Io, quando un mito va in… vacca

Si fa presto a dire che i Greci erano tutto filosofia e templi, ma basta leggere la storia di Io per rendersi conto che c’erano anche momenti in cui si dovevano essere messi tutti a sniffare l’incenso.

Io era una sacerdotessa di Era, tutta dedizione e serietà, finché Zeus non la notò. E quando Zeus notava qualcuno, le cose non finivano mai bene. Abituato a travestirsi da cigno, toro o persino pioggia d’oro per raggiungere i suoi scopi, stavolta non si disturbò più di tanto: avvolse Io in una nube, credendo che nessuno lo avrebbe notato. Ma se c’era qualcuno che aveva un radar per i tradimenti, quella era Era.

Scoperta la tresca, Era prese Io (trasformata nel frattempo in mucca, perché Zeus non era proprio un genio delle soluzioni creative) e la affidò ad Argo, il famigerato guardiano dai cento occhi. Argo, per la cronaca, era il prototipo perfetto delle madri italiane degli anni Ottanta: onnipresente, sempre vigile, e incapace di dormire del tutto. Se metà dei suoi occhi si riposavano, l’altra metà erano pronti a scrutare ogni minimo movimento, proprio come mia madre quando uscivo il sabato sera con gli amici.

Io, povera mucca, voleva solo un po’ di libertà, magari un aperitivo con altre mucche al pascolo. Ma no, Argo era sempre lì, a controllare, pronto a riportare tutto direttamente a Era. Esattamente come mia madre, che senza bisogno di GPS sapeva sempre dove fossi, con chi fossi, e quando avrei dovuto essere a casa (spoiler: mezzanotte meno uno). Io corse ovunque, attraversò fiumi e montagne, e arrivò persino a solcare un mare che da allora prese il suo nome: il Mar Ionio.

Zeus, per una volta mosso da un senso di colpa o forse solo infastidito, mandò Ermes a risolvere la situazione. Ermes, che di giorno lavorava come dio dei messaggeri e di notte sembrava condurre una trasmissione stile Marzullo, attaccò con un monologo interminabile. “Fatti una domanda e datti una risposta” sembrava il motto, e tra riflessioni ipnotiche e ragionamenti più pesanti delle pietre del Partenone, Argo crollò. Tutti i suoi cento occhi si chiusero uno dopo l’altro, lasciando finalmente spazio alla libertà per Io.

Ma nemmeno allora la pace era vicina. Era, testarda come un temporale fuori stagione, mandò un tafano gigante a tormentare Io. Tafano che, nella mia adolescenza, aveva la forma del telefono fisso che squillava ogni due ore, per la cronaca, era mia madre che si assicurava che fossi rimasto a casa a studiare.

Morale della favola? Questa è la prova lampante che nell’antica Grecia la droga era assolutamente legale.

Nostalgia

“Nostalgia – it’s delicate, but potent.

 In Greek nostalgia literally means ‘the pain from an old wound.’

It’s a twinge in your heart far more powerful than memory alone

it takes us to a place where we ache to go again.  

Mad Man. Season 1, episode 13 ‘ The wheel’ 

La classe ascolta officer Rizzo in modalità back up, come ad assorbire ogni singola parola. L’officer parla con calma, passeggiando lentamente tra i puff e i tappeti. Io, seduto alla cattedra sorseggio un caffè forte e amaro fissando di tanto in tanto la finestra alla mia sinistra. Una paio di volte all’anno officer Rizzo gira tra le classi e insegna al posto nostro. Non disdegno l’incursione, anche se sono tremendamente indietro con il programma.

Il senso di responsabilità ha ceduto il passo alla pigrizia, e così l’idea di avere quest’ora buca mi porta indietro nel tempo, come quando da ragazzo mancava il prof di matematica il giorno della verifica o una nevicata notturna trasformava una tediosa giornata di scuola invernale in una vacanza fuori programma.

Sono un insegnante mai cresciuto. Ho abdicato alla vita adulta confondendomi tra gli adolescenti. Nascondermi tra i banchi di scuola nell’illusione che i miei alunni possano invecchiare al posto mio nella speranza di accorgermi tutto d’un tratto di essere diventato vecchio senza essere invecchiato. 

Muovo le mani lentamente, sorseggiando il caffè tiepido, rimbalzando con la mente dal Maryland a Milano; dal Maryland alla mia infanzia, dal Maryland al lago di Como, avanti e indietro come una pallina da tennis. In inglese si chiama home-sick, letteralmente malattia di casa, quasi fosse un dolore fisico. In fondo nostalgia vuol dire la stessa cosa. Quell’indugiare nei ricordi che fanno male mentre ci fanno stare bene; fissarsi nei luoghi e nei sorrisi delle cose e delle persone che non sono più illudendosi che siano ancora. Come quando d’estate proviamo un piacere agrodolce nel grattare le caviglie martoriate dalle punture delle zanzare fino a quando l’incanto si dissolve leggero come vapore  e scopriamo che le punte dei polpastrelli sono  rosse di sangue.

Daydreaming. Sto sognando ad occhi aperti. Alla mia sinistra il cielo terso rimbalza su White Oak. La strada viene frustrata a cadenza regolare dai trucks che sfrecciano chissà dove di fretta. In autunno non bisognerebbe avere fretta. Forse è per questo che gli americani preferiscono chiamarlo fall, nel suo significato di cadere; una caduta dolce ma inesorabile. Gli alberi lungo il viale sono quasi completamente spogli, il giardino è un tappeto di foglie rosse Falun, e i rami di un grigio caliginoso color seppia sembrano iccole dita che si protendono a toccare un cielo indaco di inizio novembre. Stormi di uccelli ritardatari volano verso sud, o forse anche gli uccelli del Maryland sono pigri come me e hanno deciso di indugiare qualche altra settimana volando a raso sulla baia al di là della palude.
Nel frattempo, officer Rizzo porta avanti una lezione sulla difesa personale: «Vedete ragazzi, il male esiste, fa parte della vita e negarlo non solo è inutile, ma in un certo senso gli dà un vantaggio».
I ragazzi annuiscono. Officer Rizzo non è un insegnante, e forse anche per questo riesce a parlare al cuore degli studenti.

«A volte…» continua, «a volte succedono cose che non sappiamo spiegare. Cose talmente brutte che il nostro cervello si rifiuta di capire. Ma voi siate preparati e non abbiate paura. Nelle maggiori sparatorie degli Stati Uniti decine di ragazzi hanno ammesso che pur avendo sentito distintamente colpi di arma da fuoco, hanno intenzionalmente codificato quel trambusto con qualcos’altro. Come se le orecchie avessero decodificato il rumore, ma il cervello si fosse rifiutato di credere che nel mondo potesse esserci così tanto dolore».
I ragazzi annuiscono, poi Kenzie alza la mano.
«Dimmi Kenzie» dice officer Rizzo con un sorriso sforzato che gli scava le guance formando due fossette ai lati della bocca. Ci saranno all’incirca milleduecento studenti nella nostrascuola, e officer Rizzo li conosce quasi tutti per nome.
«Ma perché?».
Tipica domanda alla Kenzie. Senza un soggetto o un predicato.
L’avesse fatta a me una domanda così le avrei certamente imposto un’analisi logica, del periodo e grammaticale sul posto. Officer Rizzo invece sorride, poi inarca un sopracciglio, come a far intendere di aver capito perfettamente: «Perché se non ci fosse il male, forse non capiremmo il bene. Perché per ogni cosa brutta che accade ce ne sono dieci belle, perché il futuro ci è stato affidato ma non è stato ancora scritto, ed è bello così».
Officer Rizzo a modo suo è un filosofo. Più incisivo di Cicerone, più persuasivo di Seneca.
«Ma se dovesse succedere qui da noi, Lei ci difenderà?».
Officer Rizzo fissa Kenzie senza rispondere; uno sguardo di pochi secondi che sembrano interminabili minuti. Poi il monòtono beep monotòno rompe l’incantesimo lasciando la domanda nell’aria.
I ragazzi si alzano alla spicciolata e lasciano l’aula senza parlare, ancora frastornati dai discorsi di officer Rizzo. Dal canto mio continuo a sorseggiare il caffè senza distogliere gli occhi da White Oak.

L’aula si è svuotata, siamo rimasti solo io e lui adesso.
«Mr. D, lo sai che soffro di un disturbo che ha un nome latino? Si chiama tinnitus, come un ronzio costante nelle ore…»
«Ma a quei ragazzi dirai la verità?» lo interrompo senza voltarmi, senza fissarlo negli occhi.
Due orioles gialli e neri beccano tra il fogliame mimetizzandosi tra la vegetazione.
«In che senso?» domanda Rizzo.
Gli orioles volano verso la finestra e picchiano delicatamente ai vetri appannati, guardano e chiamano me, o forse officer Rizzo.
«Nel senso che se dovesse succedere qui da noi… tu ci proteggerai… perché ci sarai, vero?».
Una camionetta dei pompieri sfreccia sull’asfalto sferzando l’aria. Gli orioles, con un rapido frullare d’ali si dileguano nel cielo indaco portandosi via la mia domanda. Quando mi volto, officer Rizzo non c’è più…

La Nascita del Caos (e il dramma familiare dei Titani): Versione Zeus, fulmini e capricci

Tutto comincia in un tempo lontanissimo, quando non c’era né il Wi-Fi né Netflix, ma solo un grande vuoto. E quando dico “vuoto”, non mi riferisco a quel momento del sabato sera in cui non si sa se ordinare sushi o pizza: qui parliamo di Caos, un’entità così indefinibile che, a confronto, la sala d’attesa di un ufficio postale senza aria condizionata in piena estate sembra un paradiso di entusiasmo e colori.
Ma tutto questo, in fondo, era parte del grande ordine cosmico, quello stesso ordine che avrebbe poi generato gli dèi, gli uomini e i mille disastri dell’umanità. E allora sì, forse il Caos non era altro che questa versione primordiale di quegli uffici postali estivi: un luogo indefinito, monotono, eppure capace di contenere tutto ciò che sarebbe arrivato. E così, mentre il tempo si annodava su se stesso in quel grande vuoto iniziale, l’universo stava già apparecchiando la tavola per l’avventura della creazione.

A un certo punto, dal Caos – questa specie di disordine primordiale senza algoritmi né filtri, ma con un seguito galattico – iniziano a nascere figli. La prima è Gea, la Terra, una multitasker fin dal primo istante. Eh sì, perché non si limita a decorare l’universo con montagne e oceani; no, lei crea interi ecosistemi, tutto con l’efficienza di chi sta preparando una riunione su Zoom mentre stende i panni del bucato.
Poi arriva Urano, il Cielo, uno che letteralmente si prende il suo, ehm… “spazio”. Gea lo crea come marito, ma qualcosa va storto: le esce un tipo un po’ stronzo, perfetto nel ruolo del padre assente. È di quelli che fanno grandi promesse, ma poi spariscono, stile “metto una story da lassù ma non visualizzo mai le tue”. Eppure, resta lì, a incombere su tutto, come quelle notifiche che non puoi eliminare: fastidioso, inevitabile e perennemente fuori portata.

Il rapporto tra Gea e Urano? Una miscela esplosiva tra soap opera e reality show: da un lato, travolgente come una puntata speciale di Love Island; dall’altro, irrimediabilmente disfunzionale, degno di una maratona di Desperate Housewives cosmiche… comunque ci provano con impegno a mettere su famiglia, andando però avanti a tentativi.
Al primo nascono i Titani, esseri divini, potenti, dall’aspetto umano. Sembrano promettenti, certo, ma non sono proprio degli angioletti: hanno problemi disciplinari mica da ridere e una certa inclinazione a ignorare le regole (soprattutto quelle di papà Urano). “Ok,” pensa Urano, “non male, ma possiamo fare di meglio.”
Ci riprovano e nascono i Ciclopi, giganti con un solo occhio in mezzo alla fronte. Gea cerca di vedere il lato positivo: “Hanno personalità!” Urano, invece, è meno entusiasta: “Personalità? Sembrano il risultato di un esperimento di artigianato mal riuscito.” Ma decide di dare loro una chance perché in fin dei conti sono dei fabbri fenomenali, anche se comunque… ehm… li guarda storto.
Ancora insoddisfatti, Gea e Urano tentano una terza volta, e così nascono gli Ecatonchiri: mostri con cento braccia e cinquanta teste. Urano li guarda per qualche secondo, poi sbotta: “Mannaggia a Clitemnestra adesso basta davvero! Questa è una barzelletta cosmica!” Gea, ormai con i nervi a fior di pelle, prova a difenderli, come quei genitori che insistono che i neonati sono tutti belli: “Non sono brutti… sono particolari!” Ma Urano, più inflessibile di un algoritmo di reso online, non ci sta. Con un gesto teatrale da cliente insoddisfatto, decide di “restituirli al mittente”, ricacciandoli nel ventre di Gea insieme ai Ciclopi e pure ai Titani. Insomma, un reso cosmico, con tanto di nota: “Non conformi alle aspettative.”

Gea gli tiene il muso per giorni, e Urano, che non vuole problemi, prova a giustificarsi: “È per il loro bene,” borbotta con aria saccentona, come se avesse capito tutto lui.
Ma Gea, ormai esasperata, lo fulmina con lo sguardo. Sa bene che è solo una scusa per evitare di affrontare il caos della paternità, un classico “faccio tutto io ma non disturbatemi” mascherato da saggezza.

