Ogni classe è un paesaggio

Il suono della pioggia che batte contro i vetri sembra scandire il tempo della noia come un metronomo. Celia lo ascolta mentre continua a pensare che in fondo ogni lezione assomiglia a un paesaggio.

La classe di matematica è una giungla, le forme sono alberi, i concetti animali selvatici. La classe di letteratura è una barriera corallina dove i colori e le forme dei pensieri assomigliano a pesci curiosi che nuotano tra le parole e le idee immergendosi nella profondità dell’immaginazione. La classe di American governement, quella che sta seguendo ora, è una montagna avvolta nella nebbia. Le leggi sono intricati sentieri tracciati a fatica attraverso boschi di regolamenti e colline normative. Celia su queste vie legislative si muove a fatica affrontantando le contraddizioni del terreno politico con aria sperduta.

No, non le piace la classe di governo.

Oggi Mr.Cummings parla della pena di morte. Illustra i dati con l’abilità di un prestigiatore. Celia ascolta le parole che si sciolgono nella pioggia che batte al di là della finestra.

« Ventitrè stati hanno abolito la pena di morte, senza contare Porto Rico e il Distretto di Columbia. I reati federali meritano una menzione a parte, ma la spiegazione ci porterebbe troppo lontano. Se l’argomento vi interessa potete trovare nel libro di testo la sentenza della corte suprema Gregg contro lo stato della Georgia, quando la corte suprema reintrodusse la pena capitale negli anni Settanta. Da allora, chi commette un reato federale può essere giustiziato. Negli anni i presidenti che si sono succeduti alla casa Bianca hanno sempre evitato di firmare l’effettivo mandato. Poi è arrivato Donald J Trump e in quattro anni ha fatto giustiziare tredici detenuti.»

«You are fired» Strilla Seth, un ragazzo con lo sguardo allampanato.

La classe si lascia andare in una risata nervosa mentre Mr.Cummings fa roteare teatralmente gli occhi prima di riprendere a parlare. «L’ultimo detenuto federale ad essere stato giustiziato si chiamava Dustin Higgs, il presidente Trump ha firmato il mandato di esecuzione in fretta e furia, pochi giorni prima del giuramento del presidente Biden.»

Celia si limita a fissare la pioggia al di là del vetro. La voce di Mr.Cummings che continua a spiegare è una carezza con la carta vetrata.

Jackson Zingo, un ragazzo con una felpa XL e i pantaloni slavati fa presente che un’esecuzione costa tre volte più di un ergastolo.

Amanda Giggs, grandi occhiali rossi, un sorriso beffardo, ribatte che è molto più angosciante passare il resto dell’esistenza imprigionati, senza la speranza di uscire di galera, che almeno una morte rapida è più dignitosa.

Chissà…

Il respiro di Celia adesso è un alito di vento mentre brancola tra quei sentieri stretti di normative e statistiche. Jackson Zingo insiste, dice che non è possibile che i cittadini antiabortisti, pro-life, sono poi gli stessi che appoggiano la pena di morte.

Ogni classe è un paesaggio, quella di governo è una montagna infinita. Celia si muove tra la nebbia sottile simile a un velo che nasconde il suo cammino già incerto. Sui sentieri che si snodano, il tempo si perde in mille fili d’argento. Il passato si riflette in specchi appannati, memorie oscure che sfuggono come sogni lontani. Un viaggio all’incontrario, senza via d’uscita, tra le ombre di un destino intrecciato. In questo labirinto di specchi incerti, spettri senza voce si materializzano e diventano nomi che troppo spesso sono ridotti a semplici storie.

