Perseo: Prima che gli Avengers fossero cool

📜 DISCLAIMER: Pensate che gli eroi Marvel siano il top? Non conoscete Perseo. Questa storia è oltre: mostri sconfitti con stile, regnanti capricciosi con zero empatia e, ovviamente, un discreto utilizzo di strumenti affilati che farebbero arrossire persino un certo Wolverine. Se siete fan delle favole Disney, sappiate che qui le principesse non cantano… e se lo facessero, sarebbe più un “Frozen in time” che un “Let it Go.”

Mi spiego?


Mi spiego.

Parte I: Acrisio e l’oracolo

Per farla breve, Acrisio re di Argo, ha la malaugurata idea di consultare l’oracolo. Ora, chi ha anche solo sfogliato il sussidiario delle medie invece di guardare TikTok mentre la prof spiegava sa bene che l’oracolo è l’ultima entità con cui conviene avere a che fare: tanto vale aprire una spam email che ti promette milioni di dollari ereditati da un lontano parente neozelandese, basta che tu fornisca il tuo IBAN e, già che ci sei, pure l’indirizzo di casa e il C.F..

L’oracolo, un morboso bipolare che gode come un riccio a dare brutte notizie, sorride sornione:
“Ho una notizia buona e una cattiva.”
“Sarebbe a dire?”
“Tua figlia una sera andrà a letto e resterà incinta e non saprà nemmeno dirti chi è stato.”
Acrisio si stropiccia gli occhi: “E quella buona?”
“È questa. Quella cattiva è che il bambino… tuo nipotino… beh, ti farà fuori.”

Panico.

Acrisio, dopo aver pensato “Sì, ma che c**o ho fatto di male?” cerca di correre ai ripari. Le cinture di castità non sono ancora un’invenzione e Camelot è troppo lontana, così l’unica idea logica gli viene dopo aver visto La maschera di ferro in televisione: certo! Rinchiudere Danae in una torre… di bronzo. Tanto, chi può mai raggiungerla lì dentro? Problema risolto!

Ma Zeus, che ha la fedina penale mitologica lunga un chilometro ed è pure bipolare, decide che “no” non è un concetto scolpito nella pietra, né nel bronzo. Con la delicatezza di un produttore di rom-com, si trasforma in una pioggia d’oro e, sulle note di Purple Rain, boom! Mette Danae incinta.

Non vogliamo neanche immaginare la gravidanza di Danae, con Acrisio che ogni volta che la vede sbianca, si tocca con discrezione facendo gesti apotropaici e pensa continuamente: “Ma mo’ che caxxo faccio…” Comunque, alla fine nasce Perseo, e Acrisio, che nel frattempo ha realizzato che l’ora di epica alle medie poteva effettivamente servire a qualcosa, prende madre e figlio e li sbatte via mare in una cassa di legno che sembra rubata dal set di un survival movie. Problema risolto…

Parte II: Perseo, le vecchie con un occhio solo e il primo incarico (non pagato)

Danae e Perseo approdano a Serifos, dove vengono accolti da Polidette, un re sporcaccione con un’ossessione per Danae… insomma, un vecchio stalker. Le avances insistenti del re si scontrano con Perseo, che oltre a essere un mammone iperprotettivo è anche diventato un giovane con addominali scolpiti e uno sguardo che urla: “toccala e t’ammazzo”

Polidette, esasperato dalla presenza di questo vigilante a tempo pieno, decide di risolvere il problema in modo “creativo”: propone a Perseo una missione suicida per recuperare la testa di Medusa. Ma non si limita a chiedere educatamente; usa la carta della provocazione. Con tono mellifluo, Polidette insinua che Perseo, pur essendo forte e un eroe, potrebbe non essere all’altezza di portargli la testa di Medusa, una sfida forse troppo grande persino per lui.

E lì scatta qualcosa in Perseo. È come quando Marty McFly sente qualcuno dargli del codardo in Ritorno al Futuro: quel momento in cui lo sguardo si accende e sente il “A me nessuno dice che non posso farcela!” rimbombare nell’aria.

Polidette non finisce neanche la frase, che Perseo è già in viaggio, armato di entusiasmo, adrenalina e orgoglio. Il problema? Il suo curriculum da eroe è praticamente vuoto. Fortuna che Atena e Hermes decidono di fargli da coach. Gli forniscono un kit degno di un eroe greco: sandali alati, un elmo dell’invisibilità, uno scudo riflettente e una sacca per teste mozzate. Ma c’è un problema: nessuno sa dove si trovi la tana della Medusa.

Ora… Medusa meriterebbe un post tutto suo, perché tra le sfigate della mitologia è nella top ten. Era una ragazza bellissima, ma la sua bellezza si rivela una condanna. Poseidone, che poi è fratello di Zeus e i vizi corrono in famiglia, la violenta nel tempio di Atena. E Atena? Questa dea meriterebbe un post a parte pure lei, perché, ragazzi, ha un caratterino che te lo raccomando… Quindi, che certe cose accadano nel suo tempio, non se ne parla neanche, e fin qui tutto bene. Il problema è che invece di prendersela con Poseidone, punisce Medusa, trasformandola in un mostro con serpenti al posto dei capelli e uno sguardo che pietrifica. (Ehm, non in senso figurato: proprio che se fai eye contact diventi una statua).

Sul dizionario, alla voce “sfiga,” potrebbero tranquillamente mettere la sua foto con la dicitura: cornuta e mazziata. E ora arriva pure Perseo, che vuole farsi bello (non ai suoi occhi) deciso a portarle via anche l’ultima cosa che le resta: la testa.

Perseo, per trovare Medusa, si rivolge al trio più inquietante della mitologia: le Graie, tre vecchiette che condividono un solo occhio e un solo dente. (Come direbbero gli americani, don’t shoot the messenger: io riporto i fatti, quali pusher avessero i greci non lo so).

Durante uno dei loro “passaggi” dell’occhio, Perseo, con un mix di astuzia e tempismo, lo ruba al volo.
“Ridacci l’occhio!” strillano le vecchie.
“Occhio per occhio, dente per dente, parlate, o non vi ridò più niente!”

E con questa minaccia in rima, le Graie cedono e danno a Perseo le indicazioni. Con i gadget in mano e l’occhio restituito, Perseo si dirige verso la tana di Medusa.

Grazie allo scudo riflettente, evita il suo sguardo pietrificante e la decapita con un colpo perfetto. E, come se non bastasse, dal suo sangue nascono Pegaso, il cavallo alato, e Crisaore una specie di omino Michelin. (Anche qui… io mi limito a raccontare i fatti, sul tipo di droga dei greci chiedete a Medea o a Circe). Perseo, senza perdere tempo con le presentazioni, prende la testa e vola via, lasciandosi dietro un dramma mitologico degno di una serie TV.

Atto III: Salvataggi, matrimoni e un finale… rocambolesco

Sulla via del ritorno, Perseo incontra Andromeda, una principessa legata a una roccia e offerta in sacrificio a un mostro marino. Marvel, prendi nota. Ovviamente, non può resistere a fare l’eroe. Con una combinazione spettacolare di testa di Medusa e spada, uccide il mostro, libera Andromeda e la porta con sé come premio. Un matrimonio è praticamente assicurato. Spider-Man, Superman, Batman: inchinatevi.

Tornato a Serifos, Perseo trova Polidette che complotta ancora contro sua madre Danae. Stanco di tutta questa tossicità, sfodera la testa di Medusa e trasforma Polidette e i suoi cortigiani in statue – ottime per decorare il palazzo, tipo i sette nani da giardino.

Infine, ormai gonfio di ormoni e famoso sui social, parte per un tour atletico, dove finalmente è riconosciuto come star da milioni di follower. Tutti vogliono vederlo, e i palazzetti, quando si esibisce, sono sempre sold out.

Durante l’ennesima esibizione del lancio del disco, Perseo – che di norma non sbaglia mai un tiro – si lascia sfuggire il disco a causa delle mani scivolose. Il disco vola nello stadio e, tra migliaia di spettatori… ne colpisce uno a caso.

 Beh, proprio a caso mica tanto: infatti è Acrisio, il nonno. Che muore sul colpo.

A Delfi, manco a dirlo, l’oracolo sembra quel meme di DiCaprio che ride sornione con il bicchierino in mano.

Considerazioni

  1. Certo, Acrisio, non dico una zattera, ma almeno un canotto poteva anche darglielo alla figlia e al nipote. (Vabbè, la verità è che voleva che morissero… nel caso non l’aveste capito.)
  2. E dopo la maglietta #mannaggia a Clitemnestra arriverà anche quella dell’oracolo di Delfi :Vuoi un consiglio? Non chiedermelo. #Sapevatelo (con meme Dicaprio)
  3. L’epica ti salva la vita.
  4. Il Ballo del mattone pare sia un omaggio a Medea.
  5. Se avete amici che dicono di volere un fisico statuario, sapete da chi mandarli.

Travolti da un insolito destino nell’epico golfo di Corinto (Medea)

WARNING: Questa tragedia contiene scene violente e atti psicopatici che potrebbero far impallidire anche il più spietato dei villain moderni. Potreste addirittura accarezzare l’idea di disdire l’abbonamento alla vostra piattaforma streaming preferita, e magari chiedere un rimborso.

Siete ancora qui? Bene, allora visto che va di moda…

📜 DISCLAIMER: Pensate che Attrazione fatale, Revenge, The Others, Gone Girl o The Handmaid’s Tale rappresentino il massimo in fatto di vendetta e dramma? Allora non avete mai incontrato Medea. Se a scuola non ve l’hanno spiegata o fatta leggere, vi siete persi la versione originale e senza filtri del thriller psicologico. 😎

Mi spiego?

Mi spiego.

Atto I: Giasone e i reality show

Tutto inizia a Colchide, terra natale di Medea, figlia del re Eeta e nipote della maga Circe. Un luogo che potremmo immaginare come una combinazione tra il laboratorio di Breaking Bad e un deposito clandestino di sostanze stupefacenti degno del set di Gomorra. Medea cresce circondata da incantesimi e pozioni, sotto la guida di zia Circe, che si occupa amorevolmente di tramandarle i segreti della magia prima di trasferirsi in Italia per aprire un business di suinicoltura (per info chiedere a Ulisse).

Tra traffici oscuri e sortilegi, la vita di Medea scorre anche felice (si fa per dire) fino all’arrivo di Giasone, un morto di fama, influencer in cerca di contenuti per accrescere il proprio seguito. Con lui c’è il suo equipaggio di muscolosi avventurieri, una squadra di bodybuilder oliati noti come Argonauti.

Il loro obiettivo? Rubare il Vello d’Oro, una sorta di verified badge ante litteram, simbolo di prestigio e potere, capace di trasformare chiunque lo possieda in una leggenda virale. Tipo qualcosa che brilla più di un anello Cartier in un unboxing su TikTok o che genera più hype di una collab tra due star da milioni di follower. Insomma, il Vello d’Oro è il top trending topic del mondo antico: tutti lo vogliono, ma solo chi è disposto a rischiare può averlo.

E qui scatta il dramma (o l’imbroglio, a seconda dei punti di vista): Cupido, soprannominato Amorino ma in realtà uno psicopatico travestito da infante indifeso, colpisce Medea con una freccia d’amore così potente che lei prima va in OD emotiva. Poi si riprende e tradisce dèi, patria e famiglia tutto in una volta sola per aiutare Giasone.

Tra pozioni magiche e strategie da manuale di sopravvivenza estrema, Medea lo guida attraverso sfide impossibili che sembrano uscite da un mix tra Squid Game e The hunger games:

1. Domare tori sputafuoco.

2. Seminare denti di drago da cui spuntano guerrieri armati

3. Addormentare il drago che custodisce il Vello, un’impresa più facile a dirsi che a farsi.

Insomma, con più meriti di Medea che propri (va detto), Giasone riesce a prendere il Vello e a scappare con lei, lasciandosi alle spalle un bel mucchio di stories, followers, sponsor e… cadaveri. Tra questi anche il fratello di Medea, smembrato in uno stile che ricorda i film splatter anni Novanta, ma tant’è: dettagli trascurabili in nome dell’amore e del successo (anzi, facciamo solo del successo).

Coro dell’Atto I: Ad maiora, ‘server’, o qualcosa del genere.

Atto II: L’amore è cieco… (ma non ditelo a Tiresia)

Giasone e Medea arrivano a Corinto, una città famosa per… niente, almeno fino al loro arrivo. Si portano dietro una scia di scandali che trasforma la città in un’anticipazione di un reality show: ogni pettegolezzo viene amplificato, ogni litigio diventa una tragedia epica, e ogni gesto di Medea finisce sui rotoli di pergamena.

Forse è per questo che, secoli dopo, Corinto sarà ricordata non solo per loro, ma anche per le lettere di San Paolo (Lettere ai Corinzi), a cui gli abitanti, probabilmente ancora scossi dai drammi del passato, risponderanno con un elegante ghosting.

Ma andiamo con ordine. Tutto succede perché Medea viene sputtanata (scusate il francesismo, ma non trovo altro modo per spiegarlo) da Giasone. Lei gli ha dato tutto: dèi, patria, famiglia – ci ha fatto pure i figli – e lui, da influencer ante litteram, fiuta l’opportunità di visibilità e la scarica per sposare Glauce, figlia del re Creonte. Vuoi mettere? Matrimonio regale, eventi di lusso, copertine garantite sui rotoli di pergamena dell’epoca: altro che royal wedding a Windsor. Upgrade sociale e tanti saluti alla ex maga con evidenti problemi di rage control.

Medea, invece di optare per una sana terapia psicoanalitica o rivolgersi a un avvocato divorzista, decide che sarà vendetta. Prima manda a Glauce un abito da sposa… che è una vera fiamma (letteralmente intendo), trasformando il matrimonio in un rogo. Poi elimina pure il di lei padre Creonte, tanto per non lasciare nulla al caso.

Coro dell’Atto II: L’amore di Medea era un fuoco di passione

Atto III: Quando l’amore diventa tragedia

Medea, consumata dal dolore e dalla follia, compie l’atto più estremo: uccide i suoi stessi figli, nati dall’unione con Giasone. Non per odio, ma per infliggere al marito una sofferenza insopportabile, colpendolo al cuore.

Le televisioni di tutta la Grecia si riversano a Corinto: parabole puntate, talk show accesi e speciali di approfondimento che analizzano ogni dettaglio. E Medea, da celebrity qual è, sul più bello, sale su un carro volante trainato da draghi e fugge via, lasciando dietro di sé migliaia di hashtag, visualizzazioni e, soprattutto, Giasone.

Sì proprio lui… Giasone… Che, dopo aver perso tutto — il Vello, i figli, Medea, la faccia — si ritrova a fare i conti con la vita grigia di un’ex celebrity. Non più protagonista delle stories, ridotto a poche comparse, è ormai un tizio dimenticato dall’algoritmo.

Nel disperato tentativo di riacchiappare followers, decide di registrare un video davanti alla Argo, la sua vecchia nave, ormai arrugginita come i suoi sogni. Ma, durante le riprese, la nave si spezza e lo schiaccia.

Che dire… un fail virale perfetto: “Quando il karma colpisce.”

Il Coro dell’Atto III: Travolti da un insolito destino nell’epico golfo di Corinto.

Considerazioni finali

1. Eh niente, mi sa che Giasone fa rima con… A)occasione… Bdecisione… C)illusione.

2. Se Giasone avesse conosciuto Medea su Tinder, e avesse letto le recensioni, forse questa storia non sarebbe mai nata.

3. Qualcosa mi dice che Giasone Kill Bill non l’ha mai visto…

4. I maialini di zia Circe ringraziano: poteva andare molto, ma molto peggio, vedi Medea.

5. Se ti sei emozionato o hai lanciato indignato il tablet, lo smartphone il pc contro il muro… beh, il merito (o la colpa) è dei prof di lettere che l’hanno saputa spiegare per davvero.

[Eschilo]:

Hai davvero riscritto Medea così? Il Vello è tipo il verified badge dell’antichità, e gli Argonauti? Una crew di bodybuilder oliati, pronti a tutto per l’hype. 😤

#ClassiciMassacrati

[excathedra20]:

Relax, Eschi, nn fare il boomer. Ho solo aggiunto un tocco moderno. Medea nn è più una maga, è una queen del revenge drama. Ammettilo ke spacca. 😉

#MitologiaTrendsetter

[Eschilo]:

Spacca qlcs sì… tipo la dignità dei miti greci. Dimmi almeno ke hai risparmiato il coro!

#noilcorono

[excathedra20]:

Certo ke sì… beh + o -” 😏

#modernizziamo

[Sofocle]:

Eh?? In che senso?

#unsaccobello

[excathedra20]:

… ora fanno podcast: “Tragedia in diretta, live da Corinto.Live streaming, Sof. Tipo Spotify, ma tragico. Ah btw, lo sai ke Medea è tornata virale? Top trending ovunque.

#MitologiaCheSpacca

[Sofocle]:

Virale? Cioè, come la peste di Atene? Almeno lì era colpa degli dèi, nn dei tuoi post cringe.