Questa volta Gea non sopporta a lungo. Dopo aver sofferto in silenzio – anche le madri dell’universo hanno una pazienza limite – decide che è giunto il momento di ribellarsi. E quando una moglie si stanca, anche un cielo stellato come Urano farebbe meglio a tremare.
Così chiama a raccolta i Titani, i loro figli, decisa a dare a Urano una bella lezione di galateo cosmico. “Ragazzi, ascoltate mamma… è ora di fare qualcosa,” dice Gea, con un tono che non lascia spazio a repliche.
I Titani, però, si scambiano sguardi carichi di esitazione: sfidare Urano non è esattamente il loro passatempo preferito. Anzi, sembrano più pronti a sparire sotto il primo sasso che a mettersi contro il padre.

Tra i Titani, però, c’è un tipo che non ci sta: Crono, il ribelle della famiglia. È il classico che, nel gruppo WhatsApp, non perde occasione per rispondere “Ok boomer” a ogni messaggio di Urano. Dopo anni trascorsi relegato nel sottosuolo – senza svaghi, senza amici e senza nemmeno uno streaming decente per ingannare il tempo – Crono è esasperato da quella vita e dall’oppressione paterna.
Con uno sguardo che mescola rabbia e determinazione, si fa avanti. Gea, che ha aspettato questo momento, gli tende una falce lucente, forgiata apposta per l’occasione, e gli sussurra con tono deciso: “Taglialo alla radice, figlio mio.” Senza specificare  né cosa né dove.

E così Crono affronta Urano e gli taglia… beh, questo come lo spiego adesso? Ah, sì, cercate Lorena Bobbit su Google: vi darà un’idea piuttosto illuminante, fidatevi. Con quell’ultimo taglio netto, però, accade qualcosa di inatteso: dal mare, grazie a un singolare mix di schiuma e… chiamiamoli “residui cosmici” e per usare le parole immortali Ugo Foscolo, nell’onde del greco mar nasce Afrodite, la dea dell’amore.

Comunque io mi limito a raccontare i fatti: don’t shoot the messenger, come dicono in America. Quanto ai viaggi mentali dei Greci antichi… beh, posso solo immaginare quali sostanze circolassero allora!

Nel frattempo, Urano, privato dei suoi… ehm… privilegi paternali, rimane sotto shock. Per giorni vaga per il cosmo alla ricerca di una soluzione, provando di tutto: consulta qualche proto-chirurgo olimpico (spoiler: pessima idea) e infine si convince di poter rimediare con una foglia di fico e molta dignità. Spoiler anche qui: non funziona.

Alla fine, umiliato e senza opzioni, decide di abbandonare il ruolo di padre padrone e ritirarsi a vita privata, lasciando il comando a Crono.

E con una famiglia così disfunzionale, non serve certo un dottorato in mitologia greca per capire che le cose possono solo peggiorare. 

E infatti peggiorano…

 Crono, pur sempre un titano – un misto di impulsività e sangue caldo – decide di sposare e mettere incinta la sorella Rhea. In fondo, considerando il curriculum di famiglia, il dettaglio dell’incesto sembra quasi marginale. 

Ora, la questione dell’incesto già di per sé basterebbe a garantire un abbonamento di sedute psicoterapeutiche, ma il vero dramma è un altro. Il matrimonio tra Crono e Rhea è tutt’altro che idilliaco, ed è chiaramente una relazione abusiva. Ogni volta che Rhea si trova in dolce attesa, Crono si prepara per la “festa”: forchetta in una mano, coltello nell’altra. Appena il figlio viene alla luce, lo divora senza pensarci due volte, anche perché le profezie gli hanno detto che uno di loro l’avrebbe spodestato. Un gesto che, oltre a essere raccapricciante, aggiunge un ulteriore livello di follia alla dinamica familiare: ogni figlio che Crono mangia è anche, tecnicamente, suo nipote.

Rhea, all’inizio, cerca di convincersi che le cose possano migliorare. Forse è solo una fase, si dice. Forse Crono ha bisogno di tempo per accettare il suo ruolo di padre. Ma quando il terzo figlio finisce come spuntino, la pazienza ‘titanica’ di Rhea inizia a vacillare. La situazione non è più tollerabile.

Decisa a porre fine a questa follia, Rhea escogita un piano. Durante la gravidanza del suo ultimo figlio, Zeus, si organizza per nasconderlo. Al momento del parto, avvolge una grossa pietra nelle fasce e la consegna a Crono. Il titano, completamente ignaro, inghiotte il “neonato” senza sospettare nulla. Convinto di aver eliminato anche questa minaccia, non si accorge che il vero Zeus è al sicuro, nascosto in una grotta, dove cresce a latte di capra e canti di ninfe.

Crono, nel frattempo, si ritrova con un bel peso sullo stomaco, ma è troppo soddisfatto di sé per accorgersi di essere stato ingannato. Con l’aria di chi crede di avere la situazione in pugno, prende un “digestivo cosmico” e va a riposare, convinto di aver risolto ogni problema.

E così, mentre il futuro re degli dèi si prepara alla sua vendetta, il Titano ronfa beatamente, sicuro di aver messo tutto sotto controllo. Ma la pietra – quella sì – resterà lì, immobile, ad aspettare il momento della verità.

Zeus cresce forte, bello e… arrogante, con l’aria di un protagonista di telenovela, deciso a prendersi tutto, incluso il trono. Quando capisce che è il momento di agire, si rivolge a Meti, una dea della saggezza così astuta che potrebbe battere un algoritmo di scacchi. Con la sua guida, prepara un piano geniale: una pozione emetica per l’appunto.

“Non ti preoccupare,” gli dice Meti con un sorriso sornione, “con questa si svuoterà come una valigia dopo le vacanze.” Il cocktail che preparano è una miscela così potente da far impallidire anche la peggiore bevanda da sbornia. È il genere di drink che ti fa passare la notte abbracciato al water, e Crono, ignaro, lo beve tutto d’un fiato.

Il risultato è devastante: uno dopo l’altro, i figli che aveva divorato iniziano a riemergere, storditi ma vivi. È una scena surreale, un vero miracolo mitologico. Liberati, i fratelli di Zeus si guardano attorno spaesati, mentre Zeus, con un’aria soddisfatta, esclama: “Benvenuti nel mondo reale. Prima una doccia, poi la battaglia.

Di nuovo, io mi limito a esporre i fatti: per domande o reclami, rivolgetevi ai greci, che hanno il copyright su questa storia.

Una volta ripuliti e pronti per la battaglia, Zeus e i suoi fratelli si lanciano in una ribellione contro i Titani. La battaglia, nota come Titanomachia, è un’esplosione di caos e distruzione, con tuoni, terremoti e scene degne di un film d’azione con budget illimitato. Alla fine, dopo anni di lotta, Zeus e i suoi alleati trionfano e spediscono i Titani dritti nel Tartaro, sigillando il loro destino.

Sull’Olimpo, con il Wi-Fi stabile e ambrosia a volontà, Zeus si rivela un leader tutt’altro che ideale. Tradimenti, gelosie, fulmini scagliati a caso e drammi famigliari diventano la routine. Ma d’altra parte, cosa ci si poteva aspettare da una famiglia divina nata nel… Caos?

E così, il dramma cosmico prosegue: un perfetto mix di mitologia, soap opera e sit-com, dove ogni giorno è una nuova puntata di “Parenting Divino Estremo.”

  1. “Se il Caos fosse un locale, sarebbe quello che apre senza insegna e con il cartello ‘torno subito’ appeso alla porta per sempre.”
  2. “Urano, il padre perfetto: c’è sempre, ma solo per ricordarti quanto sei un errore cosmico.”
  3. “I Ciclopi hanno un solo occhio, ma a quanto pare neanche quello basta per trovare un buon punto di vista nella vita.”
  4. “Gea consegna la falce a Crono dicendo: ‘Fai quello che devi.’ E Crono risponde: ‘Non potevi darmi almeno un manuale di istruzioni?’”
  5. “Gli Ecatonchiri: quando cento braccia non bastano per un abbraccio decente.”

L’Oracolo e la Pizia S.p.A.: Destini su Misura

Vi state ancora chiedendo se l’oracolo di Delfi sia davvero quel masochista ambiguo e furbastro che tutti temono? Ah ma allora non conoscete la storia di Creso, e, soprattutto, non sapete nulla del sodalizio tra l’oracolo e la sua fidata Pizia, un duo che sembra uscire direttamente da una televendita anni Novanta. Una cosa tipo il Mago Do Nascimento e Wanna Marchi, ma con meno creme miracolose e più fumi sacri: un perfetto mix di ambiguità, marketing divino e assoluta mancanza di scrupoli.

L’oracolo, come ogni grande manipolatore, è un maestro dell’ambiguità, ma non si sporca le mani in prima persona. Si limita a dettare grandi verità, nascondendosi dietro una coltre di fumo e di mistero.

La Pizia, invece, è il volto pubblico del sistema: una sorta di front desk manager del destino. Insieme sono una macchina perfetta: l’uno lancia i dadi del fato, l’altra li fa rotolare fino a incastrare i malcapitati.

Per comodità, immaginiamo la Pizia come la segretaria dell’oracolo. O, come preferisce definirsi lei per darsi un po’ di arie, la “front desk manager“. In realtà, è una donna piuttosto grezza, reclutata tra le disperate di Delfi per risparmiare sul minimum wage. Con l’aria perennemente affaticata e una tunica che sembra una tenda comprata in saldo, si aggira per il santuario con movenze teatrali, distribuendo frasi ambigue e lanciando sguardi enigmatici. Una presenza che, a metà tra un’attrice di telenovela e una cartomante da fiera di paese, incute una certa soggezione, pur mantenendo un’irresistibile aura da truffatrice degli anni d’oro.

La Pizia è celebre per il suo stile inconfondibile: un curioso mix tra l’atteggiamento di chi “non ha tempo da perdere” e una passione smodata per il melodramma. Sempre accasciata sul suo trono di treppiedi, fuma vapori di alloro manco fossero Nazionali senza filtro, rispondendo alle domande con l’entusiasmo di chi è alla sesta ora di straordinari non pagati.

Seduta su quel treppiede, avvolta dai vapori di alloro e incenso, sfoggia un’espressione enigmatica che sembra dire: “So tutto di te, ma mannaggia a Clitemnestra non mi chiedere un caxxo”.

Come se non bastasse, per rendere tutto più semplice, parla in versi, tipo rap, intrecciando metafore così intricate da far impallidire persino i testi più arditi dei trapper moderni. Il risultato? I clienti la guardano con la tipica espressione da: “Ma che caxxo ha detto?”.

E l’oracolo? Lui osserva tutto da dietro le quinte, godendosi lo spettacolo. Probabilmente sorseggia ambrosia con l’aria compiaciuta di DiCaprio in quel famoso meme.

Il santuario è gestito come un perfetto business model ante litteram: profezie gratuite per i nuovi clienti, doni obbligatori per le risposte più dettagliate, e un’offerta “premium” che garantisce sessioni private con interpretazioni personalizzate. Un sistema che, come ogni grande impresa, vive di marketing e di un passaparola curato nei minimi dettagli: ogni profezia è un capolavoro d’ambiguità e mistero, in modo che nessuno possa mai dire di essere stato davvero truffato.

Tra le vittime illustri di questa macchina del destino ci finisce Creso, il re della Lidia. Creso è un uomo tanto potente quanto sicuro di sé, uno di quelli che oggi defineremmo “un tamarro ante litteram“. Sempre in giacca e cravatta (immaginaria), con una moneta d’oro in tasca e il mantra “chi fa da sé, fa per tre”. Ah, e pure tirchio, perché non si fida nemmeno dei suoi stessi consiglieri.

Un giorno, però, decide di mettere alla prova Delfi, l’oracolo famoso in tutto il Mediterraneo. “Non li fregherò con una domanda banale,” pensa, ridacchiando sotto i baffi. Così bolle una tartaruga e un agnello in un pentolone di bronzo, convinto che nessuno indovinerà mai il contenuto. Un colpo da maestro, no? “Vediamo se questi santoni ci arrivano,” mormora, con l’aria di chi si sente già vincitore.

La Pizia, con la calma navigata di chi ormai ne ha viste di tutti i colori, inala i vapori sacri, chiude gli occhi e pronuncia: “Mhhh, questa sarebbe da presentare a Masterchef: testuggine bollita a bassa temperatura nel bronzo, servita su una riduzione di agnello aromatizzata al fumo di alloro. Una vera esplosione di sapori ancestrali!”.

Creso rimane di stucco. Non solo lo beccano in pieno, ma lo fanno con un’aria disinvolta, come se fosse cosa da poco. All’inizio, pensa di essere caduto in un elaborato trucco pubblicitario. L’oracolo, però, non lascia spazio a dubbi: questo non è un circo qualsiasi, è il Il chatbot divino dell’antichità.

Creso torna in Lidia con un mix di reverenza e paranoia: “Se sanno cosa bolle nel mio pentolone, chissà cos’altro possono sapere…” Ma, si sa, le risposte dell’oracolo non sono mai gratuite…

Convinto ormai dell’affidabilità di Delfi, e forte dell’infallibile reputazione della Pizia, Creso decide di fare il grande passo. Non si presenta però a mani vuote. Anzi, porta con sé quella che oggi definiremmo “la prima grande tangente dell’antichità”. Oro, gioielli, coppe preziose: un intero tesoro che fa risplendere il tempio come un tramonto sul Bosforo. Il suo scopo? Ingraziarsi i favori dell’oracolo.

Con tutta la pompa degna di un re della Lidia – servi, doni e quella sua inconfondibile aria di superiorità – Creso si fa avanti e, con tono che mescola reverenza e sicurezza, chiede: “Se muovo guerra ai Persiani, vinco?”.

La Pizia, indifferente al luccichio del tesoro (o forse no), inala i vapori sacri, roteando gli occhi per creare l’atmosfera, poi pronuncia con voce solenne: “Se muoverai guerra, distruggerai un grande impero.”