Todd Willingham, condannato a morte per l’incendio doloso che aveva causato la morte delle sue tre figlie nel 1991 a Corsicana, Texas. Willingham ha sempre sostenuto la sua innocenza, sostenendo che l’incendio era accidentale. Nel 2009, una commissione d’indagine del Texas ha concluso che le prove scientifiche erano insufficienti per stabilire con certezza l’incendio doloso

Intanto le vette si dissolvono nel chiarore incerto e il confine tra realtà e sogno svanisce. Celia vacilla sospesa tra le pieghe del tempo, come una farfalla d’inverno. Nella nebbia di questa montagna il presente è passato e il passato è presente, perdersi è facile, ritrovarsi una sfida in questo eterno abbraccio simile a un viaggio senza fine.

Senza fine.

“Tonight, Alabama causes humanity to take a step backwards. Thank you for supporting me. Love all of you.”

Kenneth Eugene Smith (July 4, 1965 – January 25, 2024)

Dustin Higgs fu condannato a morte per il suo coinvolgimento in un triplice omicidio avvenuto nel 1996. Higgs, insieme ad altri due complici, fu accusato di aver rapito e ucciso tre donne, Tanji Jackson, Tamika Black e Mishann Chinn, nella riserva naturale di Patuxent River nel Maryland. Sebbene nel Maryland la pena di morte vennne abolita nel 2013, il territorio dove si era cosumato il crimine, era di proprietà del governo federale. Higgs di fatto non uccise fisicamente le donne, diede la pistola al suo amico ordinandogli di ucciderle. Ora, mentre al processo l’autore materiale degli omicidi venne punito con l’ergastolo, a Higgs venne inflitta la pena capitale.  Nonostante le proteste e le richieste di clemenza rivolte al presidente Trump, Higgs fu giustiziato con un’iniezione letale il 16 gennaio 2021 presso il penitenziario federale di Terre Haute, nell’Indiana. Se n’è andato dicendo: I’d like to say I am an innocent man. I did not order the murders.

Stars ‘n stories

Gli sterminati sobborghi dell’America rurale, i centri commerciali, le catene di fast food a ridosso delle Intrstates raccontati attraverso gli occhi un po’ sognatori di Mr. D, un professore di latino emigrato dall’Italia e di Celia, una ragazza con un passato misterioso. It’s about US, uno sguardo sugli Stati Uniti oltre i titoli appariscenti dei giornali nazionali. Sempre di lunedì, o giù di lì.

In ogni caos c’è un cosmo

Se preferisci ascolta la storia 9:54 min.

“Non avrebbe mai potuto capirmi, perché a me piacciono troppe cose, e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte, e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno, eccetto la mia stessa confusione.”

Jack Kerouak

Sorseggio un caffe nel diner a ridosso del raccordo anulare mentre guardo le macchine, poche, che sfrecciano sferzando l’aria. Questa domenica mattina si preannuncia fredda, lo si capisce dai particolari, come sempre del resto. I miei alunni l’avrebbero già saputo che tempo farà, perché prima di usicre di casa chiedono a Siri le previsioni e la app li gratifica snocciolando in tempo reale i dati del National Weather Service con tutti i numeri del caso: temperatura media, minima e massima, percentuali di precipitazioni, di umidità, livello di serotonina. Io, con un rigurgito d’orgoglio lo chiedo al cielo che tempo farà…

Da ragazzo, quando alla radio passava una canzone che mi piaceva, prendevo carta e penna e cercavo di trascriverne il titolo. Mi imprimevo nella mente le strofe e la melodia che al termine del brano era una fioca scia musicale in testa che mi accompagnava per giorni. Ho provato a spiegarlo ieri mattina ai miei ragazzi mentre mi destreggiavo come un acrobata in una lezione sulla felicità.

Più che capirci ci siamo detestati.

Il cielo mi parla attraverso le nuvole annacquate. Formano una cortina spessa che si impasta con il grigio ardesia al di là dell’orizzonte, al di qua, sfumature color del piombo. Il rumore del locale aumenta con il passare dei minuti, ma la persona che sto aspettando ancora non si vede. L’aria sa di caffè nero bollente, di bagel tostati, di bacon croccante. Prendo il telefono e controllo i messaggi: nulla.