#pandemiasociale

[excathedra20]:

Dai, Sof, nn fare il dramamtico. È cultura pop! Medea parla ai giovani, altro ke peste. Poi vuoi mettere il carro volante? Draghi + hype garantito. 😎

#MitologiaReloaded

[Sofocle]:

Spero ke abbiano le mascherine, visto ke siamo già al secondo contagio. Bravo, proprio una tragedia su tragedia.

#MitologiaInfetta

[excathedra20]:

Ammettilo, ti diverte. Dai, “Ad maiora, server.” Scommetto che lo metti pure tu nei tuoi finali, vero? 😏

#cringeepico

[Sofocle]:

Ma quello è latino! La lingua dei parvenu… Certo ke sei proprio un Giasone… e nn è un complimento. 🙄

#LatinoDaBarbari#MitologiaInCrisis

[excathedra20]:

Lol, Eschi, ora GTG.

#buttamale

[Sofocle]:

NOOO pls. Che c’hai ‘n mente?

#ofamostrano

[excathedra20]:

Ti do un hint: a me i comics Marvel fanno impazzire, e in fondo… uno ke ha uno scudo a specchio, diventa invisibile con l’elmo, vola coi sandali alati e salva principesse incatenate ai mostri marini… cioè, nn è PERFETTO x una serie Marvel? Magari con un cameo di Zeus! 😎

#perseomarameo

[Sofocle]:

KLMFUM:

#acronimicriptici

[excathedra20]:

qst. volta non ho afferreto

#vieniavanticretino

[Sofocle]:

Ke Le Muse ti Facciano un Upgrade Mentale

#MitologiaMassacrata#greciainlutto

Ora le cose serie

  • Euripide, Medea, trad. Guido Paduano, Garzanti, Milano, 2014Seneca,
  • Medea, a cura di Giuseppe Farronato, BUR Rizzoli, Milano, 1996
  • Jean-Pierre Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini, Feltrinelli, Milano, 2001
  • Giovanni Cerri, Il mito di Medea: maschere e memorie di una tragedia, Sellerio Editore, Palermo, 2011

Si fa presto a dire complesso di Edipo

Comunque, si fa presto a dire hai il complesso di Edipo eh… ma in fondo, la sua unica colpa è quella di aver voluto… vederci chiaro. 😎

Mi spiego?

Mi spiego…

Tutto inizia con Laio e Giocasta, re e regina di Tebe. Laio, dopo aver ricevuto una profezia in stile Black Mirror (“Tuo figlio ti ucciderà e poi sposerà tua moglie”), decide che il parenting non fa per lui. Abbandona quindi Edipo sul monte Citerone e già che c’è gli buca pure i piedi, così, giusto per mettere le ‘puntine’ sulle I (da qui il nome Edipo… piedi gonfi, e te credo!).

Peccato che il karma nei miti greci, funzioni come Amazon Prime: prima o poi arriva… Un pastore (sempre sti caxxo di pastori: vedi Romolo e Remo, Paride, Biancaneve…) trova Edipo, lo adotta e lo porta a Corinto, dove cresce come principe erede. Diventa bello, forte e… ipersensibile.

Atto I: Quando il destino ti manda una push notification

Edipo, pieno di dubbi esistenziali, invece di scrollare TikTok o ascoltare la musica Trap come i suoi coetanei, va dall’oracolo per scoprire chi è davvero.

L’oracolo, un morboso bipolare che gode a dare brutte notizie, sorride sornione: “Ho una notizia buona e una cattiva.”

Sarebbe a dire?

“Ucciderai tuo padre.”

Edipo si stropiccia gli occhi: “E quella buona?”

“È questa…Quella cattiva è che andrai a letto con tua madre.”

Panico.

Per evitare il destino, Edipo scappa da Corinto, convinto che i suoi veri genitori siano il re e la regina adottivi. (Spoiler: ovviamente sta correndo nella direzione sbagliata.)

Durante il viaggio, litiga con un vecchio stronzo per una precedenza non rispettata. Prima che possano compilare la constatazione amichevole, Edipo – ancora sconvolto per la rivelazione dell’oracolo – perde il controllo e lo uccide.

E chi era il vecchio? Esatto: Laio, suo padre biologico. E a Delfi, manco a dirlo, l’oracolo sembra quel meme di DiCaprio che ride sornione con il bicchierino in mano.

Prima casella del bingo mitologico: spuntata.

Atto II: Quando il mito diventa soap opera

Arrivato a Tebe, Edipo scopre che la città è sotto scacco della Sfinge, che propone enigmi letali degni di Chi vuol essere milionario (o di un escape room infernale, se preferite). Lui, grazie a una serie di app per allenare la mente tipo Brain Training, risponde correttamente e libera la città.

Come premio, sposa la regina vedova Giocasta. MILF. (O MOM, a seconda…)

E vissero felici e contenti. Almeno fino all’intervallo.

Atto III: Quando i nodi (di famiglia) vengono al pettine

Qualche anno dopo, Tebe è di nuovo in crisi: pestilenze, disastri, problemi ovunque. Gli dèi comunicano che c’è una colpa da espiare. Edipo, che vuole vederci chiaro 😎, si mette a investigare.

Tiresia, il veggente cieco capisce che butta male e sbianca (comunque la sua storia meriterebbe un racconto a parte, anzi, facciamo così… la lascio nei commenti), e gli dice bofonchiando: “Hai ucciso… tuo padre e… ti trombi tua madre.”

Giocasta, alla scoperta della verità, non la prende bene e si suicida. Edipo, per non essere da meno, manda mentalmente a quel paese l’oracolo bipolare di Delfi e poi si acceca con le spille del vestito di lei. (Sempre sul pezzo, il ragazzo.)

Poi parte in esilio, guidato dalle sue figlie Antigone e Ismene (o sorelle… fate voi! Anzi, meglio: facciamo una crasi e chiamiamole figliarelle. Così tagliamo la testa al toro. Ma occhio (anche) con i tori, perché pur sempre di miti greci stiamo parlando 😉). E con il padre che si allontana con le figliarelle al seguito, la storia sfuma. Si lasciano Tebe e i drammi alle spalle… o forse no, perché nei miti greci le storie restano sempre aperte, pronte per un sequel o uno spin-off… che non si sa mai.

Considerazioni finali

1. Il ministro dei trasporti dovrebbe usare questo mito come spot anti-road rage: ‘Arrabbiati al volante e finisci come loro!’

2. Gli oracoli sono sempre spoiler, e pure bipolari.

3. Altro che complesso di Edipo: qui siamo al trauma in 4D con Dolby Surround.

4. MILF: Mitologia Impossibile da Lasciare Fuori.

5. Dopo questo mito mi sa che torno alle cose serie, lo giuro sul matitone rosso e blu, l’Excalibur di ogni professore di latino!

[Sofocle]:

Cmq sei impazzito? Hai riletto quello che hai scritto su Edipo? “Push notification” e “MILF”? 🤦‍♂️

#ClassiciInCrisis

[excathedra20]:

Ahaha dai, nn farne una tragedia adesso 😂

#ProfIronico#mitirivisitati

[Sofocle]:

E poi MILF… che vuol dire esattamente?

[excathedra20]:

“Mitologia Impossibile da Lasciare Fuori”. Te l’ho già detto, basta qst fidati😎

#Mitologia2.0

[Sofocle]:

Scommetto dieci Dracme che non è quello che pensa la gente moderna…

#ciscommettodiecidracme

[excathedra20]:

Ehm… diciamo che meglio nn googlarlo. Concentrati sulla mia versione, è più educativa! Fidati…

#educazionecreativa

[Sofocle]:

Educativa? Mi stai facendo rivalutare la Sfinge… almeno lei era enigmatica, non cringe. 😤

#IlCringeDiTebe

[excathedra20]:

Ahaha “La cringe di Tebe”… dai, ammettilo: “figliarelle” spacca. 👑

#NeologismiEpici

[Sofocle]:

Sì, ma non so se il mio ego o la dignità dei miti greci. 🙄

[excathedra20]:

Sei troppo indietro per capirmi.

#OkBoomerDiAtene

[Sofocle]:

Basta. Ora ti blocco quanteveroZeus.

#InventoreDelDrama

[excathedra20]:

Ok, ma aspetta prima di bloccarmi! Sto riscrivendo Medea. 😉

#ComingSoon#RivisitazioniMitiche

[Sofocle]:

Cosa?! Medea?! Quella è roba di Euripide, lascia stare i miei miti!

[excathedra20]:

Tranquillo, faccio Medea moderna: gaslighting a Giasone e poi lo lascia visualizzato su WA. 😎

#MedeaModernStyle

[Sofocle]:

Ti prego, dimmi che non metti i figli in un gruppo chat prima del finale…

[excathedra20]:

OMG ma lo vedi che sei un genio! “Famiglia Medea” con msg finale: “Uscito dal gruppo”. Mic drop. 😎

#FamigliaInCrisis#MitologiaDarkHumor

[Sofocle]:

Zeus, pls, fulminalo prima che faccia altri danni. TY.

#BastaMitiRivisti

[excathedra20]:

Tranquillo, sono le vacanze invernali: e mannaggia a Clitemnestra sono quasi finite. Qui in USA si torna a scuola il 2 gennaio e questa sì che è una vera tragedia. Poi con buona pace di tutti avrò meno tempo x le mie “capozzate”. 😉

#RitornoAllaNormalità#capozzate

[Sofocle]:

Le tue che?

[excathedra20]:

capozzate un po’ capolavori e un po’ caxxate… ‘na crasi insomma.

#heysembralamerica#insegnarealleombre#excathedra20

[Sofocle]:

Una crisi, vorrai dire. Zeus abbi pietà! Sei un icaro della rete… almeno lui è caduto solo una volta! Tu invece precipiti con ogni post.

#MitologiaSfigurata#PandoraDeiSocial

Ora le cose serie…

Sofocle, Tragedie complete, a cura di Guido Paduano, BUR Rizzoli, 2017.

Jean-Pierre Vernant e Pierre Vidal-Naquet, Mito e tragedia nell’antica Grecia, Einaudi, 2008.

E. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Einaudi, 2018

La guerra di Troia? Colpa di un selfie e di un brunch maledetto

Okay, certe storie sono talmente assurde che non si capisce se siano mitologia o la prima stagione di una serie trash.

Iniziamo con Priamo ed Ecuba, re e regina di Troia. Due che, oltre a gestire la città più prospera del Mediterraneo grazie al Telepass dello stretto (tasse di passaggio per chiunque volesse entrare o uscire dal Mar Nero), si dedicavano al loro hobby preferito: fare figli. Cinquanta. D’altronde, quando c’è la passione, Netflix non esiste e i social neanche, qualcosa bisogna pur fare.

Arriviamo a Paride… Prima ancora che nascesse, Ecuba ebbe un sogno a dir poco inquietante: il neonato si trasformava in un tizzone ardente che riduceva Troia in cenere. Spaventata, corre dall’oracolo. La risposta? Non una via di mezzo tipo “mandalo in collegio,” no. “Kill the baby.”

Priamo ed Ecuba, da bravi genitori moderni ante litteram, non se la sentono di traumatizzare il piccolo con un infanticidio precoce. Optano quindi per la soluzione classica: delegano. Passano il lavoro sporco a un pastore. Perché i pastori, si sa, sono perfetti per questo tipo di lavori… o forse no…

Già, perché nella storia sti pastori non uccidono mai questi caxxo di bambini. Edipo? Salvato. Romolo e Remo? Allattati da una lupa. Biancaneve? Neanche lei è stata eliminata ,(e provate a spiegarlo al povero cerbiatto a cui il pastore strappa il cuore spacciandolo per quello della bambina). E Paride non fa eccezione. Il pastore lo abbandona su un monte, e chi arriva a salvarlo? Un’orsa. Che non lo mangia (ovviamente), ma lo allatta. E così Paride cresce selvaggio, coperto di peli e senza la minima idea di cosa sia il galateo.

Ma lasciamo un attimo Paride con gli orsi. Da tutt’altra parte, Teti (ninfa spettacolare) decide di sposare Peleo. Zeus, da bravo esperto di relazioni, le dice: “Teti, guarda che Peleo è mortale, eh? Anche i vostri figli saranno mortali.” E lei, romantica, risponde: “Amor omnia vincit.” Salvo poi ritrattare e inzuppare Achille nel fiume sacro Stige, tenendolo per il tallone. E così nasce il tallone da Killer. Certo, un’idea brillante, ma forse un guanto poteva usarlo…

Torniamo al matrimonio di Teti e Peleo. Quando mandano le partecipazioni, decidono che l’unica divinità che porta sfiga, Eris, può tranquillamente restarsene a casa sua…Grave errore.

Eris, offesissima, si presenta comunque. Lancia una mela d’oro sul tavolo, con inciso: “Alla più bella.”

Apriti cielo. Afrodite, Era e Atena iniziano a litigare come al peggior brunch di Real Housewives of Olympus. Alla fine, si girano verso Zeus: “Decidi tu.”

Zeus, che di colpo inizia ad avere dubbi sulla sua immortalità (perché nessuno sopravvive al broncio di tre dee di cui una è pure tua moglie), risponde: “Non se ne parla. Andate sulla Terra e fate scegliere al primo umano che incontrate.”

E chi ti incontrano le tre dee? Paride, naturalmente. Salvato dall’orsa e poi cresciuto da quel pastore che non l’ha ucciso (e, diciamolo, un po’ fuori di testa)

Quando si trova davanti le tre dee meravigliose, reagisce come farebbe qualsiasi adolescente che vive di selfie e hashtag: sceglie con l’ormone…

1. Era: Gli promette ricchezza e potere. Paride pensa: “Ma il potere è tipo da boomer. Io voglio fare le cose easy.”

2. Atena: Gli offre saggezza e intelligenza suprema. Lui, confuso, risponde: “Ma tipo che devo studiare? Nah, passo.”

3. Afrodite: Gli promette la donna più bella del mondo (spoiler: Elena, già sposata). A quel punto Paride non ragiona più: “OMG, sì! Ti do subito la mela. La donna più bella? Posso farle un sacco di selfish su TikTok.”

E così, con una mossa da manuale del bimbominkia, consegna la mela d’oro ad Afrodite, scatenando una catena di eventi che culminerà nella distruzione di Troia, la morte di Ettore e Achille, l’Odissea, la tragica fine di Polidoro, l’omicidio di Agamennone per mano di Clitemnestra, l’esodo di Enea con relativo suicidio di Didone e prima seconda e terza guerra punica, morte di Camilla e guerra contro Turno e i rutuli. Ma lui non lo sa. Lui sta già pensando a come modificare il suo profilo su Tinder.

Considerazioni:

1. Non sottovalutare un sogno premonitore.

2. Invita Eris al matrimonio, anche se porta sfiga.

3. Non fidarti di un ragazzo che vive con gli orsi.

4. Quando rendi invulnerabile tuo figlio, usa entrambe le mani.

5. Gli spacciatori che avevano i greci noi ce li sogniamo.

6. Se vi cancellate da Excatherdra, avete tutto il mio appoggio morale.

VUOI APPROFONDIRE PER DAVVERO?

Omero, Iliade, trad. di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1963.

Omero, Odissea, trad. di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1963.

Virgilio, Eneide, trad. di Alessandro Fo, Torino, Einaudi, 2012.

Euripide, Le Troiane, trad. di Enrico Medda, Milano, Garzanti, 1999.

Euripide, Elena, trad. di Enrico Medda, Milano, Garzanti, 1999.Apollodoro di Atene, Biblioteca, trad. di Mauro Tulli, Milano, BUR, 2000.

Calasso, Roberto, Le nozze di Cadmo e Armonia, Milano, Adelphi, 1988.

Hamilton, Edith, La mitologia, trad. di Adele Oliveri, Milano, Mondadori, 2017.

Miller, Madeleine, La canzone di Achille, trad. di Matteo Curtoni e Maura Parolini, Venezia, Marsilio, 2013.

Novembre ’24

Questo mese ho raccontato di cultura americana, scuola e, qua e là, delle mie amate liste da otto. Pensieri lanciati come foglie d’autunno: leggeri, sparsi, senza troppa pretesa di ordine. Le liste, otto punti fissi, sono per me un esercizio di stile divertente, un modo per mettere ordine nel caos dei pensieri. Ma non mi sono fermato a quelle.

Ho provato a intrecciare sprazzi di vita quotidiana, riflessioni leggere e qualche provocazione, come si fa quando si chiacchiera tra amici.

Qui ripropongo un assaggio di tutto, anche per chi non frequenta Facebook. Chissà, potreste trovare uno spunto, o forse nulla. Ma tant’è.

6 novembre

Guarda, non mi va di parlarne adesso. Sì, lo so, è l’argomento del giorno, ne parlano tutti, tutti hanno capito, ma… senti che bella giornata, no? È incredibile il caldo per novembre, sembra una di quelle pubblicità delle spiagge che ti arrivano quando stai già con la sciarpa al collo. Ah, e le foglie continuano a cadere, come se avessero un piano strategico per ricoprire la strada ogni mattina

Ieri sera ho iniziato un libro nuovo, un romanzo… Demond Copperland! Ma no, ti ho detto che di quello non ne voglio parlare. Non per altro, eh, solo perché… ho un’idea, ma non è ancora un’idea vera, è tipo…a concept of an idea. Come quando vedi una macchia sul muro e pensi “forse potrei trasformarla in un murales” ma poi ti rendi conto che è solo un difetto dell’intonaco.

