca erano un po’ come i fondi d’investimento offshore: se arrivavi con un tradimento bello croccante, loro ti accoglievano con tappeti pregiati, oro, incenso, mirra, un conto cifrato in criptovalute, una villa vista Egeo con piscina a sfioro e, ciliegina sulla torta, un abbonamento OnlyFans à la carte.

E così, Pausania comincia a comportarsi come un influencer con troppi follower: veste in modo stravagante, rifiuta le abitudini spartane, snobba la melas zomos che sua madre gli prepara con tanto amore, mangia solo cibo persiano bio e si atteggia a divinità. Il che, per gli Spartani, è più fuori luogo di uno che si presenta a una grigliata del 4 luglio in Texas con un’insalata di quinoa e una maglietta con scritto Meat is Murder.

Naturalmente, Sparta non è il posto migliore per farsi gli affari propri senza essere sgamati. La Kryptèia – che non era un gruppo di nerd che giocava a Dungeons & Dragons, ma una specie di KGB ante litteram – inizia a farsi due domande. E grazie a una serie di intercettazioni telefoniche (ok, pergameniche) e a uno schiavo pentito, viene fuori la verità: Pausania sta tramando con i Persiani.

Ora, a Sparta la giustizia funzionava in modo molto … ehm…  spartano. Niente processi lunghi, avvocati difensori o cavilli burocratici. Il giudizio tipico era:

  1. Ti guardiamo male.
  2. Ti accusiamo tanto lo sappiamo già che sei colpevole.
  3. Ti mandiamo a fare un’esperienza di (de)crescita formativa… sottoterra.

Quando Pausania si accorge che l’aria si è fatta pesante, decide di rifugiarsi nel tempio di Atena per cercare asilo. Male, molto male. Gli Spartani non sono gente da stare a discutere di diritto internazionale: lo circondano, lo guardano con la stessa espressione con cui il cassiere fissa chi continua a passare la carta dopo che la transazione è già stata rifiutata tre volte, e prendono una decisione lapidaria…

Murarlo. Vivo!

Ed è qui che entra in scena lei… LA MADRE di Pausania, la spartana D.O.C.G., categoria tosta come le pareti del tempio di Atena.

Prima, presa da un’euforia acuta, cucina e offre ai volontari muratori un bel piatto di melas zomos per tenere alto il morale. Poi si accorge che, a suo avviso, i muratori sono lenti e sfaticati, e si incazza e con uno sguardo che potrebbe incenerire un oplita senza elmo, prende in mano la cazzuola.

La, cazzuola… capito?

Si rimbocca le maniche, si avvicina alla costruzione, sputa per terra  e, come un muratore in nero e pure sottopagato, inizia a completare il lavoro. Colpi decisi, impasto perfetto, finiture precise. Un artigianato che oggi sarebbe esposto alla Biennale di Venezia.

Pausania, dentro, manda una raffica di messaggi alla madre:

“Mamma, scusa.”
“Giuro, non lo dico più.”
“La zuppa nera è buona.”
“No, è squisita.”
“Ne voglio due porzioni.”
“Anzi tre.”
“Mamma, rispondi.”
“Sto malissimo.”
“I Persiani offrivano datteri e miele.”
E mentre l’ultimo mattone sigilla il destino del generale, gli Spartani annuiscono soddisfatti. Giustizia è fatta. Il traditore è stato punito, la madre ha dato il colpo di grazia, sputa per terra e torna a casa a riscaldarsi un piatto di zuppa nera. Poi si siede, accende Chi l’ha visto?, e scuote la testa: Tutta sta fatica per murare vivo un figlio, e questi manco riescono a trovare un cugino scomparso a Frosinone.

Così finisce la storia di Pausania, il generale che voleva tutto e si è ritrovato con niente… anzi, no, con qualcosa: una tomba in stile edilizia popolare fai-da-te gentilmente offerta dalla madre…

Morale della favola? Hai voglia a cantare…


Cercate di prendere esempio da quelle mogli di Atene
che generano ai loro mariti i nuovi figli di Atene
Non hanno alcun gusto ne volontà
Non han difetti ne qualità
Lo sanno bene
Non hanno sogni ma solo presagi
Per i loro uomini e il mare e i naufragi e
Belle sirene
Morene

Cautionary Tales: L’Arte di Fallire alla grande

C’era una volta Conrad, un bambino con un’insana passione per il pollice in bocca. I genitori lo ammonivano, lo minacciavano, ma niente: quel dito era la sua copertina di Linus. Finché un bel giorno – anzi, un brutto giorno – arriva un sarto fuori di testa che, con la grazia di Edward Mani di Forbice sotto steroidi, ZAC! glielo mozza. Lesson learned: certe abitudini sono dure a morire… letteralmente.
Ma Conrad non è il solo a ricevere una lezione di vita decisamente hands-on (ops). Pauline ama giocare con i fiammiferi e whoosh! – voilà Pauline flambé, la bambina torcia umana. Matilda, invece, racconta bugie per sport: un giorno grida “Al fuoco!” per scherzo, nessuno le crede e finisce arrostita nella sua casetta.

Game over.
E ora?
Dormono dormono sulla collina… dormono dormono sulla collina…
Benvenuti nel delizioso mondo dei cautionary tales, il genere letterario del nord Europa che trasformava ogni marachella infantile in un horror alla Tim Burton, ma con finali ben più scottanti. Secondo i pedagoghi, queste storie forgiavano cittadini responsabili. Secondo me, forgiavano solo clienti a vita per gli psicoanalisti o i liquor stores o entrambi…
Educare, per loro, faceva rima con traumatizzare: disobbedivi? Ti incenerivano, divoravano, smembravano, mozzavano. E senza neanche il conforto di una copertura sanitaria decente.
E voi state ancora qui a lamentarvi dei miti greci? Almeno lì gli dèi fornicavano senza sosta, i satiri inseguivano ninfe tra i cespugli, il vino scorreva a fiumi e i baccanali erano l’equivalente di un festival a Ibiza—solo con più sacrifici animali e meno reggaeton. Certo, ogni tanto qualcuno finiva smembrato, ma vuoi mettere? Si moriva felici, ubriachi e con il sole in faccia
E poi loro non li chiamavano cautionary tales ma epos. Un po’ come oggi che nessuno dice “scrivo cazzate su Facebook e Instagram” ma: faccio il content creator.
Mi spiego?
Mi spiego…

ICARO: LA GUIDA SICURA NON È UN’OPINIONE
Papà Dedalo è praticamente il MacGyver dell’Antichità: dagli un po’ di cera, due piume e un pezzo di spago, e ti assembla l’AirPod Pro Max. Peccato che, come genitore, abbia la stessa affidabilità di una sedia Ikea montata senza istruzioni.
E dire che i segnali d’allarme c’erano già stati. Eh sì, perché prima di finire in prigione dentro il suo stesso labirinto—così ben costruito da rimanerci incastrato, un po’ come quando nascondo la Nutella così bene che quando la ritrovo è più stagionata del Falerno Opimiano—Dedalo si era già reso protagonista di qualche idea discutibile.
Per esempio, è lui a progettare un costume da mucca affinché Pasifae, moglie di Minosse, potesse… diciamo… avere un incotro galante con un toro. Il piano funziona fin troppo bene: da quella relazione nasce il Minotauro. E chi viene incaricato di gestire il problema? Sempre Dedalo, che finisce per costruire un labirinto su misura per la bestia.
Peccato che Minosse, invece di ringraziarlo, decida di chiuderci dentro lui e suo figlio. E qui, non possiamo dargli tutti i torti visto l’antefatto di Pasifae e il toro…
Ma Dedalo non si perde d’animo. Con piume e cera si costruisce il primo volo fai-da-te della storia. Prima di decollare, dà a Icaro, il figlio adolescente bimbominkia tre regole chiarissime:
A Non volare troppo in alto, che il sole scioglie la cera.
B Non volare troppo in basso, che le onde bagnano le piume.
C Vola dritto e non fare lo spaccone.
E Icaro? lo ascolta con un occhio sul cellulare e una gomma da masticare che rumina tra l’apparecchio metallico…

sì pà…

vabbé pà…

capito pà…

madò che palle pà…

E così partono. Icaro sente il vento tra i capelli e si gasa…

Troppo.

Alza le braccia, chiude gli occhi e parte a cantare: Volare, oh oh! Cantare, oh oh oh oh!, con Topo Gigio che sbuca da dietro una nuvola per il duetto.
Peccato che il sole non sia un fan di Sanremo e gli sciolga le ali come un gelato ad agosto. Boom, primo disastro aereo della storia.
Morale del mito? Segui sempre le istruzioni, soprattutto se il tuo ingegnere capo è anche tuo padre. Oppure, almeno, porta un paracadute.
Ma, diciamolo, almeno Icaro volava felice più in alto del sole ed ancora più su.. mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù. Sopra il Mediterraneo, con il sole addosso e il mare sotto, non rinchiuso in una casa buia e fumosa, terrorizzato all’idea di sbagliare. Perché i Greci, anche quando cadevano, lo facevano in piena luce, con il cielo negli occhi, con stile insomma.
Nei cautionary tales non c’è mare e un’ambientazione tra il gotico e il sadico, giusto per ricordarti che la vita è un catalogo di orrori e che alla fine, comunque, si vive e si muore male.

FETONTE: L’INFLUENCER DELLA GUIDA SPERICOLATA
Fetonte ha un problema di autostima. Non è facile essere un adolescente brufoloso e sfigato, specialmente quando gli amici ti prendono per il culo. E lui, poveretto, soffre. Se ne sta in cameretta, cuffiette nelle orecchie, fissando il soffitto mentre ascolta La donna Cannone di F De Gregori “E con le mani, amore, per le mani ti prenderò…”.
Sua madre, Climene, una delle Oceanine, non ne può più di vederlo in modalità tragedia greca e prova a rincuorarlo: “Non fare così, tuo padre è Elios, il dio del Sole.”
Male. Malissimo. Perché Fetonte, invece di prenderlo come un “lo vedi che non sei così sfigato?”, va a dirlo agli amici.

Quelli ovviamente sono adolescenti e scoppiano a ridere e lo ribattezzano il Bomba, colui che spara cazzate:
“Ah sì? Beh, mio padre è Minosse!”
“Il mio è Maradona!”
“Il mio è Eracle, e mi alleno con lui ogni mattina!”

“Fetonte vieni qui… raccontaci ancora di tuo padre che porta il sole in cielo ah ah ah…”


Fetonte rosica. Gli serve una prova. Qualcosa di epico.
E arriva l’occasione perfetta: il suo compleanno. A sorpresa, Elios si ricorda di avere un figlio e si presenta per fargli gli auguri. Grande entrata in scena, luce abbagliante, effetti speciali deluxe.
“Esprimi un desiderio, figliolo.”
Fetonte non ha dubbi: vuole guidare il carro del Sole. Già si immagina sfrecciare tra le nuvole, gli amici con le mascelle a terra, lui che urla: “Finalmente potete baciarmi le natiche.”
Elios tentenna: “Figliolo… non è una Tesla, non si guida da sola…” ma niente. Fetonte insiste, insiste, insiste. E alla fine il dio cede con la rassegnazione tipica di un genitore moderno, quelli che partono con un deciso “Assolutamente no” e finiscono con “Vabbè, ma mandami un Whatsapp”.
D’altra parte, Elios probabilmente non ha mai letto ‘I no che aiutano a crescere’ e ignora totalmente Piaget, convinto che l’apprendimento avvenga per imposizione divina. Niente teoria dello sviluppo cognitivo, niente pedagogia: solo un grosso, gigantesco “Fai un po’ come cazzo ti pare”.
Così, con la stessa filosofia di chi lascia il figlio di cinque anni davanti al tablet“ma solo per cinque minuti”, gli lancia le redini.
All’inizio tutto fila liscio. Fetonte si sente un dio (letteralmente) e si gode il momento. Ma poi, da vero adolescente con troppi cavalli sotto il cofano, ci prende gusto: accelera, va su, sempre più su… e congela la Terra. Nascono i ghiacciai. Poi sterza di colpo, scende in picchiata e brucia tutto. Ecco spiegati i deserti.
Gli umani entrano nel panico. Mannaggia a Clitemnestra, strillano. C’è chi si lancia nei fiumi bollenti, chi si cosparge di fango, chi si arrampica sulle montagne sperando di non finire arrosto.
Zeus, dall’Olimpo, osserva il disastro e decide di intervenire con il suo solito tocco diplomatico: un fulmine.
Fetonte precipita e muore.
Fine della sua carriera da autista celeste.
E Elios? Sale sul carro, scuote la testa e, con la rassegnazione di chi ha visto di peggio, rimette il Sole al suo posto. Poi, senza scomporsi troppo, commenta:
“Vatti a fidare dei figli, anche oggi il turno l’ho coperto io.”