Mr Reder, l’uomo che sto aspettando, non ha mai fatto un ritardo in quarant’anni di insegnamento. Se è per questo non è neanche mai stato assente. Alle sette meno dieci la sua macchina era sempre parcheggiata dietro la collina che si affaccia sulla baia. Poi durante la pandemia è andato in pensione e ancora oggi, quando parcheggio nel piazzale a ridosso della baia mi sembra di vedere il fantasma della sua Cadillac con il tetto nero e il cofano oblungo.

Se in questi anni ho scritto tanto di storia americana lo devo a lui. È stato Mr. Reder a raccontarmi la storia dei Catonsville Nine, un gruppo di attivisti anti-guerra che nel maggio 1968 entrarono nell’ufficio di reclutamento di Catonsville in Maryland, rubarono e bruciarono file della leva militare con il NAPALM  per protestare contro la partecipazione statunitense al conflitto in Vietnam al grido di: ‘con questo loro ci bruciano i bambini, noi i fogli di carta’.

È  stato Mr.Reder a raccontarmi la storia di Carmelita Torres, una diciassettenne messicana che in una tesa mattina degli inizi del Novecento si era rifiutata di fare il bagno con un disinfettante tossico scatenando le rivolte di Bath a El Paso in Texas.

Insomma, quando gli Stati Uniti si attorcigliano in storie complicate, ci pensa Mr.Reder a dipanarmeli un po’ con argomentazioni semplici e lisce come ossi di seppia. 

Il fatto è che Mr.Reder racconta la storia come se stesse guardando uno stormo di uccelli dalla finestra di casa. Non c’è mai passione nel suo sguardo, mai un giudizio. Si limita a raccontare i fatti come se lui non ne facesse davvero parte, come se parlasse del vicino di casa o di un film che ha visto la sera prima.

Il tempo intanto passa e dalla porta non entra nessuno. L’aria è più fredda, adesso trasporta fiocchi di neve che turbinano nell’aria. Potrei andare a cercarlo a casa sua, in fondo la sua casetta monofamiliare si trova dietro al distributore di benzina su Providence Road, non troppo lontano da dove mi trovo adesso, ma la sola idea mi mette a disagio.

Ci sono stato solo una volta a casa di Mr.Reder, quando era ormai in pensione, volevo fargi una sorpresa. Avevo cercato il suo indirizzo in segreteria e mi ero presentato alla porta in un soleggiato pomeriggio di inizio primavera con un vassoio di cannoli siciliani che avevo comprato da Trinacria, il deli italiano su North Paca Street. Già dall’esterno, mentre mi avvicinavo all’entrata avrei dovuto capire che stavo facendo la cosa sbagliata. I segnali erano evidenti ma io come un fesso non li avevo colti mentre camminavo nel vialetto d’accesso ostacolato da montagne di scatole di cartone sgretolate, sacchi di plastica stracolmi di oggetti vari e un labirinto di vecchi mobili in disuso.

All’ingresso, la porta era a malapena visibile dietro a cumuli di giornali impilati, vecchi vestiti e ninnoli rotti. Mr.Reder mi aveva fatto entrare come se nulla fosse, infilando in bocca un cannolo con i frutti canditi. Una volta dentro, l’odore pungente di muffa e polvere mi aveva riempito le narici mischiandosi a quello dolciastro dello zucchero a velo. Ogni centimetro quadrato di quello spazio era occupato da oggetti apparentemente insignificanti, ma il loro accumulo creava un intricato labirinto di oggetti inutili.

Mr Reder si era scusato del ‘disordine’ mentre mi invitava in soggiorno, un luogo che vomitava oggetti con un’ansia bulimica. Più che entrare nella pancia di quella casa, mi pareva di immergermi sul fondale limaccioso di una palude di barattoli, libri, lattine, carte, atlanti, tavole di sughero e oggetti misteriosi. I ripiani, i tavoli, persino il pavimento erano completamente coperti da queste reliquie impolverate, ciascuna contenente il suo misterioso tesoro di oggetti accumulati e dimenticati nel tempo.