Capisci cosa intendo? No? Neanche io. Ma tant’è!

7 novembre

Più o meno, le materie che troviamo al liceo in Italia sono le stesse anche nelle high school americane. Certo, c’è qualche differenza. La più evidente? La filosofia. Da noi in Italia è una colonna portante, una disciplina che accompagna tutto il triennio delle superiori e forma pensiero critico, logica e analisi. Qui negli USA, invece, quando va bene è solo una piccola materia semestrale… come dire, quasi un contorno.

Ma gli americani sanno vendere la scuola in modo tutto loro! ✨ Prendiamo “inglese”: non si chiama inglese, ma Language Arts – l’arte del linguaggio, una definizione che ha quasi un’aria nobile, come se scrivere un tema fosse un’opera d’arte in sé! Oppure ancora meglio, con l’acronimo ELA. E “storia”? Troppo semplice, qua si chiama Social Studies – studi sociali, che fa sembrare la materia più una scienza pratica che una cronologia di eventi.

In un certo senso, il loro sistema è una lezione di marketing applicata: il packaging conta! E noi italiani, da buoni filosofi, ci interroghiamo su cosa ci sia dentro, mentre gli americani ti convincono che dentro quel “language art” c’è quasi la ricetta della creatività!

9 novembre

Lo so, lo so, il “latinorum” qui in America… Quante volte me l’hanno detto: ma cosa possono mai imparare i ragazzi americani di Latino? Non provare a fregarmi, eh! Guarda che il cugino di un amico del fratello di un conoscente del vicino di casa, grande esperto di scuole americane, mi ha detto che qui non si impara proprio nulla. Latino in America? Ma va, figurati!

Ripenso a tutto questo, a quasi quindici anni di commenti ricevuti sul web, nel blog, da voci naturalmente anonime mentre correggo la traduzione di Sarah, una studentessa del primo anno. Oggi Sarah e i suoi compagni hanno affrontato un compito a sorpresa (Manes tuorum maledicti!): una traduzione intitolata The Sad Fate of Atreus, e non posso fare a meno di sorridere. Mi fanno tenerezza questi ragazzi americani, che si avvicinano al latino con la mente colorata, piena di immagini e sogni, pronti a esplorare la classicità con una curiosità irriverente. Li immagino immersi negli spazi sconfinati di questa giovane nazione, che guarda al passato non come un Renzo qualunque col cappello in mano, ma con un’energia vibrante, tutta americana.

9 novembre (sera)

Otto cose della mia scuola americana, chissà poi perché otto, che mi piacciono, che poi neanche so perché mi piacciono, ma so che mi piacciono comunque, e quindi mi piacciono…

1. I bus gialli: avete presente quei vermoni giganti a cherosene? Tintinnano, avanzano come dinosauri moderni, e trasportano orde di studenti mezzi zombie, ognuno con le cuffiette ben piantate nelle orecchie. 🚌😴

2. Gli annunci dagli altoparlanti: rimbombano nei corridoi come se fossimo in una stazione dei treni sovraffollata. “Attenzione, studenti… la classe di chimica non è ancora esplosa, ma datele tempo.” 📣💥

3. La moda scolastica che sfida il buonsenso: ciabatte da piscina abbinate a calzini fino al ginocchio, giacche eleganti accanto a chi sfoggia kippah, hijab o addirittura un cappello da cowboy. Dimenticate il rigore stilistico di “donna Letizia”—la celebre rubrica dei magazine italiani che dettava bon ton e consigli di stile impeccabili. Qui invece… facciamo un po’ alla dick of dog! 👡🧦🤠

4. Gli armadietti che sbattono: improvvisate sessioni “rhythm and drums” mischiate ai botti di Capodanno, con fogli e cartellette che esplodono nel corridoio come fuochi d’artificio il quattro luglio. 🎆📚

5. Le chiacchiere infinite: dalle teorie complottiste sul perché il prof di storia fa sempre i pop quiz, alle discussioni appassionate sull’ultimo episodio di quella serie che tutti guardano (tranne me, ovviamente). 🗣️🤷‍♂️

6. La mensa scolastica, versione ONU: ogni tavolo è un summit internazionale. Non più pizza e tacos, ma gli avanzi della sera prima presi nel doggy bag del ristorante su Allegany Avenue (il doggy bag è la tipica busta per portare a casa il cibo che non hai finito al ristorante la sera prima). Mentre qualcuno recita una preghiera, qualcun altro scatta selfie, e il resto combatte con un Wi-Fi più capriccioso di un influencer. 🍲🙏📸

7. Il caos tecnologico: prof che lottano con proiettori del secolo scorso, studenti che tifano come se fosse una finale di calcio, e altri che aggiornano le storie sui social raccontandosi la vita! 🎬🏆

8. La Pledge of Allegiance: una sorta di “preghiera alla bandiera,” dove tutti, chi più chi meno, ringraziano l’universo di essere nati o diventati americani.

Amo la mia scuola perché è un piccolo mondo fatto di imperfezioni. Perché proprio in questa disordinata armonia,mi ricordo che crescere è anche imparare ad amare il rumore della vita che accade senza un perché. 🎒💛

10 novembre

Otto cose della mia scuola americana, chissà poi perché otto, che non mi piacciono, che poi neanche so perché non mi piacciono, ma so che non mi piacciono comunque, e quindi non mi piacciono…

1️ La prima ora alle 7:30: Chi ha deciso che studenti e insegnanti siano creature mattiniere è chiaramente un ottimista senza rimedio. Eppure, ogni mattina, alle sette e un quarto, devo essere in classe. Si apre il sipario, rain or shine…

2️ La campanella che sembra una sirena del porto: giuro, una volta stavo chiacchierando al telefono con un’amica in Italia e, appena la sirena ha ululato, lei tutta entusiasta mi fa: “Ma che bello, sei al porto sull’oceano?” No, cara, sono solo in un liceo americano, ma apprezzo il tuo romanticismo marittimo.

3️ La misteriosa assenza del distributore di caffè: qui non esiste l’iconico macchinozzo. Addio a quella tappa obbligata, con il caffè imbevibile ma che sapeva di complicità e aggregazione. Intendiamoci, non è il caffè nel bicchierino di plastica che mi manca, ma il rituale.

4️ Le interrogazioni orali: qui tutto è scritto, non esiste il voto orale (qualcuno mi ha detto che anche in Italia non c’è più, ma davvero?). Ma io, inguaribile amante delle tradUizioni, i miei studenti li interrogo comunque. Oh sì che li interrogo…

5️ Morning announcements: immaginatevi una voce che gracchia alle sette e mezza del mattino per informarci che “Oggi c’è la riunione del club di scacchi!” o che “le prove pomeridiane del drama club sono state cancellate”. E tu, che hai appena ingoiato l’ultimo sorso di caffè che sa di cloro (d’altronde l’hai preso dalla pompa di benzina dell’Interstate e cosa ti aspettavi?), cerchi di processare il tutto.

6️ Il pass per uscire dalla classe: un documento ufficiale da compilare ogni volta che un ragazzo deve andare… ovunque. Che poi io, sto blocchetto dei pass, non lo trovo mai nel disordine della mia cattedra, e poi mi scordo la data, e intanto cinque minuti di vita evaporano, inesorabili. Tempus fugit, dicevano i Latini. E te credo!

7️ Le observations: Quis custodiet ipsos custodes? Who will watch the watchmen? dicevano i Romani… e qui è un controllo continuo. Non è che insegno, no, mi cimento in prove degne di un teatro shakespeariano, con osservatori che sbucano all’improvviso. Il preside, il capo di dipartimento, un collega… entrano, ti guardano, prendono appunti, e io, da buon Decimo Meridio Massimo della situazione, continuo come se nulla fosse, armato solo di gesso e coraggio.

8️ Il bagno dei prof (sezione maschile): un unico, solitario bagno per tutto il piano. E c’è sempre la fila. E l’ansia. E la sirena che incombe. Ce la farò o no a tornare in classe prima del suono fatidico? È una roulette russa, ogni volta.

😂 Eppure, nonostante tutto questo circo quotidiano, c’è qualcosa che mi tiene legato come un’ostrica a questo mondo americano. Perché, a ben vedere, la quotidianità è fatta anche di dettagli insignificanti, e senza di loro la giornata non sarebbe la stessa. E sapete una cosa? Non mi (dis)piace. Sì, sì…anzi mi piace.

11 novembre

Walmart e Target sono due catene di supermercati molto famose negli Stati Uniti. Walmart è noto per i suoi prezzi bassi e l’atmosfera rilassata: il classico posto dove puoi fare la spesa in pigiama senza sentirti fuori luogo. Target, invece, ha un tocco più chic, con prodotti leggermente più costosi e un ambiente che ti fa venire voglia di vestirti in modo presentabile. “Oh no, non ho trovato il latte da Walmart… ora mi tocca fare la doccia e vestirmi seriamente per andare da Target!”

Nella mia scuola, gli studenti si dividono proprio tra quelli di Walmart e quelli di Target…

Lo studente da Walmart: Entra in classe con l’energia di chi ha combattuto contro la sveglia e le ha prese. Felpa sformata, tuta scolorita, scarpe che sembrano aver vissuto più avventure del Grande Lebowski. Non cammina: striscia, e ogni passo sembra un test di resistenza alla forza di gravità. Porta sempre con sé uno snack improbabile—pork rinds, cotenne di maiale essiccate—perché, in fondo, se non sgranocchi colesterolo a colazione, cosa vivi a fare? E poi la soda di sottomarca dai gusti improbabili, quella che ti fa chiedere se esista una laurea per inventare sapori con nomi tipo “blu elettrico” o “frutta non identificata.” I vestiti sono un manifesto scapigliato: buchi strategici e macchie d’olio che si rigenerano da sole e gridano all’universo: “Sì, ci ho provato, ma la vita ha avuto la meglio.”

Lo studente da Target. Arriva con una precisione svizzera, polo stirata e pantaloni cachi perfetti, lunghi d’inverno e corti d’estate, sempre con la giusta misura di eleganza scolastica. Le scarpe sono sempre lucide e ordinate; lei magari sfoggia stivaletti di camoscio o ballerine che sembrano appena uscite da un negozio di Soho. E non dimentichiamo il gloss alla ciliegia o il gel per capelli applicato con la precisione di chi potrebbe vincere un premio per l’attenzione ai dettagli. Ogni movimento è curato, come se il loro feed di Instagram fosse la linea guida anche per l’aspetto fisico.

Questi due universi convivono nella mia aula, si sfiorano e si evitano, come il grana e l’impepata di cozze, la Juventus e l’Inter, Target con il suo logo rosso e Walmart con il suo logo blu… E anche se sembrano mondi opposti, sono in fondo l’altra faccia della stessa America.

Il mondo è bello perché è avariato, e la mia aula lo è ancor di più. No, non avariata, bella! E mi piace proprio così, un passo (o una strisciata) alla volta.

13 novembre

Mr. D, ma a cosa serve studiare latino?

Prima di rispondere lascio sedimentare la domanda, come un infuso di karkadè che si colora e sprigiona aromi lentamente, rivelando la sua profondità sorso dopo sorso… Okay, immaginatevi Seneca oggi: un ‘life coach’ con un milione di followers, che posta frasi tipo “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt” – il destino guida chi lo accetta e trascina chi si oppone. Sarebbe il re dei repost, altro che!

Oppure Cicerone, l’influencer OG che, in questo mondo pieno di fake news, ci terrebbe connessi alla realtà: “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae” – la storia è testimone del tempo, luce della verità, vita della memoria.

Chissà, forse il caos di oggi avrebbe più senso se ci affidassimo alla testimonianza di chi ha calcato questo palcoscenico prima di noi.

16 novembre

«Ma scusa, perché insegnano ancora il latino? Non è una lingua morta?»

«Ma che stai mangiando per contorno?»

«Corn…»

«Corn, eh? Okay, corn, il granoturco dunque… da cornus, che in latino vuol dire “corno.” Non perché sei cornuto, ovviamente, ma per la forma appuntita della pannocchia. Vedi, il latino è così: pensi di averlo lasciato in un’aula polverosa, e invece lui ti aspetta, sornione, pure nel tuo piatto. Attento a cosa dici… non si sa mai dove riappare!»

18 novembre

E poi ci sono loro: i poster motivazionali nelle scuole americane. Sono come quei meme che spuntano ovunque sui social: nessuno sa davvero da dove arrivino, ma ci sono sempre. Dovrebbero darti la carica, come una playlist ispirazionale sparata a tutto volume, ma spesso lasciano solo principi di acufeni.

Gli americani, maestri del marketing, li piazzano ovunque: corridoi, aule, perfino nei bagni (perché, a quanto pare, l’ispirazione può colpirti ovunque…). E così, ogni giorno mi ritrovo circondato da frasi tipo “Reach for the stars!” o “Be the change you wish to see.”

Durante le lezioni, quando la classe sembra un’orchestra di sbadigli, mi capita di soffermarmi a guardarli e persino di scambiarci due chiacchiere, un po’ come quel pastore errante che parlava alla luna…

“Dream big, work hard!”

Una volta, da studente, mi è capitato di sognare di prepararmi per un test di matematica… e al risveglio la realtà mi ha colpito come una tramvata: il test non si era studiato da solo!

“Be the change you wish to see in the world.”

Se non volete essere il cambiamento, almeno evitate di fissare sotto il banco: sappiamo tutti che non state ispezionando il vostro inguine, ma il cellulare.

“Reach for the stars!”

Mi piace pensare che qualcuno ci provi davvero… ma poi mi viene in mente Maccio Capatonda e perdo la verve: “I tuoi genitori sono dei ladri: hanno rubato le stelle e te le hanno messe al posto degli occhi!”

“Mistakes are proof you are trying.”

Lo ripeto sempre: fare errori è normale. Ma farli sempre uguali, cento, mille, duemila volte? Quella è perseveranza…

“The only way to do great work is to love what you do.”

Ah, se solo il mio amore per la grammatica latina fosse un amore corrisposto!

“Your attitude determines your direction.”

Certo, ma a volte l’atteggiamento degli studenti sembra determinare solo una direzione: verso la porta dell’aula.

“Success is not the key to happiness. Happiness is the key to success.”

Che poi, io le chiavi le perdo sempre: quelle della macchina, di casa, persino quelle della mia aula…

“Stay positive, work hard, make it happen.”

Stay positive, mi ripeto ogni mattina, mentre avanzo nei corridoi affollati di studenti che si muovono al rallentatore, come se fossero parte di un flash mob non autorizzato. Per ora, l’unica positività che ho ottenuto è stata quella al Covid, tre volte solo lo scorso anno.

Questi poster, lo ammetto, un po’ di compagnia me la fanno. Un tocco di ottimismo non guasta mai, anche se la vera motivazione spesso arriva a fine trimestre, quando i voti del registro elettronico mettono tutti con le spalle al muro, con o senza motivazioni… o, per dirla all’americana, without rhymes or reasons.

21 novembre

Negli sport delle scuole americane, entrare in una squadra non è automatico: bisogna guadagnarselo! Ogni anno si tengono i try-out, ovvero delle selezioni dove gli studenti mostrano le loro abilità davanti agli allenatori. Solo i migliori passano e vengono assegnati a una delle due squadre: varsity (la prima squadra, i top player, ovvero i ragazzi degli ultimi due anni) o junior varsity (JV) (la squadra dei futuri campioni, i primini pulcini insomma).

Far parte di una di queste squadre è un grande onore e un impegno serio. Le partite di varsity sono veri spettacoli: si giocano in stadi veri, con cheerleaders, musica, cibo in vendita (nachos, hotdog, popcorn), e il pubblico che paga il biglietto per assistere. Le trasferte possono essere anche molto lunghe, perché qui lo sport è una cosa seria, un grande evento comunitario che muove soldi e gente.

Ma attenzione: chi entra in squadra deve impegnarsi non solo sul campo, ma anche a scuola, perché voti bassi possono costare il posto in squadra. Per molti, lo sport è una porta per ottenere una borsa di studio all’università, quindi i try-out sono l’inizio di un sogno!

E poi ci siamo noi, i professori. Da contratto dobbiamo presenziare ad almeno due eventi sportivi all’anno disputati in casa. Vendiamo biglietti alle famiglie, facciamo da steward allo stadio, e cerchiamo di non farci troppo male. La nostra gara personale, però, è evitare di finire alle partite di football: sono infinite e, se piove, ti trovi lì, sotto il diluvio, con l’impermeabile che cede miseramente come nel peggior set di Ogni maledetta domenica. Non parliamo poi dei 30 gradi sotto zero al vento, quando invece dello “spirito scolastico” vorresti solo un bel vin brûlé trentino… Caldo, speziato, con i pinoli che galleggiano nel bicchiere e quel profumo di cannella e chiodi di garofano che ti fa dimenticare la pozzanghera nelle scarpe. Altro che “spirito scolastico”: qui serve spirito puro.

Eppure, alla fine della partita, quando la squadra vince e tutti esultano, quasi quasi mi dimentico le scarpe fradice e i piedi duri come rami d’abete. Perché, guardando quei ragazzi ammaccati ma felici, mi ricordo perché ho scelto questo lavoro.