Ora, non me ne vogliano i filologi, gli antropologi e i tuttofattologi, ma i cautionary tales, i miti—insomma, queste storie—servono a insegnare la famosa morale. E fin qui, nulla da dire.
Ma c’è modo e modo.
Volete la prova?
Chiamate vostro figlio Icaro e tutti lo prenderanno per il culo: “Ah ah attento che se devi prendere l’aereo potrebbe cadere…”

Chiamatelo Conrad, e vi guarderanno con aria vaga: “Ah sì certo certo … come il famoso scrittore e navigatore inglese di origini polacche… o l’attore tedesco di Casablanca…”

Ecco… la differenza sta tutta qui. I greci sapevano fallire alla grande.

Il dio li fa e poi li accoppa

Se la religione di un popolo è lo specchio del suo livello di speranza, i Greci dovevano avere lo specchio della strega di Biancaneve. E, alla domanda “Come vedi il tuo bicchiere? Mezzo pieno o mezzo vuoto?”, forse avrebbero chiesto direttamente la bottiglia di vino. Sì, perché la loro religione è quella in cui gli dèi non solo ti fregano, ma lo fanno con entusiasmo e senza alcun rimorso.

Altro che saggezza e misericordia: qui ci troviamo di fronte a un’orda di divinità capricciose, gelose, con l’ego da rockstar e la gestione della rabbia degna di un teenager con gli ormoni fuori controllo. E il bello è che hanno pure i superpoteri, sono immortali, imbattibili, e così ogni tentativo di ribellione va puntualmente a… peripatetiche.
Insomma, un politeismo distopico in cui non si prega per ottenere forza o conforto, ma per essere lasciati in pace. Se gli dèi devono proprio badare a te, che almeno non ti trovino – chissà, intelligente o affascinante, o che non abbiano gli occhi puntati su tua moglie o sulle tue figlie… In tal caso, conviene svuotare il bicchiere. Anzi, meglio riempirlo di nuovo.

Lo so, i nostalgici del marmo classico stanno già scuotendo la testa, con lo sguardo severo di statue antiche, pronte a giudicare dall’alto dei loro piedistalli in piazza, accanto a una fontana:
“Ah, il mondo antico, che meraviglia! Un’epoca di bellezza, ordine e saggezza assoluta! Noi, poveri moderni, cinici e disillusi, incapaci di elevarci a quelle vette di pensiero sublime!”

Ok, vogliamo parlarne? Parliamone…

Ad Argo abitano due fratelli body builder, giovani, oliati e muscolosi come protagonisti di uno spot motivazionale per la palestra sotto casa, quelli che ti fissano dai manifesti con l’aria di chi ha capito tutto sulla vita e sulle proteine. Si chiamano Cleobi e Bitone.
Sono forti come tori, instancabili come corrieri la settimana prima di Natale, il ritratto vivente dell’ideale greco di vigore e disciplina. E se non bastasse il fisico da urlo, sono pure due ragazzi d’oro: educati, rispettosi, cresciuti con tutti i valori giusti, un vero orgoglio di mamma.

Già, mamma Cidippe, sacerdotessa di Era – una carica di gran prestigio che non richiede solo devozione, ma anche una buona dose di pazienza per gestire i capricci della dea più vendicativa dell’Olimpo, un po’ come fare l’addetta stampa di una celebrità dal carattere impossibile.
Cidippe ha un sogno nel cassetto: partecipare alle celebrazioni in onore di Era, la sua dea. Per lei non si tratta di un semplice evento religioso, ma del momento più atteso dell’anno, l’occasione per dimostrare la propria devozione. È come per un tifoso sfegatato che sogna di assistere a una partita all’Anfield, di essere lì, tra la folla, a cantare “You’ll Never Walk Alone” con il cuore in gola. Non si tratta di un desiderio qualunque, ma di un vero e proprio pellegrinaggio, un atto di fede.

Ma, come sempre, ci sono buone e cattive notizie. La buona è che Cidippe possiede un carro solido e perfettamente funzionante. La cattiva? Non ha i buoi per trainarlo.
Un carro senza buoi è tanto utile quanto una bicicletta senza pedali, o come un biglietto per la finale di Champions senza il volo incluso. D’altronde, si sa: nei paesi dei buoi (e delle mogli) si finisce sempre per rimpiangere ciò che manca.

Eppure, Cidippe non si arrende. Il tempio è troppo lontano per lei, che ha difficoltà a camminare. Un viaggio a piedi è impensabile e, senza buoi, il carro rischia di restare lì, immobile, proprio come il suo sogno.
Cleobi e Bitone osservano la situazione con la consapevolezza di chi sa quanto quella celebrazione significhi per la mamma, che brilla d’emozione ogni volta che ne parla. Non bastano parole: basta uno sguardo, uno di quelli che valgono più di mille discorsi. Se mancano i buoi, saranno loro a trainare il carro. Si mettono davanti, afferrano le stanghe e iniziano a tirare, non perché glielo abbiano ordinato, ma perché sanno che è la cosa giusta da fare.

Il sole picchia, la strada è lunga e le braccia e le gambe bruciano per la fatica. Ma loro non si fermano: ogni passo è un atto d’amore, ogni goccia di sudore un tributo alla madre e alla dea.
Quando finalmente raggiungono il tempio, la gente si ferma a guardarli: alcuni mormorano increduli, altri restano in silenzio, ammirati. Ma Cidippe non sente nulla, persa nell’orgoglio che le gonfia il cuore. Perché quei due ragazzi non sono solo figli devoti: sono il suo miracolo.

Ora, chiunque avrebbe potuto pensare a una soluzione pratica: chiamare un Uber mitologico, convincere qualche parente a prestarle un somaro o, alla peggio, rimandare l’evento. Ma Cidippe è la mamma modello dei figli modello.
Arrivati al tempio, distrutti come studenti alla fine di una gita scolastica, Cidippe rimane folgorata dalla visione della dea, che si manifesta in tutto il suo splendore e, per quel che se ne dica, è anche di buon umore – cosa non da poco, specie se si chiama Era.
Commossa dalla loro devozione, Era chiede a Cidippe di esprimere un desiderio – uno solo, perché, diciamocelo, va bene che è di buon umore e tutto il resto, ma Era non è mica il genio della lampada. Senza esitare, la madre, che adora i suoi ragazzi, chiede il meglio per Cleobi e Bitone.
Cidippe non fa neanche in tempo a concludere la sua richiesta che i suoi figli cadono a terra, stecchiti.

  • “Mannaggia a Clitemnestra, sono morti!” – urla Cidippe.
  • “Lo so… lo so… ma non devi ringraziarmi, l’ho fatto volentieri,” – replica Era.

Eh sì, perché Era, nella sua infinita saggezza e con il tipico senso pratico divino, li uccide sul colpo, senza dolore.
Sì, dopo tutto quello sforzo, dopo aver portato a termine l’equivalente mitologico di un triathlon olimpico senza nemmeno un isotonico, i due ragazzi muoiono all’istante; e morire, sparire o, meglio ancora, non essere proprio nati è il meglio che può succedere a un essere umano, perché, come dirà qualche millennio dopo il buon Giacomino: è funesto a chi nasce il dì natale.

Siete ancora qui?
Guardate che la storia è finita. Muoiono senza soffrire, il premio più bello per un mortale.
E poi, nelle “Storie” di Erodoto, quando il re Creso chiese a Solone di stilare una classifica delle persone più fortunate del mondo, con la consueta saggezza, Solone mise i due fratelli (solo) al secondo posto, subito dietro a Tello di Atene. Eh, ma quella di Tello di Atene è un ottimo spunto per una nuova storia…

Ok, lo so… questa storia si presta a infinite ricerche antropologiche, filologiche e perfino logiche. Ma io, ancora oggi, dopo averla tradotta più volte, mi chiedo sempre una cosa sola: come caxxo è tornata a casa Cidippe?

Orfeo ed Euridice: fidarsi è bene, non voltarsi è meglio

Orfeo non è un guerriero, non è un semidio, non è un re. Il suo superpotere è un altro: è un musicista vero, di quelli che suonano dal vivo, senza playback e senza autotune. Niente basi preregistrate, niente effetti correttivi—solo lui. Suona la lira con un’abilità capace di ammorbidire le rocce, far ballare gli animali e persino far alzare un sopracciglio agli dèi, che annuiscono e dicono: “Ok, he got talent“.

Se fosse nato oggi, riempirebbe gli stadi come Freddie Mercury, farebbe piangere milioni di persone con una ballata alla Adele, e i suoi assoli di lira diventerebbero virali più di quelli di Slash dei Guns N’ Roses. Ma siccome è nato nell’Antica Grecia, la sua carriera non prevede tour mondiali né Grammy Awards. Solo tragedie…

Mi spiego?

Mi spiego…

Orfeo, come ogni grande artista maledetto, ha una musa. Solo che nel suo caso non è l’alcol, né strane sostanze dal nome impronunciabile. Niente del genere. La sua droga è una donna. Euridice, un ninfa che passa il tempo nei boschi, ballando tra i fiori e respirando aria fresca… insomma, vive la sua vita tranquilla. Peccato che un giorno incappi nel classico stalker della mitologia, il pastore Aristeo, che, come tanti uomini della sua epoca (e non solo), non ha ben chiaro il concetto di consenso.

Ora, c’è da dire che la mitologia greca è praticamente una compilation di uomini (e dèi) che non accettano un “No”. Zeus? No comment. Apollo? Un disastro. Poseidone? Meglio non parlarne. E Aristeo, da bravo pastore stalker, non fa eccezione: parte all’inseguimento con intenzioni tutt’altro che onorevoli.

Euridice, giustamente, scappa a gambe levate. Ma il destino ha il senso dell’umorismo di uno che ride ai funerali: così nella fuga, Euridice mette un piede nel posto sbagliato e… zac! Un serpente la morde.

Ora, se questa fosse una serie Netflix, probabilmente ci sarebbe un colpo di scena assurdo all’ultimo secondo. Tipo che Euridice, versione Biancaneve, entra in un coma magico aspettando il bacio del vero amore. Oppure spunta un drago buono stile Game of Thrones che le soffia via il veleno con un battito d’ali. O magari un gufo parlante (con la voce di Morgan Freeman, ovviamente) le sussurra una profezia su come salvarsi. Ma no. Questo è un mito greco. E nei miti greci le cose vanno sempre a… ehm… escort di alto bordo.

Sì, perché i miti greci sono come i telefoni ricondizionati: sembrano funzionare, ma al primo aggiornamento ti lasciano a piedi. Sono come le patatine nei sacchetti grandi: promettono felicità, ma alla fine c’è più aria che sostanza. E soprattutto, non hanno mai un lieto fine. Qui non ci sono miracoli, solo tragedie annunciate.

Quindi Euridice muore.

Fine della storia.

Game over.

Quando Orfeo scopre che Euridice è morta, la prende bene.

No. Scherzo, la prende malissimo… Però non piange. Canta.

Ma non con l’energia epica di Freddie Mercury o la passione travolgente di Bruce Springsteen. No, no. Orfeo entra in modalità Playlist di un adolescente con l’apparecchio, i brufoli e la frangia sugli occhi che scrive poesie tristi sul suo blog dimenticato e inizia a suonare pezzi così deprimenti che perfino Adele, dopo due strofe, gli direbbe: “Oh, magari un po’ meno, eh?”. Per settimane, gira per la Grecia con la lira in mano, piangendo e cantando solo ed esclusivamente canzoni strappalacrime.

I titoli? Più o meno questi:

  • Malinconoia (sì, esisteva già)
  • Perdere l’amore (versione mitologica)
  • Somebody That I Used to Know – ma in Greco antico stretto.
  • Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio ben? Che farò? Dove andrò? Pure in francese già che c’è… J’ai perdu mon Eurydice, Rien n’égale mon malheur.

All’inizio, tutti lo compatiscono:Poverino, ha perso l’amore della sua vita.

Dopo un mese, iniziano a infastidirsi:Va bene, amico, ma insomma… Ulisse ha perso tutta la sua ciurma, ha rischiato di restare bloccato a vita su un’isola con una dea ninfomane e alla fine ha trovato la strada di casa senza star lì a piagnucolare ogni due minuti. Mannaggia a Clitemnestra. Guarda Aiace: gli hanno fregato le armi di Achille, si è sentito umiliato, ha perso la testa e—ok, ha massacrato un gregge convinto che fosse l’esercito nemico, ma almeno si è tolto di mezzo senza importunare l’intera Grecia con la sua disperazione. Pure Ettore sapeva benissimo che Achille lo avrebbe ucciso, ma è andato incontro al suo destino con dignità. Non è che ha preso una lira e ha iniziato a comporre ‘Le dieci migliori ballate sulla sfiga.”