Creso sente il cuore esplodere di gioia. “Ma vieniii ma vaiii,” pensa.

Ma, poiché fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, decide di indagare ulteriormente. Non si sa mai con gli oracoli…  Così chiede, con tono che tradisce una certa impazienza: “E il mio regno? Quanto durerà?”.

La Pizia, senza scomporsi, si lancia in un’altra profezia enigmatica, stavolta ancora più teatrale: “Il tuo regno cadrà quando un mulo sarà re dei Medi.”

Creso, si lascia andare a una risata. “Un mulo? I danni che fa la droga! I muli non diventano re. Grazie e arrivederci!”.

Intanto dietro le quinte l’oracolo e la Pizia si scambiano un’occhiata complice… Con tutto questo botto di soldi stasera festa grande!”

Così, galvanizzato dalla presunta certezza della vittoria, Creso attacca i Persiani.

 Il risultato?

Un disastro epico.

E non parliamo di una semplice sconfitta… no, no… ma di una disfatta colossale, una sorta di Brasile-Germania 1-7 dei tempi antichi.

Prigioniero e umiliato, Creso, ormai ex-re della Lidia e attuale abbonato infelice al servizio Oracoli Premium, decide che non può chiudere la questione così. Manda un emissario a Delfi con un messaggio chiarissimo: “Richiedo immediatamente un rimborso! Ho pagato un tesoro in oro, gioielli e ammennicoli vari per una profezia che mi ha rovinato la vita. Avete detto che avrei distrutto un grande impero, e invece ho perso tutto! Reclamo il mio diritto alla garanzia soddisfatti o rimborsati!”

La Pizia, con la calma di una centralinista navigata del customer care, risponde senza scomporsi: “Gentile cliente, ti ringraziamo per aver contattato il nostro servizio. Come chiaramente indicato nei termini e condizioni, disponibili in ogni tempio greco e scolpiti in caratteri cubitali, le profezie sono soggette a libera interpretazione. Ti avevamo avvisato che un grande impero sarebbe caduto, ma non abbiamo MAI specificato quale. Era il tuo regno. Obiettivo raggiunto. Desideriamo inoltre informarla che, nel caso specifico del mulo, il riferimento riguarda il nickname di Ciro, il nuovo sovrano, così chiamato per via delle origini etniche diverse dei suoi genitori. Siamo spiacenti, ma non possiamo accogliere la sua richiesta. Restiamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.

Dietro la tenda, l’oracolo e i suoi assistenti intanto ridono a crepapelle, qualcuno con un bicchiere di vino in mano: “Questo pensa che possiamo fare un refund in dracme? Che carino.”

L’emissario torna da Creso con la risposta ufficiale, che si può riassumere in: “Grazie per la tua segnalazione, ma il tuo problema non è coperto dalla nostra policy. Feedback non richiesto: la prossima volta leggi le FAQ.”

E così Creso, depresso e senza un regno, impara due cose fondamentali:

  1. Mai fidarsi di un oracolo che non offre almeno una prova gratuita.
  2. Il destino, come le profezie, non accetta refund.

Pandora e la scatola dei guai: una live streaming mitologica


Warning: Se pensate che Eva abbia avuto una giornata di merda per colpa della mela e del serpente, aspettate di leggere cosa è successo a Pandora.


Disclaimer: Aprire una scatola misteriosa in diretta? Rischiosissimo. Ma gli influencer moderni, ignari dei miti, continuano imperterriti con unboxing su unboxing, inseguendo misteri e accumulando like. Così, dalla curiosità sfrenata, è nata una nuova “pandemia” digitale: quella della curiosità che, invece di distruggere, crea celebrità.

Parte I: Il fuoco rubato e la vendetta divina
Facciamo un po’ di chiarezza e prepariamoci a entrare nel vivo. Una volta, la nostra vita – intendo come esseri umani – era un disastro totale. Perché? Semplice: non conoscevamo il fuoco. Pensateci un attimo. Niente grigliate memorabili, niente caffè caldo per svegliarsi al mattino, e dimenticatevi pure quel bel camino virtuale di Netflix che fa tanto hygge.

La cena? Un incubo. Pesce crudo, ma non il genere di sushi che vi fa sentire raffinati e cosmopoliti: roba che neanche il peggior chef giapponese riuscirebbe a salvare. Il pane? Duro come un mattone, tanto che persino un vegano affamato lo userebbe più volentieri come arma che come pasto.

E la colazione? Non parliamone nemmeno: zero croissant fragranti, zero cappuccini con la schiuma perfetta. Solo una raccolta triste di bacche dall’aspetto non proprio invitante e radici che sembrano progettate apposta per limarsi i denti piuttosto che per sfamarsi.

E la serata fuori? Scordatevela. Gli unici “ristoranti” disponibili sono spelonche umide e buie, dove l’unica stella è quella gelida nel cielo – sempre che non sia coperta da nubi fantozziane.

La notte?

Il buio più nero, rotto solo dai riflessi negli occhi affamati dei lupi – o, peggio, dei roditori con denti a sciabola che sembrano usciti da un film dell’orrore (senza effetti speciali: tutto dannatamente reale). Gli uomini, rannicchiati nelle caverne, tremano di paura e di freddo, avvolti in pelli puzzolenti che, se sono fortunati, non sono ancora state rosicchiate dai suddetti roditori.

Insomma, un’epoca di merda – o darwiniana, che poi è lo stesso – in cui il motto è chiaro: “Sopravvive chi mastica più forte.”

Ed ecco che entra in scena Prometeo, un Titano con una passione curiosa per l’umanità e un’insofferenza leggendaria verso l’idea di starsene con le mani in mano. Avrebbe potuto scegliere un passatempo più tranquillo, chessò, magari scolpire nuvole o addestrare unicorni, e invece no: si fissa con l’idea di liberare questa specie ancora grezza, intrappolata in una sorta di lunedì mattina eterno.

Con il coraggio di chi non ha nulla da perdere – anche se, a dire il vero, qualcosa da perdere ce l’avrebbe anche– Prometeo decide di fare il grande passo. Si intrufola nell’Olimpo, dove gli dèi oziano beatamente, strafogandosi di nettare e ambrosia, probabilmente troppo distratti dalle loro beghe per notarlo. Con un piano degno di una rapina hollywoodiana, si avvicina al sacro fuoco, la tecnologia divina più avanzata dell’epoca, e… lo ruba.

Il bello è che non lo fa nemmeno per sé: perché non è che si accende un bel sigaro titanico o si costruisce una sauna privata. No, lo prende e lo regala all’umanità. Così, tutto d’un colpo, gli uomini passano da cavernicoli congelati a precursori del barbecue.

Ma – ed è qui che la faccenda si complica – gli dèi non la prendono affatto bene. Zeus, in particolare, che non è famoso per il suo senso dell’umorismo, questa volta si incaxxa per davvero:“Il fuoco? Agli umani? Ma siamo matti?”

Parte II: Il piano di Zeus – La vendetta divina

Zeus, già noto per le sue crisi di nervi degne di un CEO sotto stress, convoca un’assemblea straordinaria sull’Olimpo, con fulmini e saette inclusi nel pacchetto. E, manco a dirlo, il re degli dèi non è esattamente il tipo che lascia correre.
Decide, quindi, per prima cosa di punire Prometeo, mettendo in mostra il suo talento per il sadismo creativo. Lo incatena su una montagna desolata, dove ogni giorno un’aquila – il corriere espresso della vendetta divina – arriva puntuale per divorargli il fegato.

Ma non pensiate che l’aquila sia entusiasta del suo compito. In realtà, si tratta di un impiegato frustrato, con il badge aziendale “Divine Punishments S.p.A.” appeso al collo piumato. Ogni mattina si alza presto, sbuffando, e vola su quella montagna con lo stesso entusiasmo di chi affronta il traffico della tangenziale nell’ora di punta. “Non è per questo che ho preso la laurea in Ornitologia Sacra,” pensa tra sé e sé, mentre affonda il becco nel fegato rigenerato di Prometeo.

E Prometeo, tra un urlo di dolore e l’altro, prova anche a scambiare due parole: “Ma almeno ti pagano gli straordinari?”
L’aquila sospira. “Solo ferie maturate, ma mai godute,” risponde. “E non dirmi che tu non hai mai lavorato sotto Zeus. Quello, se gli chiedi un aumento, ti fulmina… e non in senso figurato!”

Neanche il tempo di urlare “Mannaggia a Clitemnestra!” che, durante la notte, il fegato di Prometeo si rigenera, fresco e pronto per il banchetto mattutino. Un ciclo infinito di sofferenza che, francamente, ricorda il lavello dei piatti di casa mia: la sera li lavo, li asciugo, e li ripongo, convinto di aver vinto. Ma al mattino, eccoli lì, spuntati dal nulla, come se qualcuno li avesse rigenerati durante la notte.

Punito Prometeo, tocca agli umani pagare il conto. Perché, diciamolo: a furia di divorare carbonare, organizzare grigliate e accendere falò serali, ormai hanno livelli di colesterolo e trigliceridi a doppia cifra che fanno impallidire persino Igea, la dea della salute.

Zeus, furioso come un fanatico di calcio che ha appena perso la connessione Wi-Fi durante la finale di Champions League in streaming, si prende un momento per raccogliere le idee. Si spaparanza sul divano con tutta la teatralità di un sovrano dell’Olimpo, tablet in mano, e comincia a scorrere distrattamente appunti divini.

Convoca una conference call con le divinità maggiori e minori. Apollo, in vena di protagonismo, propone una playlist motivazionale che va da Eye of the Tiger a We Will Rock You. Ares, annoiato, sfida Athena a una gara di braccio di ferro (per la cronaca: lei vince, senza neanche togliere l’armatura). Dioniso è troppo impegnato a versare del vino in coppe d’oro per prestare attenzione. Insomma, la riunione si trasforma rapidamente in un circo olimpico, e Zeus, con un colpo di fulmine sul tavolo, grida: “Basta! Non siete di nessun aiuto!”

La soluzione, però, arriva quando meno se l’aspetta. Mentre scorre distrattamente una televendita anni Novanta su un canale mortale – di quelle che promettono l’impossibile, come un set di coltelli capaci di tagliare granito, acciaio e magari persino l’ego di Ares, salvo poi scoprire, il giorno dopo che la garanzia è scaduta, che non tagliano neppure i fiocchi di latte – gli si accende la proverbiale lampadina divina.

“Ecco cosa farò!” esclama, con un sorriso da villain Disney. “Un castigo spettacolare, teatrale, con quel tocco di genialità che solo io posso garantire!”

Gli dèi si guardano tra loro, scettici, ma nessuno osa contraddirlo. Dopotutto, non si sopravvive millenni sull’Olimpo senza sapere quando stare zitti. E così, con un piano malefico e la teatralità di una televendita, Zeus si prepara a infliggere all’umanità una lezione indimenticabile… o almeno, così crede.


Parte III: L’arma segreta – Pandora

Zeus chiama Efesto, interrompendolo proprio mentre è immerso nel suo ultimo progetto: un martello ordinato da Thor, con la richiesta precisa di un “tocco di design scandinavo”. Il dio fabbro alza lo sguardo, visibilmente seccato.
“Che c’è adesso, Zeus? Sto cercando di esportare i miei prodotti in altri miti, per diversificare… Non è che posso abbandonare tutto ogni volta che ti viene un’idea geniale…”

Zeus si avvicina con l’aria tronfia di chi sa esattamente di avere una missione divina. “Efè, questa volta ho bisogno di qualcosa di spettacolare. Voglio che tu crei una donna perfetta. Deve essere una gnocca da paura, qualcosa che faccia impallidire le muse, le ninfe, e pure Afrodite se possibile. Occhi magnetici, gambe chilometriche, un sorriso irresistibile… insomma, il pacchetto completo. E tranquillo, gli altri dèi si occuperanno dei dettagli.”

Efesto sospira, appoggiando il martello. “D’accordo, Zeus. E come la chiamiamo questa tua opera d’arte?”

Zeus si accarezza la barba, già gongolante. “Pandora. Suona bene, no? Vuol dire ‘colei che possiede tutti i doni.’ Ogni dio le darà qualcosa: bellezza, grazia, intelligenza… e, ovviamente, un pizzico di mistero.”

Efesto lo guarda di traverso. ” E immagino che questo mistero avrà qualcosa a che fare con quella scatola che nascondi dietro la schiena, vero?”

Zeus sorride, fingendo innocenza. “Non ti preoccupare, Efè. Fidati di me.”

Afrodite la rende irresistibile, donandole un fascino magnetico: i capelli mossi di Zendaya, sempre perfetti come se fosse appena uscita da uno spot per shampoo, e gli occhi ipnotici di Scarlett Johansson, capaci di far perdere la testa persino a Cerbero. Hermes, con la sua astuzia da mercante divino, le conferisce l’arte della persuasione, meglio di Giorgio Mastrota in una televendita di materassi: Pandora potrebbe convincere persino Poseidone a mettere all’asta il suo tridente. Atena, invece, aggiunge il suo tocco di eleganza, facendola camminare con il portamento regale di Amal Clooney, e le insegna abilità manuali da regina del DIY, perfette per dominare i social con tutorial su come tessere toghe couture.

Infine arriva Zeus, con uno sguardo furbo e un pacco misterioso tra le mani: “Pandora, mia cara, sei perfetta. Ma ora ti do il mio dono: una curiosità incontenibile. Ah, e questa è la tua scatola. Non aprirla… o meglio, aprila solo quando la curiosità sarà troppo forte. Fidati, sarà epico.”

Pandora, con le gambe chilometriche di Taylor Swift, le labbra piene di Monica Bellucci e il cervello strategico di Chiara Ferragni, prende la scatola con un sorriso che promette guai. È una Frankenstein gnocca, perfetta per diventare una star… e perfetta per combinare disastri.