Il tavolo sembrava aver perso da tempo la sua funzione primaria. Ogni centimetro di superficie era occupato da una straordinaria varietà di oggetti, rendendolo completamente inutilizzabile. Montagne di giornali, pile di vestiti ormai dimenticati, ninnoli spezzati e vecchi strumenti si sovrapponevano in un collage intricato, senza una chiara soluzione di continuità.

La cucina adiacente che si adocchiava dall’angolo del soggiorno aveva subito una trasformazione simile. Scatoloni di ogni forma e dimensione erano ammassati sul pavimento e sui ripiani, rendendo quasi impossibile raggiungere gli elettrodomestici e gli utensili necessari. Il tavolo da pranzo, seppur ancora visibile sotto strati di libri, quotidiani e altri oggetti inutilizzati, era stato trasformato in una sorta di archeologia domestica, con strati sovrapposti di storie e ricordi dimenticati.

Non c’era un solo spazio libero in cui sedersi o trovare un po’ di respiro. Le sedie erano seppellite sotto il peso di vestiti, sacchetti e oggetti di vario genere. Anche le finestre, teoricamente fonte di luce e aria fresca, erano ormai nascoste dietro pareti invalicabili di barattoli.

L’odore pungente che permeava l’aria era una miscela di muffa e polvere con un retrogusto stantio di ricordi accumulati nel tempo. Era un odore che ricordava la storia di un attaccamento nostalgico agli oggetti soffocati dal tempo, ogni passo era un viaggio tra strati di memorie dimenticate.

Finisco il caffè e attivo la chiamata. Un Truck amaranto sfreccia su Providence Road facendo tremare le vetrate del diner, sembra un dinosauro cromato

La linea è libera…

«Sì?» domanda Mr Reder. La voce è lontana, un po’ ovattata, coperta in parte da una musica distante, linee melodiche lunghe, espressive, con un andamento lento e maestoso.

«Non dovevamo incontrarci questa mattina qui al diner per un caffè?»

Il silenzio dura qualche secondo di troppo. È riempito da una sottile melodia malinconica simile a un fruscio, un suono di archi che stridono, poi la voce un po’ roca di Mr.Reder riempie l’incavo del mio orecchio: «Fa freddo oggi, eh?»

«Cos’è questa musica?» Domando con un tono di voce un po’ irritato.

Gli archi in sottofondo stridono nel silenzio che segue.

«La radio… è… è… l’adagio per archi di Barber. L’hanno eseguita al funerale del presidente Kennedy alla St. Matthew’s Cathedral a Washington, D.C.»

«Scusa, ma oggi non dovevamo vederci’?»

«Fa freddo vero? Ti ho mai detto che una quarantina d’anni fa, visto che i costi energetici erano troppo alti… i distretti scolastici chiudevano le scuole nella settimana più fredda dell’inverno? Oggi invece abbiamo raggiunto l’indipendenza energetica e tutti se ne sono dimenticati…»

«Interessante, ma noi?»

« Scusa Mr.D, ho deciso di stare a casa… oggi danno neve…»

«…»

«Pensavo lo sapessi…»

«E come avrei dovuto fare a saperlo?» domando adocchiando i fiocchi gelati che sbattono contro la vetrata del diner.

«Scusa, ma tu prima di uscire di casa non dai un’occhiata a SIRI?»

Non comprendo cosa voglia cercare per essere più felice chi è già felice.

Cicerone

Hoarders, accumulatori. Negli Stati Uniti si stima che tra 5 milioni e 14 milioni di persone abbiano il disturbo da accumulo. Sul fenomeno c’è anche un show televisivo in onda su A&E la quindicesima stagione verrà annunciata a breve.