Nulla da fare, Orfeo si lamenta. Sempre. Senza sosta.Dai, amico, noi capiamo il dolore, ma vuoi fare qualcosa di utile? Non so, apri una scuola di musica, scrivi un manuale su ‘come evitare di voltarsi nei momenti cruciali’… ma basta piagnistei!

Dopo tre mesi, la situazione diventa insostenibile. E così, invece di farsi una ragione del fatto che nel mondo greco la felicità dura meno di una connessione Wi-Fi gratuita, Orfeo passa il tempo a struggersi. Si presenta ai matrimoni e canta di morte. Si siede nelle taverne e suona ballate sulla disperazione. Gira per i mercati e fa piangere i contadini. È il primo caso documentato di persona che viene ghostata per eccesso di tristezza.

Alla fine, qualcuno ha il coraggio di dirglielo: “Orfeo, amico… ma perché non vai all’Inferno?”

Orfeo è talmente chiuso nel suo dolore che non capisce che non è un suggerimento metaforico. E così parte…

Operazione Salvataggio: Un Concerto nell’Oltretomba

L’Ade è come una sala d’attesa della motorizzazione, ma con più nebbia e meno speranza. Le anime in pena vagano come clienti senza numero, i fiumi infernali scorrono lenti come la fila al casello in un weekend d’agosto, e i demoni di guardia hanno la stessa espressione di un impiegato allo sportello quando arrivi con i documenti sbagliati. L’idea di vedere un vivo scendere negli Inferi è talmente assurda che nessuno sa bene come reagire.

Ma Orfeo ha un’arma segreta: la sua musica deprimente.

Appena comincia a suonare:

  • Caronte, che di solito traghetta solo i morti, smette di fare il burbero, si tocca le parti intime sussurrando testicula tacta omina pericula fugata, e gli concede un passaggio gratis sullo Stige.
  • Cerbero, il cane infernale a tre teste, invece di sbranarlo, si accuccia e fa le fusa, guaendo come un cucciolo.
  • Le anime dei dannati, che normalmente passano il tempo a soffrire, si fermano per ascoltare e tirano fuori i fazzoletti, perché a differenza dei morti del Sesto Senso, loro lo sanno che sono morti e Orfeo glielo ricorda ad ogni nota.
  • Minosse, Radamanto ed Eaco, i severi giudici delle anime, cominciano a sospirare e ad annuire malinconici, ricordando i bei tempi in cui erano ancora vivi e si lamentavano di Atene, Sparta e di come non ci sono più le condanne di una volta.
  • Tantalo smette per un attimo di cercare di bere l’acqua irraggiungibile e si lascia andare in un singhiozzo soffocato che tra l’altro lo disidrata ancora di più.
  • Sisifo si siede sul suo masso e sospira: per una volta, il peso più grande è quello nelle orecchie.

Orfeo arriva davanti a Ade e Persefone dopo un viaggio infernale (in tutti i sensi). Si aggiusta la lira, si schiarisce la voce e attacca con la sua hit più struggente.

Dopo appena tre note, l’intero Oltretomba sprofonda nella depressione.

Persefone, che già di suo passa sei mesi all’anno in un posto senza sole, comincia a singhiozzare: “Ade, io così non ce la faccio!”

Ade stringe i pugni, cercando di mantenere la sua fama da cattivo, ma si vede benissimo che sta sbiancando sotto l’incarnato grigio.

Caronte è il più preoccupato: “Boss, qui se va avanti così, nessuno vorrà più pagarmi per traghettare!”

Le anime dei dannati? Peggio ancora. Già erano messe male, ma ora stanno rivalutando la loro condizione: “Oh, ma quindi può sempre andare peggio?”

Cerbero ulula disperato in tre tonalità diverse. Nel giro di cinque minuti si rompe un ponte sul fiume Stige, crolla un soffitto del Tartaro e un’anima innocente viene spedita per sbaglio nel girone sbagliato. È ufficiale: la musica di Orfeo porta pure sfiga.

Ade stringe i denti, poi guarda Persefone, poi guarda Caronte, poi guarda i dannati che stanno cercando di scioperare. Alla fine, si arrende:

“Per l’amor di Clitemnestra, prenditi Euridice e levati dalle palle prima che qui crolli tutto! MA C’È—OVVIAMENTE—UNA CONDIZIONE: te ne vai senza voltarti indietro, senza fare il fenomeno, senza un ultimo assolo struggente. Dritto per la tua strada, testa alta. Gli sguardi trattieni, affrena gli accenti, rammenta se peni, che pochi momenti hai più da penar. Ce la fai, campione?”

E così parte la fregatura…

La Peggiore Ansia di Sempre

Orfeo parte. Dietro di lui, Euridice lo segue in silenzio.

Il tunnel è lungo, buio, umido. Il tipo di posto in cui di solito nei film horror qualcuno dice “Ragazzi, separiamoci!” e due minuti dopo parte il massacro.

All’inizio Orfeo è fiducioso. Ma poi… iniziano i dubbi.

E se lo hanno fregato?

Euridice non dice una parola. Nessun colpetto di tosse. Nessun “Orfeo, sbrigati che ho i piedi gelati.” Niente.

L’ansia sale.

E se invece di Euridice gli avessero dato… Wanna Marchi?

Ecco, la scena gli si forma nella mente con orrida chiarezza: lui si gira, e dietro c’è la maga delle televendite, col dito puntato, che gli urla: “Ah ah ah dimagrire dimagrire!”

Un brivido gli corre lungo la schiena.

No, dai, impossibile.

Eppure…

E se invece fosse Maria De Filippi con una busta nera che lo guarda con espressione imperscrutabile e gli dice: “Orfeo, vuoi sapere la verità?”

Oppure—e qui Orfeo sbianca—e se dietro di lui ci fosse la sua prof di latino del liceo, pronta a interrogarlo su una versione di Tacito mentre lui cerca solo di uscire vivo da lì?

L’ansia sale. Il dubbio lo corrode. Gli viene persino da grattarsi la schiena ma non può voltarsi.

L’uscita è vicina.

Ancora cinque secondi.

Ancora quattro.

Ancora tre.

Dai, ormai è fatta…

Ma la paranoia è troppa. È troppo.

Euridice è troppo silenziosa.

Non ce la fa più. SI GIRA.

BOOM.

Euridice viene risucchiata all’istante negli Inferi con un effetto speciale da film di serie B.

Orfeo allunga la mano, urla, piange, si strappa i capelli come un influencer in crisi dopo un tweet sbagliato.

Ma niente.

Le regole sono regole, e Ade non fa eccezioni.

La Fine più Amara

Orfeo torna nel mondo dei vivi da solo. La sua missione era quasi riuscita, ma quel mezzo secondo di ansia gli è costato tutto. Da quel momento, non sarà più lo stesso. Smette di suonare.
Smette di cantare. Smette di vivere davvero. Niente reunion e concerti commemorativi e neppure album unplugged.

E quando un gruppo di baccanti scatenate lo trova, succede il disastro.Lo fanno fuori tra danze sfrenate e urla alla Tarzan, perché la mitologia greca non è famosa per il lieto fine.

Ma la leggenda dice che la sua lira continui a suonare tra le stelle… e che, alla fine, Orfeo ed Euridice si siano ritrovati. Si vabbè… Ma solo nell’aldilà, perché il destino, specialmente quello greco, è un bastardo.

Morale della storia?

  1. Se l’Ade ti dà un’istruzione precisa, SEGUILA.
  2. Non voltarti indietro. Mai.

FILEMONE E BAUCI, SANTI PATRONI DELL’INPS

Ci sono storie, o meglio, miti, che una volta letti non se ne vanno più. Ti si infilano in testa come una pubblicità fastidiosa e ti tormentano con domande del tipo: “Ma davvero?” o “Era proprio necessario?”. Che poi è la storia di Filemone e Bauci, che ti lascia lì, confuso, mentre fissi il soffitto e pensi che, se c’è un pantheon da pregare per la giustizia sociale, questi due vanno fatti santi all’istante. Anzi, santi patroni dell’INPS.

Sì, perché se c’è qualcuno che meriterebbe una piccola attenzione divina, sono proprio Filemone e Bauci, pensionati con la minima, che dopo una vita passata a lavorare nei campi dall’alba al tramonto, a rattoppare vestiti fino a farli diventare carta velina e a mandare avanti la casa con il poco che avevano, si ritrovano con un’entrata che basta appena per un pezzo di pane raffermo e qualche ceppo di legna per scaldarsi. E quando arriva l’inverno, il fuoco si accende solo nelle belle giornate, perché la legna costa, e il resto del tempo si stringono nelle coperte, facendo finta che il freddo non sia poi così terribile.

Eh sì, perché Filemone e Bauci non sono nobili, non hanno terre, né servitori, né un’eredità da gestire. Hanno una capanna di legno che sembra più un miracolo dell’equilibrio che un’abitazione, un pezzo di terra che produce giusto quel tanto che basta per non morire di fame e un guardaroba che farebbe impallidire anche i meno esigenti del mondo antico. Non si lamentano, non chiedono nulla, vanno avanti con la rassegnazione di chi ha capito che l’unico modo per non restare delusi è non aspettarsi niente.

Dopo una vita passata a lavorare nei campi, a riparare il tetto con materiali raccattati qua e là, a crescere figli con il sogno che almeno loro possano scappare verso un futuro migliore, riescono finalmente a tirare un sospiro di sollievo. I figli, come da copione, se ne sono andati per cercare fortuna altrove e non si fanno sentire nemmeno per le festività comandate tipo i Parentalia o i Saturnalia La vecchiaia è arrivata come una tassa inaspettata e l’unica certezza rimasta è che nessuno verrà mai a chiedere loro un prestito, perché sono poveri perfino per gli standard dell’epoca.

Eppure, proprio in quel villaggio dimenticato dagli dèi e dagli uomini, arrivano due viandanti.

Vestiti di stracci, polverosi, con l’aria di quelli che da lontano possono essere scambiati sia per saggi erranti che per imbroglioni in cerca di una cena gratuita. Filemone e Bauci li vedono arrivare e non ci pensano due volte. Aprono la porta, tirano fuori quel poco che hanno e li trattano come ospiti di riguardo. Non perché sospettino che siano dèi travestiti, ma perché sono brave persone. E, soprattutto, perché sanno bene cosa significhi non avere niente.

Zeus ed Ermes rimangono basiti.

Sono scesi dall’Olimpo convinti di trovare solo porte sbattute in faccia e umanità marcia, e invece due vecchietti che vivono con meno di quello che loro spendono in ambrosia in un giorno hanno appena offerto loro tutto.

Zeus rimane senza parole. E quando Zeus rimane senza parole, può prendere solo tre strade: o tromba qualcuna, o si commuove, o rade al suolo qualcosa.

In questo caso, per ovvi motivi di anagrafe di Bauci, sceglie solo due opzioni.

Dopo aver finito la cena, senza nemmeno il tempo di sparecchiare, Zeus si volta verso il villaggio e lo rade al suolo.

Perché? Perché nessun altro ha offerto ospitalità. Poco importa se magari gli altri abitanti non erano in casa, se qualcuno stava lavorando nei campi o se, semplicemente, non hanno sentito la porta perché stavano guardando il festival din San Remo. La legge degli dèi è chiara: o sei un santo o sei cenere.

Filemone e Bauci guardano il loro villaggio scomparire sotto una nube di polvere e fulmini e capiscono che forse, in fondo, c’è un motivo se nessuno vuole gli dèi tra i piedi.

Ma Zeus, per una volta, decide che loro vanno premiati. E concede un desiderio.

A quel punto, chiunque dotato di un minimo di senso pratico chiederebbe qualcosa di utile. Una casa decente, un pezzo di terra fertile, una pensione che permetta almeno di arrivare a fine mese senza dover razionare il pane raffermo.

Qualsiasi cosa.

E invece no.

Loro chiedono di morire insieme. Come a dire: tanto, peggio di così…

Zeus, con quel suo modo di interpretare i desideri alla lettera ma con un tocco da commedia dell’assurdo, accetta la richiesta e decide che, quando sarà il momento, non moriranno come tutti gli altri.

Si trasformeranno in alberi.

Ora, pensiamoci un attimo. Dopo una vita di melma passata a faticare nei campi, a sudare sotto il sole, a rammendare vestiti bucati e a cercare di arrivare alla fine del mese con un bilancio che farebbe invidia agli esperti di economia domestica, quando finalmente possono riposarsi in pace… diventano alberi.

Un albero solo? No. Due alberi attaccati, per l’eternità.