21 novembre (sera)

Otto cose della mia vita americana, chissà poi perché otto, che mi piacciono, che poi neanche so perché mi piacciono, ma so che mi piacciono comunque, e quindi mi piacciono…

1. Il cielo sconfinato: sempre un po’ più grande di quanto serva. Le albe rosa pesca che sembrano uscite da una pubblicità di cereali e i tramonti che ti fanno venire voglia di citare poeti che non hai mai letto. 🌅📖

2. Le persone che ti chiedono “How are you?” anche al drive-thru: a volte suona come un automatismo, ma altre volte è bello far finta di pensare che ci credano veramente.

3. Le decorazioni natalizie esagerate: renne gonfiabili grandi come Panda, luci che farebbero invidia alla NASA e Babbi Natale arrampicati sui tetti come ladri maldestri. Tutto rigorosamente acceso a novembre, perché l’anticipo è tutto. 🎄🎅✨

4. La libertà di vestirsi un po’ come cazzo ti pare: in pigiama al supermercato, coi sandali sopra i calzini al cinema, o col cappello da cowboy in palestra. Nessuno ti guarda strano, anzi, magari ti fanno pure un complimento. “Nice crocs, dude.” 👖👡🤠

5. I cibi dai gusti bipolari: gelato al bacon, zucca speziata, marshmallow tostato… ogni volta mi perdo minuti interi davanti agli scaffali del supermercato pensando “E se…?” 🍭🤔

6. Le confezioni di latte enormi: quelle da un gallone che in Italia farebbero sembrare la cucina troppo piccola ma che fanno molto sitcom ogni volta che li tiri fuori dal frigo. 🥛📦

7. I bancomat drive-through: dove puoi prelevare, depositare e, perché no, comprare criptovalute mentre sei ancora in pigiama. Basta un clic e ti senti già un investitore di Wall Street… versione rilassata ovviamente. 🏦🚗💰

8. Il fatto che tutti ti chiamano “man”: il barista di Starbucks che ti chiede “How’s it going, man?”, il tecnico della fibra ottica che ti dice “Don’t worry, man, I got this,” e pure il ragazzino di sette anni che ti urla “Thanks, man!” dopo che gli hai passato una palla. Ti senti sempre un po’ protagonista di un buddy movie anni ‘80. 🕶️🍿

Amo questa mia vita americana perché, tra un cielo sconfinato e una fetta di pumpkin pie, mi ricordo che la casa, come dicevano gli antichi romani, est ubi cor est (è dove si trova il cuore). ❤️🇺🇸

22 novembre

Otto cose della mia vita americana, chissà poi perché otto, che NON mi piacciono, che poi neanche so perché NON mi piacciono, ma so che NON mi piacciono comunque, e quindi NON mi piacciono…

1. La disinvoltura con cui attaccano bottone: Sei al supermercato, stai comprando della pasta (chiedendoti perché costa il doppio che in Italia, tra l’altro), e subito uno si avvicina: “Ah, quella pasta! Ieri ho fatto una pasta Alfredo che faceva resuscitare i morti! E tu come stai? Cosa fai? Ah, sei italiano? Anche io! Beh, più o meno, perché il trisavolo del cugino di secondo grado di mio zio era italiano. Ciao, paesà!” E tu rimani lì, con il pacco di pasta in mano, a fissarlo (il pacco ovviamente), chiedendoti se esistono corsi per imparare a gestire questi incontri umani.

2. Un semplice starnuto e ti trovi al centro di una benedizione collettiva: Bless you – il commesso, Bless you – il cliente accanto, bless you – la nonnina in fondo alla corsia. E alla fine ti aspetti che dall’altoparlante arrivi un “Bless you” ufficiale. Forse dovrei starnutire di meno per evitare assemblee liturgiche spontanee.

3. L’ossessione per vendere alcol in gran segreto: Scaffali nascosti, ingressi separati, documenti controllati come se stessi cercando di comprare plutonio. Sembra di entrare in una setta massonica o di essere sul punto di scoprire il quarto segreto di Fatima.

4. La fissa per la temperatura glaciale: Uffici, cinema, scuole… tutto regolato per ospitare pinguini e mammut, non esseri umani. Portarsi un maglione in agosto è un atto di sopravvivenza.

5. Le pubblicità dei medicinali: Persone sorridenti che camminano a rallentatore su prati verdissimi, abbracciano cani, tirano aquiloni, sempre felici. (L’ho già detto che sono sempre felici?) Poi, all’improvviso… una voce fuori campo parte senza preavviso, a velocità supersonica: “Questo farmaco potrebbe causare nausea, vomito di sangue, perdita di capelli e unghie, collasso cardiaco, trasformazione in Gremlins…” E nel frattempo, loro, sempre a rallentatore, corrono tra i girasoli, sempre felici, sorridendo come se fossero appena stati assunti per una campagna della felicità eterna. Sempre felici… per sempre…

6. SUV grandi come condomini, con motori che nemmeno l’Enterprise di Star Trek… con motori tremila e duemiliardi di cavalli, tubi cromati, che quando sfrecciano accanto alla mia utilitaria, la fanno barcollare come la Provvidenza dei Malavoglia nel cuore della tempesta. Ogni viaggio in autostrada diventa un’epopea verghiana, con il mio piccolo veicolo in lotta contro onde di vento e schiaffi d’aria causati da questi giganti.

7. Il bagno con i buchi sotto le porte: C’è questo spazio, grande abbastanza da farti domandare “ma perché?”. Tu sei seduto sulla tazza, cercando di mantenere un po’ di dignità, ma chi si lava le mani può vedere il colore delle tue scarpe, i tuoi pantaloni abbassati e forse persino la tua disperazione. È un’esperienza surreale, un misto tra intimità involontaria e metateatro pirandelliano.

8. La mania per i “grandi sconti”: Esci per comprare il latte e torni a casa con sei litri di ketchup (che poi neanche ti piace) e ti chiedi: “Ma come caxxo è successo?”

Eppure… queste stranezze fanno parte del pacchetto. Come quelle canzoni che quando passano alla radio inizialmente ti danno sui nervi, ma poi ti entrano in testa e ti ritrovi a canticchiarle sotto la doccia. Sono sempre i dettagli che rendono uniche le esperienze, anche quando ti fanno sentire straniero. Perché alla fine… casa è dove impari a sorridere e rispettare anche quello che non capisci.

23 novembre

Perché ho scelto di insegnare qui in USA e in una scuola statale per giunta? Perché nelle mie classi i versi di Virgilio trovano una nuova eco. Gli esametri si intrecciano ai sogni di ragazzi che sono il riflesso di un’America multietnica: hijab dai colori vivaci accanto a All Stars dorate, turbanti arancioni e kippah ricamate di smeraldo e rosso rubino. Sono i figli di chi ha attraversato oceani e deserti, portando con sé frammenti di guerre lontane e il desiderio di ricostruire. Fuori, l’America rurale sembra un altro mondo: il profumo di burro e bacon che sfrigolano nelle cucine, i truck cromati che corrono vicino a villette con bandiere al vento. È un quadro di contrasti, ma anche un mosaico di storie che si incontrano.

Gli studenti, con i loro colori, suoni e odori, sono come un tramonto tra i palazzi di Theran, avvolti dalle nuvole leggere della poesia, dalle radici che si fondono nel ritmo ancestrale di una nenia familiare.

25 novembre

Ci sono momenti nella quotidianità di un quartiere americano in cui la logica, quella studiata su tomi di filosofia stoica, prende un ceffone dalla leggendaria strafottenza yankee del faccio un po’ come caxxo mi pare. Uno di questi momenti è il Pajama Day: il giorno in cui i bambini delle elementari vanno a scuola in… pigiama.

Succede due, tre volte all’anno, ma con una precisione svizzera.

Il quartiere si trasforma: un viavai di bambini in pigiama che corrono alla fermata del bus, genitori che li accompagnano in macchina sorseggiando caffè dalle tazze di cartone, con sguardi soffici e zuccherati come marshmallows al cioccolato.

Intanto, il piazzale della scuola diventa il set di un film surreale alla David Lynch. SUV che scaricano piccoli impigiamati in flanella con l’Orso Yoghi o i Minions, pullman gialli che riversano un esercito di bambini in pantofole, maestre in vestaglie da desperate housewives che si scambiano high five sotto un cielo plumbeo che minaccia pioggia. Tutto come se niente fosse.

E allora ti chiedi: Chi ha avuto questa brillante idea? Un genio del marketing dei pigiami? Uno psicologo bipolare con un esperimento sociale in sospeso? O il Mago di Oz, che si è stancato del suo castello e ha deciso di movimentare i plessi scolastici americani con tradizioni bizzarre?

Ma attenzione, perché il Pajama Day è solo l’inizio. Poi arriverà il Crazy Hair Day, dove i bambini sfoggeranno acconciature che neanche Lady Gaga quando ha cantato l’inno nazionale al superbowl. E a seguire il Mismatched Socks Day, in cui lo stile anarchico trionferà tra le caviglie. E infine il gran finale: il fundraiser del quartiere. Orde di bambini, in modalità retata della polizia, busseranno a ogni porta per venderti… di tutto. Sì, tutto: cioccolatini, candele, cavolfiori surgelati, rotoli di carta igienica decorati e, se sei fortunato, anche la casa del vicino (che poi naturalmente è il padre o la madre del bambino stesso).

E sì… peccato che nelle high school non si faccia il Pajama Day. Già mi pregustavo la scena: studenti che si presentano in vestaglia, lo sguardo scazzato e la barba di una settimana, in perfetto stile Grande Lebowski.

Ma poi mi fermo e vedo passarmi nel solaio impolverato del cervello Seth e Sam che, proprio la scorsa settimana, si sono effettivamente presentati così: vestaglia, barba trasandata, ciabatte da piscina con calzini di spugna (bianchi, ovviamente) e Il sorriso complice di chi sembra custodire un mistero inaccessibile, come cosa c’è scritto nei fascicoli segreti sull’assassinio di JFK.

Ed è lì che, come folgorato da una rivelazione, scuoto la testa: Giove Pluvio e tutti i fulmini tuoi! Ecco dove hanno imparato!

27 novembre

Ad agosto, con una certa irritazione perché il mio mindset italiano mi ricorda che potrei essere in vacanza, mi studio sempre il registro. D’altra parte, la maggior parte dei nomi dei miei alunni sono impronunciabili, meglio partire preparati. Poi, il primo giorno di scuola, faccio l’appello e comincio: “Xael?” E loro, con disinvoltura: “Actually, I go by Kenneth.”

E tu, con un’espressione da statua di cera, pensi: “Ma come Kenneth?! Ho passato l’intera settimana in macchina a praticare la pronuncia del tuo nome!”

Non parlo di Isabella che diventa Bella o Olivia che diventa Livi, ma di trasformazioni complete, tipo Charles che diventa Adam o Jason che decide che Dakoa beh è più bello…

Secondo me, dipende dal loro mantra dell’indipendenza dura e pura. Questi ragazzi nascono con la libertà incorporata: scelgono cosa mangiare a cena (spesso le mamme mettono tutto sul tavolo e ognuno si serve e mangia un po’ dove capita), decidono come vestirsi già a 4 anni e, a quanto pare, si scelgono pure il nome.

Curioso, poi, che questa libertà identitaria sia racchiusa proprio nel concetto di nomen, parola che in latino deriva da nosco (conoscere). Scegliersi un nome diverso, in fondo, è come affermare: “Questo è ciò che conosco di me stesso e voglio che lo conosciate anche voi.”

Così continuo a chiamarli come mi dicono, cercando di mantenere una certa professionalità. Aspettando sornione il giorno in cui anch’io, quando mi chiameranno Mr.D mi alzerò solenne e dirò… ‘Actually I go by Decimo Meridio Massimo, comandante delle legioni del Nord’

28 novembre

«Mr. D., ma questo pluperfect, come si traduce in inglese?»

«Con il past perfect.»

«Uh?»

«Ma sì, tipo: I had seen, I had won, etc.»

«Ma… è sicuro sicuro… che esiste in inglese?»

«Sicurissimo! E non solo: esiste anche il future perfect.»

«Che sarebbe?»

«I will have seen, I will have won, etc.»

«Ah… ed esiste pure questo?»

«Certo! Perché i verbi servono a descrivere le nostre azioni sulla linea del tempo. E su questa linea… beh, a volte qualcosa succede in un passato più passato di un altro passato, o in un futuro più futuro. Tipo: By the end of the semester, I will have written my essay and impressed my teacher!»

«Sempre troppo spiritoso, Mr. D.»

«Ecco perché studiare il latino è così importante!»

«Perché così potrò dire I had seen e I had won?»

«No, perché è solo attraverso il confronto che impari davvero una lingua! È come con i sistemi operativi: se usi sempre e solo Android, non ne apprezzi davvero i punti di forza finché non lo confronti con iOS, o viceversa. Allo stesso modo, il miglior modo per imparare la grammatica è studiarla confrontando due lingue. Una è il tuo sistema operativo… l’altra è il benchmark.»

«Sì, ma devo proprio confrontarla con un sistema operativo morto?»

28 novembre

Otto cose delle case americane che mi piacciono, che poi neanche so perché mi piacciono, ma so che mi piacciono comunque, e quindi mi piacciono…

1.I portici: quel tocco da film anni ’50, magari con la sedia a dondolo, perfetti per osservare il vicinato o, nei film mentali che mi faccio, per risolvere misteri di CSI. Il luogo ideale per sognare e spiare senza farsi notare.

2.Le decorazioni stagionali fuori casa: una zucca qui, un pupazzo là, un’insegna lì. E ogni casa diventa una pagina Pinterest in tempo reale.

3. Il fatto che hanno due entrate: la porta davanti e quella dietro, come due universi paralleli. Davanti, il front yard impeccabile: prato rasato, fiori curati, tutto in ordine come in una rivista. Dietro, il backyard è il regno della vita vera: barbecue da sgrassare, giocattoli sparsi, magari un angolo più intimo e riservato. È come se ogni casa avesse una doppia anima: il volto pubblico perfetto e quello privato, più autentico e rilassato.

4.Le bandiere: non solo quella americana (onnipresente), ma anche quelle tematiche: “Happy Halloween”, “Welcome Spring”, “Go Ravens!” Ogni casa diventa un messaggio, e ogni stagione ha il suo codice non scritto.

5.I frigoriferi grandi come armadi: un microcosmo con calamite, foto di famiglia, liste della spesa e a volte anche interi sogni congelati. Un pezzo di cuore che si apre ogni volta che hai fame.

6. Il legno che scricchiola: se una casa non scricchiola, non è davvero americana. Il legno racconta storie, accompagna i passi e ci ricorda che quella casa è viva. Ogni scricchiolio è una piccola colonna sonora: qualcuno che sale per controllare i bambini, qualcun altro che scende per uno spuntino notturno. Senza, il silenzio sarebbe perfetto… e la perfezione, diciamolo, mi annoia.

7.Le cassettine per i libri da scambiarsi: piccole librerie fai-da-te in miniatura, di solito piazzate nel front yard di qualcuno. Ogni quartiere ne ha una, piena di tesori inaspettati: dal best-seller di dieci anni fa a manuali di giardinaggio che nessuno leggerà mai. Mi piace l’idea di passare, lasciare un libro che non ti serve più e prenderne un altro, come se il quartiere fosse una grande biblioteca a cielo aperto.

8.I seminterrati giganti: dove c’è di tutto, ma proprio di tutto: sala giochi, palestra, cinema, rifugio anti-zombie… un paradiso per chi ama accumulare oggetti che non servono a niente. 🧩📽️

Tra case che sembrano uscite da un catalogo e vicini che ti augurano “good morning” anche quando la giornata sembra sgangherata come una bicicletta senza catena, il vicinato americano ha un suo fascino perché è un mix di ordine e piccole eccentricità che rende tutto, inspiegabilmente, ’mericano.

29 novembre

Otto cose delle case americane che non mi piacciono, che poi neanche so perché non mi piacciono, ma so che non mi piacciono comunque, e quindi non mi piacciono…

1. La moquette onnipresente

Sembra accogliente e perfetta per camminare scalzi, ma col tempo diventa un diario visivo della tua incompetenza domestica. Una macchia di caffè qui, un po’ di vino là, il pudding giusto al centro, come una firma artistica. Non importa quante volte la pulisci, la moquette assorbe tutto, errori inclusi. Alla fine la chiami “design organico” e speri che gli ospiti non notino il gelato alla fragola fossilizzato nell’angolo dietro al divano.

2. La velocità con cui costruiscono le case

Un giorno c’è un prato vuoto, il giorno dopo una villa pronta per Instagram. Ti viene subito in mente la storia dei tre porcellini: “Basta un soffio di vento e vola tutto?” Poi guardi la tua casa, ancora in piedi, e pensi: “Tutto bene, sì? O l’hanno costruita con la stessa… competenza dei vicini?”

3. Gli elettrodomestici enormi per usi modesti

Nelle cucine americane, tutto è maxi: frigoriferi alti quanto un armadio, forni che potrebbero ospitare una grigliata per un intero condominio e microonde che sembrano pensati per il catering di un matrimonio. Poi li usi per riscaldare la pasta in scatola o il latte per i cereali. E ti ritrovi a pensare a quella pubblicità dei pennelli: “Non ci vuole un elettrodomestico grande, ma un grande elettrodomestico!”