IT’S ABOUT US

Gli sterminati sobborghi dell’America rurale, i centri commerciali, le catene di fast food a ridosso delle Intrstates raccontati attraverso gli occhi un po’ sognatori di Mr. D, un professore di latino emigrato dall’Italia e di Celia, una ragazza con un passato misterioso. It’s about US, uno sguardo sugli Stati Uniti oltre i titoli appariscenti dei giornali nazionali. Sempre di lunedì, o giù di lì.

disponibile anche su

It’s about US. Un episodio ogni settimana, di lunedì.

Ti presto la mia voce

Vuoi fare del tuo libro un audiolibro?

Ti serve una voce femminile e versatile che legga un tuo componimento, poesia, spot pubblicitario?

Contattami su: irenesparacello@gmail.com

Starbucks girls

Le ragazze che abitano nei quartieri immacolati, con i vialetti alberati che si susseguono senza sosta, tutti uguali, intervallati da case monofamiliari con i prati color smeraldo, i marciapiedi lisci e regolari e le aiuole adornate da fiori sgargianti che sembrano appena usciti da una fiaba dei fratelli Grimm. Le Starbucks girl giocano a lacrosse e a calcio, hanno una sorella Cheerleader, madri vaporose che vivono vite americanissime, fatte di cene al ristorante nel weekend, partite di football e grigliate nei fine settimana autunnali, baseball e Budweiser nelle calde serate primaverili, sabbie bianche a perdifiato d’estate, sorrisi fluorescenti, capelli biondi, leggings, gloss alla ciliegia, occhi chiari come un cielo d’aprile, SUV lucidi e cromati stipati nei garage grandi come monolocali.


I suoni della quotidianità si impastano con il silenzio dell’aula, le tre ragazze mi guardano, gli occhi fissi nei miei, un’espressione del viso educatamente infastidita.

«Dobbiamo davvero avere questa discussione? Di nuovo?» È la ragazza alla mia sinistra a parlare. Si chiama Tanzela, la forma femminile del termine “Tanzeel”, che in arabo vuol dire: “colei a cui è stata data una rivelazione divina.”

Osservo le ragazze con un sorriso senza pretese, in fondo sono nate già vecchie, di una bellezza segreta, nascosta tra le pieghe degli hijab: «Ampliare il gruppo ci farebbe bene, sentire altre voci oltre alle vostre… ehm… nostre…»

Gli schiamazzi provenienti dalla palestra oltre il corridoio arrivano ad ondate intervallati dai colpi secchi di un pallone che si infrange contro il muro con la cadenza di un metronomo.

La seconda ragazza, quella al centro del piccolo gruppo, scuote la testa facendo roteare gli occhi, come a voler dire: ‘se lo dice lei’. Il suo nome è uno scioglilingua di consonanti, vuol dire ‘il momento in cui il cielo inizia a illuminarsi ‘. Troppo complicato, io da un po’ la chiamo Alba.

«Una Starbucks girl nel nostro gruppo?» torna all’attacco Tanzela facendo finta di sistemare dei fogli sparsi sul banco.

Cerco un po’ di sostegno nella terza ragazza del gruppo. Ha un nome che ricorda quello di un mobile di Ikea, nella sua lingua vuol dire: ‘colei che è devota a dio’. Forse la più malleabile delle tre Graie. Le chiamo così le tre componenti del gruppo di lettura, un ristrettissimo circolo che si riunisce una volta al mese per discutere di libri scelti quasi sempre da Tanzela. In fondo è lei che devo convincere, se voglio far passare la mia mozione del giorno: ampliare il nostro gruppo di lettura accettando la richiesta di Priscilla Bateman di aderire al club.

L’unico problema di Priscilla Bateman, è che incarna la quintessenza dell’americanità che le tre ragazze del gruppo di lettura cercano di evitare come una verifica il lunedì mattina.

Ci riprovo. Sorrido all’indirizzo di Tanzela mettendo a fuoco la sua pelle ambrata e i capelli scuri che si intravedono appena dalla parte anteriore dell’hijab che le scende lungo le spalle. Il suo abbigliamento è modesto, riflette la sua pragmaticità: colori sobri, tessuti leggeri adatti alle sue esigenze quotidiane. L’unico vezzo che si è concessa è un paio di All star nere con le stelle dorate.