Perché quando chiedi qualcosa a un dio, devi stare attento ai dettagli.

Passare l’eternità come un tronco su cui la gente incide cuoricini e iniziali di storie d’amore destinate a finire male?
Rischiare di essere abbattuti per farci mobili o legna da ardere?
Essere il bersaglio preferito dei piccioni per secoli?

Zeus, come sempre, ha un’idea molto particolare di giustizia.

E così, Filemone e Bauci rimangono lì, per sempre, intrecciati, santi senza aureola, patroni non dichiarati di tutti quelli che versano contributi per quarant’anni e poi ricevono una pensione che non basta nemmeno per una pagnotta.

Se qualcuno deve proteggere i vecchietti in fila alla posta, quelli che ancora aspettano la quattordicesima come un’apparizione mariana, quelli che fanno miracoli con la minima sociale, non possono che essere loro.

Altro che Zeus.

L’INPS dovrebbe avere una loro statua all’ingresso.

La rara fortuna di essere ricordati

Rara temporum felicitate, ubi sentire quae velis, et quae sentias dicere licet. (È la rara fortuna di questi tempi che si possa pensare ciò che si vuole e dire ciò che si pensa.)
— Tacito


28 Gennaio 1917 – Confine di El Paso, Texas.

La frontiera è una macchia uniforme che svetta all’orizzonte, Carmelita è in marcia da un’ora, è un incedere lento, accompagnato da un sole smorto che rimane sospeso in un cielo sterminato sgombro di nuvole che non sembra volerne sapere di scaldare.

Carmelita è una ragazza messicana di diciassette anni, poche idee davvero chiare e qualche sogno confuso. Lavora come domestica in una casa signorile di El Paso per pochi dollari al giorno e ogni mattina passa il confine insieme ad altre centinaia di ragazze messicane.

A pochi metri dal tram che la trasporterà sul ponte che attraversa il Rio Grande e da lì fino al centro di disinfestazione del confine, Carmelita avverte un brivido.
Con l’avanzare dei passi il brivido diventa nausea che le serra la bocca dello stomaco.
Sente odore di cherosene, anche se l’aria è fresca, ma forse è solo un ricordo, una percezione. Il tanfo nelle narici con il passare dei minuti aumenta insieme al numero dei passi… sa di aceto e agenti chimici che bruciano la pelle, sa di America. Non ha fatto colazione Carmelita, eppure lo stomaco è sottosopra e le sembra quasi di percepire i succhi gastrici che le salgono lungo l’esofago.

Tra qualche minuto, stipata nel tram, raggiungerà il centro di disinfestazione, verrà invitata a scendere dal mezzo, dovrà spogliarsi, rimanere nuda e consegnare i vestiti alle guardie per essere sterilizzati in un essiccatore a vapore e fumigati a base di Zyklon B e, sempre nuda, davanti a un ispettore doganale verrà ispezionata, mentre cercherà di coprire il seno con la mano destra e il pube con quella sinistra.

La guardia l’esaminerà sommariamente, prima i capelli, poi le ascelle; quindi, le scosterà le mani dal petto, poi sommariamente quelle che le coprono il pube per vedere se anche lei ha i pidocchi.

Gli americani sono ossessionati dai pidocchi.

Due settimane prima li avevano anche trovati, i pidocchi, non a lei ma a Maria, una sua compagna di viaggio di tredici anni a cui avevano rasato i capelli ricci e neri e i peli delle ascelle e quelli del pube con delle tosatrici e poi l’avevano costretta a fare il bagno in una vasca di cherosene e aceto.

“Pero por qué?” aveva strillato Carmelita mentre sorreggeva Maria che respirava affannosamente alla ricerca disperata di aria buona.

La verità si nasconde come sempre nelle pieghe dei libri di storia, ma Carmelita questo non può saperlo. La grande guerra sta alimentando profondi sentimenti di paranoia e patriottismo contro lo straniero qui in Texas così come a Ellis Island a New York.

Gli americani hanno paura degli stranieri, delle rivoluzioni messicane e dei tedeschi che potrebbero lanciare incursioni di bombardamenti dal Messico.
Come protesta contro la Germania, gli americani hanno persino cambiato il nome di wurstel in hot dog.

E per proteggere il Paese dalla minaccia dell’epidemia di tifo, gli agenti doganali statunitensi hanno iniziato a ispezionare la frontiera messicana al ponte internazionale di El Paso-Juarez passando al setaccio i migranti in cerca di pidocchi e sporcizia.

Dalla sporcizia fisica a quella razziale il passo è stato breve.
E adesso molti messicani per entrare oltre il confine devono superare test di intelligenza, puzzles, semplici esercizi di matematica e di logica, alla ricerca di messicani degni di attraversare il confine e mischiarsi alla razza americana.

Carmelita, stipata sul tram, si sente mancare, annusa cherosene e agenti chimici e sudore freddo. Quando il convoglio si ferma a pochi metri dalla stazione di smistamento e gli attendenti americani invitano lei e le altre ragazze a scendere dal mezzo per iniziare l’ispezione, Carmelita prova un senso di rabbia che le serra la gola, si gira dando le spalle agli agenti e rimane immobile.

La prima manganellata la raggiunge sulla schiena cogliendola di sprovvista, la seconda sulle gambe la fa trasalire; le prime ragazze scendono spaventate dal mezzo dirigendosi verso il centro di ispezione.

“Ferme ragazze!” strilla Carmelita “Non andate! Abbiate decencia y dignidad!”

Le guardie si avvicinano minacciose imponendo a Carmelita di allontanarsi dal mezzo che non è aria di rivolte, figuriamoci di rivoluzioni.

Carmelita spinge la prima guardia indietro, poi scalcia la seconda e a questo punto altre ragazze cacciano indietro le guardie americane e poi altre ancora.

Nel giro di venti minuti i migranti soverchiano gli ufficiali di frontiera, circondandoli e spingendoli indietro.
È una sassaiola, una rivolta guidata da una diciassettenne.

Quel giorno, 28 gennaio 1917, centinaia di donne messicane bloccarono il ponte di El Paso, rifiutandosi di subire la disinfestazione forzata.

Carmelita Torres era in prima linea.

E poi?

Dopo quell’atto di ribellione, di lei si sono perse le tracce. Arrestata? Deportata? Inghiottita nell’oblio della storia? Forse non importa. Perché la storia, quella scritta dai vincitori, decide chi ricordare e chi dimenticare.


Un grazie alla RJ Phillips Band e in particolare a Joe Defilippo per aver riportato alla luce questa storia…

Cedere o cadere

L’aveva svegliata il camion della spazzatura; un rumore di pistoni e ferraglia e bidoni di latta che sbattevano frammisti a voci di uomini e risate. Brittany aveva aperto gli occhi a fatica, il sole filtrava tra le veneziane illuminando a intermittenza la parete con impalpabili guizzi di luce, la sveglia al quarzo sul comodino era un’aureola rosso rubino. Aveva impiegato qualche secondo per mettere a fuoco i contorni; prima le ore: le sette, poi i minuti: e trentadue. Le sette e trentadue. Era in ritardo…

Quando Brittany era scesa in cucina, erano le sette e quarantadue. Sul tavolo c’era un post-it giallo scritto con piccoli bordo sinistro: «Amore Buongiorno. Ricordati che è martedì e che stasera devo andare al Community College. Guarda che ti ho comprato il latte alla fragola. Buona giornata. Mamma».

Brittany aveva indugiato un attimo sul post-it chiedendosi perché sua madre firmava sempre tutti i messaggi che le scriveva; a lei era sempre sembrata un’attenzione inutile visto che in quella casa vivevano solo loro due. In quanto al messaggio, spesso sua madre tendeva a sottolineare aspetti privi di importanza e la cosa l’aveva sempre spiazzata un po’.

Brittany aveva raccolto due fette di pane a cassetta e le aveva riempite di marmellata e burro di arachidi, poi aveva preso il cartoccio del latte alla fragola e già che c’era anche una confezione monouso di uvette della California, aveva raggiunto la porta ed era uscita di casa.

Alla fermata del bus faceva freddo; i ragazzini del quartiere formavano una massa variopinta di piumini gialli, rossi e blu e paraorecchie e cappelli di lana. Sam, la compagna di banco di Brittany nella classe di matematica, l’aveva salutata da lontano

schermandosi la faccia con la mano per proteggere gli occhi dai raggi accecanti del sole. Brittany aveva ricambiato il saluto muovendo le braccia al ritmo di Wake me up before we go go nel Walkman che la madre le aveva regalato per Natale. Sam, occhi

verdi e capelli finissimi di un castano fulvo, era la sorella di Todd, un sophomore della Benjamin Franklin High, un ragazzo introverso, capelli lunghi, occhi chiari e una passione ossessiva per i Black Sabbath.

Quando il bus giallo era arrivato davanti al piazzale della Bayshore Middle School, Brittany si era ricordata quasi subito che quello non sarebbe stato un giorno come tutti gli altri.

Il perimetro del campo di lacrosse a ridosso della scuola era delimitato da decine di bandierine americane che ondeggiavano impercettibilmente ai soffi del vento freddo di fine gennaio, i rappresentanti della Science Honor Society accoglievano i ragazzi all’entrata distribuendo volantini e bandierine americane, la banda suonava America the beautiful, mentre Mr. Barley, il preside, assistito da Mr. Simmons e Mrs. Appler batteva i tacchi al ritmo delle percussioni.

Al termine della prima ora Brittany aveva già letto un terzo di The House On Hackman’s Hill, un libro che parlava di una mummia in una casa stregata; quella sera se ne sarebbe sicuramente pentita. Anche se aveva compiuto undici anni a settembre, Brittany aveva ancora bisogno di dormire con la luce del corridoio accesa. Eppure, la paura non le aveva mai impedito di collezionare tutti i libri più spaventosi dalla biblioteca della scuola. Ogni notte poi, rimpiangeva la sua decisione di addentrarsi tra quelle storie di fantasmi e mostri e mummie mentre le ombre proiettate dalla luce del corridoio si trasformavano in creature spaventose.

Al termine della terza ora la voce di Mrs. Gaudeman, la bibliotecaria, si era materializzata dalle casse: «Alunni della Bayshore, il lancio è stato confermato per le undici. Anche noi della Bayshore Middle vogliamo celebrare Mrs. McAuliffe, professoressa della Concord High School del New Hampshire che in questo momento si trova nella base di Cape Canaveral in Florida e che tra pochi minuti sarà la prima insegnante a visitare lo spazio nell’ambito del progetto della nasa Teacher in the space».

Al termine dell’annuncio, tutti gli studenti della Bayshore middle si erano riversati nei corridoi della scuola. I ragazzi di sesta avrebbero assistito al lancio dal proiettore allestito in sala mensa, i ragazzi di settima in palestra e quelli di ottava in aula magna. I ragazzi della Science Honor Society e il preside avrebbero potuto seguire il lancio dalla biblioteca, una specie di loft accogliente e ben riscaldato. La palestra era stipata in ogni ordine di posto; Brittany si era seduta a gambe incrociate in un punto un po’ defilato ma ancora accettabile per riuscire a godersi lo spettacolo.

Spifferi d’aria gelida soffiavano alle sue spalle da sotto lo stipite facendola rabbrividire. Quando le prime immagini del Challenger si erano materializzate sullo schermo bianco, i ragazzi erano esplosi in un applauso spontaneo. Poi i reattori avevano sprigionato lingue di fuoco e il razzo si era staccato da terra e tutti erano ammutoliti in un silenzio quasi religioso; l’unica voce, quella dello speaker della cnn che snocciolava con tono monocorde i dati matematici del lancio.

Poi era successo qualcosa. Il razzo aveva effettuato un leggero movimento ad arco, come se stesse virando a destra, ne era seguita una fiammata che aveva riempito l’azzurro del cielo e sprazzi di fumo erano deflagrati nell’azzurro sterminato. Il fumo bianco frammisto al fuoco aveva creato una scia che si era rapidamente biforcata come a formare una Y con la gamba centrale un po’ oblunga. Brittany continuava a fissare lo schermo pensando di non capire, cercando di non capire, allungando l’occhio oltre i detriti mentre i primi pezzi di fusoliera precipitavano a terra come stelle filanti argentate. Poi Mr. Hicks, in un gesto quasi disperato, aveva strappato i fili del proiettore e la palestra era piombata in un buio viscoso. Qualcuno aveva acceso le luci mentre Mr. Hammonds spalancava le tende. Mr. Hicks, con voce secca e gli occhi asciutti, aveva detto poche parole: «Ragazzi, non lo so cos’è successo… di sicuro Mrs. McAuliffe era a conoscenza dei rischi di questa missione, felice di essere lì per i suoi studenti, per voi…».