4. I garage-ripostiglio

Alias “la mappa dei Goonies.” Scatoloni pieni di misteri, attrezzi dimenticati, decorazioni natalizie e cose che nemmeno ricordavi di possedere. Ogni volta che ci entro, mi sembra di essere sul set di Ai confini della realtà. Poi mi perdo rovistando e dimentico perché ero sceso. Hey, wait a minute… forse non è una cosa americana, forse è solo mia.

5. Le finestre senza persiane

L’inno americano, The Star-Spangled Banner, celebra “l’alba precoce” (dawn’s early light) come simbolo della resilienza del Paese, il momento in cui, dopo una notte difficile, ci si sveglia e si vede ancora la bandiera sventolare. Ecco, l’alba americana è potente, simbolica… e non perdona. Alle 5 del mattino, la luce entra trionfale dalle finestre senza persiane, invadendo la tua camera come un generale pronto a conquistare il giorno. Patriottico? Forse. Riposante? Per niente.

6. I bagni senza bidet

Un running joke tra salviette, doccette e soluzioni creative. Diventi un vero MacGyver dell’igiene personale.

7. Il comitato del quartiere passivo-aggressivo

Ogni quartiere americano sembra averne uno, e il tuo vicino, che poi è ovviamente il presidente dell’associazione, ne è il perfetto rappresentante. È quello che ti saluta calorosamente ogni volta che ti vede, e poi butta lì mezze frasi al retrogusto di polpetta avvelenata: “Sai, tutti noi nel quartiere appendiamo una ghirlanda natalizia alla porta… quest’anno pensi di unirti alla tradizione, che dici?” “Il tuo prato ha un aspetto così naturale, ricorda un po’ i documentari sulla savana! Che stile selvaggio, lo adoro!”

Ogni commento è confezionato con un sorriso smagliante e una cortesia perfetta, e a me viene sempre voglia di mettere le decorazioni natalizie ad agosto, solo per vedere l’effetto che fa.

8. I vialetti pieni di foglie

Spettacolari, un quadro autunnale da Instagram… fino a quando quelle foglie non iniziano a cadere. E non è che cadono: si suicidano in massa. Tu affronti la situazione con un piccolo rastrello da spiaggia, cercando di riportare ordine nel caos, mentre dall’altro lato della strada il tuo vicino – sempre lui, il presidente del comitato di quartiere – sfodera un marchingegno tipo Ghostbusters: aspira, trita e impacchetta le foglie con un’efficienza che farebbe impallidire un ingegnere NASA. Quando pensi di aver finito, un colpo di vento ti regala un altro tappeto di foglie, e lui, dal suo vialetto perfettamente sgombro, ti sorride e ti dice: “Hai visto il mio supermegagalattico professional blower 3000 che bello? È in saldo da Home Depot (che poi sarebbe il nostro Brico center)!”

Alla fine, queste cose sono come i parenti eccentrici: ti infastidiscono, mettono alla prova la tua pazienza e la tua (in)competenza, ma non puoi farne a meno. E forse, proprio per questo, impari ad amarle.

30 novembre

Quando andavo al liceo, c’era questo professore di filosofia leggendario: cattivissimo, un po’ misantropo. Uno di quei tipi che sembrano usciti da una casa di pietra persa tra i monti, con un caminetto sempre acceso e nessuno con cui parlare. Forse era per questo che era misantropo: troppa intelligenza e poca gente all’altezza. Sembrava il nonno di Heidi, ma da giovane e con una laurea in metafisica.

Guidava una Fiat 500 rossa, vecchissima, scrausa, che pareva tenuta insieme dalla filosofia stessa. Gli studenti più grandi raccontavano che, quando era caduto il muro di Berlino, l’aveva guidata fin su in Germania per prendersi un mattone, che troneggiava nel suo studio come una reliquia sacra. Un souvenir che diceva: Io c’ero. E voi no.

La sua macchina era un’icona vintage, come le sue giacche di velluto a coste marroni: roba che oggi trovi nei negozi hipster a prezzi improponibili, ma che allora lo rendevano più un personaggio che una persona. E io, come tutti, lo ammiravo e lo temevo… anzi, diciamolo, lo temevamo e basta.

Oggi, qui negli USA, capisco che il cerchio della vita non perdona. Guido una Chevy Spark giallo pastello – cambio manuale, perché il masochismo non ha confini – che i miei studenti hanno ribattezzato con affetto la banana car. Insegno una lingua morta, porto sempre una sciarpa (gadget che qui gli uomini usano poco, ma io sfoggio con orgoglio), e sono quel tipo di prof pignolo con i voti che fa sospirare gli studenti, tipo: “Ugh, my ablative wasn’t perfect, but cut me some slack, man—I was close enough, c’mon!”

In pratica, sono diventato come quel prof di filosofia, solo con meno intelligenza e più sciarpe. Dove lui aveva la 500, io ho la banana car. Dove lui aveva le giacche di velluto, io ho le sciarpe fuori stagione. Un personaggio completo: il prof con la macchina gialla, la lingua morta e l’ossessione per i dettagli.

Ottobre ’24

Questi pensieri sono come foglie nel vento autunnale, caduti qua e là nel mese di ottobre su Facebook, dove sono rimasti finché qualcuno non ci è inciampato sopra. Un po’ come un romanzo di seconda mano su una bancarella: chi lo apre, per caso o per noia, magari trova proprio quel che cercava… oppure niente affatto, ma tant’è.

3 ottobre

Una mattina come tante, un vento umido spinge contro le finestre della classe gli ultimi spruzzi dell’uragano Helene che sta risalendo lungo tutta la costa est. Gli studenti cercano di farsi piacere la coniugazione dei verbi passivi che ho appena finito di spiegare e cominciano a scribacchiare sui fogli alcune frasi al passivo…

Qualcuno vuole condividere una frase?

Seth alza la mano: canes et feles ab advenis devorantur.

Sono talmente preso dalla lezione che comincio a tradurla ad alta voce… “Dogs and cats are eaten by foreign…” quando mi accorgo di cosa sto dicendo è ormai troppo tardi. Tutti stanno ridendo con i lucciconi agli occhi…

Guardo Seth con lo sguardo più incazzato che riesco a sfoggiare, ma il risultato è deludente perché sembro Muttley de La corsa più pazza del mondo, il cane di Dick Dastardly, con il mio broncio che scatena ancora più risate.

Seth fa spallucce, imperturbabile, e con la più strafottente faccia da schiaffi mi sferra la stoccata finale: “Prof, ma mi avevano detto che per questa lezione non c’era il fact check.”

Lo fisso per un altro secondo, incredulo. “Ora mi sta anche prendendo per il… gluteus maximus…”

La politica americana è esondata perfino nelle versioni di latino. Mi vedo già, tra qualche anno, a spiegare la grammatica delle fake nuntia.

Questo caos politico che si respira negli ultimi mesi mi ricorda i tempi del senato romano, quando Silla e Mario si davano battaglia per il potere, con riforme che duravano il tempo di un tweet.

E mentre vedo il Thanksgiving allontanarsi con le Kalende greche, mi preparo mentalmente a questa ‘bella’ pettinata elettorale.


8 ottobre

Sarà stato questo martedì di inizio autunno, o magari il primo odore del fumo dei camini accesi, fatto sta che oggi ho tentato di portare un po’ di filosofia in classe.

“Ragazzi, ogni giorno quando vengo a scuola, vedo delle scarpe appese al palo della luce tra Providence Rd e White Oak Avenue. E ogni volta, mi fermo a pensare. Pensateci anche voi: quelle scarpe sembrano sospese tra la vita e la morte, tra il passato e l’incertezza del futuro. Forse un segno, forse un memento mori che ci ricorda quanto fragile è la nostra esistenza, proprio come ci insegnano i poeti antichi. Mi viene in mente Seneca: la vita è breve, incerta, sempre pronta a sfuggirci di mano… e quelle scarpe sono lì, a testimoniarlo, ormai appese come frammenti di esperienze passate…”

Seth, dal (pro)fondo della classe, con quell’espressione di chi sta per postare un meme virale, alza la mano e sgancia la bomba:

“Prof, with all due respect, ma quelle scarpe non sono simboli filosofici. Sono lì per segnalare dove si spaccia droga.”

Silenzio…

Poi la classe esplode in risate virali. Io, ammaccato come un epitaffio su una lapide romana, li osservo con il mio ragionamento filosofico appena “shadowbannato” dalla dura realtà. Boom. Fine del volo filosofico. La classe in delirio, io in crisi esistenziale.

Ecco cosa succede quando cerchi di insegnare la caducità della vita… ai tempi di Seth… io che spaccio Seneca, qualcuno qualcos’altro… Forse dovrei cambiare “fornitore”… o magari solo aggiungere qualche hashtag.


10 ottobre

Ma perché i miei alunni ormai sono diventati dei POST ambulanti? Insomma, parlano solo per acronimi, come se vivessero dentro una chat perenne! Non so se sia più un’evoluzione o un esperimento linguistico estremo…

La cosa più interessante? Decifrare i loro acronimi è diventato il mio personale esercizio da archeologo digitale! Mi sento un po’ come Champollion di fronte alla Stele di Rosetta: dipende tutto dal contesto!

Se sono in classe con lo sguardo perso, TTYL non significa “Talk to you later”, ma Temo Tu Yoda Leggerai (quando gli chiedo di studiare il latino…)

Se stanno andando verso la porta con la borraccia in mano, BRB non è “Be right back”, ma Bevo Rapidamente Bibite

OMG? Beh, in quel caso è Ormai Mi Grattugio (anche se non ho ancora capito bene cosa…)

E quando vedo quelle facce perplesse davanti alla grammatica di Cesare e Virgilio, IDK non è “I don’t know”, ma In Dubbi Kontinui (che in effetti è già un bel traguardo!).

E intanto un’altra settimana di scuola americana volge al termine e… SLGC – Oggi è venerdì, e domani posso DA, de-acronimizzarmi.

“P.S.: Nessun acronimo è stato storpiato senza consenso, e ovviamente SLGC non è l’acronimo della formula della chiesa a cui rispondiamo con ‘sempre sia lodato’. In realtà, significa: ‘Sono Libero, Grazie (al) Cielo!’

…O forse no?”


11 ottobre

Marcellus eris… Il verso di Virgilio aleggia nella classe ormai deserta. Le lampade alogene illuminano i banchi di una luce innaturale. Nell’aria c’è odore di scuola vissuta, sa di snack, di AirPods scarichi e di custodie di cellulari. Sto raccogliendo i miei appunti quando Madison si avvicina. Deve essere tornata in aula con passo leggero, come un post appena pubblicato che scivola nella timeline senza dare nell’occhio.

“Prof, ma perché Marcellus? È come se fosse condannato in partenza, senza via di scampo. Il suo destino era già scritto, no?”

Sorrido senza energia: “Marcellus eris” significa proprio questo: “Sarai Marcellus”. Un ragazzo pieno di promesse, che però muore giovane, prima di poter realizzare la sua grandezza. È una sorta di promemoria che ci ricorda quanto sia fragile la nostra esistenza, e quanto poco possiamo fare contro il destino.”

Madison ci pensa un attimo e poi, con un mezzo sorriso, ribatte: “Ma non è un po’ quello che succede a noi oggi? Lasciamo tracce ovunque online, con i nostri profili, foto, pensieri… anche quando non ci saremo più, rimarrà tutto lì. Come una versione digitale di noi stessi, no? Oggi però non abbiamo bisogno di un poeta: i nostri social fanno tutto da soli! Anche quando moriremo, ci saranno ancora i nostri post, le foto, i messaggi. Non è una specie di ‘immortalità’?”

“È vero, ma il poeta sublima i ricordi, li rende eterni…”

Madison si stringe nelle spalle e sorride: “Ma poi non se li fila nessuno, a parte noi che dobbiamo studiarli per il test.”

Le sue parole rimangono nell’aula deserta, e io mi ritrovo a chiedermi se, in effetti, la nostra versione di “immortalità” non sia proprio quella che stiamo costruendo ogni giorno, un post alla volta.


13 ottobre

L’iPhone non esisteva, per condividere una canzone si passavano le cuffiette del Walkman, e nelle autoradio rimbombavano le note di Hey Ya! degli OutKast o Vertigo degli U2. La sera, ci si collegava a internet sperando che il modem non interrompesse la telefonata di casa. Le chat di MSN erano il regno delle conversazioni segrete, mentre Il Signore degli Anelli trionfava al cinema e Lost iniziava a tenerci tutti incollati allo schermo.

Era un’epoca di passaggi: dalle videocassette ai DVD, dalle lettere cartacee alle email. E in mezzo a tutto questo, c’era Facebook, che iniziava a spuntare tra i banchi delle scuole e nelle chiacchiere degli studenti.

Ero un giovane professore in Italia, e i miei alunni cominciavano a dirmi: “Prof, deve assolutamente aprire un profilo Facebook, altrimenti resta indietro!” Mi sentivo accerchiato. Lo avevano tutti: amici, colleghi, conoscenti. Ma io ho resistito, con tutte le mie forze, fino al 2014, quando lavoravo come coordinatore per un programma internazionale presso l’università. Il mio supervisor mi disse: “Guarda che i ragazzi usano Facebook per tutto! Se vuoi comunicare con loro, ti serve un account.” E così, anche il prof ha ceduto. Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames… a che cosa non spingi l’animo degli uomini, maledetta brama d’oro!

Ora FB lo uso per scrivere. Gli amici che mi chiedono perché posto storie brevi invece di scrivere sul blog, ricevono sempre la stessa risposta: Nullo die sine linea. Cicerone ci ricorda che questo detto latino viene da Plinio il Vecchio, il quale lo attribuisce al pittore Apelle, che non lasciava passare un giorno senza tracciare una linea, ovvero senza esercitare il suo mestiere.

E a chi mi dice che ormai Facebook è stato spremuto come… un’arancia vecchia al bar, quella che gira da giorni sullo spremiagrumi e non dà più neanche una goccia, rispondo con un sorriso. Lo so, Targhetta, Bussola e Galiano hanno cavalcato l’onda quando il mezzo era ancora frizzante. Io invece? Io sono sempre stato un ritardatario cronico: usavo le cassette del Walkman quando tutti compravano i CD, ho scoperto i CD quando ormai dominavano gli mp3, e ho comprato il mio primo mp3 reader quando gli altri già usavano Spotify. E ho creato un account Facebook quando tutti sono passati su Instagram o TikTok…

Intanto, i miei alunni che mi esortavano a stare al passo con i tempi si sono sposati, hanno bambini, un lavoro e vite che rimbalzano nella frenesia del logorio moderno. Come faccio a saperlo? Li leggo su Instagram.


17 ottobre

La scuola, all’alba, è avvolta in un silenzio denso, quasi palpabile. I pochi studenti che attraversano i corridoi somigliano a foglie d’autunno sospese in un vento che non riescono a controllare. L’ordine con cui arrivano ricorda quello di un concerto: i primi a varcare l’ingresso sono gli introversi, quelli che vivono nei margini dei gruppi sociali, o gli influencer di nicchia, quelli del “pochi ma buoni”. Col passare dei minuti, faranno il loro ingresso gli studenti con qualche centinaio di follower, e infine, come in ogni spettacolo che si rispetti, le star. Arrivano quando la scuola si è già risvegliata, trasformata in un formicaio in piena attività. Ma per ora, ci sono solo loro, i fantasmi del mattino, figure silenziose che si trascinano dietro appunti stropicciati e problemi troppo grandi per la loro età. Ripassano nozioni o forse frammenti di vita, assomigliano a tanti tasselli di Tetris che non riescono mai a incastrarsi perfettamente. È l’incertezza dell’adolescenza, un disordine che riconosco come una sbornia che mi da ancora la nausea.

Dal bagno una ragazza sta cantando Linger dei Cranberries, la voce spezzata: “Did you have to let it linger?” Le parole graffiano l’aria fredda d’autunno. È una Gioia Spada qualunque, come ce ne sono tante in ogni scuola. Questi ragazzi hanno tutto e questo li rende vulnerabili… In fondo sono un po’ rotti, e attraverso le loro crepe filtra una luce che svela minuscoli frammenti di bellezza.


18 ottobre

La mensa delle high school americane è un mondo a parte, dove gruppi di studenti si raccolgono per etnia, ma in realtà sono tutti connessi da un’unica rete invisibile: quella dei social. I ragazzi sudamericani ridono tra loro, i loro pensieri veloci come i post che scambiano in spagnolo. Al centro, un gruppo di studenti asiatici mangia in silenzio, concentrati sui loro piatti. Una ragazza seduta accanto a loro è completamente immersa nel telefono. Le bacchette si muovono veloci tra le dita mentre guarda un mukbang, dove una giovane donna divora grandi piatti di cibo sullo schermo. Vicino alla finestra, un gruppo di ragazzi afroamericani discute anim

atamente; i loro capelli sono un tripudio barocco che va dal cotonato alle treccine intarsiate con perline di plastica colorata ed extension attorcigliate come serpenti di antichi miti pagani. Le “Starbucks girl” occupano il centro della mensa; indossano magliette tutte uguali, leggings aderenti e Crocs o Adidas basse, il nuovo trend di Tik Tok. Ridono sguaiate mentre sorseggiano generose poppate di mocaccini deluxe dalle caraffe griffate, tra una risata e l’altra controllano gli smartphone interagendo con emoticon soffici come marshmallow. I ragazzi della squadra di football, marcantoni di due metri, le guardano scambiandosi cenni d’assenso e facendo gli occhi da fessi, pronti ad invitarle con un DM, un direct message, al prossimo after party.