Efesto scuote la testa: “Papà, questa cosa finirà male. Non puoi mettere tutta questa perfezione in una influencer senza aspettarti che faccia danni. La prossima volta, magari un bel vaso di fiori e siamo tutti più tranquilli.”

Zeus, ormai compiaciuto del suo capolavoro, sorride:“Fidati, Efè. Questa scatola è solo l’inizio. #PandoraUnboxing sarà il trend del millennio!”


Parte IV: Epimeteo e il matrimonio “strategico”

La discesa di Pandora sulla Terra è un evento da red carpet. Gli dèi hanno organizzato tutto nei minimi dettagli: Afrodite si occupa del look, confezionandole un abito scintillante che sembra uscito da una collezione haute couture. Atena le insegna a camminare con il portamento di una regina, mentre Hermes, con il piglio di un esperto PR, lancia la notizia ovunque: manifesti sulle nubi, piccioni viaggiatori glitterati, e persino un hashtag che diventa subito virale: #PandoraIsHere.

Gli uomini non credono ai loro occhi quando Pandora fa il suo ingresso, con quegli occhi magnetici e quel sorriso che promette guai. Tra i presenti c’è anche Epimeteo, il fratello scemo di Prometeo (no no aspettate, non lo dico io… insomma, il suo nome in greco vuol dire ‘colui che riflette in ritardo’), infatti è quello che nel villaggio si fa fregare regolarmente i resti dal barista e pensa che il modo migliore per investire siano i gratta e vinci.

Quando Pandora gli si avvicina, Epimeteo resta imbambolato come uno che ha appena visto un angelo scendere dal cielo (tecnicamente, ci siamo vicini). Lei gli sorride, e il poveretto sembra dimenticare come si respira.

E menomale che Prometeo, che sa benissimo come funzionano queste cose, gli aveva lasciato un promemoria chiaro prima di partire per il Monte Caucaso: “Epimeteo, ascoltami bene: non accettare mai regali dagli dèi. Fidati, non sono mai un bene. È come aprire un allegato di un’email con indirizzo bulgaro o cliccare su un link che promette di raddoppiare i Bitcoin. Non farlo.”

Ma Epimeteo, con la prontezza di riflessi di un pesce rosso, fissa Pandora e pensa tra sé: “Che sarà mai? È bona, ha portato pure un regalo… mica può essere una truffa.”

E così Pandora gli si avvicina con un sorriso che farebbe cadere persino il Monte Olimpo. Tra le mani stringe la scatola lucida e misteriosa.
“Oh, Epimeteo,” dice con una voce melodiosa, “questo è per te.”

Ormai Epimeteo, si dimentica tutto, compreso il suo numero di telefonino e codice fiscale. Lei non è solo bella, ma è anche una vera star, con un carisma che gli fa dimenticare perfino il nome di suo fratello.
“Benvenuta,” le dice, accettandola in casa senza fare troppe domande. In breve tempo, Pandora ed Epimeteo si sposano. Lei diventa famosa non solo come moglie del Titano, ma come la prima vera influencer della storia. La sua bellezza, la sua parlantina e soprattutto quella scatola misteriosa attirano l’attenzione di tutti.


PARTE V: La scatola al centro della scena

La scatola diventa un vero e proprio simbolo. Gli ospiti non fanno che chiedere: “Cosa c’è dentro?”

Pandora, con il suo sorriso da 10.000 like, risponde sempre: “È un segreto. Zeus mi ha detto di non aprirla mai.”

Ma ogni giorno che passa, la curiosità cresce. La scatola sembra avere una sua voce, un sussurro che ripete: “Aprimi… possibilmente durante un live su Instagram… dai che facciamo il botto.”

Perfino Epimeteo, che abbiamo visto non essere una cima, comincia a preoccuparsi:“Pandò, non è che ti sei messa in testa di aprire quella scatola? No perché mio fratello ha detto che Zeus non ci regala mai niente di buono.”

Lei lo ascolta distratta, mentre fa scorrere sullo smartphone i commenti dei follower:

  • “Aprila, Pandora! La suspense è insopportabile!”
  • “Spoiler alert: sarà epico!”
  • “Se non la apri, unfollow immediato.”

Intanto, Divine Pandora™ (sì, Zeus ha brandizzato il vaso) diventa il trend topic del momento.
#OpenPandora inizia a spopolare. Gli influencer fanno video reaction:
“Raga, secondo me dentro c’è un giveaway con gli abbonamenti Netflix per tutta la vita!”

Pandora si sente al centro dell’attenzione, e la scatola… è ormai irresistibile come un pacco Amazon Prime appena consegnato!

PARTE VI L’unboxing della fine del mondo

Pandora non resiste più: è come un carrello pieno durante i saldi online, deve cliccare su “acquista ora”! Così organizza una live streaming dal titolo: “Unboxing Misterioso: Il Regalo di Zeus!” Il vaso ha persino un design dorato e minimalista, con un’etichetta che ricorda un luxury brand:
“Divine Pandora™ – Limited Edition”.

Il numero di spettatori schizza alle stelle: 100.000… 200.000…
Persino Zeus si collega in incognito sotto il nickname @TheThunderKing.

Pandora sistema la luce per il miglior angolo possibile, indossa il suo outfit da trendsetter, e alza il coperchio.

KA-BOOM!
Dal vaso escono tutti i mali del mondo:

  • Malattie.
  • Invidia.
  • Il Wi-Fi che si disconnette durante una riunione importante su Zoom.
  • Le chiamate dei call center all’ora di cena e pranzo.
  • Gli alluci che sbattono contro gli spigoli delle porte
  • Gli aggiornamenti software obbligatori… proprio mentre devi inviare un’email urgente.
  • Le notifiche di spam.
  • I calzini che scompaiono nel misterioso triangolo della lavatrice.
  • I messaggi vocali su WhatsApp più lunghi di “Guerra e pace.

Pandora sospira, guarda il vaso vuoto e pensa: ‘Beh, almeno Netflix funziona ancora.

La chat impazzisce con reazioni variopinte.

  • “NOOO! COSA HAI FATTO?”
  • “Questa è la live più epica di sempre!”
  • “Chiudi quella scatola, ora!”

Pandora tenta di richiudere il vaso. Piange, si dispera, parla con il suo team, rilascia comunicati stampa, registra un video struccata con un maglione girocollo color catrame, ma ormai è troppo tardi.

I mali si diffondono ovunque, rendendo la vita degli umani un inferno.

PARTE VII: La Speranza, l’ultima sorpresa

Pandora, ormai sommersa dai mali che ha scatenato, si accorge che nel vaso c’è ancora qualcosa. Tra il puzzo di disperazione e lamenti in Dolby Surround, una luce dorata brilla tenue. Incuriosita, si avvicina. Sul vaso compare un pop-up: “Vuoi attivare la Speranza? Prova gratuita (senza rinnovo automatico!) per tutti gli umani.”
Pandora alza un sopracciglio, poi esclama: “Beh, peggio di così non può andare.” E clicca su [Sì].

Appena la Speranza si attiva, una musichetta epica riempie l’aria, tipo intro di Netflix. La luce dorata si espande come un filtro glitter su TikTok, e il mondo cambia all’istante. La chat infernale, che fino a un minuto prima era piena di commenti come “Fine del mondo confermata” e “Grazie Pandora, brava proprio”, si trasforma:

  • “Aspetta, forse possiamo farcela.”
  • “La Speranza: un nuovo concept che adoro.”
  • “Ciao crisi, bentornato ottimismo ✨.”

Hermes, sempre pronto a infilarsi dove c’è clamore, si materializza con occhiali da sole e un microfono:
“Pandora, brava. Questa roba farà impennare il nostro engagement divino. Zeus, preparati a trendare su GodTok!”

Epilogo: La vendetta di Zeus è compiuta (con un tocco di marketing)

Dall’alto dell’Olimpo, Zeus osserva la scena con l’aria di chi ha appena finito una partita a scacchi e ha vinto in stile.
“Missione compiuta,” dice mentre si versa una coppa di ambrosia. “I mortali ora sanno cosa significa soffrire… ma con quel pizzico di Speranza che li tiene incollati al sequel.”

Pandora, intanto, diventa un’eroina pop. Tutti la vogliono, tutti la imitano. I meme spopolano:

  • “Pandora: da ‘Oops’ a ‘Queen of Hope’.”
  • “La Speranza è come il Wi-Fi: sempre presente, anche quando non la vedi.”
  • “Zeus: Distrugge tutto. Pandora: Ripara con un click.”

Mentre il mondo si organizza per affrontare i mali con tutorial e webinar, Pandora scrolla i meme sul suo smartphone divino. “Alla fine non è andata male,” pensa. “Ora sono una leggenda… e pure trend topic.”

E così, mentre gli umani combattono contro le difficoltà con Speranza e ironia, Zeus si gode il suo colpo di genio, Pandora firma autografi e Hermes prepara un podcast su Come far funzionare il tuo Olimpo personale.

Considerazioni finali

  • Zeus non è un dio, è il CEO del patriarcato: Promozioni immeritate, favoritismi e fulmini per chi osa opporsi.
  • Pandora ha solo aperto una scatola: I veri responsabili sono i follower che l’hanno spinta a farlo per il contenuto virale.
  • Prometeo non ha rubato il fuoco, l’ha preso in prestito: Poi ha dimenticato di spegnerlo, e ora paghiamo tutti le bollette.
  • La mitologia greca è il primo reality show: Tradimenti, complotti e drammi familiari—Netflix, fatti da parte.
  • La Speranza è come un abbonamento in palestra: Sei convinto che funzioni, ma bisogna ricordarsi di usarla.

Admeto e il Cetriolo Epico: Cronache di un Dramma Domestico

⚠️ WARNING

Questa tragedia, nei secoli, ha seminato più discordia tra le coppie di quanta ne abbiano mai causate le Erinni in cerca di vendetta, il vaso di Pandora aperto per curiosità o il pomo d’oro lanciato al matrimonio di Teti e Peleo.

Il motivo? Semplice… uno dei due con-sorti, dopo aver letto o ascoltato la storia, si è girato verso l’altro con l’aria di chi sta già scrivendo un post sulla pagina Facebook “Vedovi incompresi” poi, con studiata nonchalance, ha lasciato cadere una domanda come un pezzo di carne insanguinato in una vasca di piranha.

“Ma… tu lo avresti fatto? Se fossi stata Alcesti?”

E nel cuore già lo sai… la quarta parete è saltata e la tranquilla serata si è trasforma in un tranquillo weekend di paura… o in una tragedia greca… che poi è lo stesso…

Apriti cielo…

Siete ancora qui? Bene, allora….

⚠️ DISCLAIMER Credete che The Crown, Succession o The White Lotus siano il massimo del dramma familiare? Pensate che “parenti serpenti” sia solo una frase fatta? Tenetevi forte, perché Alcesti, al confronto, è come mettere una telenovela brasiliana in un frullatore insieme a un’opera wagneriana.

ATTO I (Non ci resta che piangere)

Admeto, re tessalo famoso per aver ospitato Apollo alla pari durante uno dei suoi scazzi giovanili con Zeus, un giorno si reca dal medico per un check-up. Il dottore, dopo aver sfogliato i referti con aria grave, sospira come un oracolo di Delfi:

“Ho una notizia buona e una cattiva. La buona è che sei ancora vivo.”

“E quella cattiva?”

“Non so per quanto.”

“In che senso?”

“Fai tu Admè, i tuoi esami sembrano un quadro di Picasso.”

Appena rientra a casa, Admeto ordina una bara su misura, ornata con intarsi d’oro e un cuscino di velluto porpora, perché, come dice lui, “un re deve mantenere il decoro anche nella morte.” Poi vaga per casa come un’anima in pena, trascinando il suo melodramma da una stanza all’altra, con un repertorio di lamenti degno di un attore consumato.

Sua moglie, Alcesti, che ormai lo sopporta per forza d’inerzia, lo osserva mentre si sposta dal letto al divano e poi al tavolo, alternando sospiri drammatici e discorsi sulla sua “prossima dipartita.”

Quando per l’ennesima volta Admeto dice:“Non mi resta molto”, lei si ferma a riflettere, combattuta tra il citare Samuel L. Jackson in Pulp Fiction (“I dare ya, I double dare ya motherf***er, say ‘non mi resta molto’ one more goddamn time!“) o mantenere il contegno di una regina.

Alla fine, sospira con la classe di Magda di Bianco, Rosso e Verdone: “Non ce la faccio più… Non ce la faccio più… O muore lui o muoio io.”

E mentre lui continua a declamare il suo addio al mondo, lei guarda fuori dalla finestra, chiedendosi se un giorno qualcuno la nominerà santa… per poi ricordarsi sconsolata che neanche santa la possono fare, perché i santi non esistono ancora.

Anche i servi, esasperati, cominciano a evitare Admeto come si evita il gruppo WhatsApp dei colleghi che organizzano una cena aziendale: meglio silenziare e sperare che non notino la tua assenza. Inutile dire che, con il passare dei giorni, Admeto si trasforma in una telenovela brasiliana a puntate.

Una mattina uggiosa, le Moire decidono che è ora di taglare il filo della vita di Admeto. La tensione cala… almeno per Alcesti, che finalmente tira un sospiro di sollievo. “Grazie agli dèi, un po’ di pace,” pensa, già immaginando una vita senza i lamenti epici del marito.

Proprio quando Cloto, Lachesi e Atropo stanno per completare il loro lavoro, Apollo, preso da un’improvvisa ondata di nostalgia per i bei tempi trascorsi come “ragazzo alla pari”, interviene. Con il sorriso smagliante di chi è abituato a vincere, si presenta come un avvocato divino e ferma tutto.