Quella sera Brittany aveva terminato di leggere The House On Hackman’s Hill nella sua cameretta. La storia indubbiamente faceva paura: due cugini bloccati da una tempesta di neve in una casa stregata che erano stati costretti a passare la notte alle prese con una mummia. Brittany aveva letto pagina dopo pagina come un automa, senza davvero prestare attenzione alle parole; nella sua mente, come in un VHS inceppato rivedeva la palestra silenziosa, i ragazzi che si alzavano asciugandosi le lacrime, la faccia di Mr. Hicks.

Brittany, la testa pesante e gli occhi asciutti, era crollata in un sonno fatto di sogni confusi e travagliati; oltre la porta, la luce del corridoio quella sera era rimasta spenta, e per la prima volta in vita sua lei non ci aveva fatto caso.

Eracle: Il Reality che Ti Piega (ma Non Ti Spezza!)

📜 DISCLAIMER: Pensate che la palestra sia dura? Ah, ma allora non avete mai incontrato Eracle.

Pensate che Schwarzenegger e i bodybuilder più oliati e muscolosi del pianeta siano il massimo della potenza? Carini, sì. Ma again, non avete mai incontrato Eracle.

Eh sì, perché qui non si parla di bodybuilding, ma di fatiche vere e proprie: mostri da decapitare, bestie da inseguire che manco fossero i cinghiali della Capitale, crisi familiari, faide di potere e finali pruriginosi… E no, niente cheat days né giorni di riposo. Solo sudore, tragedia e mitologia.

Mi spiego?

Mi spiego.


Parte I: Il background, (perché senza un’infanzia da manuale di psicoanalisi non sei un vero eroe greco)

Eracle (o Ercole, per quelli che pensano che la mitologia greca inizi e finisca con un cartone Disney) nasce con un bersaglio sulla schiena già bello stampato. Sua madre è Alcmena, una donna che, purtroppo per lei, ha la sfortuna di essere il tipo di Zeus.

Ora, il re degli dèi, oltre all’aria regale, è anche il campione olimpico e mondiale di travestimenti. Questa volta decide di sfoderare il suo costume più audace, quello delle corna a tua insaputa: si traveste da Anfitrione, il marito di Alcmena…

E qui comincia una storia che assomiglia più alla trama di una commedia con Lino Banfi, Edwige Fenech e Alvaro Vitali che a un caposaldo della mitologia. Plauto l’aveva capito molto prima di me, tanto da trasformarla nel suo Amphitruo, l’unica delle sue opere a mescolare il comico con il divino, ma andiamo con ordine…

La scena si apre con Alcmena che tornata a casa dopo una cena con le amiche, si toglie i sandali dorati e sospira, posando la borsetta sul tavolino in stile corinzio. La serata con le amiche è stata più movimentata del previsto: una bella bottiglia di muscat di Samos, pettegolezzi e qualche risatina su certi aspetti poco eroici della vita matrimoniale. Ma ora, mentre si sistema i capelli davanti allo specchio di bronzo, e vede riflessa l’immagine di suo marito, le sembra che qualcosa sia… strano. Primo, perché il suddetto marito dovrebbe essere al lavoro, cioè in guerra, secondo perché ha uno sguardo più vispo del solito…

Anfitrione è lì, in piedi, con un’aria sicura e uno sguardo che mai prima d’ora le aveva rivolto. Il suo solito tono monocorde come un report su Zoom di un direttore aziendale, ha lasciato il posto a una parlantina frenetica, un mix tra un venditore di aspirapolveri e un telecronista sudamericano ai rigori. 

“Che occhi grandi che hai,” dice Alcmena, forse un po’ insospettita.

“Per guardarti meglio, mia cara,” risponde Zeus, ormai completamente immerso nella parte del distributore di corna automatico.

“Ma che… addominali scolpiti che hai… ma ti… ti sei anche depilato?”

Zeus sorride con l’aria sorniona di chi ha non solo affinato il proprio aspetto, ma anche piegato le leggi cosmiche a proprio vantaggio. “Oh, sai, ho trovato un po’ di tempo per me stesso…”

Letteralmente. Eh sì, perché mentre Alcmena si lascia travolgere dall’inaspettato vigore del marito, fuori dalla finestra la notte sembra non finire mai. Nessun chiarore dell’alba, nessun canto del gallo. Solo un’eterna oscurità complice, cucita su misura per lui da un’Olimpo compiacente.

E Alcmena, ignara di tutto, non può che accogliere con stupore questa prodigiosa resistenza. Il suo Anfitrione, fino a ieri incline più alla pennichella post-pranzo che alle fatiche amorose, ora si rivela inesauribile. Ogni volta che lei pensa ecco, adesso è finita, la notte sembra ricominciare da capo, come in un infinito giro di rumba.

A discolpa di Alcmena va detto che, in effetti, chi mai sospetterebbe che il proprio marito sia stato sostituito dal CEO dell’Olimpo, per giunta con il telecomando del tempo in mano?

E così, mentre Alcmena si gode questa lunga, lunghissima notte d’amore, fuori dalla porta il vero Anfitrione sta per rientrare a casa… E qui il mito da commedia anni Settanta si trasforma in telenovela epica, sì ma sudamericana, o plautina, o entrambe…

Anfitrione apre la porta di casa stanco ma soddisfatto dopo una lunga campagna militare, non vede l’ora di riabbracciare la moglie e—perché no?—di festeggiare il suo ritorno in modo più… coniugale.

Il problema?

Alcmena, che ha già dato il meglio di sé con quello che credeva essere suo marito, si ritrova a vivere un déjà-vu imbarazzante. Un attimo prima pensa che la notte sia finalmente finita, un attimo dopo il marito le si ripresenta sulla soglia con lo sguardo carico di aspettative… ma anche con la pancetta e i peli che gli sono miracolosamente ricresciuti.

Ora, mettetevi nei suoi panni: la serata è stata intensa, e per quanto strano possa sembrare, il primo Anfitrione le è apparso particolarmente in forma. Più atletico, più appassionato, più… performante.

Mannaggia a Clitemnestra, ma non è che è finito l’effetto del Viagra?

Così, con più domande che spirito di iniziativa,Alcmena concede il bis e replica l’entusiasmo con cui aveva accolto l’altro ‘marito’.

Risultato della serata? Alcmena resta incinta di due gemelli, ma con una piccola, trascurabile differenza: uno, Ificle, è figlio di Anfitrione; l’altro, Eracle, è figlio di Zeus.

Ora, se siete persone intelletualmente oneste, chiedete umilmente perdono agli sceneggiatori di Beautiful, inginocchiatevi davanti ai maestri dei B-movie, fate una veglia di riparazione per le telenovelas brasiliane e inviate un mazzo di fiori al vostro migliore amico, quello che vi ha torturato con il suo romanzo di formazione in cui, inspiegabilmente, tornava ragazzo con la saggezza di un anziano monaco tibetano. Sì perché questi Greci, con i loro drammi degni di una diretta su Real Time, vincono su tutto. A mani basse… E pure bendati.

Parte II: fulmini, corna e dispetti: scazzi celesti e altre disavventure

Ovviamente le cose non restano così semplici. Zeus, probabilmente tra un sorso di caffè e una scrollata d’ego sul Monte Olimpo, si lascia sfuggire qualche dettaglio di troppo della sua impresa. Magari con Poseidone, che fa finta di ascoltarlo mentre gioca a fare onde giganti per sport. Sua moglie Era, che ha l’abbonamento a vita alla rubrica Cronache di corna celesti e fiuta le scappatelle a chilometri di distanza, lo scopre con la rapidità di un algoritmo impazzito. La reazione? Furiosa, ma altamente creativa. Perché Era non è il tipo da limitarsi a una lavata di capo o a un classico “ti butto fuori di casa e ti cambio la password dell’allarme”. No, no. Lei gioca a un altro livello.

Così, invece di prendersela con il marito fedifrago —che, diciamolo, è praticamente un caso perso perfino per l’AAA- Adulteri Anonimi Associati —decide di incanalare tutta la sua ira divina sul bersaglio più facile: Eracle, che non è nemmeno nato e già si ritrova nel mirino di una vendetta cosmica.

E così, quando Eracle arriva al mondo, Era passa subito al piano. Niente scenate, niente insulti urlati in direzione del Monte Olimpo—lei è una stratega. Per prima cosa, decide di mandargli due serpenti assassini direttamente nella culla, perché, si sa, la maternità divina ha le sue peculiarità.

Ma qui succede qualcosa di imprevisto, o miracoloso o holliwoodyano, che poi è lo stesso. Il piccolo Eracle, che a tre giorni di vita sembra già avere un abbonamento premium a Planet Fitness, apre gli occhietti, vede i due serpenti, li afferra con la curiosità tipica dei neonati e… li strangola. Gueh… ah-bwah… nghééé

Alcmena, attirata dagli strani rumori, entra nella stanza, vede il figlioletto che ride felice con due rettili stecchiti in mano e pensa solo una cosa: Questo qui non avrà mai problemi di bullismo a scuola.

E così, fin dall’inizio, la vita di Eracle si preannuncia come un mix esplosivo tra un reality show mitologico e un catalogo di sfide impossibili. Perché, diciamocelo, quando hai Zeus come padre, una nemica giurata più rancorosa di una suocera olimpica, un gemello che è anche il tuo stepbrother e un’infanzia in cui i tuoi primi sonagli sono stati due serpenti mortali, il tuo destino non può che essere leggendario… o tragicomico. O entrambi. A seconda…


Eracle cresce diventando il classico armadio a quattro ante che tutti vorrebbero come guardia del corpo e nessuno come vicino di casa troppo rumoroso. Forte, invincibile, e con addominali scolpiti che fanno concorrenza a un set di pentole antiaderenti. Insomma, un supereroe dell’antichità. Ma sotto tutta questa muscolatura c’è il solito problema: Era.

Sì, la regina degli dèi, non contenta di avergli reso la vita impossibile fin dalla culla, decide di alzare il livello. E stavolta il suo piano è un capolavoro di sadismo divino: trasforma Eracle in una versione ante litteram di Jack Torrance di Shining.

Con un mix di illusioni, sussurri maliziosi e probabilmente anche una tisana contaminata, riesce a confondere Eracle, che nel frattempo ha messo su famiglia, portandolo a credere di essere intrappolato in una sorta di Overlook Hotel della Grecia antica. Ovunque si giri, vede presagi inquietanti:

  • Le pareti della sua casa cominciano a “parlare“. Ovviamente non dicono cose utili come “lava i piatti”, ma piuttosto frasi tipo “Il mattino ha l’oro in bocca o chessò… All work and no play makes Jack a dull boy
  • Un’ascia compare magicamente. Non servirebbe a nulla, visto che lui uccide i mostri a mani nude, ma fa sempre scena.
  • Visioni dei suoi figli sul triciclo che lo fissano dicendo “Papà, vieni a giocare con noi… per sempre.” Spaventoso? Sì. Colpa di Era? Anche.

La povera moglie di Eracle, Megara, cerca di calmare la situazione, ma ormai il marito ha perso completamente la bussola, più confuso di un turista senza Google Maps su un’autostrada di Mumbay.

Era, soddisfatta del caos che ha scatenato, decide di dare il colpo di grazia e gli piazza nella testa una colonna sonora mentale che è un mix dei Black Sabbath: tamburi incessanti, un coro di voci sussurranti e la sigla di X-Files, giusto per aggiungere quel pizzico di paranoia cosmica.

In questo stato di trance psichedelico-mitologica, Eracle combina un disastro epico. Quando si riprende, il nostro armadio a quattro ante si ritrova protagonista di un vero e proprio talk show del crimine: ammanettato, la scientifica che setaccia ogni angolo della casa, telecamere da tutta la Grecia accampate nel giardino, hashtag che spopolano su ChironeTok e un senso di colpa grande quanto il Partenone.

Insomma, dalle stelle alle stalle… ehm…e non quelle di Augia, o almeno non ancora. E così, in un lampo, il golden boy dell’Olimpo passa da futuro eroe a protagonista di True Crime: Speciale Crimini Mitologici.

Dopo la tragedia dell’Overlook Hotel greco orchestrata da Era, Zeus decide che Eracle deve espiare le sue colpe. Ma invece di mandarlo in terapia, o chessò, iscriverlo a un corso di gestione della rabbia o almeno fargli fare yoga con Apollo, lo affida a Euristeo, re di Micene.

Come se la situazione non fosse già abbastanza incasinata, c’è da aggiungere che Euristeo ed Eracle sono pure cugini. Secondo la profezia di Zeus, il primo nato tra i due avrebbe avuto diritto al trono. Ma Era, ovviamente, ci aveva messo lo zampino: assicurandosi che la madre di Euristeo partorisse in anticipo e, allo stesso tempo, ritardando la nascita di Eracle. Il risultato? Il trono finisce a questo cugino inetto, mentre Eracle, l’armadio a quattro ante, si ritrova a lavorare per lui come stagista non pagato.