In un angolo, gli studenti di ESOL vivono il loro mondo parallelo, immersi tra panini al tacchino, videogiochi e selfie. Anche loro sono parte di quella rete sotterranea che scruta e condivide, mescolando il reale e il virtuale. La mensa scolastica delle high school è un microcosmo di culture, sogni e schermi luminosi, forse il riflesso di una nuova America.


21 ottobre

Quando ho iniziato a insegnare, i miei studenti si prendevano cura dei loro Tamagotchi come se fossero creature reali, il sabato i più fragili si stordivano con canne o acidi, prima di andare al pub o in discoteca. Qualche decennio prima, tra gli anni ’70 e ’80, c’erano storie come quella di Christiane F., che parlavano di giovani alle prese con l’eroina. Oggi, le droghe sono diventate più “dolci”, soffici, colorate—vapes, sizzurp e altre misture alla moda—ma forse è proprio perché la vita è diventata più amara.

Lo sizzurp è una miscela di sciroppo per la tosse (contenente codeina, un oppiaceo) con Sprite e caramelle. La codeina deprime il sistema nervoso centrale, riducendo il dolore e inducendo uno stato di calma, mentre la prometazina provoca sonnolenza. Il risultato? Una sedazione profonda, una fuga dalla realtà che isola i ragazzi dietro una nuvola di zucchero e fumo.

La vita oggi è davvero più amara, o siamo noi che abbiamo cambiato il modo di affrontare il malessere? Forse non importa se si nasce con un Tamagotchi in mano o con un iPhone: Leopardi lo aveva già capito. ” è funesto a chi nasce il dì natale…” Il tentativo sembra sempre lo stesso… dimenticare di esistere, anche solo per un attimo, per trovare un po’ di pace… e il mio senso di impotenza è come scorrere un feed infinito sui social: vedo tutto, ma non posso fare molto. Ogni post è un frammento di realtà che non posso cambiare, ogni gesto dei miei studenti un like che non arriva mai al cuore del problema.


23 ottobre

Qualche volta, il venerdì, prima di tornare a casa, mi fermo a guardare una partita di calcio femminile della nostra scuola. Qui in USA, a livello giovanile, specie per le ragazze, è uno sport popolarissimo, e gli spalti sono stipati di famiglie e tifosi. Il mio sguardo si incaglia sempre su Melany, il capitano della squadra, una delle migliori studentesse della mia classe di latino. Sul campo, Melany ha una presenza che non può passare inosservata. Corre come se non esistesse un domani, e nei suoi occhi vedo un lampo che a volte mi fa paura.

Mi ricorda un’Erinni, le divinità vendicatrici implacabili, che inseguivano i colpevoli senza mai fermarsi. Non avevano pace, solo una missione da compiere: inseguire senza tregua. E Melany, con quella determinazione feroce, somiglia proprio a una di loro. Non c’è felicità nel suo sguardo, ma una grinta incrollabile, una forza che sembra dire che nulla la potrà fermare.

Io quella determinazione non l’ho mai avuta. Alla sua età vivevo di sogni magri che non avevano fame di vittoria. Per Melany non è una questione di passione: è un imperativo. Ogni allenamento, ogni partita, ogni compito in classe è una battaglia da vincere, non un’esperienza da vivere.

Quando ha fallito l’unica versione della sua vita, mi ha affrontato a muso duro, ma l’ho vista stanca, con gli occhi circondati da venature rosse, e per un momento ho intravisto l’inganno: il peso che porta sulle spalle. Quando le ho detto che sbagliare è umano, errare humanum est, mi ha risposto che non era lì per essere consolata, ma per capire come migliorare.

Viviamo in un’umanità che premia la determinazione, ma il prezzo da pagare è spesso l’umanità stessa. Ma queste ragazze non sono Erinni, sono esseri umani. Fermarsi, respirare e accettare gli errori che portano a una medaglia di bronzo non è una debolezza, ma la parte formativa del viaggio.


25 ottobre

La penultima settimana di ottobre sta rotolando verso il traguardo come un respiro profondo che si distende sulla strada piana. Il traffico del venerdì sera è soffice, sopra di noi nuvole zuppe di pioggia si gonfiano di porpora e d’oro. Le foglie rosse e gialle danzano ai bordi della strada, e il neon di un distributore di benzina solitario si staglia lungo la linea dell’orizzonte. La macchina davanti a me si muove scorbutica come una versione di Tacito: la seguo con un occhio aperto e uno socchiuso, lasciandomi cullare dal ritmo lento e quasi ipnotico della sera. Solo davanti al semaforo rosso noto lo sticker sul paraurti e mi perdo nei ricordi…

Quando insegnavo ancora in Italia, ogni mattina la scuola era circondata da motorini che arrivavano come sciami d’api all’alveare. Scooter abbandonati e ammassati nei parcheggi, l’odore di miscela bruciata che riempiva l’aria e seccava la gola, quel ronzio collettivo di motori a due tempi che accompagnava l’inizio e la fine della giornata scolastica. Era una sorta di rituale: il “prrr prrr” dei motorini che sciamavano via, come una dichiarazione d’indipendenza rumorosa, orgogliosa…

Riapro gli occhi e fisso lo sticker sul paraurti della macchina che mi precede. Il semaforo diventa verde…

Qui, negli Stati Uniti, il “rito di passaggio” è diverso e inizia prima: la patente di guida si può ottenere a 16 anni nella maggior parte degli stati, e in alcuni addirittura a 14 (come in South Dakota, North Dakota e Montana!). Il percorso verso la “driver’s license” è un’avventura fatta di test, guide assistite e una serie di tradizioni scolastiche.

Per prima cosa, c’è il corso di guida, spesso organizzato dalle scuole come programma extracurriculare. Gli studenti non imparano solo le regole della strada, ma anche lezioni fondamentali su sicurezza e sugli effetti dell’alcol e delle droghe sulla guida, con video educativi e talvolta incontri con poliziotti locali per spiegare le conseguenze di comportamenti irresponsabili. È un misto di educazione stradale e, diciamocelo, anche un po’ di prevenzione spinta.

Poi arriva il test teorico, che si sostiene presso la MVA, DMV o BMV (ogni stato ha un nome diverso per la motorizzazione). Si tratta di un esame a risposta multipla con domande su segnaletica, regolamenti e situazioni di guida comune. I ragazzi che lo superano ricevono il famoso “learner’s permit,” una sorta di foglio rosa che permette loro di guidare, ma solo in compagnia di un adulto, solitamente un genitore.

A questo punto, inizia una fase quasi epica per le famiglie americane: i genitori devono accompagnare i figli per un minimo di 60-70 ore di guida (varia da stato a stato), annotando con precisione orari e percorsi in un log book, una specie di diario di bordo della Enterprise. Inoltre, devono completare un certo numero di guide obbligatorie con una “driving school” (scuola guida) che ha istruttori certificati per insegnare manovre specifiche come parcheggi, inversioni, frenate d’emergenza e tanto altro.

Dopo aver accumulato abbastanza esperienza su strada, il giovane aspirante automobilista torna alla motorizzazione per il “road test,” l’esame di guida pratica. Una volta superato anche quello, finalmente ottiene la “driver’s license,” la patente vera e propria.

E qui spunta un’altra tradizione

tipicamente americana: per festeggiare i sedici anni e la loro “promozione” a guidatori, il PTA (il comitato dei genitori) spesso recapita ai ragazzi una cartolina di congratulazioni. Sopra c’è quasi sempre il disegno di una macchina colorata, qualche frase di augurio e qualche caramella o dolcetto. Negli Stati Uniti, ogni occasione è perfetta per distribuire un po’ di zucchero e tenere alto l’umore (e la glicemia!).

E allora, dopo tutta questa fatica, non resta che augurare al nostro neo-automobilista davanti a me: buona strada e che il Dio del traffico sia sempre dalla tua parte!

Nulla da fare… la macchina davanti a me continua a procedere scontrosa, come una verifica di Tacito…


26 ottobre

Anni fa, insegnando in una scuola “low performing,” ho scoperto qualcosa di inaspettato: molti dei miei studenti afroamericani condividevano un sogno semplice e potente – diventare postini. Incuriosito, chiesi a uno di loro cosa significasse per lui quel lavoro, e la sua risposta mi aprì gli occhi. Mi disse che lavorare alle poste significava stabilità, rispetto, una porta d’accesso alla classe media – un’opportunità di costruire un futuro che a tanti altri era negato.

USPS, il Servizio Postale degli Stati Uniti, ha rappresentato per generazioni una via verso una vita dignitosa, stabile, e ben retribuita, offrendo ruoli con potenzialità di crescita che molti altri percorsi non fornivano. Negli anni ’40, con le battaglie per i diritti civili e le necessità del periodo bellico, USPS ha aperto ulteriormente le sue porte ai lavoratori afroamericani, fino a vedere alcuni di loro assumere posizioni di rilievo nei principali uffici postali del Paese.

Anche uno dei miei cantautori preferiti, John Prine, ha percorso con orgoglio la strada del postino prima di diventare famoso. Girando per Chicago con la sua borsa piena lettere, Prine osservava la vita quotidiana delle persone e trovava ispirazione nelle loro storie. Alcune delle sue canzoni più celebri, come Sam Stone e Hello in There, portano i segni di quell’esperienza, di quell’umanità che aveva colto proprio consegnando la posta. Prine ha dato voce alle vite semplici e dimenticate, facendo del lavoro del postino non solo un mestiere ma un modo per vedere e comprendere il mondo.

Oggi, il 29% dei dipendenti USPS è afroamericano, un dato sorprendente rispetto al 12,6% della forza lavoro nazionale. Anche il divario salariale tra lavoratori afroamericani e bianchi è inferiore rispetto ad altri settori, a testimonianza di come USPS continui a promuovere inclusione e parità.

Negli anni recenti, tuttavia, USPS ha dovuto affrontare sfide non indifferenti. Durante l’amministrazione Trump, il servizio postale ha visto tagli ai finanziamenti e limitazioni nel supporto federale, una mossa che ha suscitato timori per la sua capacità di operare con efficacia. Eppure, nonostante le difficoltà, USPS ha continuato a essere una risorsa essenziale, dimostrando la sua resilienza e il suo ruolo fondamentale per milioni di americani.

Con oltre 31.000 uffici in tutto il Paese, USPS è diventato molto più che un semplice servizio di consegna: offre servizi essenziali come il cambio assegni e transazioni elettroniche, proponendosi come alternativa accessibile e sicura alle banche tradizionali.

Per un futuro più inclusivo: Continuare a investire in USPS non solo preserva un’istituzione essenziale, ma rafforza la mobilità sociale americana, mantenendo viva la speranza di tanti che, con umiltà e determinazione, cercano un posto nel cuore della nostra comunità.


27 ottobre

In questa splendida giornata autunnale, con il profumo delle zucche nell’aria e Halloween alle porte, a una settimana dalle elezioni presidenziali, cosa c’è di meglio di un bel tema leggero… la pena di morte in USA.

Ventitré stati l’hanno abolita, senza contare Porto Rico e il Distretto di Columbia. Per i reati federali però la questione è diversa: in breve, un reato federale è un crimine che colpisce direttamente il governo degli Stati Uniti o viene commesso su territori che non appartengono a uno stato specifico, come ad esempio basi militari, i parchi nazionali o le riserve per intenderci. Per questi crimini, dopo la sentenza della corte suprema Gregg contro lo stato della Georgia, venne reintrodotta anche a livello federale, erano gli anni Settanta. Molti presidenti hanno però evitato di firmare i mandati di esecuzione… almeno fino a Donald J. Trump. Con lui, le esecuzioni sono riprese: Donald J Trump in soli quattro anni ha autorizzato la morte di tredici detenuti.

L’ultimo detenuto federale giustiziato è stato Dustin Higgs, con un mandato firmato da Trump a pochi giorni dall’insediamento di Joe Biden. La vicenda di Higgs merita una storia a sé… ve la lascio nei commenti.

È interessante notare che molti degli stati dove vige ancora la pena di morte, sono anche quelli che si dichiarano “pro-life,” cioè contrari all’aborto, perché a detta loro sono per la difesa della vita…


28 ottobre

La ragazza è lì, incollata al cellulare. Guarda un video di TikTok, altro che Cicerone. Nel video, una mano lancia bottiglie e barattoli di vetro giù da una scalinata. Alcuni rimbalzano, altri esplodono al primo colpo. Bottiglia di Coca Cola: salta tre gradini, poi boom, schiuma ovunque. Barattolo di pomodori pelati: un rimbalzo scarso e si spappola in una cascata rossa. Lei guarda, con gli occhi annebbiati come se cercasse un guizzo in quei frammenti.

“Melany, ma cosa ti piace di questi video?” Mi risponde solo quando anche l’ultimo vasetto, pieno di biglie, si è frantumato, lasciando le palline a rotolare giù per gli scalini. “Io non lo so… c’è qualcosa di ipnotico nel vedere qualcosa che si spacca.”

Questi ragazzi, sono piccoli filosofi, basta solo trovare la chiave per leggerli, perché in fondo, si sta come barattoli sui gradini della vita, spinti da una mano dispettosa.. ed è subito sera.


30 ottobre

Sembrano personaggi usciti da una fiaba dei fratelli Grimm, ma immerse in una realtà di emoticon, emoji e stories su Instagram. Vivono in quartieri che sembrano un feed perfettamente curato, come se un algoritmo avesse eliminato ogni imperfezione: viali alberati e prati verdi, come filtri ben calibrati, e case monofamiliari con fiori che sbocciano come “mi piace” in una sequenza ordinata.

Queste ragazze, impegnate tra lacrosse e calcio, sono le eroine di una fiaba moderna. A differenza delle protagoniste dei Grimm, che affrontavano streghe nei loro abiti svolazzanti e mantelli scuri, le Starbucks Girls si muovono tra leggings neri e gloss alla ciliegia, sempre perfette, come se indossassero un costume scelto dall’algoritmo stesso.

Le eroine delle fiabe combattevano contro incantesimi e misteri; le Starbucks Girls, invece, sfidano l’uniformità di un sogno americano levigato come un osso di seppia, cercando la loro identità oltre l’immagine perfetta che le circonda, come se ogni “scroll” fosse un tentativo di uscire da quel copione già scritto.


31 ottobre

Stamattina ero lì, bello carico, a spiegare un passaggio del De Bello Gallico, quello sui druidi – sì, proprio quel capitolo appassionante come una coda in autostrada ad agosto. Quando, a un certo punto, sento un rumore strano. Tipo… un animale nella selva germanica? Mi avvicino. Macché, era Seth. Russava di gusto. Sì, non solo si era appoggiato al banco, ma dormiva alla grande, con tanto di fase REM e “Losing My Religion”.

Lo sveglio e lui, mezzo intontito, si passa una mano tra i capelli e mi ringrazia. Ma di cosa? Gli chiedo più arrabbiato di Cesare con Vercingetorige. Lui, con una calma olimpica, mi spiega che stava facendo un “power nap”. Un… cosa?!? Un pisolino ricaricante? Neanche fosse l’ultimo modello di smartphone.

Mentre sono ancora lì a cercare di capire se mi sta prendendo per i glutei, nella classe si accende una discussione generale: tutti sembrano essersi svegliati dal torpore della brughiera gallica, e discut

ono di gusto dell’utilità del “power nap”. Io tento di riportarli alla realtà, spiegando che, per come la vedo io, si chiama pennichella e che a scuola non si può fare. Ma loro no, si indignano! Mi danno del vecchio, dell’obsoleto, uno che li spreme come limoni nella Silicon Valley, dove invece – mi spiegano con aria da saputelli – ci sono le nap rooms e menti libere che fanno tutti i power nap di cui hanno bisogno.

Morale della favola: io alla loro età rischiavo di finire dal preside per una mezza pennichella, loro si fanno i power nap e mi fanno pure capire che devo aggiornarmi. Eh, mannaggia a loro… però almeno una cosa posso dirla a Seth: con questo power nap, la sufficienza… se la sogna!


31 ottobre, sera

Ho scritto tanto della sala professori. In fondo, è il classico non luogo, un punto di sosta dove si incontrano – e si scontrano – aspirazioni, delusioni e sogni degli insegnanti… Quelli di chi ci passa per un quadrimestre e quelli di chi, ci è rimasto intrappolato una vita intera. La sala professori è come una stazione che non porta da nessuna parte. Tutti stanno lì, ma con i minuti contati.

Un collega che si attarda davanti alla fotocopiatrice: occhiate torve. La collega che fruga nella borsa per trovare qualche spiccio per il distributore, bloccando la fila: sguardi stizziti. Il collega che si mette a disquisire su un alunno, improvvisando un consiglio di classe estemporaneo: malcelata insofferenza.

In sala professori noi insegnanti siamo piccoli Proust. Assaporiamo con meraviglia il passare ineluttabile del tempo, tra una classe e l’altra, aspettando una campanella che ci porti altrove.