“Un momento, care Moire,” dice, “Admeto mi ha ospitato in un momento difficile della mia adolescenza, mi ha trattato come uno di famiglia. Un re così generoso merita una seconda chance- , no?”

Le Moire, che non sono nuove ai drammi degli dèi, lo fissano scettiche. Ma Apollo, con l’insistenza di un operatore di call center che cerca di vendere un contratto telefonico da due miliardi di chiamate a Mida… che tanto di orecchie ne ha per dieci persone, internet illimitato… nei giorni bisestili, messagggi illimitati… ma solo a Clitemenstra… negozia un compromesso: Admeto può continuare a vivere, ma solo se qualcun altro accetta di morire al suo posto.

Le Moire, un po’ per stanchezza, un po’ perché è quasi l’ora dell’happy hour sull’isola di Nasso, accettano l’accordo. Apollo, soddisfatto, si volta verso Admeto con il sorriso di chi pensa di aver salvato la giornata.

Ma Alcesti, nascosta dietro una colonna, sente tutto: “Qualcun altro deve morire al suo posto.” Rimane impietrita. La mente corre veloce, mentre una consapevolezza inquietante tipica della moglie pragmatica si fa strada. “Come qualcun altro? Mannaggia a Clitemnestra, io qui vedo un cetriolo lungo lungo, e pure epico, che sta puntando dritto verso di me, da tergo per giunta… ” 

Admeto, con l’ottimismo ingenuo di chi apre un file proveniente da un’email con estensione .kor e oggetto “Congratulazioni! Ai vinto un iPhonee! Scarica programa pe ritirarlo,” si precipita dai genitori:
“Mamma, papà, ho una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che sto per morire.”
“E quella buona?”
“Potete morire voi al posto mio!”

I due genitori, che fino a un attimo prima si stavano godendo un ouzo on the rocks, esplodono come fulmini di Zeus:
“Ma manco per il Parnazzo! Ti abbiamo fatto studiare nelle migliori scholè, vacanze a Corfù d’estate, corsi di sci sul monte Parnaso d’inverno, e ti abbiamo pure mandato a quei costosissimi corsi di inglese a Malta, dove sei tornato dicendo hau ar iu con l’accento di Salamina… E adesso vieni qui a proporci di morire al posto tuo? Noi abbiamo prenotato una crociera a Nasso e non vediamo l’ora! E tu, caro Admeto, vedi di fare l’uomo per una volta e morire con un minimo di dignità!”

Admeto, in preda al panico, si precipita dal suo migliore amico. Lo avvicina con aria colpevole e un sorriso tirato: “Non è che…?” Ma l’amico, senza neanche lasciargli finire la frase, lo fulmina con un sorriso ironico, si schiarisce la voce e intona teatralmente: “Ma amici mai… per chi si cerca come noi, non è possibile!”

Admeto, con gli occhi sbarrati e il morale a pezzi, si dirige allora dalla sua migliore amica. Lei, vedendolo arrivare, gli lancia uno sguardo eloquente, poi comincia a canticchiare: “Ma il mio mestiere è vivere la vita, che sia di tutti i giorni o sconosciuta…” E con un gesto melodrammatico, si allontana lasciandolo lì, più sconsolato di un otre vuoto abbandonato sul banchetto di Dioniso.

Disperato, Admeto si improvvisa venditore porta a porta, fermando chiunque con il suo miglior sorriso: “Non è che moriresti al posto mio?”Le risposte arrivano puntuali e variopinte: dita medie al cielo, grattate di palle sincronizzate e sguardi eloquenti che gridano “ma questo è matto?”. Ma Admeto non si arrende. Prosegue imperterrito, proponendo la sua offerta irripetibile a chiunque gli capiti a tiro: amici di amici, colleghi, vicini di casa, perfino al postino, che lo guarda come se stesse per cambiare strada.

Alla fine, ridotto allo stremo, si ritrova solo sul marciapiede, con un volantino sgualcito in mano e la dignità evaporata come un bicchiere di ouzo dimenticato sotto il sole di mezzogiorno.

Coro dell’atto primo: chi trova un amico trova un tesoro

ATTO II: L’Altruismo Estremo (o Il Manuale della Perfetta Moglie Disperata)

Admeto si aggira per casa come un concorrente di un reality show intitolato “Chi vuol morire al posto mio”, eliminato al televoto, ogni passo accompagnato da un lamento che farebbe concorrenza a un gatto in amore. Ha tentato con tutti: amici, parenti, il panettiere, il barista, persino il tecnico del gas.

Ormai in Tessaglia lo evitano come quei predicatori che si presentano all’alba con giornalini pieni di immagini più brutte di quelle generate dall’AI: famiglie sorridenti in un paradiso con torri di guardia e leoni che fanno yoga.

Ad Admeto, come ogni buon marito, non resta che sfinire sua moglie Alcesti con il suo dramma.
“Alcesti, tu mi adori?!” chiede, gettandosi sul divano con la teatralità di una star del cinema muto.

Alcesti, dal lavandino, alza gli occhi al cielo. Sta lavando i piatti con la precisione di un cardiochirurgo e l’espressione di chi vorrebbe scaraventarlo fuori dalla finestra.
“Admeto, sei tu la farsa,” mormora.

“Ma come puoi essere così insensibile? Sto per morire!” ribatte lui, offeso.
“Admetino, è da una settimana che stai per morire. Ormai ti prendono in giro anche i pastori erranti dell’Asia. Intanto, qui faccio tutto io. Sai che novità.”

Lui la fissa, il dramma improvvisamente sospeso. Lei posa lo strofinaccio, incrocia le braccia e conclude:
“Va bene, visto che non hai le palle per  morire, lo faccio io. Ma solo per pietà verso i bambini.”

Admeto la guarda incredulo. “Cosa?”
“Mo-ri-re. Ma ci sono condizioni.”

Alcesti non lascia nulla al caso. Le sue condizioni per sacrificarsi al posto di Admeto sono precise, dettagliate e vincolanti, come quei contratti per un mutuo che ti fanno firmare anche l’anima.

“Primo,” dichiara, incrociando le braccia come un avvocato in aula, “non devi mai risposarti. E soprattutto non con una di quelle content creator con il sorriso da influencer e i capelli da sirena. So già che cadresti in trappola al primo reel che pubblicano.”

Admeto annuisce, cercando di sembrare contrito.
“Secondo, ogni anniversario della mia morte dovrà essere commemorato con fiori freschi e lacrime abbondanti.”

Lui annuisce di nuovo, un po’ troppo in fretta. Lei stringe gli occhi, scrutandolo con sospetto.
“E non osare cavartela con i fiori di plastica, eh. Ti conosco. Sarebbe da te, passare al discount, spendere due oboli e pensare che basti. Patetico.”

Admeto abbozza un sorriso colpevole, mentre Alcesti scuote la testa e torna ai suoi piatti, mormorando sottovoce:
“Perché non sono scappata con Apollo, invece?”

Con la precisione maniacale di una CEO con il budget trimestrale in bilico, Alcesti si mette all’opera per mettere insieme Preparativi per l’Addio (o il sacrificio più organizzato della storia) . Riempie il freezer con cibo sufficiente per sfamare un esercito, etichettando ogni contenitore con istruzioni degne di un manuale NASA:

“Cuoci a 180 gradi per 25 minuti. No, Admeto, il forno non funziona con i comandi vocali. Sì, il timer va impostato manualmente. Manualmente significa con le mani.”

Compila una lista di incombenze lunga quanto un rotolo di papiro egizio, suddivisa per priorità, con note e post-it per chiarire ogni dubbio:

“1. Cambia le lenzuola una volta a settimana. No, girarle dall’altro lato non conta. 2. Innaffia la pianta di basilico ogni tre giorni. No, il vino non è un’opzione. 3. Non lasciare i piatti nel lavandino ‘a marinare.’”

E per Tàntalo, il gatto, prepara un foglietto che è la summa del suo esasperato pragmatismo: “Almeno lui ha più cervello di te. Segui i suoi esempi. E ricordati di dargli da mangiare, non è un eroe mitologico.”

Poi si ferma, osserva il suo capolavoro logistico e, con un sospiro, pensa che il vero miracolo sarà se Admeto non si brucia la casa in sua assenza.

Neanche a dirlo, Admeto vaga per casa con un misto di sollievo e senso di colpa. Ogni tanto prova a dirle qualcosa, ma Alcesti lo zittisce con uno sguardo capace di trasformare il vino in aceto.

Il giorno del sacrificio, tutta la Tessaglia si riversa da Admeto. La sua storia è ormai più virale di un pettegolezzo sulla vita sentimentale degli dèi. Apollo arriva, vestito con tunica bianca e occhiali da sole, l’aria di chi ha appena postato un selfie su Instagram.

“Che tragedia, che sacrificio!” esclama con enfasi, ma si distrae subito, fissandosi il riflesso in uno scudo.

Alcesti, senza perdere un colpo, lo inchioda con uno sguardo tagliente. “Vedi di non fare sciocchezze dopo, eh. E se mio marito si lamenta, fammi resuscitare solo per tirargli uno schiaffo.”

Apollo ride, aggiustandosi i capelli. “Promesso.”

Quando Alcesti si avvia verso il suo destino, il coro intona una melodia struggente, ma un soprano stona clamorosamente. Tra i coristi, qualcuno sussurra:

“Admeto la dimenticherà entro un mese.”

“Secondo me, l’ha già dimenticata,” ribatte un altro.

“Che pezzo di mito,” conclude il primo con un tono amaro.

E così il sipario cala. Admeto si trova solo in casa. Osserva il freezer pieno, la lista infinita e Tàntalo che lo fissa con aria giudicante. Con un sospiro, prende il primo contenitore etichettato, lo studia per qualche istante e poi mormora:

“Mannaggia a Clitemnestra… come si accendeva il forno?”

Coro dell’atto secondo: Morire per amore è sublime, ma lasciare istruzioni per il forno è divino.

ATTO III: L’Eroe, l’Ade e La Casa Degli Inganni

Ercole arriva al palazzo di Admeto con il passo sicuro dell’eroe, ma appena varca la soglia si ferma, investito da un odore indescrivibile. L’aria sa di panni sporchi, formaggio dimenticato e, inspiegabilmente, di pesce marcio. Intorno a lui il caos regna sovrano: pile di piatti incrostati si accumulano come monumenti alla disperazione, rotoli di papiri ammuffiti sono sparsi ovunque, e il gatto Tàntalo dorme in un elmo spartano rovesciato.

“Le stalle di Augia erano un picnic al confronto,” pensa Ercole, cercando di trattenere una smorfia. Admeto lo accoglie con il sorriso nervoso di chi ha qualcosa da nascondere, avvolto in una vestaglia sgualcita che ricorda Il Grande Lebowski e con il bicchiere di vino in mano.

“Ercole! Amico mio! Che piacere vederti!” esclama con enfasi, cercando di mascherare il disastro evidente. “Vieni, siediti, tutto perfetto come sempre!”

Ercole alza un sopracciglio, scettico. “Perfetto? Qui sembra che un’armata di centauri abbia fatto una festa e dimenticato di pulire.”

Admeto sorride nervoso. “Oh, dettagli! Sai, la vita di palazzo… impegnativa come sempre. Ma tu dimmi, come stanno andando le tue fatiche?”

“Alcesti?” chiede Ercole, ignorando il tentativo di cambiare discorso. “Dov’è?”

Admeto si schiarisce la voce, lanciando occhiate fugaci in giro per la stanza. “Oh, Alcesti? È… fuori città. Sì, certo! È andata a un ritiro di yoga e mindfulness. Sai com’è, sempre alla ricerca dell’equilibrio perfetto.”

Ercole lo osserva con crescente sospetto, ma prima che possa replicare, un servo con l’aria disperata si avvicina furtivo. Con un gesto rapido lo tira da parte e, con il tono di chi sta rivelando un segreto proibito, sussurra: “Signore… siamo nella merda. La regina è morta, e il re finge che vada tutto bene. Ma qui nessuno vive più. Vi prego, fate qualcosa… se non per lui, almeno per noi. E per il gatto.”

Ercole sgrana gli occhi. “Morta?! E lui fa finta di nulla?!”

“Non vuole che si sappia,” continua il servo con un sospiro esasperato. “Ma se non fate qualcosa, moriremo prima noi di stenti. Vi scongiuro, signore!”

Con un’espressione tra l’incredulo e l’indignato, Ercole annuisce deciso, stringendo la sua clava. “Va bene. Sistemiamo questa faccenda.”


Ercole attraversa l’Ade con il passo sicuro di chi è abituato a risolvere i problemi con la forza bruta. Caronte lo ferma al fiume Stige, osservandolo con aria perplessa.

“E tu che vuoi?” chiede il traghettatore. “Non sei morto.”

Ercole sorride. “Sto andando a recuperare qualcuno.”

“Biglietto?” chiede Caronte, scettico.

“Ho una clava, non basta?”

Caronte lo guarda per un momento, poi alza le mani in segno di resa. “Va bene, ma sappi che non faccio rimborsi.”

Nel regno dei morti, Ercole affronta ogni ostacolo con la sua solita disinvoltura. Cerbero prova a fermarlo, ma si distrae quando Ercole gli lancia un osso gigantesco. Alla fine, arriva davanti ad Ade e Persefone.

“Lasciate andare Alcesti,” dichiara Ercole. “Il suo sacrificio è stato nobile, ma la sua assenza ha trasformato la casa di Admeto in… come dire… un Ade alternativo.”

Ade lo osserva annoiato. “Sai quanti eroi vengono qui a fare richieste? Che cos’hai da offrirmi in cambio?”

Ercole sorride. “Un favore olimpico.”