Ora, Euristeo non è esattamente il tipo di re che si vorrebbe come guida spirituale, ma Zeus, con il tipico approccio parenting alla dick of dog, gli dà carta bianca e il re, probabilmente tra una risata isterica e un attacco di panico, tira fuori il concept delle Dodici Fatiche, una sorta di reality estremo ante litteram (ma quante volte avrò già scritto ante-litteram nelle mie parodie?🤔n.d.r.) dove l’unico premio è non morire male.

Eh sì, Euristeo è un personaggio memorabile… ma per tutti i motivi sbagliati. Nonostante sia il re—teoricamente il capo supremo—è noto soprattutto per essere un fifone patologico. Il genere di sovrano che, alla prima avvisaglia di pericolo, si barrica nel palazzo e urla Gestite voi, io ho un impegno!

E come se non bastasse, è pure incompetente. Ogni volta che deve inventare una nuova fatica per Eracle, si comporta come uno studente universitario che scopre all’ultimo di avere un esame e si fionda su Google, Wikipedia e ChatGpt sperando nel miracolo. Il problema? Qui non si tratta di un riassunto dell’Eneide, ma di prove di sopravvivenza estreme che dovrebbero riflettere la gravità delle colpe di Eracle e guidarlo verso la via della redenzione.

Ma Euristeo non è tipo da farsi questi problemi, scrive qualcosa su Google e schiaccia invio, legge alla buona le prime tre righe del sito web e chiama i suoi assistenti: O raga, leggete un po’ qui, c’è sta bestia indistruttibile che nessuno riesce a uccidere… perché non ci mandiamo mio cugino per il nuovo reality show? Dai, sarà divertente!

Insomma, una sorta di manager moderno con zero competenze pratiche ma tantissimo entusiasmo nel dare ordini impossibili. Se fosse vissuto oggi, probabilmente avrebbe una pagina LinkedIn piena di frasi motivazionali tipo Se puoi sognarlo, puoi catturarlo! e un TED Talk su come affrontare l’impossibile… senza farlo in prima persona.


Parte III: Le dodici fatiche. Il reality show.


E così il reality show parte con la prima puntata pilota… Le luci si abbassano, il pubblico sussurra eccitato, le telecamere sono puntate sul palco. Euristeo, seduto al centro dello studio televisivo, cerca di darsi un tono da conduttore sicuro di sé, ma le mani che tremano mentre tiene la busta tradiscono una certa ansia. Sul piedistallo dorato, il logo ufficiale di Le Fatiche di Eracle (una produzione Olimpo Entertainment™) brilla sotto i riflettori. L’atmosfera è tesa, da vera serata degli Oscar mitologici.

Ermes, in giacca scintillante e microfono alla mano, si schiarisce la voce. “E ora, signore e signori, il momento che tutti aspettavamo! Il nostro eroe, il titano della sopravvivenza estrema, il maestro del problem solving senza strumenti… ERACLE!”

Dalle quinte, tra nuvole di fumo e giochi di luce, appare Eracle. Sguardo annoiato, passo deciso, l’aria di uno che ha già capito dove andrà a parare questa storia. Si siede, accavalla le gambe (per quanto possa accavallarle un armadio vivente) e aspetta il verdetto. Euristeo prende la busta, inspira profondamente e la apre con lentezza esasperante, lasciando che il pubblico trattenga il fiato.

“Prima fatica…” Suspense. “… il Leone di Nemea.”

L’intero studio esplode in un OOHHH collettivo. Il pubblico si scambia occhiate tra il preoccupato e l’eccitato. Eracle, invece, si gratta la barba. “Ok, e quindi?”

Una voce fuori campo, con l’entusiasmo da Ok, il prezzo è giusto, annuncia la sfida:

Direttamente dalle terre selvagge di Nemea, ecco a voi il leggendario Leone! Un modello unico, in edizione limitata, con carrozzeria ultra-resistente: la sua pelle invulnerabile non teme né lance, né spade, né frecce! Equipaggiato con un motore potente e un ruggito da far tremare l’Olimpo, questo felino top di gamma vanta artigli affilati di serie e mascelle con sistema morsus maximus, perfette per un’esperienza di caccia senza rivali. Nessuna manutenzione richiesta, efficienza garantita! Ma attenzione, l’offerta è valida solo per un eroe coraggioso… o incosciente abbastanza da provarci!

Silenzio. Eracle inclina la testa, riflette per un istante e scrolla le spalle. “Bene. Lo strangolo.”

Lo studio piomba in un silenzio irreale. Euristeo deglutisce. “Aspetta… che?” Ma Eracle è già fuori dallo studio, diretto a Nemea con la velocità di uno che vuole solo finire il compito il prima possibile.

La scena che trova è quella di un documentario epico: il leone di Nemea, una bestia colossale, sonnecchia tranquillo nella sua grotta, ignaro del fatto che sta per diventare un’icona di moda mitologica. Eracle osserva la creatura, prova a scoccare una freccia giusto per educazione e la vede rimbalzare come un sassolino contro un muro di marmo. Annuisce. “Ok, confermo. Invulnerabile.”

A questo punto, invece di lambiccarsi il cervello su qualche strategia elaborata, si lancia sul leone con la grazia di un wrestler olimpico, lo afferra per il collo e stringe. Il leone cerca di divincolarsi, ma niente da fare: è finita. In pochi minuti, Eracle si scuote le mani per sciogliere i muscoli, mentre la belva giace sconfitta ai suoi piedi.

Missione compiuta, ma Eracle, uomo di stile, non può fermarsi qui. Guarda la pelle invulnerabile, la tocca, riflette. Poi, con la sicurezza di un designer al lavoro sulla collezione dell’anno, decide che quel materiale è perfetto per un mantello. Senza forbici (perché a che servono?), usa i suoi stessi denti per tagliare e cucire, trasformando la pelle in un capo d’alta moda che farebbe impallidire Gucci. Pare che adesso la indossi Lady Gaga nelle tournée invernali.

Quando rientra a Micene, lo studio è pronto per il suo trionfale ritorno. Euristeo si sistema la tunica cercando di apparire sicuro di sé, ma dentro sta già pianificando un eventuale trasferimento in un altro regno. La porta scorrevole si apre, parte la musica trionfale, ed Eracle entra con il suo nuovo mantello. Più fiero di un modello in passerella, sfila tra gli applausi del pubblico in delirio.

Euristeo lo guarda, impallidisce, nota che il leone ora è un capo d’alta moda e che l’eroe davanti a lui è ancora più minaccioso di prima. Poi, senza dire una parola, si gira e, con la naturalezza di chi ha appena capito che la sua carriera di mastermind del dolore sta prendendo una brutta piega, si infila dentro un’anfora.

Sì, un’anfora.

Ci si nasconde con la dignità di un impiegato che ha appena realizzato di aver mandato l’email sbagliata al capo. Il pubblico ride, Eracle si gode il suo trionfo e il reality mitologico continua, con la promessa di altre undici fatiche.


E così, tra un leone trasformato in haute couture e un Euristeo che si nasconde nelle anfore come un impiegato disperato, il reality mitologico va avanti. Undici fatiche ancora, una più assurda dell’altra in un mix tra un action movie, una serie di problemi logistici irrisolvibili e un call center che ti tiene in attesa all’infinito.

Si continua con l’Idra di Lerna, che funziona un po’ come un servizio clienti che risponde dalla Bulgaria: pensi di aver risolto il problema, ma quelli ti mettono in attesa, parte una musichetta fastidiosa e, quando finalmente qualcuno riprende la linea, scopri che il problema si è raddoppiato. Poi c’è il Cinghiale di Erimanto, un incubo su quattro zampe che sembra la versione primordiale di quei cinghiali che oggi si aggirano con aria minacciosa nelle periferie urbane. Eracle deve catturarlo vivo, ma il bestione si muove con la rapidità di un ninja e la resistenza di un SUV blindato, trasformando la caccia in una sorta di episodio estremo di “Man vs. Wild”.

Il Cervo di Cerinea è la dimostrazione che a volte basta un approccio diverso: Eracle lo insegue per mesi come un fan che cerca di scattare una foto con una celebrità, salvo poi scoprire che bastava offrirgli una carota per convincerlo a seguirlo. Gli Uccelli del Lago Stinfalo, invece, sembrano usciti da un film di Hitchcock, ma con più guano e meno effetti speciali. Sono talmente molesti che, se esistessero oggi, qualcuno ci avrebbe già scritto una petizione su Change.org.

Dopo i disastri con la fauna locale, arrivano le fatiche che sembrano prese da un manuale di gestione del caos. Le Stalle di Augia, la prima grande operazione di pulizia urbana della storia: Eracle devia due fiumi per lavare via tutto, un metodo drastico ma efficace. Peccato che Augia, da perfetto politicante navigato, a lavoro finito si rifiuti di pagarlo. Praticamente, un appalto pubblico ante litteram con tanto di mancato saldo fattura. Il Toro di Creta è il classico animale che nessuno vuole gestire: incontenibile, distruttivo e pericoloso, a un certo punto persino Minosse sembra sollevato nel vederlo portato via. Poi ci sono le Cavalle di Diomede, perfette per un film horror di serie B americano: non si limitano a brucare l’erba, ma hanno preferenze alimentari che farebbero impallidire persino i produttori di Venerdi 13 , Nightmare e Braindead. Infine, la Cintura di Ippolita, che in teoria doveva essere una semplice missione diplomatica, finisce in rissa come una trattativa sindacale gestita male, con Eracle che, come sempre, decide di risolvere tutto nel modo più diretto (e meno pacifico).

Le ultime prove trasformano Eracle in un antesignano delle consegne su lunga distanza. Il furto dei Buoi di Gerione lo vede attraversare mezza Europa e oltre, con un viaggio degno di un camionista su tratte internazionali. I Pomi delle Esperidi, invece, sono l’equivalente antico dei Ferrero Rocher: tutti li vogliono, ma recuperarli è più complicato che scassinare la cassaforte di una banca.

E poi arriva l’ultimo capolavoro: Cerbero, il cane a tre teste degli Inferi. Qui il problema non è solo portarlo in superficie, ma farlo senza guinzaglio, senza museruola e, soprattutto, senza il consenso del proprietario. Praticamente un rapimento di animale domestico infernale, con tutto quello che ne consegue.

Parte IV: Eracle e gli altri personaggi oggi

Il reality di Eracle è un successo planetario. Con l’ultima puntata è ormai un cult televisivo dalla Tessaglia al Peloponneso. Il nostro eroe vince il premio, viene redento e finalmente può godersi un po’ di relax.

Okay, no. Non è vero.

Perché la sua vita continua a essere un dramma shakespeariano misto a un action movie che non vuole finire. Come la classica ex celebrità famosa, non smette di fare comparsate mitologiche e di sbrigare missioni per chiunque gli chieda un favore. La sua vita sentimentale? Degna di un divo di Hollywood: si sposa e si risposa con risultati disastrosi.

L’ultima moglie, Deianira, ha qualche preoccupazione—del tutto legittima—che il marito possa cornificarla. D’altronde, è pur sempre il figlio di Zeus, e abbiamo detto tutto. Così, convinta dal centauro Nesso (che, guarda caso, è stato anche lui ammazzato da Eracle e ora fa bella mostra di sé impagliato in soggiorno), decide di prendere provvedimenti.

Nesso, prima di esalare l’ultimo respiro, le aveva lasciato un consiglio da vero amico disinteressato: imbevi una tunica nel mio sangue e fagliela indossare, vedrai che così facendo Eracle ti rimarrà fedele per sempre. Deianira, gli crede. Organizza una bella cenetta romantica e poi regala al marito—eroe, semidio, armadio a muro—il pacchetto con il vestito su misura.

Eracle lo indossa e, dopo pochi istanti, inizia a grattarsi senza ritegno.
“Mannaggia a Clitemnestra, ma non è che questo l’hai comprato dal solito venditore abusivo? La qualità è terribile.”

Deianira, pallida, gli confessa la verità: il mantello è imbevuto nel sangue del centauro. Eracle sospira, lancia un ultimo Mannaggia a Clitemnestra e, con la calma olimpica che lo contraddistingue, si mette al lavoro. Ordina alla moglie di prendere la legna, si costruisce da solo una pira funebre, ci si sdraia sopra con stile e aspetta dim orire o che magari Zeus lo promuova a divinità.