Sono i social bellezza, e non puoi farci niente.

Gli anni della mia adolescenza me li ricordo gialli. Non per il genere letterario, ma per il colore che hanno nella memoria: una serie di Polaroid consumate dal tempo. Al bar del paese, crocevia di storie e sguardi, gli anziani tiravano fumo dalle Nazionali senza filtro scandendo il tempo al ritmo di briscole e bestemmie laiche, echi di un’epoca che sfuma tra le mura consunte del tempo. Quando noi ragazzini passavamo in bici, ci facevano sempre la stessa domanda: Coma se chiama el to papa, perché bastava il cognome per sapere chi eri. Quei vecchi avevano combattuto la guerra, e la loro rassegnazione, maturata in anni di umiliazioni e sacrifici, si riverberava negli occhi segnati da profonde venature che raccontavano storie di un passato che avrebbero volentieri barattato con un pacchetto di MS. Che poi da grande ho scoperto che non era (solo) l’acronimo dei Monopoli di stato, ma anche del detto latino messis summa (raccolto migliore).

Eravamo convinti di poter spaccare il mondo: tanta energia e poche occasioni per liberarla. E allora la nostra vitalità si manifestava in sfide pericolose: il salto tra i tetti degli edifici, il giro della morte con le bici lungo strade ripide… Rompere le regole ci sembrava un atto di ribellione. Ci faceva sentire speciali. Alcuni di noi provavano il “train surfing“, altri lanciavano oggetti metallici sulle linee elettriche per vedere le scintille. Erano attività spericolate che spesso costavano caro. Non c’era né poesia né ribellione in quello che facevamo, ma allora mica lo sapevamo. Pensavamo di essere speciali, invece ci comportavamo così perché la corteccia prefrontale degli adolescenti, responsabile delle decisioni e del giudizio, non era ancora completamente formata. E questo vale sia che nasci a Como, in Florida o a Timbuktu.

Chi dice che abbiamo vissuto un’infanzia idilliaca, o ha la memoria corta o lo dice sapendo di mentire. Le sfide estreme ci sono sempre state, è solo il mezzo che è cambiato. La tribù virtuale ha solo accelerato il fenomeno, riducendo tutto a una questione di numeri. Ogni mattina cinque miliardi di anime si connettono per condividere frammenti delle loro esistenze, trasformando la rete in un grandioso palcoscenico barocco. Cinque miliardi di potenziali spettatori con cui interagire nell’incanto dell’anonimato. Viviamo in un incanto barocco fatto di posts, meme e reels.

Nel Barocco, artisti e scrittori erano affascinati dalla temporaneità e dall’inganno della realtà. La vita era vista come breve e transitoria, simile a un sogno che svanisce con le prime luci del mattino. C’era una forte consapevolezza che le apparenze possono ingannare e che la verità è spesso nascosta dietro un velo.

Anche i social rappresentano un moderno palcoscenico fatto di luci, storie e colori, vissuto come in un sogno. Ci muoviamo in un mondo rarefatto, dove le illusioni sono costruite con filtri e Photoshop, riproponendo in chiave digitale quella stessa fascinazione barocca per l’illusione e la transitorietà.

I social media perpetuano una cultura dell’immediata gratificazione. Le tendenze pericolose sono allettanti perché permettono agli adolescenti di ottenere approvazione e riconoscimento istantanei da un gruppo sterminato di coetanei. In questo mondo digitale, la generazione Z affronta una crescente disconnessione tra il proprio avatar e il vero sé. Condividono immagini idealizzate in uno spazio dove possono essere tutto ciò che desiderano. Tutto.

Tranne loro stessi.

Le statistiche sui decessi di adolescenti causati da social challenge non sono facilmente decifrabili. Spesso questi eventi non vengono categorizzati chiaramente e passano per suicidi, incidenti domestici o incidenti stradali. Eppure ormai è chiaro che i social media possono influenzare negativamente la salute mentale degli adolescenti, contribuendo a depressione, ansia e, in casi estremi, al suicidio. Il Centers for Disease Control and Prevention ha riportato che il tasso di suicidio tra i giovani di età compresa tra 10 e 24 anni è di 10,7 per 100.000, facendo del suicidio la seconda causa principale di morte in questa fascia di età. Gli esperti hanno evidenziato che l’uso eccessivo dei social media, il cyberbullismo e le sfide pericolose possono aumentare il rischio.

Il Chirurgo Generale degli Stati Uniti, Vivek Murthy, ha chiesto al Congresso di obbligare le piattaforme social a inserire avvisi simili a quelli presenti sui pacchetti di sigarette.

Ad oggi non si è ancora fatto niente.

  • Tide Pod challenge: un gioco virale in cui i partecipanti, si filmano mentre ingeriscono capsule di detersivo per il bucato.
  • Choking game”: un gioco in cui ci si strangola o si viene strangolati fino a perdere conoscenza.
  • Sunburn art: un trend dove si creano disegni sulla pelle utilizzando scottature solari. 
  • Bird Box Challenge: si tenta di svolgere attività quotidiane bendati
  • “One chip challenge”: i partecipanti sono incoraggiati a mangiare un grande chip di tortilla ricoperto di peperoncini senza bere latte, acqua o altri raffreddanti.
  • “Benadryl challenge”: i partecipanti consumano dosi massicce di antistaminico per indurre allucinazioni. 
  • skull breaker challenge: tre persone stanno una accanto all’altra e saltano. Mentre sono in aria, le due persone ai lati tirano via le gambe a quella nel mezzo, facendola cadere.

Social Media Victims Law Center,

 Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health

 Center for Injury Research and Prevention.

Se non sono gigli…

«Se tu penserai, se giudicherai, da buon borghese,
li condannerai a cinquemila anni più le spese,
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo,
se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo.»

De Andrè. La città vecchia

Il sole incendia il deserto che scorre ai lati della strada con sfumature fulve e arancioni. Il terreno è arido, punteggiato da cactus saguaro che sembrano una fila infinita di sentinelle silenziose. Qua e là, piccoli cespugli di creosoto, la ginestra del deserto, si aggrappano tenaci tra la sabbia e le rocce. I piccoli fiorellini gialli brillano al sole, le foglie cerose emanano un profumo di resina che sa di piogge lontane, custodi di segreti millenari sotto il cielo secco dell’Arizona.

In questo paesaggio lunare, un truck incede sotto l’asfalto che sembra un marshmallow appiccicoso bruciato dal sole cocente; oltre la linea dell’orizzonte, miraggi di pozze d’acqua tremano nella calura. Il rumore del motore è il metronono del silenzio del deserto, nel cielo blu marino un falco vola ad ali spiegate mentre scruta il terreno in cerca di prede. Sullo sfondo, le montagne rosse di Phoenix si stagliano simili a immense piramidi di terra rossa.

Una macchina della polizia appare nello specchietto retrovisore del truck, si avvicina con fare deciso. I lampeggianti blu e rossi si accendono, i loro bagliori intermittenti si confondono con il blu del cielo e il rosso della terra. Il conducente del truck, un uomo dal viso abbronzato e segnato dalla vita, getta un’occhiata nello specchietto e sospira, per un attimo accarezza l’idea di accelerare e sparire nel deserto, poi cambia idea e accosta al lato della strada.

La macchina della polizia si ferma dietro al truck, i lampeggianti ancora accesi. Un agente con il cappello da ranger e gli occhiali da sole scende dalla vettura e si avvicina al finestrino. L’unico rumore che riempie l’aria è il crepitio della ghiaia sotto gli stivali. L’agente ancora non sa che sta arrestando una persona il cui nome verrà ripetuto all’infinito in centinaia di stazioni di polizia, nei film, nella letteratura e nella cultura americana: Ernesto Miranda.

Ernesto Arturo Miranda nasce a Mesa, in Arizona, il 9 marzo 1941. Sua madre muore che lui  frequenta ancora le scuole elementari. Suo padre si risposa, ma con la nuova famiglia allargata le cose non vanno bene e qualcosa dentro Ernesto forse  si rompe per sempre. Il bambino manifesta una serie di disagi che spesso sfociano in problemi disciplinari e scolastici.

Riceve la sua prima condanna penale quando frequenta ancora le scuole medie. Viene condannato per furto e spedito in riformatorio. Nel 1956, appena un mese dopo essere stato rilasciato, finisce nuovamente in galera. Dopo il secondo rilascio, scappa in California

Tra le palme di Malibù e Venice Beach le cose non vanno meglio. Anche qui viene arrestato per rapina a mano armata e reati sessuali. Passa due anni e mezzo ai domiciliari, poi, a diciotto anni, viene estradato in Arizona. Senza una famiglia, senza soldi e senza idee, inizia a vagabondare negli stati del sud. La sua non è la vita di strada avventurosa di Kerouac, è solo la squallida esistenza di un ragazzino homeless solo, senza casa né soldi.

Da quel momento, Miranda trascorre più tempo tra le fredde mura del carcere che nel calore di una casa. Colleziona una serie infinita di processi e condanne, tanto da sembrare un candidato per il Guinness dei Primati della delinquenza. In fatto di prigioni, Miranda è un vero esperto: ha conosciuto le celle sia statali che federali, da Chillicothe in Ohio fino a Lompoc in California. Dopo una sfilza di scelte discutibili e altrettanti fallimenti, si stabilisce nuovamente  in Arizona. Qui sembra finalmente trovare un po’ di pace. Trova un lavoro come operaio notturno al molo di carico di Phoenix e inizia una nuova vita accanto a Twila Hoffman, una donna di ventinove anni, madre di due bambini avuti da una precedente relazione.

Ma torniamo sulla strada polverosa dove è stato fermato. Gli agenti sono alla ricerca di un truck che corripsonde a quello guidato da Miranda. Il mezzo è coinvolto in una brutta storia: il rapimento e lo stupro di Lois Ann Jameson, una ragazza di diciotto anni. Miranda  si lascia condurre alla stazione di polizia senza opporre resistenza, addirittura partecipa a un confronto all’americana. In fondo è solo un potenziale sospettato, nulla di più, e soprattutto non è formalmente in custodia.

Dopo il confronto però, quando chiede come se l’è cavata, per tutta risposta viene arrestato e portato in una stanza del commissariato. Dopo due ore di interrogatorio, viene convinto a scrivere una confessione a mano in cui si autoaccusa del rapimento e dello stupro di Jameson.

Con una dichiarazione di colpevolezza firmata di suo pugno, il processo di Miranda sembra una formalità. Per tutti, ma per il suo avvocato d’ufficio, Alvin Moore, un uomo di 73 anni, ormai prossimo alla pensione.

Moore è un uomo di legge, dal suo punto di vista, non è più importante capire se Miranda sia colpevole o no. Il suo è un principio puramente legale: il fatto di non aver consentito al suo assistito di avvalersi della facoltà di non rispondere o di non avergli comunque letto i suoi diritti, è a suo avviso un abuso d’ufficio che va al di là di ogni principio di assoluzione o colpevolezza. Il vecchio avvocato si oppone all’ammissione della confessione di Miranda come prova durante il processo, ma la sua richiesta viene respinta. Proprio per via della confessione, Miranda viene condannato per stupro e rapimento a trent’anni di prigione. Il vecchio avvocato non si dà pace, impugna le carte e presenta un appello alla Corte Suprema dell’Arizona, ma la condanna viene confermata.

Moore, ormai vecchio e malato, riesce a convincere un gruppo di giovani avvocati a portare avanti questa battaglia per lui. Così, un gruppo di giovani avvocati dello studio legale Lewis & Roca di Phoenix, si offrono di rappresentare Miranda. Per prima cosa presentano un appello nel quale sostengono che i diritti di Miranda garantiti dal quinto emendamento sono stati violati e la presentano alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Nel novembre 1965, la Corte Suprema accetta di esaminare il caso Miranda contro lo stato dell’Arizona. La petizione degli avvocati, un foglio di milleduecento parole, sostiene in sostanza che un uomo emotivamente disturbato come Miranda, con una formazione scolastica limitata, non avrebbe dovuto essere tenuto all’oscuro dei suoi diritti, sopratutto quello di non auto-incriminarsi.

La Corte Suprema degli Stati Uniti, visti gli atti, dà ragione agli avvocati. Miranda viene processato nuovamente dallo stato dell’Arizona. Nel secondo processo, la sua confessione non viene ammessa come prova, ma viene nuovamente condannato sulla base della testimonianza della sua ex convivente, Twila Hoffman, e riceve comunque la stessa condanna a 30 anni di prigione. Eppure per dirla con le parole di Giulio Cesare: alea iacta est, il dado è tratto…

Miranda verrà rilasciato per buona condotta nel 1972. Ormai, è a suo modo una celebrità. Probabilmente se fosse vissuto ai tempi dei social, avrebbe avuto più successo, ma sono pur sempre gli anni Settanata, così si accontenta di vendere per un dollaro e cinquanta centesimi bigliettini autografati che riportano la celebre frase: Hai il diritto di rimanere in silenzio. Se rinunci al diritto di rimanere in silenzio, tutto ciò che dirai potrà essere usato contro di te in tribunale.

Miranda morirà qualche anno dopo, alla vigilia di capodanno, accoltellato a morte in un bar di Phoenix. Il principale sospettato dell’omicidio di Miranda, Esequiel Moreno Perez, all’epoca ventitreenne, appellandosi proprio ai diritti di Miranda, viene rilasciato e fugge in Messico facendo perdere le sue tracce.

Solo nell’antica Grecia la nemesi, l’ubris, l’eros e il tanatos sono riusciti a raggiungere picchi più elevati. Come l’epopea dei miti ellenici, anche la storia degli Stati Uniti sembra snodarsi in un intreccio complesso di grandezze e miserie, di aspirazioni nobili e cadute altrettanto rovinose. Le storie di una nazione che danza tra le vette dell’aspirazione e gli abissi della caduta, una moderna tragedia greca, un mosaico di luci e ombre che racconta storie in perenne bilico tra sogno e realtà.

Only in America…


Qundo il 13 giugno 1966 la sentenza Miranda contro lo stato dell’Arizona viene resa pubblica, i dipartimenti di polizia in tutti gli Stati Uniti iniziano a distribuire schede di Miranda warnings per i loro agenti da recitare in caso di arresto:

“Hai il diritto di rimanere in silenzio. Se rinunci al diritto di rimanere in silenzio, tutto ciò che dici potrà essere usato contro di te in tribunale. Hai il diritto di un avvocato e di avere un avvocato presente durante l’interrogatorio. Se non puoi permetterti un avvocato, ne verrà fornito uno gratuitamente. Durante qualsiasi interrogatorio, puoi decidere in qualsiasi momento di esercitare questi diritti, non rispondere a nessuna domanda o fare alcuna dichiarazione. Capisci questi diritti come ti li ho letti?”

Questo blog compie in questi giorni cinque anni. La prima storia si intitolava “Una mattina in modalità social homeroom” e descriveva la vita di un gruppo di ragazzi di una scuola superiore di periferia negli Stati Uniti. All’epoca, non avrei mai immaginato che queste storie sarebbero diventate due libri, che avrei raccontato l’esperienza della pandemia, che sarei finito su Radio1 RAI e su alcune riviste, e che avrei partecipato a diverse trasmissioni radiofoniche. I progetti continuano… Ho in programma di pubblicare il mio nuovo romanzo, “Il peso specifico della felicità,” (titolo provvisorio che parlerà di Celia e Arham che ho prestato anche al mio blog). Le idee sembrano promettenti (così mi è stato detto), ma il progetto sta diventando sempre più impegnativo. Il libro richiede una terza stesura, un nuovo editing e un supporto promozionale adeguato. All’inizio di questa avventura, Diego Cugia, leggendo le mie storie, mi scrisse in una email: “Caro Michele, ho letto tutto. I tuoi racconti sono bellissimi, realistici e poetici, ironici e commoventi, da gran scrittore. Potrebbero sicuramente essere un libro, ma qui in Italia non vendono un tubo, tranne rarissime eccezioni. Dovresti farti conoscere nei talk-show televisivi (difficile, e poi sei in America), allora gli editori si interesserebbero a te. Ma non escludo che potresti trovarne uno comunque…” Quanto aveva ragione.

Vorrei ringraziare tutti voi: i miei lettori abituali e gli amici che mi hanno sostenuto lungo questo percorso di cinque anni. Mi avete fatto sentire un po’ più Mr. D di quanto lo sia in realtà, e mi avete donato un’incredibile quantità di affetto e sostegno, di cui vi sono immensamente grato. La stagione 2023-2024 si conclude qui. Se vorrete, ci rivedremo a settembre per un nuovo anno scolastico e una serie di nuove storie.

DUM SPIRO SPERO… Grazie di cuore a tutti.

Novecentotrentasei dollari

Il silenzio si aggira nella classe deserta tenue come una nuvola solitaria in un cielo lontano. Non ci sono più gli schiamazzi dei ragazzi che misurano le vite al tempo di app e post intervallati da likes e commenti lasciati di sfuggita. Come un sussurro, la quiete si insinua tra le pieghe digitali del pomeriggio e il mondo virtuale arretra cedendo il passo alla calma del tempo reale: serio, pragmatico, eterno.