Ade sbuffa. “Gli eroi e i loro favori. Non ne ho bisogno. Ma mia moglie…” indica Persefone, che osserva divertita la scena. “…sembra intrigata da questa faccenda.”

“Lasciamo che torni,” dice Persefone con un sorriso. “Ma voglio vedere se Alcesti sopravvive alla vita… dopo la morte.”

Alcesti, appena saputo che può tornare, fissa Ercole con uno sguardo tagliente. “Se la casa è un disastro, torno qui di mia spontanea volontà. Chiaro?”


Quando rientra al palazzo, Ercole decide di testare Admeto presentando Alcesti come una “nipotina di Corinto” inviata per aiutare. La donna indossa un velo spesso e impenetrabile, che copre completamente il volto, lasciando intravedere solo l’idea di una figura femminile. Admeto, troppo immerso nel suo melodramma per cogliere dettagli, accetta senza sospettare nulla. La presenza del velo, simbolo di distanza e anonimato, impedisce al marito di riconoscere la donna che ama, trasformando Alcesti in un’estranea all’interno della sua stessa casa.

Alcesti osserva in silenzio il caos per giorni. Durante una cena, esplode. “Ditemi, è così che trattate gli ospiti in Tessaglia? Non cambiate le lenzuola? Non lavate i piatti? E soprattutto… non accendete mai il forno?”

Admeto balbetta, colto di sorpresa. “Come fai a sapere del forno?”

Alcesti si alza, si toglie il velo e lo guarda dritto negli occhi. “Admeto, sono io. Tornata dall’Ade. E ti dico una cosa: forse per te era meglio se fossi rimasta lì.”

Admeto rimane a bocca aperta, mentre Alcesti alza gli occhi al cielo e, indicando il caos intorno, esclama: “Sono morta da meno di una settimana, e guarda cosa avete combinato. Mi ci vorranno due vite per sistemare tutto. Sarò anche viva, ma il cetriolone… è sempre in agguato.”

Coro dell’atto terzo: “Quando il destino ti riporta in vita, ma il disordine ti fa rimpiangere l’Ade.”

  • “Se Admeto avesse speso meno per la bara e più per una terapia di coppia, forse ci risparmiava tutto ‘sto casino.”
  • La vera tragedia non è la morte di Alcesti, ma il freezer pieno di piatti pronti che Admeto non sa riscaldare.”
  • “Pare che uscendo dall’Ade, Alcesti abbia sussurrato: ‘Apollo, se proprio dovevi salvarlo, potevi almeno insegnargli a lavare i piatti.’”
  • “Dicono che la pazienza è la virtù dei forti, ma Alcesti dimostra che è anche la condanna delle mogli.”

Zeus, fulmini e capricci: quando gli dèi fanno parenting

Questa storia inizia sopra le nuvole, dove gli dèi litigano furiosamente per un Wi-Fi che funziona a singhiozzo e si consumano in altri drammi divini. Il solito caos olimpico: c’è chi urla perché qualcuno ha rubato l’ultimo frappè all’ambrosia, chi si lamenta perché il nettare nel frigorifero è finito e qualcuno ha lasciato il cartone vuoto, e chi protesta perché il Monte Olimpo, per via della sua altezza, non ha l’aria condizionata. Insomma, la solita routine proto-olimpica.

In mezzo a tutto questo pandemonio, Zeus, il solito tombeur de femmes, viene colto in flagrante con Latona, una titanide…

I titani e le titanidi, per chi non bazzica la mitologia, sono una sorta di VIP della generazione pre-Olimpo, un po’ come i dinosauri del mondo divino. Solo che invece di estinguersi, hanno lasciato il posto agli dèi olimpici e si sono ritirati a vita privata. Sono come quelle zie o quegli zii che erano rockstar negli anni ’70 e oggi vivono in campagna, ricordando i bei tempi andati. Latona, però, non è una titanide qualunque: oltre al suo sangue blu (beh, dorato, come quello divino), è una vera MILF olimpica ante litteram. Il suo fascino, misto a un’aura di autorità antica, la rende irresistibile anche nel caos divino.

Zeus, naturalmente, non si fa problemi con i dettagli generazionali. Titanide o dea olimpica, per lui l’importante è che ci sia movimento. Ma il fatto che si sia invaghito di Latona rappresenta un doppio smacco per sua moglie Era. Primo, perché Latona non è la solita ninfetta anonima in cerca di gloria o la moglie di quel povero contadino che sgobba nei campi mentre lei “riceve” visite inaspettate: è una vecchia gloria, una leggenda vivente, una sorta di Audrey Hepburn del Monte Olimpo. Secondo, perché le titanidi, pur avendo lasciato il comando, sono ancora considerate la crème de la crème degli antichi tempi, un po’ come la nobiltà decaduta. È come se un trapper moderno avesse mollato una giovane influencer per farsi beccare con una Spice Girl: scandaloso e vintage allo stesso tempo.

Una situazione da prima pagina nei gossip olimpici, roba che non si vedeva dai tempi del Big Bang. Routine per l’Olimpo? Certo. Ma questa volta Era, la regina delle ripicche divine, si incaxxa per davvero.

Perché?

Perché la Latona resta incinta.

Era, gelosa come una teenager che vede il fidanzato ballare con un’altra al prom, giura che quella ‘Latona’ non troverà mai un posto dove partorire. Il risultato? Gli ospedali di tutto il Mediterraneo, da Rodi a Cartagine, chiudono le porte con un cartello appeso fuori: “Spiacenti, tutto pieno. Riprovare tra un millennio.”

Con le contrazioni che seguono il ritmo martellante di un tormentone estivo (“Pasito a pasito, suave suavecito Nos vamos pegando poquito a poquito”), Latona vaga disperata fino a trovare rifugio su un’isoletta dimenticata da tutti: Delo. L’“ospedale” del posto? Una baracca traballante che sembra messa su con un tutorial di YouTube e qualche scotch da pacchi. Il letto cigola come una porta stregata, il soffitto perde a ogni folata di vento, e l’unica infermiera – un tipo con lo sguardo da “mollo tutto e apro un chiringuito” – lancia un asciugamano sul lettino e commenta: “Benvenuta… fai quello che puoi e che Zeus ce la mandi buona.”

Tra un crollo di calcinacci e il clangore sinistro di un ventilatore che si stacca dal soffitto, Latona partorisce il primo gemello. Esausta, sussurra: “È un maschietto… Lo chiamerò Apollo!” Il neonato, appena nato, lancia un vagito che somiglia sorprendentemente a un mamaaaa alla Freddie Mercury, lasciando intuire fin da subito il suo talento per il canto. Ma non c’è nemmeno il tempo per festeggiare che un’altra contrazione la coglie di sorpresa.

“UN ALTRO?!” urla Latona incredula.

L’infermiera, ormai al limite della pazienza, sbuffa: Gemelli? Mannaggia a Clitemnestra. non abbiamo neanche un lenzuolo di scorta, figuriamoci la seconda culla!”

E così, tra mille peripezie e con il tetto che minaccia di crollare a ogni respiro, nasce anche Artemide, con lo sguardo fiero di chi ha già deciso di conquistare il mondo.

Il risultato? Due gemelli divini, una madre esausta e un’infermiera che probabilmente ha davvero aperto un chiringuito il giorno dopo. Così ha inizio la saga familiare di Apollo e Artemide: un mix di caos, drammi e mitologia, già pronta per diventare la versione epica di un reality show trash.

Apollo è una calamita combina guai… Appena nato, guarda Latona, poi Zeus, e con un sorriso luminoso come il sole (letteralmente) proclama: “Tranquilli, ci penso io a illuminare il mondo!” E non scherza: brilla così tanto che Zeus ordina delle tendine oscuranti per l’Olimpo, perché non si può vivere con quel bagliore continuo.

Uno dei suoi primi grandi guai arriva con Pitone, un serpente gigantesco che terrorizzava Delfi. Apollo, ancora giovane, decide di fare qualcosa per risolvere la situazione. Prende arco e frecce e, senza pensarci due volte, lo abbatte. Un gesto eroico, certo, ma Zeus non è proprio contento: “Apollo, non puoi andare in giro a uccidere mostri senza permesso! Ti rendi conto del casino diplomatico con Gea?” Apollo alza le spalle: “Papà, Delfi ora è un posto migliore. Mi sembra un buon affare.”

E poi c’è il caos della sua partecipazione a X Factor. Apollo incanta tutti con la sua lira e la voce divina, facendo impazzire il pubblico e i giudici. Ma la vera storia comincia quando un altro concorrente, Marsia, un satiro ribelle e sicuro di sé, osa sfidarlo con il suo aulos una specie di flauto per esaltati…

La gara è breve e senza storia: Apollo vince con disarmante facilità. Fin qui tutto bene, ma il colpo di scena arriva subito dopo. Con un sorriso gelido, Apollo decide di punire Marsia in modo esemplare… scorticandolo.

Letteralmente.

In diretta.

Panico in studio: le telecamere tagliano di corsa su una pubblicità di shampoo, ma il danno è fatto.

Il giorno dopo, l’intera vicenda è su tutti i giornali. “Troppo divino per il prime time!” titola L’Olimpo Quotidiano. “Marsia martire della musica”, scrive il satirico Il Flauto Indignato. Sui social il dibattito esplode: #TeamApollo (“Era prevedibile, è un dio!”) contro #GiustiziaPerMarsia (“Abuso di potere cosmico!”).

Intanto, sull’Olimpo, gli dèi cercano di far ragionare il collega: “Apollo, umiltà…” Ma lui, imperturbabile, alza le spalle con aria divina: “Eh no aspetta un attimo.. umiltà lo dici a tuo fratello…”

Che poi ci sono già altri problemi, perché dopo la vicenda di Pitone, Apollo trasforma Delfi in un autentico quartier generale.

“Questo sarà il mio posto speciale,” proclama con aria trionfante. Qui accoglie l’Oracolo, un sadico inquietante e morboso che sembra trovare un piacere perverso nel dispensare verità crude con un ghigno capace di gelare il sangue. Le sue profezie iniziano sempre con la stessa frase: “Ho una notizia buona e una cattiva…” C’è chi lo osserva con timore, chi si tocca con discrezione, chi con fascinazione, ma tutti sanno che sfidarlo significa spingersi pericolosamente oltre il limite del buonsenso.

Zeus dall’alto dell’Olimpo scuote la testa e sospira: “Sei giovane, Apollo, ma stai tirando troppo la corda.”


Ma Apollo ormai è incontrollabile come un gruppo WhatsApp di mamme a ridosso della recita scolastica! Non stupisce, quindi, che quando il satiro Pan lo sfida a dimostrare chi sia il miglior musicista, Apollo non si tira indietro. Anzi…

La giuria, composta da tutti gli dèi e persino dal re Mida, decreta la vittoria di Apollo, ma Mida, con un gusto musicale quantomeno discutibile, si schiera a favore di Pan. Per tutta risposta, Apollo gli regala un paio di orecchie da asino. E mentre Mida cerca di nasconderle sotto un cappello, Apollo, ridendo, commenta: “Sempre detto che eri un somaro… Magari con un paio di AirPods, quelle nuove con il noise cancellation, avresti capito chi suona davvero in modo divino!”

Neanche a dirlo, sui social si scatena il caos: gli hashtag #AbusoDiPotere e #ApolloOut diventano trending topic, mentre gli dèi si dividono tra chi difende il diritto divino e chi simpatizza per Mida, ormai icona involontaria di stile alternativo nonché delle Samsung Galaxy buds.

A questo punto, Zeus è esasperato. Lo prende da parte e gli dice: “Apollo, se combini un’altra delle tue, quant’è vero che esisto ti spedisco in collegio… tra gli umani!”

Apollo, tra una scappatella e l’altra, trova anche il tempo di diventare ragazzo padre. Ehm, in realtà una madre ci sarebbe, si chiama Coronide, una principessa mortale di straordinaria bellezza. Peccato che il rapporto tra i due non finisca bene perché Coronide tradisce Apollo…

Comunque nasce Asclepio, un medico talmente in gamba che, al confronto, House e Grey’s Anatomy sembrano roba da tirocinanti. Ma il ragazzo non si limita a curare i malanni: arriva persino a resuscitare i morti. Zeus, da buon monopolista dell’immortalità, non la prende bene. “Se questi umani cominciano a tornare in vita, qui finisce che devo fare gli straordinari!” borbotta, e zac, fulmina Asclepio senza pensarci due volte.

Apollo, distrutto, si incaxxa a sua volta, e come reagisce? Con la vendetta, ovviamente, uccidendo i Ciclopi! Quelli che per capirci, costruivano i fulmini di Zeus e che, tanto per arrotondare, lavoravano pure come freelance di lusso. Un affronto imperdonabile: senza i suoi artigiani, Zeus resta senza armi e si ritrova a mandare email imbarazzate per cercare un fabbro su Etsy  e Linkedin

Furibondo, il re dell’Olimpo decide che Apollo deve pagare. Ma niente punizioni banali. Altro che togliere la playstation o il cellulare! Zeus lo spedisce in Tessaglia a fare il ragazzo alla pari da Admeto, un re locale. Le mansioni? Badare alle pecore, riflettere sugli errori e, magari, imparare qualcosa sull’umiltà.

Apollo, che di umiltà aveva solo sentito parlare, si ritrova così a rimboccarsi le maniche (o qualunque cosa indossassero i pastori tessali) e per la prima volta si mette a lavorare sul serio. Sorpresa delle sorprese, non solo non si lamenta, ma riesce pure a guadagnarsi il rispetto di Admeto.