E Euristeo? Beh, lui fa quello che gli riesce meglio: scappare. Peccato che non scappi abbastanza in fretta, perché gli eredi di Eracle non dimenticano e lo inseguono finché non lo fanno fuori. Fine ingloriosa per il re che ha passato la vita a dare ordini da dietro un’anfora.

Lo so… avrei potuto raccontare ogni dettaglio con lo spirito che meriterebbe una saga da piattaforma streaming, ma ci vorrebbe un libro a parte. Perché se questa storia fosse nata oggi, ci avrebbero già fatto almeno tre sequel, due prequel e uno spin-off su Euristeo che lancia un’app di produttività e scrive un bestseller su come dare ordini senza farsi ammazzare. Invece i greci, che di droghe ne avevano in abbondanza e probabilmente pure a buon prezzo, si sono fermati qui.

Così, per ora, accontentiamoci di immaginare Eracle che brucia sulla pira che si è creato da solo ed Euristeo che consulta offerte di voli intercontinentali nel disperato tentativo di fuggire dall’eroe che gli ha demolito la carriera.

Ah…e se qualcuno vi dice che “non potete farcela,” rispondete alla maniera di Eracle: sollevate un toro, deviate un fiume e dimostrategli il contrario.


Dioniso: Feste, deliri e ritiro di patenti

Questa storia inizia con Zeus, re degli dèi, che punta gli occhi su Semele, una giovane principessa mortale. C’è una premessa doverosa da fare prima di addentrarsi in questo mito: sull’Olimpo, c’è una regola ben chiara – forse non scritta, ma decisamente seria – gli dèi non possono mostrarsi ai mortali nella loro vera forma. Perché? Beh, semplice: la loro maestosità è troppo per un comune umano. Troppo luminosa, troppo potente, troppo… divina. Se un mortale ha la sfortuna di vedere un dio nella sua essenza completa, il risultato è rapido e tragico: puff, implosione immediata.

Insomma, questi dèi sono un po’ come quegli influencer che ritoccano le foto sui social fino a sembrare esseri di pura perfezione: sai che c’è un filtro, ma guai a vederli dal vivo senza preavviso. Con gli dèi, però, il rischio non è un crollo di autostima, né una fuga di follower (o di entrambi), ma una vera questione di vita o di morte. Zeus, perfettamente consapevole del problema – è un re dei travestimenti quando si lancia nelle sue scappatelle mortali.

E così, una volta si traveste da rock star di turno, quello di un concerto indie, con il fascino sbarazzino di Harry Styles. Un’altra volta opta per un look classico ma intramontabile, alla George Clooney: brizzolato al punto giusto, sorriso disarmante, l’uomo che nessuno – ma proprio nessuno – potrebbe ignorare. E nei giorni in cui vuole osare, sfoggia il magnetismo oscuro e irresistibile di un giovane Johnny Depp, il tipo che ti cattura con uno sguardo e non ti lascia più andare. Insomma, Zeus non si limita a confondersi tra i mortali: lui recita la parte con un glamour divino che rende ogni sua apparizione memorabile. Naturalmente, questa strategia da rimorchio funziona alla grande.

Ma con Semele le cose prendono una piega inaspettata… Tra promesse d’amore eterno e notti mozzafiato, Zeus la conquista. Semele, ingenua e convinta di aver finalmente trovato il partito perfetto, si lascia sedurre e, piena di speranze, si fa mettere incinta. Sembra l’inizio di una favola con il lieto fine, ma c’è un piccolo dettaglio che le sfugge: sulla carta d’identità di Zeus, alla voce “stato civile”, non c’è scritto “celibe” bensì “coniugato con la Signora Era, regina degli dèi”. E la suddetta signora, nota per la sua leggendaria pazienza, è il tipo che, quando è di buon umore, ti offre un caffè corretto… al veleno. Così, giusto per assicurarsi che la giornata finisca col piede giusto (il suo, ovviamente).

E così, quando Era scopre l’ennesima scappatella del marito – ma che ve lo dico a fare? – decide di colpire dove fa più male. Con un piano degno di un noir divino, si traveste da BBF (che, per i comuni mortali, sta per best friend forever) di Semele e inizia a seminare dubbi con un fare all’apparenza innocente, ma letalmente efficace.

“Ma sei proprio sicura, sicura che il tuo amante sia davvero Zeus? Gli dèi, si sa, non si mostrano mai nella loro vera forma ai mortali. Sai perché? Perché, struccati e con le luci naturali del mattino, magari non sono poi così perfetti. E poi, lo dico solo nel tuo interesse, eh… proprio l’altro giorno ho letto sul giornale di questa poveraccia che pensava di flirtare con Brad Pitt, e invece era una banda di criminali bulgari! Ti rendi conto? Magari non è neanche Zeus, potrebbe essere un impostore qualsiasi. Fossi in te, chiederei una prova… così, per stare tranquilla.”

Era pianta il seme del dubbio con la precisione di un chirurgo e la delicatezza di una motosega. Semele, ovviamente, non riesce più a togliersi quella fastidiosa vocina dalla testa, e così, senza nemmeno rendersene conto, comincia a percorrere la strada che la porterà alla rovina.

Una sera, mentre lei e Zeus sono accoccolati sul divano a guardare una serie TV – probabilmente una di quelle storie d’amore complicate che sembrano fatte apposta per risvegliare conversazioni scomode – Semele lo affronta. Con lo sguardo innocente di chi non sa a cosa sta andando incontro, posa la ciotola dei popcorn e, con tono dolce ma deciso, dice: “Io ti amo per quello che sei, davvero. Ti amerò anche quando al mattino ti sveglierai spettinato, con l’alito che sa di tempesta e le occhiaie che neanche un dio può nascondere. Ma… se mi ami davvero anche tu, non avrai problemi a mostrarti per quello che sei, giusto? Voglio dire, niente trucchi divini, niente filtri Instagram o effetti speciali. Solo tu, in tutta la tua… gloriosa normalità!”

Zeus, colto di sorpresa, cerca di mascherare il nervosismo con una risata forzata. Ma dietro quel sorriso impeccabile si cela un dilemma che neanche il re degli dèi è pronto a risolvere. Poi, complici il festino dell’Olimpo – un misto di polverine bianche (“sembrava talco, giuro”), un paio di pastiglie multicolori (“sono solo caramelle, no?”) e un’inalazione di fumo d’incenso da un calice dorato (“aromatico, per l’atmosfera”) – l’orgoglio divino, già in ebollizione, esplode senza freni. “Ah, mia dolce Semele,” esclama, con quel tono da tragedia greca contaminato da una notte troppo lunga, “il tuo amore è così puro, così sincero, che meriti di vedere il vero me. Nessun mortale ha mai osato chiedermelo, ma tu, oh tu… preparati, mia adorata, a contemplare tutta la mia gloria!”

Un piccolo tic nervoso all’occhio sinistro accompagna la sua dichiarazione, mentre l’intero Olimpo – spettatore silenzioso di questa scena surreale – probabilmente si chiede a quale pusher si sia rivolto il re degli dèi. Zeus, però, è ormai deciso: è il momento di mostrarsi in tutto il suo splendore, ignorando ogni regola divina, buon senso e il devastante down che lo attende dopo quella notte, si manifesta nella sua forma divina: un’esplosione di luce accecante, fulmini fragorosi e potenza cosmica che farebbe impallidire persino gli spalti del Maracanã durante un derby Flamengo-Fluminense. L’aria si riempie di un ruggito primordiale, come se l’intero universo avesse deciso di partecipare al suo spettacolo pirotecnico personale. Semele, poveraccia, resta immobile, colpita da una bellezza che è troppo intensa per essere vera. Non ha neanche il tempo di articolare un disperato “Mannaggia a Clitemn…” – ché, diciamocelo, pure il suo cervello si sta resettando per l’overload sensoriale – che, puff, è già ridotta in cenere.

Nel silenzio che segue, Zeus si ritrova solo, circondato da un vuoto abbagliante. E mentre il bagliore svanisce, arriva l’inevitabile fase down del festino farmaceutico. L’euforia divina crolla in un istante, lasciandolo con un senso di confusione e vuoto esistenziale. Gli dèi osservano da lontano, troppo imbarazzati per dire qualcosa, mentre Zeus, stanco e sudato, si siede sul primo sgabello che trova, fissando il punto in cui un tempo c’era Semele e chiedendosi, con una mano che gli massaggia le tempie: “Adesso ho capito cosa intendevano con ‘colpo di fulmine’.”

Zeus, deciso a salvare il figlio, soffia via le ceneri di Semele. Tra i resti, il feto emerge intatto, protetto da un intervento divino. Senza esitazione, lo cuce nella propria coscia, trasformandola in un rifugio primordiale e inaugurando una singolare forma di maternità surrogata divina. Quando il momento arriva, Dioniso nasce, un dio… decisamente… ehm… in gamba.

Ora, come al solito, per domande, recriminazioni e refund rivolgetevi pure a Igino, Ovidio, Apollodoro o chiunque abbia deciso che questa storia meritava di essere tramandata.

Dioniso cresce in un’ambientazione che farebbe gridare al miracolo – o allo scandalo – qualsiasi assistente sociale moderno. Nato dalla coscia di Zeus, il re degli dèi, che di paternità ne capisce quanto Medea capisce di affido condiviso, viene affidato a una comune mitologica. Perché crescere un figlio? Meglio delegare.

La comune in questione è un delirante mix di satiri perennemente arrapati, ninfe svestite che danzano inebriate e un’atmosfera di libertà sfrenata degna di un poster psichedelico degli anni Settanta. Qui, regole e responsabilità sono concetti sconosciuti. Tutto ruota intorno al mantra universale della comune: love, love, love… e ancora love.

Tra danze sfrenate, improvvisazioni musicali e un’educazione che definire alternativa è un eufemismo, Dioniso cresce assorbendo il caos come fosse linfa vitale. È una scuola senza maestri, dove tutto è festa e ogni problema viene risolto con un altro giro di tamburelli.

Dioniso, in quell’ambiente, sguazza come un trend che esplode sui social. Mentre i satiri suonano flauti stonati e le ninfe si perdono nei loro sogni a occhi aperti, lui si aggira curioso, vivace e intraprendente. Le assistenti sociali dell’Olimpo, chiamate a valutare il suo sviluppo, tentano di sottoporlo a test, ma lui li supera tutti con disinvoltura. È uno di quei ragazzini che smonta i giocattoli per capire come funzionano – solo che nel suo caso i giocattoli sono piante e frutti, disseminati nella sua anarchica scuola di vita.

Ed è proprio tra un’orgia di canti e balli, tra tamburelli e risate, che arriva l’illuminazione. Dioniso nota che l’uva, lasciata a fermentare, si trasforma in qualcosa di incredibile: un liquido che non solo è delizioso, ma che fa cantare più forte, ballare meglio e citofonare a tutti i campanelli della via, solo per il gusto di vedere chi risponde.

Il vino è nato. E con esso, Dioniso diventa il primo scienziato edonista della storia: il dio che ha saputo trasformare una comune caotica in una vera e propria rivoluzione culturale e spirituale. Zeus, dal suo trono, scuote la testa con un sorriso. Forse, questa volta, la sua paternità improvvisata ha davvero dato i suoi frutti.

I mortali, invece, prendono la scoperta del vino con sentimenti variopinti. Certo, trasforma le feste in eventi leggendari: brindisi interminabili, canti sgangherati e danze sfrenate fino all’alba, un crescendo che Dioniso osserva con soddisfazione divina. Ma, come spesso accade con i doni degli dèi, ci sono gli effetti collaterali.

Fioccano gli etilometri sulle strade da Atene a Corinto, passando per tutta la Tessaglia, dove persino i centauri sembrano barcollare, con relativi ritiri di patenti per bighe a quattro cavalli. I litigi diventano parte integrante delle serate, spesso cominciando con un acido “Ah Procione, ma cosa hai detto a Penelope ieri sera di preciso?”  degenerando rapidamente in scenate da tragedia greca. E poi ci sono i primi hangover epici della storia, i risvegli in letti mai visti accanto a persone mai viste, e la sensazione, inconfondibile, di aver vissuto qualcosa di grandioso… o di terribilmente imbarazzante.

Eppure Dioniso non si ferma. Con lo spirito di un hippy in tour mondiale, rilancia e parte per insegnare l’arte del vino e del vivere senza freni: delirio, amore libero e una colonna sonora divina. Insomma, Dioniso è il primo vero ambasciatore del rock and roll.

Le feste di Dioniso: tra risate e problemi

Dioniso – l’anima della festa, si inventa le famose Baccanali, l’evento più atteso dell’anno. Un mix esplosivo tra il Carnevale di Rio, un rave anni ’90 e un raduno di satiri perennemente su di giri. La gente balla, canta e si abbandona senza freni, trasformando le notti in un caos liberatorio. Dioniso, con un calice in mano e il sorriso compiaciuto di chi sa di aver azzeccato l’evento del secolo, osserva tutto come un deejay da un milione di follower.