Della lezione che ho appena insegnato resistono solo gli echi lontani delle mie parole che hanno rimbalzato per un’ora buona contro i visi annoiati dei ragazzi. La finestra che dà su White Oak filtra le ultime luci del giorno che si affievoliscono pian piano, i truck scuotono il silenzio con scoppi di motori che sembrano tuoni di un temporale. Il mondo là fuori mi risulta distante e inafferrabile, mentre qui dentro il tempo si è preso una pausa da tutto.

Adoro le scuole deserte. I rumori che tormentano la giornata diventano un sussurro lontano. C’è un lieve scricchiolio del pavimento, scrosci di risate attutite dai muri spessi, il ticchettio regolare dell’orologio alla parete, echi di fantasmi di ragazzi impalpabili come follower senza profilo. Forse è solo la mia mente che mi gioca qualche scherzo, ma ho l’impressione di percepire il flebile aroma di un caffè appena fatto.

La lezione che ho appena finito di spiegare mi è rimasta appiccicata addosso come l’odore di un cavolfiore bollito. Abbiamo tradotto un passaggio non troppo difficile che terminava così: “Numquam se plus quam semel iubet invenire cupido: il desiderio non chiede mai di trovare più di una volta se stesso “

Sarebbe bastato fermarmi alla grammatica. Magari smontare la frase pezzo per pezzo, come una di quelle armi semiautomatiche che alcuni miei alunni si divertono a riassemblare con i padri al poligono di tiro: rimuovere il caricatore, cercare la leva di smontaggio, rimuovere il carrello e la canna e poi ricostruire tutto come un puzzle, assicurandosi che ogni parte sia al suo posto. E invece no, ho voluto giocare a fare il professore poeta filosofo del Dead Poets Society, L’attimo fuggente, e mi sono incagliato in una spiegazione inutilissima sul fine vero della vita e sul concetto di felicità, che poi sono i soldi, i followers, i likes, la Fama. È andata a finire che i ragazzi mi hanno guardato come se fossi un post sfigato senza like su Instagram, incomprensibile come un meme in giapponese stretto. Non solo non ci siamo capiti, ci siamo fatti pena a vicenda. E qui, non contento, con gusto quasi sadico, mi sono ricordato di una vecchia storia che mi aveva raccontato molti anni prima Mr.Reder, il mio collega di American history.

Questa storia inizia in un capodanno di molto tempo fa. Kevin, un liceale di diciassette anni che abitava dalle parti di Washington D.C., la sera del 31 dicembre era andato al veglione di capodanno con gli amici. Quando il primo sole del nuovo giorno dell’anno nuovo faceva già capolino tra le nuvole fredde di gennaio, si era messo alla guida, ubriaco.
Era un ragazzo di buona famiglia, con i capelli castani, uno studente come ce ne sono tanti, con un futuro ancora tutto da scrivere. Nel tragitto verso casa perse il controllo della macchina e si andò a schiantare contro una vettura che sopraggiungeva dalla direzione opposta. Su quel mezzo c’era una ragazza , si chiamava Susan, aveva diciotto anni, e nello scontro era morta sul colpo. Kevin, dichiarato colpevole di omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza, fu condannato a tre anni di libertà vigilata e un anno di servizio di lavori socialmente utili.

I genitori di Susan, non ritenendo che quella fosse una punizione sufficiente, lo citarono in tribunale civile dichiarando che la perdita della loro amata figlia gli aveva causato dei danni emotivi che gli avevano condizionato la vita e chiesero un risarcimento di un milione e mezzo di dollari.

Una volta a processo, i genitori di Susan offrirono di risolvere la questione con un accordo tra le parti ‘alternativo’. Un coup de théâtre: invece del milione e mezzo di dollari, si sarebbero accontentati di un risarcimento di 936 dollari, a condizione che il pagamento fosse avvenuto inviando loro un assegno di un dollaro intestato a loro figlia, ogni venerdì, per i successivi diciotto anni.

Uno per ogni anno che Susan aveva vissuto.

Una settimana alla volta, Kevin cominciò a scrivere l’assegno a Susan. Le settimane diventarono mesi e i mesi un anno nel quale Kevin scrisse per cinquantadue volte un assegno di un dollaro a favore della ragazza.

Kevin cominciò ad accusare disturbi da stress post traumatico: la sola vista del blocchetto degli assegni lo nauseava, l’dea di dover ripetere quel gesto per altre ottocentoottantaquattro volte lo tormantava.  Provò a spedire ai genitori di Susan due scatole di assegni postdatati aggiungendo un anno in più a quello pattuito nella pena.

La coppia rifiutò.

Dopo sette anni, trecentossesantaquattro assegni di questo rituale da contrappasso dantesco, Kevin capitolò e cominciò a saltare alcuni pagamenti. I genitori di Susan lo portarono immediatamente in tribunale. In una testimonianza davanti al giudice, il ragazzo, in lacrime, ammise che l’agonizzante colpa che provava ogni volta che compilava il nome di Susan era diventata insopportabile. Disse che era arrivato ad un tale punto di paranoia da sentire addirittura la voce di quella ragazza che veniva a trovarlo di notte. Il giudice accolse la richiesta dei genitori e Kevin fu condannato a 30 giorni di prigione per aver ritardato il pagamento degli assegni.

In sostanza, il padre di Susan convinse la corte dicendo che la morte della figlia era una presenza costante nella loro vita e che ogni volta che lui e la moglie non ricevevano l’assegno di Kevin, c’era una sola cosa che gli veniva in mente: Kevin, a differenza loro, voleva dimenticare Susan.

Una volta uscito di galera, Kevin riprese a pagare il suo assegno di un dollaro settimanale. L’ultimo assegno l’ha versato nel Duemilauno.

I miei ragazzi hanno ascoltato la storia senza fare una piega. Ora, mi chiedo io, ma perché certe cose succedono Only in America?

Per chi fosse interessato alla storia di Kevin e Susan, quella vera, aggiungo qui il documentario rilasciato da HBO

IT’S ABOUT US

Gli sterminati sobborghi dell’America rurale, i centri commerciali, le catene di fast food a ridosso delle Intrstates raccontati attraverso gli occhi un po’ sognatori di Mr. D, un professore di latino emigrato dall’Italia e di Celia, una ragazza con un passato misterioso. It’s about US, uno sguardo sugli Stati Uniti oltre i titoli appariscenti dei giornali nazionali. Sempre di lunedì, o giù di lì.

disponibile anche su

It’s about US. Un episodio ogni settimana, di lunedì.

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Se un pomeriggio d’inverno un professore

Mi sono comportato come quei pittori che, cercando di evocare un colore, inventano aspetti del paesaggio

Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri

La faculty room della Silvana High School la conosco a memoria; il suo odore di carta e gesso, la luce a neon che rischiara senza troppa convinzione i compiti che sto correggendo, traduzioni di Virgilio dal latino all’inglese che confondono più che indicare saggezze slavate dal tempo. Chissà perché poi le sale professori si assomigliano tutte. Di solito sono male illuminate, come se le luci non dovessero davvero rischiarare più in là delle nostre esistenze sbavate.

Sono entrato in questa sala professori tredici anni fa per la prima volta. Le rivolte della Primavera Araba scuotevano il Medio Oriente, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama annunciava la morte di Osama bin Laden ucciso durante un’operazione militare statunitense in Pakistan. La crisi nucleare di Fukushima causata da un terremoto in Giappone, preoccupava il mondo che si interrogava sulla sicurezza nucleare. Da allora questa stanza mi è cresciuta dentro costruendo muri concettuali che ora mi soffocano come un’amorevole fortezza Bastiani. Questa stanza ha un odore ben definito, sa di libri di testo con le copertine lucide, di sudore dolciastro, di caffè double cream and double sugar, di apparecchi metallici per i denti, di pranzi veloci scaldati al microonde.

Alla mia sinistra la macchina del caffè borbotta rivendicando la sua presenza discreta. Sembra voglia condividere una connessione parentale con i computer. La professoressa di storia, la signora Koch, si alza dal divanetto, si avvicina alla macchina e si versa una porzione di caffè. È una donna di mezza età dal look un po’ trasandato. La sua presenza è caratterizzata da un’aria stanca e disinteressata, sospira appena mentre stringe con forza il suo tazzone. La scena si muove lentamente, con l’orologio che macina i minuti senza suscitare particolare attenzione da parte di nessuno.

Jason Gallagher, matematica, seduto al tavolo in fòrmica verde anni Settanta, ha la mente sintonizzata sulla frequenza dei suoi due bambini. Questa sera tocca a lui prendersi cura di loro. La sua ex è partita per Houston per un colloquio di lavoro. Mentre riflette su questa responsabilità, un’ombra di preoccupazione gli tramonta sul viso. Cosa farà se la ex moglie otterrà il posto di lavoro così lontano? Domande importanti gli sfiorano la mente: quando potrà rivedere i bambini? Quanto dovrà ancora pagare di alimenti? Un meteorite potrebbe davvero colpire questo pianeta sgangherato?

In un angolo della sala, Amanda Sullivan, inglese, sospira sorseggiando una Dr.Pepper gelata. L’incertezza sul futuro la schiaccia come un lottatore di wrestling mascherato con un dubbio esistenziale: ‘Sono io il vincitore o è solo un trucco?’ Amanda, cinquant’anni compiuti a gennaio, ha vissuto una vita di alti e bassi che l’ha portata dagli apici della sicurezza finanziaria a un inaspettato baratro finanziario. Cresciuta in una famiglia affettuosa, rimasta single per scelta, come racconta lei, per condizione, come insinuano le colleghe bene informate. La sua vita ha preso una svolta drammatica poco prima delle vacanze di Natale, quando ha perso di vista il saldo delle sue carte di credito revolving. Con l’aumento del costo del denaro da parte della Fed e l’acquisto un po’ troppo avventato di una Tesla che scivola sull’Interstate come una sciarpa di seta finissima sulla lama affilata di una katana, adesso si trova a dover pagare metà dello stipendio in interessi. Dal solstizio d’inverno è indietro con i pagamenti e le lettere che riceve dalle ditte specializzate sulla riscossione dei crediti si stanno accumulando sul tavolo di cristallo che ha comprato in una warehouse che importa mobili di pregio dal Canada. Ha deciso di consultare un avvocato, può permettersi solo quello che offre consulenze telefoniche, cinquanta dollari per quindici minuti pagabili con carta di credito. Nel tentativo di mantenere alto il morale, trova conforto nei podcast motivazionali del reverendo Joel Osteen.

La giornata in classe è stata lunga e intensa per Ms.Johnson, economia. Il suo sguardo si perde oltre i compiti da correggere mentre si prepara a lasciare la scuola per la serata. Adesso sta adocchiando il monitor del portatile con un sorriso sulle labbra. Stasera, pensa, dedicherà del tempo a se stessa. Non può negare che la prospettiva di tornare sull’app di incontri l’abbia incuriosita. Ha bisogno di distrazioni, di qualcosa che le faccia dimenticare il trambusto della vita scolastica. Apre l’app. di incontri. Come sempre, naviga tra profili sportivi, ma non troppo. Ha imparato con l’esperienza che gli amanti del tennis sono spesso persone raffinate, in forma e, soprattutto, più ‘prestanti’. È attratta da un profilo che sembra promettente: quarantadue anni, divorziato, residente nella zona di Hampden, amante del cinema e del cibo etnico. Intrigata, decide di inviare un messaggio. Il tennista risponde subito. I due cominciano una conversazione leggera, scoprendo che entrambi hanno una passione per i film dei fratelli Coen e una predilezione per i sapori speziati della cucina thailandese. Emily si augura che la seconda parte della serata, dopo la partita di tennis sia altrettanto promettente.

Due sedie oltre la sua, Ms. Hooper cerca di finire di correggere gli ultimi compiti in classe di trigonometria. Stasera, quando tornerà a casa vuole azzannare un libro che ha iniziato lunedì e che sembra gridare vendetta. Su goodreads ha venticinquemila recensioni perlopiù entusiaste e lei non vede l’ora di aggiungere la sua. C’e una frase, anzi, una citazione nel libro che le è piacitua così tanto che l’ha anche trascritta sulla sua agendina.

Tutti gli altri animali traggono soddisfazione dall’accopiamento, l’uomo non ne ottiene quasi nulla.

Citazione di Plinio il Giovane. Dal romanzo The Wolf den.

Ms.Hooper ripassa mentalmente la scaletta della serata. Leggerà nel soggiorno sövande di Ikea, le luci soffuse, un bicchiere di vino rosso, anzi no… una bottiglia di Pinot noir della California, la musica soffusa, qualcosa che le tenga compagnia con discrezione tipo Rivers flows in you di Yruma, mentre la lingua umida di Duke le leccherà le dita che gli dispensano i croccantini al bacon. Terminerà la lettura, lascerà il commento venticinquemila e uno su Goodreads, si farà una tisana alle erbe e con disinvoltura si lascerà scivolare fuori dal mondo tra le braccia di Xanax.

Il professor Smith, insegnante di inglese se ne sta chino sul computer. Da mesi vive in uno stato d’ansia crescente. Ha scoperto che i suoi studenti usano l’intelligenza artificiale per completare i PBA, i performance-based assessment, i temi in classe insomma. Tutto è cominciato quando ha notato un miglioramento repentino e poco plausibile nelle prestazioni degli studenti. La loro padronanza della lingua inglese era diventata affidabile come lo sciabordio delle onde del mare. Aveva echi del Minimalismo di Raymond Carver, del realismo sporco di Chuck Palahniuk, l’eclettismo di Jonathan Franzen. Non riuscendo a tollerare l’incertezza, il professor Smith si è rivolto a un collega professore universitario specializzato in informatica nella speranza di ottenere qualche risposta. L’amico gli ha detto che gli studenti prima usano Chat GPT, poi un programma che corregge Chat GPT, come in un sistema di riciclaggio di denaro sporco, o di scatole cinesi. Le notti passate a cercare soluzioni e risposte hanno finito per minare la sua salute mentale. Da mesi si aggira come uno spettro in sala professori, avvicina i fogli degli alunni ai culi di bottiglia, ne annusa la carta nel tentativo di riconoscere l’inganno di algoritmi che scrivono al posto dei cristiani.

Ecco cosa fanno gli esseri umani: trasformare gli oggetti in persone, le persone in oggetti.
[…]
Ecco cosa facciamo noi esseri umani: ci trasformiamo in oggetti. Trasformiamo gli oggetti in noi stessi.

Chuck Palahniuk. Cavie.

In un anglo vicino al frigorifero, un altro professore di inglese, David Mitchell, con un’aria un po’ strafottente, sta digitando qualcosa al computer. Sta chiedendo alla IA, di scrivergli una lezione su ‘Uomini e topi’ di Steinbeck, completa di esercizi e un test coinvolgente per i suoi studenti. L’intelligenza artificiale inizia a creare la lezione, fornendo una panoramica della vita di John Steinbeck e analizzando il romanzo “Uomini e topi”. Gli esercizi mirano a sviluppare la comprensione e l’analisi critica, mentre il passaggio selezionato offre spunti per la discussione in classe. “Soddisfatto, professore?” chiede l’IA mentre completa la lezione. David sorride, “Perfetto! Ma non finisce qui. Se non ti dispiace avrei bisogno anche di un test con domande a risposta multipla e le relative soluzioni.”
Il signor Mitchell, originario del Minnesota, è cresciuto in una famiglia con radici profonde nell’educazione protestante, si è sempre distinto per la sua comunicazione gentile e formale. A differenza del suo collega di storia, non riuscirebbe mai a rivlgersi a Chat GPT con insulti. L’IA genera rapidamente un test completo con domande articolate su “Uomini e topi”, fornendo risposte chiare e dettagliate. Il professore ringrazia l’IA. Da quando ha scoperto questa tecnologia, riesce anche ad aiutare sua moglie Olivia a curare i gemelli quando torna a casa.

Nella sala professori, le pareti sembrano ancora custodire i sussurri di vite passate, un tempo permeate dal fumo robusto delle sigarette e dal calore di discussioni accese. Oggi, l’atmosfera è diversa, carica di un’asepsi moderna, dove l’odore del wifi si mescola al richiamo di cibi cinesi riscaldati nei microonde. Le piccole vite di chi ha varcato questa porta, con il passare degli anni, si fanno eco lontane. Presto, nuovi volti di professori prenderanno il nostro posto, dando vita a nuove narrazioni e riflessioni. Mentre il tempo scorre all’interno di questo luogo, fuori dalla finestra, la terra, stanca sotto il suo mantello di neve, sembra addormentata nel silenzio di un sonno profondo. 

Le sale professori in fondo sono tutte uguali. Sono una sala d’aspetto dove le storie si intrecciano come fili sottili di una tela, tessendo il costante fluire del tempo che, come sempre, porta con sé la promessa di gioie effimere.

IT’S ABOUT US

Gli sterminati sobborghi dell’America rurale, i centri commerciali, le catene di fast food a ridosso delle Intrstates raccontati attraverso gli occhi un po’ sognatori di Mr. D, un professore di latino emigrato dall’Italia e di Celia, una ragazza con un passato misterioso. It’s about US, uno sguardo sugli Stati Uniti oltre i titoli appariscenti dei giornali nazionali. Sempre di lunedì, o giù di lì.

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It’s about US. Un episodio ogni settimana, di lunedì.

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