Intanto, nei salotti di Salamina, Corinto, Tebe, Atene Sparta… (ahno, Sparta no, lì i bambini venivano spediti in collegio appena svezzati), i genitori intravedono una speranza. “Se perfino Zeus punisce i figli,” mormorano davanti a una tazza di vino annacquato, “allora anche noi abbiamo speranze con i nostri figli…

E per un attimo, un brevissimo attimo, i tunnel infiniti del parenting sembrano illuminarsi di una tenue luce divina. Poi qualcuno urla che mannaggia a Clitemnestra il bambino ha rovesciato l’anfora dell’olio… e il momento passa.

Ok, l’antefatto ce l’abbiamo. Ora si passa ad Alcesti… ma con calma, che qua le cose si fanno interessanti. TO BE CONTINUED…


La felicità consiste nell’ignoranza del vero

– Da questa parte, – rispose il Gatto, facendo un cenno con la zampa destra, – abita un Cappellaio; e da questa parte, – indicando con l’altra zampa, – abita una Lepre di Marzo. – Visita l’uno o l’altra, sono tutt’e due matti. – Ma io non voglio andare fra i matti, – osservò Alice.– Oh non ne puoi fare a meno, – disse il Gatto, – qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta.– Come sai che io sia matta? – domandò Alice.– Tu sei matta, – disse il Gatto, – altrimenti non saresti venuta qui.

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

20 Aprile 2007 – Baltimora, Maryland. Rose sgranocchia popcorn; suo figlio, un bambino con una foresta intricata di capelli ricci e neri gattona tra le cianfrusaglie abbandonate sul pavimento con un pannolino che penzola gonfio di escrementi.

Alla televisione Julianne Hough si libra nell’aria come una colomba, il suo compagno la afferra per le braccia trasportandola con delicatezza, senza alcuno sforzo apparente. Dalla strada a ridosso di North Street, West Baltimore, provengono pochi suoni confusi; un vicino che strilla, il rombo di una macchina con la marmitta bucata e poco altro. Rose ha diciannove anni appena compiuti, suo figlio tre. Niente marito per lei e nessun papà per il bambino. Rose non ricorda neppure di aver fatto l’amore, figuriamoci di essere rimasta incinta…

A Rose non piace ricordare, non perché ha brutti ricordi, ma perché ne ha troppo pochi: mettere insieme immagini e facce ed emozioni è un esercizio talmente faticoso da fare quasi male. Tra le poche certezze della sua vita scandita da ore dilapidate davanti alla televisione, pochi amici e nessun affetto, ce n’è una che è più forte di tutte le altre: lei è una lead kid, una bambina del piombo. Glielo avevano ripetuto fino allo sfinimento i genitori, glielo avevano fatto capire i compagni di classe ridendo davanti ai suoi silenzi imbarazzanti, glielo avevano inciso sulla pelle i ragazzi del quartiere nel controviale di North Street dove carrelli della spesa, sacchi di spazzatura e mignonettes da 10 cl di vodka, gin e whisky delimitavano il perimetro del campo.

Cosa volesse dire essere una bambina del piombo glielo aveva spiegato un avvocato di un elegante ufficio su Pratt Street in centro Baltimora: la catapecchia dove era cresciuta era piena di piombo. C’era piombo nelle pareti scrostate, piombo nei termosifoni riverniciati, piombo nella porta della cucina, e tutto quel piombo lei lo aveva respirato per anni fino a creare un danno irreparabile al cervello.

L’avvocato le aveva spiegato con esempi semplici e parole scandite con meticolosa cura, che era stata truffata e che lo slumlord che aveva affittato casa ai suoi genitori era un farabutto senza scrupoli. Da slum, “catapecchia” e lord, “signore”, la storpiatura di landlord, “locatore”, era un neologismo utilizzato per definire i proprietari di bettole che negli anni avevano affittato appartamenti fatiscenti alla popolazione nera, sotto pagata e a bassa scolarizzazione delle inner cities americane. Rose ricordava a malapena le pareti scrostate del soffitto e dei muri che stillavano quadratini irregolari di intonaco bianco che danzavano nell’aria come fiocchi di neve, particelle di piombo che si libravano come polline velenoso riservandogli un’esistenza fatta di miserie e umiliazioni. Mad as a hatter, matta come un cappellaio matto. Il cappellaio era matto perché lavorava i tessuti con il mercurio, lei perché aveva respirato il piombo; il risultato sia lei che il cappellaio lo leggevano negli sguardi imbarazzati di chi matto non era.

Dopo quasi due anni di processi, udienze e ricorsi, un giudice le aveva riconosciuto un indennizzo quantificabile in quattrocentoventi pagamenti mensili fino al 2052, per un valore al netto dell’inflazione e del cola (Cost-of-Living Adjustment) di mezzo milione di dollari.

Per tutelarla, il giudice aveva vie tato il versamento della somma in un unico pagamento. Era stato chiaro e categorico: quei soldi, vista l’incapacità di Rose di condurre una vita normale, erano l’unica fonte di sostentamento per lei e dovevano essere spalmati in un arco temporale per evitare che Rose, o qualcuno nella sua famiglia, potesse dilapidare l’intera somma nel giro di pochi anni.

Qualcuno bussa alla porta, Rose si alza controvoglia: «Arrivo» strilla mentre cerca il telecomando. È il postino, ha una raccomandata. Rose firma e chiude la porta maledicendolo; Julianne Hough ha appena finito di danzare e lei si è persa il voto della giuria.

Apre poi la lettera strappando i lembi della busta con i denti: all’interno ci sono una serie di fogli con tanti numeri, troppi, che formano un puzzle intricato e senza senso. Rose ancora non sa che quei fogli e quei numeri per lei incomprensibili nascondono un futuro fatto di miserie, motel e cibo di fast food per lei e per il suo bambino, Sam. Tutto questo lo capirà tra due giorni, quando porterà la lettera dal suo avvocato che le spiegherà che ha ceduto tutte le sue annualità per un valore di mezzo milione di dollari a una corporation finanziaria, la Access Funding, in cambio di un assegno unico di ventimila dollari.

Quando l’avvocato strillando, quasi scuotendola, insisterà nel chiederle quando e come aveva ceduto i suoi assegni a quella corporation finanziaria, Rose si limiterà a piangere, un po’ perché davvero non ricorda molto di quello che è successo, un po’ perché ha paura quando le persone le strillano in faccia…

Rose rideva, quell’uomo con gli occhi azzurri, un vestito elegante e una voce gentile, la faceva ridere e soprattutto la faceva stare bene. Erano anni che non rideva così. “Questo è forse uno dei giorni più sereni e belli della mia vita”, stava pensando mentre fissava la baia dall’enorme vetrata del ristorante dove Matt l’aveva invitata. Si erano conosciuti per caso due settimane prima, mentre lei come ogni fine del mese andava in banca ad incassare l’assegno. Matt, in fila dietro di lei, aveva fatto una battuta e poi un’altra, e alla fine avevano cominciato a parlare. Quando Matt le aveva offerto un passaggio a lei era sembrato naturale dire di sì, e anche quando le aveva chiesto il numero di telefono. Si erano visti altre due volte e sentiti al telefono almeno ogni sera, così quando lui l’aveva invitata ad andare a mangiare qualcosa alla steakhouse di Inner Harbor in centro Baltimora, lei aveva accettato con entusiasmo. I water taxi fendevano l’acqua della baia mentre un cielo amaranto illuminava i contorni di Federal Hill. Matt aveva aperto una ventiquattrore e come un prestigiatore aveva tirato fuori una serie di fogli pieni di lettere e numeri. «Oggi ti faccio diventare ricca» le aveva detto, «ti darò un assegno di diciottomila dollari, tutti per te, devi solo affidare i tuoi investimenti alla ditta per cui lavoro».

Il cameriere aveva portato un semifreddo di cioccolato e lamponi. Matt lo aveva assaggiato e aveva cominciato a ridere di nuovo mentre le passava il piatto. Rose aveva afferrato la forchetta e stava per tagliare un lembo di semifreddo, ma Matt aveva spostato il piattino e continuando a ridere, «prima finiamo i compiti» l’aveva redarguita passandole la risma di fogli tutti uguali. Rose aveva cominciato a firmare, un foglio alla volta, mentre Matt le firmava l’assegno da diciottomila dollari; c’erano così tanti fogli che a Rose faceva male la mano. Il cielo alla loro destra era un impasto di colori che andavano dalla malva fino a sfumare nel rosso di Persia, riccioli di nubi simili a batuffoli di cotone galleggiando nel cielo a ridosso della baia assorbivano i colori rifulgendo di porpora e d’oro.


Il monòtono beep monotòno mi fa sobbalzare. Chiudo il file e mi accorgo che sto tremando con un nodo che mi chiude la gola; anche Ms. Stewart se ne accorge, ma non cerca di consolarmi. «Ti senti meglio adesso che sai perché Sam e la madre si sono trasferiti in North Carolina e vivono in un motel? Tra le altre cose può darsi che tra due mesi o tre scenderanno in Georgia da alcuni cugini, e poi chissà…»

«La felicità consiste nell’ignoranza del vero» bisbiglio con un nodo di rabbia e amore che mi toglie il respiro.

Si stima che almeno 4.900 bambini del Maryland sono stati avvelenati dal piombo negli ultimi dieci anni, il loro cervello è stato esposto a un contaminante che causa problemi di appren dimento e comportamentali duraturi. Probabilmente ci sono più vittime, perché non tutti i bambini vengono testati. Access Funding fa parte di un settore che lucra sui poveri e i disabili, e Baltimora negli anni è diventata un facile bersaglio. Decine di adolescenti e ragazzi insufficienti mentali poco più che maggiorenni hanno venduto i propri indennizzi per poche decine di migliaia di dollari, e ora sono senza tetto. È qui che le corpora tion finanziarie tappezzano i quartieri più poveri di pubblicità ingannevoli, alla ricerca di un tipo di abitante potenzialmente redditizio, le cui storie di miseria ricordano molto da vicino quel la di Rose. Leopardi nello Zibaldone sosteneva che non può esserci al cuna felicità senza verità, in quanto nessuno potrebbe essere genuinamente felice di qualcosa che è palesemente falso. Eppure, concludeva, le persone più felici sono quelle che ignorano il vero.

Un tè a Persepoli

Un vento artico spazza il controviale davanti casa facendo oscillare i rami spogli mentre un cielo striato di giallo promette l’ennesimo giorno freddo e assonnato.

Siamo a metà dicembre, tra una settimana sarà Natale ma se fosse ottobre o gennaio cambierebbe ben poco. Nel complesso il quartiere si adagia stanco tra le pieghe di un fine anno che ha il retrogusto di una noce guasta che rilascia un morso alla volta un sapore amaro in bocca.

La maggior parte dei vicini ha addobbato le case con luci natalizie, fantasmi di un ottimismo che fu. Qualcuno, in un eccesso di speranza ha anche tirato fuori dai solai forme gonfiabili di babbi natali sorridenti e pupazzi e renne, per dire che mai come quest’anno l’importante è partecipare. Nel complesso si ha come l’impressione che questo Natale sia più un fastidio che una gioia, un po’ come la visita di chi si presenta alla porta quando l’unica cosa che si vorrebbe fare è sorseggiare un tè caldo fissando la tele.

Nel frattempo, la classe nei quadratini di zoom traduce le vicissitudini di Titiro e Melibeo, due pastori arcadi segnati da destini contrapposti. Il primo, all’ombra di un faggio si gode la sicurezza di un tetto sicuro, il secondo, sacco in spalla, è costretto all’esilio da un destino ingrato. Certo che questo Titiro è un ass kisser, digita Eunice nella chat di Zoom. Sorseggio un po’ di caffè ormai tiepido, poi torno a fissare lo schermo sfoggiando uno sguardo istituzionale, indignato, sorpreso, forse anche deluso, alla et tu, Eunice? Eunice avvampa e inarca le spalle e piega il collo come se cercasse di far sparire la testa tra le scapole. «Mi scusi Mr. D, era solo una battuta per Sam, non volevo inviarlo a tutti».

La battuta di Eunice rimane il punto più alto della lezione.

Tityrus, you, reclining under the cover of a spreading beech-tree, practise the woodland muse with a slender pipe…

Al termine della lezione, quando ormai tutti gli studenti si sono disconnessi, Soraya digita nella chat: Mr. D posso parlarle un attimo? Alla mia sinistra poche macchine passano lungo la strada, un sole impacciato scintilla sui vetri del soggiorno.

«Naturalmente» dico, anche se tra due minuti ho un consiglio di classe straordinario.

«Mr. D, io… io non sto bene» dice Soraya quando rimaniamo virtualmente soli.

L’ha toccata piano, penso tra me e me, maledicendo il mio mestiere, il consiglio di classe straordinario, la pandemia, la noia, Virgilio, Titiro e Melibeo.

«E come mai?» chiedo per guadagnare tempo.

«Sono sopraffatta, ansiosa e triste. Tutto è così difficile e mi sento come se stessi per esplodere. Non so con chi altro parlare, quindi ho pensato che magari avrei potuto parlarne con lei».

Ho poche certezze in questo momento e a pensarci bene sono pure scontate, così mi limito a sfoggiare un sorriso di circostanza, non sguaiato ma a modo suo rassicurante.

«Piango molto ultimamente. Non sono sicura di cosa fare e non so se lei può aiutarmi, ma poi ho pensato che magari lei… magari poteva darmi un consiglio».

Vorrei dirle che all’università mica ci hanno insegnato elementi di pandemia e depressione comparata e se per questo neppure istituzioni di didattica a distanza, ma mi rifugio nuovamente in un sorriso incoraggiante, che sembra quasi dire: vai avanti. «Normalmente non mi sento così. Non sono sicura che sia solo stress»

Allungo la mano verso la tazza e bevo l’ultimo sorso di caffè senza dire una parola.