“Ma si sa, quando, dopo millenni di noia mortale e cene a base di acqua sgasata o al massimo con un po’ di idrolitina, qualcuno arriva con un po’ di bumba, spunta sempre il politico di turno. In questo caso, il guastafeste è Penteo, re di Tebe, un moralista bacchettone. Uno di quelli che tuonano contro ‘la decadenza morale’ e invocano ‘dèi, patria e famiglia’ con dichiarazioni solenni e sguardo severo.

Indignato dalla sfrontatezza delle Baccanti e dall’euforia che dilaga nel suo regno, Penteo vieta le celebrazioni e indice una campagna mediatica con tanto di conferenze stampa, dichiarazioni solenni e proclami roboanti contro queste feste ‘immorali e destabilizzanti’. Dioniso, offeso e anche un po’ alticcio, non la prende bene: ‘Ma chi ti credi di essere, Penteo? Un moralista di seconda categoria, di quelli che predicano bene e razzolano… ehm… nel retro dei palazzi?'”

Dioniso, maestro di persuasione e ambiguo quanto basta, si avvicina a Penteo con uno sguardo complice e un calice di vino in mano. “Pentè, ascoltami bene, vecchio mio. Giù al monte Citerone ci sono le feste che fanno per te: tutte belle femmine, tutte ubriache, in delirio per me, ma… se vuoi, le lascio a te!

Penteo, perplesso ma incuriosito, fa finta di resistere: “Lo faccio solo perché devo accertarmi che tutto proceda… nel rigore della sobrietà. Non possiamo tollerare disordine nel mio regno!”

Dioniso sorride sornione, già pregustando la scena. “Ma certo, caro. E perché non travestirci da donna, così passiamo inosservati? Non vogliamo che le baccanti ci scoprano, giusto? Fidati di me, sarà perfetto.”

Penteo, con un briciolo di esitazione, si lascia convincere. ‘Va bene… ma lo faccio solo per mantenere l’ordine! ‘

Così, si ritrova vestito come una drag queen in tunica pronta per un toga party, con finti riccioli biondi che gli grattano la fronte e un trucco che avrebbe fatto invidia a una maestra di teatro greco, mentre i suoi occhi si muovono a destra e a sinistra, cercando un’uscita di emergenza invisibile.

Dioniso lo osserva e, trattenendo le risate, esclama: “Perfetto! Ora sembri la dea della sobrietà in persona! Andiamo!”

Penteo, travestito da donna, si aggira tra le baccanti con aria sospettosa. Una di loro lo nota e, strabuzzando gli occhi, esclama: “Guardate quella lì! Sembra proprio un bel porco!”

Le altre, già ubriache e prese dall’estasi, annuiscono in coro: “Sì, un porco sacro! Sacrifichiamolo a Dioniso!”

Penteo cerca di protestare: “Non sono un porco! Sono il re! Fermatevi!” Ma le baccanti non sentono ragioni. Lo assalgono urlando, lo smontano come un prosciutto e, soddisfatte, concludono: “Chi accende il fuoco? Abbiamo una porchetta divina!”

Dioniso, ridendo su una roccia, alza il calice e dice: “A Pentè, re e arrosto! Non potevi finire più in grande stile.”


L’amicizia prima di tutto

Che poi il nostro dio non gira mai da solo: lo accompagnano i satiri – mezza capra, mezza persona, 100% ubriaca – e le Menadi, donne mortali che, sotto l’effetto del vino e della follia divina, diventano piuttosto… irruenti. Il loro motto? “Ballare fino all’alba e poi vedere cosa succede.” Spoiler: succede sempre qualcosa di estremo.

Dioniso, con il suo vino, le sue feste e quel pizzico di delirio, ci insegna che la vita non è fatta per essere vissuta con prudenza e calcoli ossessivi. Certo, i suoi metodi non seguono le regole – e spesso neanche il buon senso – ma chi può negare che abbia trasformato il caos in bellezza e il disordine in celebrazione?

Alla fine, Dioniso è il dio che ti insegna non solo a vivere, ma anche a cadere con eleganza. È il maestro dell’arte di affondare con stile, come l’orchestra del Titanic che suona fino all’ultimo istante. Perché, quando il naufragio è inevitabile, non c’è dignità nel panico, ma c’è poesia nel ballare, cantare e brindare. Dioniso non ti promette che la nave non affonderà; ti promette che, finché galleggia, sarà una festa che nessuno dimenticherà.

E forse, è proprio questo il segreto dell’immortalità.

Conclusioni

  • “Dioniso: il dio che inventò il vino, ma dimenticò l’aspirina.”
  • “Se i Baccanali fossero oggi, ci sarebbe una fila infinita per i selfie con Dioniso.”
  • Dioniso e i mortali: una storia che inizia con un brindisi e finisce con ‘Ma chi diavolo è questo accanto a me?’
  • I Baccanali: l’unico evento dove il dress code era ‘venite come siete, ma andatevene come potete’.”
  • Dioniso: il dio che ha trasformato l’uva in magia… e il giorno dopo in rimpianto.

“Mida al talent show: orecchie d’asino e altre storie psichedeliche

Ah, gli open day. Quel momento in cui i prof di latino si aggirano nei corridoi come stalker letterati, con quei sorrisetti nervosi e l’aria di chi sta per svelare il segreto quarto segreto di Fatima. Si avvicinano con fare ammiccante: “Hey, tu… vieni qui, ti spiego perché il latino ti cambierà la vita…”.

E giù con i grandi classici: “Il latino apre la mente!”, “Ti renderà un pensatore critico!”, “È la base della nostra civiltà!”. La vendono così bene che quasi già uno si immagina circondato da allori, intento a recitare frasi epiche come un antico oratore sui rostri.

E allora ci si iscrive all’indirizzo di studi con la lingua latina, convinti di entrare in una cerchia ristretta di gloria e saggezza, di leggere frasi solenni e ispirazionali, come tanti piccoli Ciceroni e Quintiliani.

Ma poi arrivano le versioni e, una riga alla volta, si scopre cosa non è stato detto. E più si traduce, più sembrerà di essere finiti in un trip mitologico. Eh sì, perché un momento si legge di eroi che sacrificano tutto per la gloria, con frasi solenni tipo “Libertà non sei che una parola” e un attimo dopo si viene catapultati in storie dove gli dèi si trasformano in animali per rimorchiare, le ninfe diventano alberi per sfuggire agli stalker, le ragazze troppo brave a cucire vengono punite diventando ragni…

Così, ci si ritrova davanti al dizionario a chiedersi: “Ma che caxxo si fumavano questi?”

Mi spiego?

Mi spiego…

Allora, prendiamo la storia di re Mida. No, no, non quella in cui tutto quello che tocca diventa oro, parlo dell’altra, quella della gara canora di Apollo. Okay, immaginamo un talent show ante litteram, qualcosa tipo X Factor dell’Olimpo. Sul palco, Apollo, dio della musica e delle arti, sfida Pan, un satiro con più entusiasmo che talento, in una gara musicale. La giuria, composta da divinità e creature mitologiche (probabilmente un mix tra Simon Cowell, Maria De Filippi e qualche mostro a caso), vota all’unanimità per Apollo, lodando la sua tecnica impeccabile e il suo look da rockstar divina. Ma ecco il colpo di scena: nel televoto entra re Mida, che, chissà per quale ragione (forse sordo, forse fan del trash), decide di schierarsi con Pan.

Un’offesa bella e buona per Apollo, che, notoriamente, ha la pazienza di un adolescente sul bus con lo smartphone scarico.

La sua vendetta? Trasformare le orecchie di Mida in quelle di un somaro, giusto per sottolineare il livello della sua scelta musicale (digressione semi-mitologica ma non troppo: chissà cosa farebbe Apollo oggi a tutti gli amanti della musica trap).

Mida, a quel punto, si ritrova con un look più adatto a un concorrente di un reality show dal titolo La fattoria che a un sovrano, e invece di affrontare la cosa con filosofia (o almeno con autoironia), si ingegna per nascondere tutto. Insomma, si procura un turbante degno di una star di Bollywood o una corona che sembra uscita direttamente dal reparto “accessori ridicoli” di un negozio di carnevale. Ma i capelli, si sa, non fanno sconti a nessuno, nemmeno ai re con segreti imbarazzanti. Così, quando la chioma di re Mida cresce più lunga e più folta di quella di quella di Joey Tempest ai tempi d’oro di The Final Countdown, Mida si arrende e chiama il suo barbiere di fiducia.

Poveretto sto barbiere, probabilmente sperava solo in una giornata tranquilla fatta di tagli, barbe e zero drammi. E invece, eccole lì: due orecchie d’asino che spuntano da sotto il turbante del re come antenne paraboliche pronte a captare segnali dai satelliti.

Mida, che nella catena dell’evoluzione può anche essere sotto a un dio, ma è decisamente ben sopra al suo attendente, fissa il barbiere con uno sguardo che congela come una Medusa. Il poveraccio, già provato da una giornata di merda in cui un cliente gli ha chiesto un mullet ispirato agli anni Ottanta e un altro gli ha urlato contro perché “i colpi di sole non erano esattamente come nella foto su Pinterest,” si ritrova di fronte un re con le antenne da somaro.

“Mannaggia a Clitemnestra! Se qualcuno viene a sapere di queste orecchie imbarazzanti…” esordisce Mida con tono gelido, “…beh, diciamo che ti faccio diventare il moderatore del gruppo WhatsApp di genitori per decidere il regalo di fine anno della maestra. E no, non esci finché non trovi un accordo tra chi vuole regalare una giornata in una spa di lusso e chi propone un pigiama con i Minions preso in saldo al supermercato!”

Il barbiere, pallido come uno smartphone al 2% di batteria durante una riunione su Zoom, annuisce vigorosamente, accettando senza fiatare di mantenere il segreto. A quel punto, inutile dire che probabilmente preferirebbe rasare un porcospino vivo piuttosto che ritrovarsi lì con un sovrano così suscettibile. Terrorizzato dall’idea di lasciarsi sfuggire quel segreto, il barbiere cerca di correre ai ripari….

Prima di tutto, chiude tutti i suoi profili social: addio Facebook, Instagram, Tik Tok e perfino quel vecchio account Twitter che adesso chiamano X ma che lui comunque non usa da almeno un lustro. Già che c’è, si cancella da WhatsApp, elimina ogni app di messaggistica, e per sicurezza spegne pure il telefono, convinto che in qualche modo il segreto possa comunque “fuggire” da solo, magari per colpa di un virus. Ma niente da fare. Quel pensiero gli prude dentro, nella gola e nelle mani, come una puntura di zanzara proprio sotto il calzino o un’etichetta di lana che gratta sul collo. Il barbiere sembra sul punto di esplodere, come una tinozza straripante di Coca-Cola in cui qualcuno ha rovesciato un’intera confezione di Mentos.

Mantenere un segreto del genere è impossibile, soprattutto per uno come lui, abituato a chiacchierare con ogni cliente mentre taglia capelli e diffonde pettegolezzi come un articolo di Dagospia o una puntata di Verissimo. Il poveretto non ce la fa più… deve dirlo a qualcuno, chiunque, anche solo a una pietra. E così, dopo giorni passati a rimuginare, si lascia prendere dalla disperazione. Si reca in un campo isolato, lontano da occhi e orecchie indiscrete, scava una buca nel terreno. Poi, piegandosi su di essa come se fosse il confessionale del Grande Fratello, sussurra con voce tremante: “Re Mida ha le orecchie d’asino!”

Con un sospiro di sollievo, ricopre la buca con cura, convinto di aver trovato il perfetto equilibrio tra il bisogno di sfogarsi e il suo giuramento al re.

Finalmente si sente libero. O almeno così crede…

Eh sì, perché il barbiere, pensando di aver chiuso la questione, non si rende conto di aver letteralmente seminato il pettegolezzo. Proprio sopra la buca iniziano a crescere delle canne, che, spinte dal vento, cominciano a “sussurrare”. E il messaggio, chiaro come un post virale sui social media, si diffonde ovunque: “Re Mida ha le orecchie d’asino!”

Ed è così che, da una semplice versione di latino, lo studente adescato dal professore stalker si ritrova catapultato in un trip psichedelico dove un re con le orecchie d’asino diventa un pettegolezzo vivente grazie a un campo di canne parlanti.

Alla fine, lo studente chiude il dizionario, sistema le penne e mentre cerca ancora di riprendersi, si chiede: non sarà il caso di fissare un appuntamento dallo psicoanalista?