«Spero solo che questa sensazione svanisca perché sento che mi sta mangiando viva. Non riesco a dormire a sufficienza, sono sempre stanca. Mi scusi se le dico queste cose, solo che…» e poi scoppia a piangere.

La lascio piangere a distanza; perché dal suo quadratino non posso neanche abbracciarla, perché da quel quadratino lontano le sue lacrime virtuali fanno meno male, perché quelle lacrime a distanza non hanno odore, perché dall’inizio di questo nuovo anno scolastico è già il terzo burnout a cui assisto. Soraya tira su con il naso, mi fissa sperduta, forse anche imbarazzata.

«Soraya, ti andrebbe di offrirmi un tè?» le chiedo fissando lo schermo con rinnovata energia.

Soraya mi guarda confusa, gli occhi neri e lucidi riflettono nuvole bianche e altipiani in lontananza; alle loro spalle c’è una strada affollata e un mercato blu di Persia.

«Uno per me e uno per te, magari con un po’ di chiodi di garofano e zenzero se non ti dispiace».

Soraya si asciuga le lacrime senza dire nulla, ora sembra confusa, di sicuro distratta.

«Il tè di Persia» le suggerisco con fare convinto.

Soraya adesso sorride, si volta e sparisce oltre la telecamera. Quando torna stringe una tazza fumante. Allungo la mano verso il monitor, poi faccio come per afferrarla, mi giro di scatto e con un movimento da prestigiatore afferro rapidamente la mia tazza di caffè.

«Proprio come me lo immaginavo» sussurro fissando la mia tazza di caffè vuota. «È molto forte e speziato, profuma di zenzero e chiodi di garofano» aggiungo.

Un cielo tappezzato di nuvole bianche ci tiene compagnia accarezzando gli altipiani in lontananza. Io e Soraya sorseggiamo i nostri tè assorti nei nostri pensieri.

Quando finiamo l’ultimo sorso tutto sembra avere più senso, anche il quartiere fuori dalla finestra con le auto allineate lungo il viale e i loro proprietari chiusi in casa a lavorare da remoto. Soraya abbozza un sorriso che sa di buono, di zenzero, latte e menta: «Ora devo andare» sussurra con voce colpevole. «Matematica» si giustifica. Quando mi collego al consiglio di classe virtuale, siamo ormai ai saluti. «Mr. D, ma dove ti eri cacciato?» mi domanda il preside mentre compila la nota di ritardo.

«A Persepoli» dico con voce decisa continuando a fissare il cielo azzurro che sferza gli altipiani.

«Mi andava un tè»


Un labirinto di guai ed emozioni (Teseo e il Minotauro)

⚠️ WARNING:
Questo mito contiene un labirinto di emozioni, tradimenti e cliffhanger che farebbero impallidire persino gli sceneggiatori di Hunger Games (ah no, loro sono già impalliditi). Inoltre potreste trovarvi a tifare per l’eroe, salvo poi volerlo mandare talmente a fun-cool da finire per simpatizzare addirittura col Minotauro per crudeltà contro gli animali.

Siete ancora qui? Bene, preparatevi, perché…

📜 DISCLAIMER:
Pensate che Hunger Games sia una figata? Allora non avete mai navigato le acque torbide del mito di Teseo e Arianna. Una storia di amori impossibili, inganni e scelte che vi farà rivalutare anche il vostro peggior ex. 😎

Mi spiego?

Mi spiego…

Parte I: La casa dei mostri (e altre storie familiari)

Tutto inizia a Creta, dove il re Minosse governa l’isola con pugno di ferro, sguardo di ghiaccio e un’estetica degna di un boss mafioso in un film di Scorsese. Minosse però ha un piccolo problema d’immagine: un Minotauro. No, non è il nome di un influencer o di un nuovo ristorante alla moda, ma una specie di animale domestico, tipo un essere metà uomo e metà toro. Una creatura che vive in un labirinto costruito dall’architetto Dedalo, che potrebbe anche aver vinto un Emmy per la scenografia più inquietante dell’antichità, ma questo è un topic perfetto per un altro post.

E il Minotauro arriva da… Okay, ora questo come lo spiego? Okay, ci provo… Minosse, diciamolo, non era sto granché come amante, e sua moglie Pasifae, giustamente delusa, decide di consolarsi con… un toro. Va detto a sua discolpa che non era un toro qualunque, sia chiaro, ma un toro spettacolare, roba che nemmeno nei sogni più sfrenati di un allevatore, infatti era stato mandato direttamente da Poseidone.

Pasifae, però, ha un piccolo problema: come si fa a conquistare un toro? No, perché i tori, a quanto pare, hanno gusti più raffinati degli umani, e Pasifae senza travestimenti non era proprio il suo tipo. Per risolverlo, si rivolge a Dedalo (quello del labirinto, sempre lui), che si dimostra fin troppo disponibile e le costruisce un costume da mucca.

E quindi sì, succede quello che non riesco davvero a raccontare, allora per descriverlo prendo in prestito un verso di De André: “Quello che avvenne tra l’erba alta / Non posso dirlo per intero / Ma lo spettacolo fu avvincente / E la ‘suspense’ ci fu davvero.”

Da questa unione sui generis, nascerà Asterione, meglio noto come il Minotauro: metà uomo, metà toro, e completamente terrificante. Forza bruta? Ce l’ha. Intelligenza? Anche. Crudeltà? Abbondante. Insomma, uno stallone affamato… e no, non stiamo parlando solo di cibo.

Come sempre, per eventuali critiche, domande o complaint, rivolgetevi direttamente agli autori del mito. Io mi limito a raccontare i fatti.

Ora Minosse si ritrova con questo “animalone domestico” che, tra l’altro, mangia come un pozzo senza fondo. E non è che puoi andare al Conad di Creta a prendere la pappa per tori. Così, per placare la fame del mostro, Minosse, da bravo boss del Mediterraneo, costringe la città di Atene a inviare ogni anno sette ragazzi e sette ragazze come sacrificio. Tipo quelle persone che si comprano un serpente come pet e poi lo nutrono con topolini vivi: ecco, una roba del genere, ma in versione epica.

E visto che per il Minotauro una cuccia sarebbe un tantino stretta, Minosse si fa costruire da Dedalo un labirinto. Non solo è spazioso, ma ha anche il vantaggio di funzionare come gabbia. Così quella cosa non scappa… perché, diciamocelo, non si sa mai.

Ora, i quattordici giovani ateniesi scelti a sorte per diventare “pappa per tori” ogni anno, non è che la prendono proprio benissimo. Ed è qui che entra in scena Teseo, il principe di Atene, che decide di ribaltare il tavolo e fare l’eroe. Teseo, diciamolo, non è proprio un tipo da clausura: vita mondana, flirt a non finire e serate lunghe fino all’alba. Peccato che abbia un padre ansiogeno, il buon Egeo, che lo aspetta ogni notte sul divano, con lo sguardo fisso sul cellulare, in attesa di un WhatsApp o almeno chessò… un “visualizzato” per potersi calmare.

Quando Teseo gli annuncia che si è iscritto volontariamente alla spedizione “bocconcini per tori,” promettendo che tornerà da vincitore, Egeo non la prende per niente bene. Scena madre: piange, si dispera, urla “Figlio mio, no, figlio mio!” e riesce a strappargli una promessa: quando partirà, dovrà veleggiare con una vela nera, simbolo del sacrificio. Ma, se tornerà vivo, dovrà far sostituire la vela nera con una bianca, per segnalare il successo della missione. Va da sé che, ma che ve lo dico a fare? Se la vela resterà nera, significherà che il nostro amato Teseo sarà diventato l’ennesimo spuntino per il Minotauro.

Parte II: Love is a (deadly) maze

Quando Teseo arriva a Creta, incontra Arianna, la figlia di Minosse. Lei, appena lo vede, viene colpita da una freccia di Cupido (sì, ancora lui, soprannominato Amorino, ma in realtà un sadico travestito da infante indifeso. Che poi quando quel contorto visionario dell’Oracolo di Delfi se ne sta tranquillo, ci pensa lui a fare casino).

Cupido, stavolta, colpisce Arianna con una freccia d’amore così potente che lei va in overdose emotiva. E quando si riprende, decide di aiutare il giovane eroe, tradendo patria, dèi e famiglia. Hey, wait a minuteMedea! Sì, ma con meno sangue. Per ora…

Arianna consegna a Teseo un gomitolo di filo, il primo esempio di tecnologia smart per non perdersi (molto prima del GPS). Lui scende nel labirinto, affronta il Minotauro in un combattimento epico e… lo uccide.

Tutto molto drammatico: urla, sangue e una colonna sonora immaginaria che alterna la Quinta di Beethoven ai Metallica, degna di uno splatter movie anni Novanta. Poi Teseo segue il filo di Arianna e, voilà, esce dal labirinto tra gli applausi degli altri to-be-almost-bocconcini Findus ateniesi…


Parte III: Fuga, amore e… ghosting

Con il Minotauro stecchito e il labirinto conquistato, Teseo e Arianna fuggono insieme. Lei, già in modalità ‘sogno ad occhi aperti’, si immagina una vita da favola con l’eroe: una villa con vista sull’Egeo, cene romantiche al tramonto… insomma, il pacchetto completo. Dopotutto, parliamo pur sempre di un principe, no?

Peccato che Teseo abbia altri piani. Da navigato sciupafemmine e abbonato ai dating app, (su Tinder è Platinum Member), durante il viaggio di ritorno guarda Arianna, ma nella sua testa è già ad Atene, tra applausi, conquiste e flirt a pioggia. Ora è bello, ricco, famoso e, diciamocelo, se la tira pure. Ma Arianna, con quegli occhi da cerbiatta, è un problema. Come liberarsi di questa scassacaxxo senza fare troppa fatica?

Semplice! Durante una sosta all’autogrill mitologico sull’isola di Nasso, aspetta che lei si addormenti e… la molla lì. Enea? Un dilettante al confronto! Questo non è ghosting, è il livello “ti lascio in mezzo al nulla senza neanche un vocale su WhatsApp.” Sottotitolo: come passare da eroe epico a stronzo patentato nel giro di cinque minuti, ma pazienza.

Arianna si sveglia sola e disperata. Ma tranquilli, la sua storia non finisce qui. Viene trovata da Dioniso, il dio del vino e delle feste da paura. Lui, con la saggezza di chi conosce bene le delusioni amorose, le offre una soluzione semplice ed efficace: bere per dimenticare.

E così Arianna si lancia in un happy hour che… ma che ve lo dico a fare, epico: drink dopo drink, balla, canta, salta… e da ragazza abbandonata si trasforma nell’anima della festa. Dioniso, colpito da tanta energia (e, diciamolo, con già qualche bicchiere di troppo pure lui), si innamora di lei e, per non farle mancare niente, la trasforma in una dea.

Morale della favola: Arianna passa da “scaricata in autogrill” a Regina del Celebrità (per dettagli, chiedere a Max Pezzali).


Parte IV: Karma è una dea molto creativa

Teseo, nel suo entusiasmo da vincitore e, finalmente, senza Arianna tra le palle, è talmente preso a sfogliare i profili di Tinder nella stiva che… caxxo, mica si dimentica di cambiare le vele nere con quelle bianche?

Neanche a dirlo, nel frattempo il vecchio padre, Egeo, si è praticamente accampato sulla cima di uno scoglio altissimo con una sdraio anni Settanta a righe sbiadite, una coperta di flanella che puzza di naftalina, da cui scruta il mare ogni giorno con un binocolo Zeiss. Avrà mandato duemila messaggi su WhatsApp, ma Teseo manco visualizza: vede di sottecchi le notifiche, fa spallucce e pensa: “Madò che stress fammi rispondere”, ma puntualmente vede una nuova gnocca di sfuggita sulla app, e nel metterle un like puntualmente si dimentica di rispodere al padre.

Intanto, a forza di tisane e camomille, Egeo cerca di mantenere la calma, ma, quando vede comparire le vele nere, perde completamente la testa. In preda al dolore, si lancia in mare, convinto che il suo amato figlio sia diventato pappa per tori. Quel mare, traboccante di tragedia e lacrime, verrà chiamato Mare Egeo (consolazione del caxxo, pensiero personale).

E Teseo? Tornato ad Atene come re, scopre che la vittoria contro il Minotauro non gli basta per essere felice. Si ritrova a governare un regno segnato da lutti, matrimoni falliti (chiedere a Fedra, anzi no, a Vittorio Alfieri.) e una reputazione sempre più traballante. Tra scelte sbagliate, investimenti disastrosi e tradimenti vari, alla fine viene esiliato dai suoi stessi sudditi.

La fine? Triste e anonima. Teseo muore in circostanze misteriose, cadendo (si dice spinto) da una scogliera sull’isola di Sciro. Pare che, cadendo dalla scogliera, abbia sentito in lontananza una musica ovattata…

How does it feel,

how does it feel?

To be without a home

like a complete unknown,

like a rolling stone.


Considerazioni finali:

  • L’animale della storia non era il toro…
  • Se Teseo avesse usato una caxxo di notifica nel calendario per segnare le vele, forse le cose sarebbero andate diversamente.
  • Se non l’avevate capito leggendo i miei post, sono un umile servitore di Dioniso.
  • Pare che cadendo dalla scogliera Teseo abbia gridato la celebre frase: “Mannaggia a Clitemnestraaaaaa!”
  • Chi ha spinto Teseo ancora non si sa, ma ci piace pensare al fantasma di Egeo, o di Bob Dylan o di entrambi.

Bibliografia (prendiamo ci sul serio)

Ovidio, Le Metamorfosi, Einaudi, 2018.

Seneca, Fedra, Marsilio, 2013.

Robert Graves, I miti greci, Longanesi, 2018.

Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini, Einaudi, 2001.