Le Graie… le tre sorelle della mitologia greca, figlie di Forco e Ceto. Donne di una bellezza sfiorita, perché non avevano mai vissuto la giovinezza. In sostanza erano nate già vecchie. Avevano un solo occhio e un solo dente che condividevano passandoselo a vicenda.

Le Graie dela Silvana High sono come un muro di marshmallow. Mi lasciano divagare senza opporre resistenza, mi soffocano nella loro zuccherosa pragmaticità, io non servo in quanto membro del gruppo, ma solo perché offro uno spazio dove riunirsi.

La mattina si aggirano per i corridoi della Silvana High con un paio di libri in mano, gli hijab sempre a posto, lo sguardo stretto tra le fessure degli occhi. Non sono fanatiche di social media, ma hanno un account di Book Tok, un sottogruppo di TikTok in cui gli utenti, ma forse sarebbe meglio dire le utenti, condividono consigli di lettura, recensioni dei libri e altre discussioni legate al mondo della letteratura. Sono perlopiù giovanissime ragazze; dai nomi sembrano un esercito di Starbucks girls, per dirla come le tre Graie. Condividono i loro libri preferiti, consigliano letture in base a generi specifici, mostrano la propria libreria personale e creano video originali fatti di recensioni degne del New York Times. A quanto pare questa tendenza ha contribuito a promuovere la cultura della lettura tra i giovani e ha portato a un aumento dell’interesse per diversi libri, soprattutto quelli che possono essere considerati “trendy” su TikTok. Le mie Graie seguono il gruppo senza mai intervenire. Si sono iscritte utilizzando nomi fittizi da Starbucks girl… Melinda, Tiffany… Chissà se in realtà questa comunità è composta da avatar di ragazze introverse che si affidano a nomi evanescenti per proteggere il proprio anonimato…

«Allora, Mr.D«» cambia discorso Tanzela senza neanche sforzarsi di mettere ai voti la mia mozione, «abbiamo scelto il libro del prossimo mese, si intitola Le vergini’. è un thriller psicologico con duecentonovantasettemila recensioni su goodreads, con un voto non altissimo, 3.62. Chi vota a favore di questa lettura?» conclude con fare da autocrate.

Le ragazze alzano la mano in sincrono, me le immagino mentre si passano l’unico occhio per guardare la copertina…

Cerco di prendere tempo. Il libro mi ispira come un caffé di Starbucks con caramello, double sugar, cannella, panna montata e cacao che gronda lipidi e saccarosio dai bordi… E poi di questo autore abbiamo già letto ‘La paziente silenziosa’ il libro scorreva bene, ma il finale mi era sembrato un po’ tirato per i capelli. Provo a controbattere suggerendo dei classici, magari Heinrich Boll, Steinbeck, Calvino, chessò… Bukowski. Mi guardano come mi guardava mio padre quando gli raccontavo con entusiasmo un aneddoto de ‘Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano’.

Le ragazze non si sprecano neanche a darmi una risposta, anche perché questa pantomima si ripete ogni mese tale e quale: loro propongono un Booktok, io controbatto, vengo messo in minoranza… majority rules.

Aspiro l’aria mentre faccio finta di sistemare il nodo della cravatta. In lontananza arriva un leggero scricchiolio di sedie, il fruscio attutito di pagine sfogliate nell’eternità, l’odore pastoso di carta e di matite che si mischia a quello del detersivo, dei pranzi stipati nei lunchbox, odore di cavoli e patate, del gesso, dell’ handsanitizer aspro e pungente.

Chissà… forse aveva ragione Bukowski quando diceva che la differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura… beh in dittatura… non dobbiamo neanche sprecare il nostro tempo andando a votare…

Una volta che uccidi un altro essere umano, non c’è più via di ritorno… è un po’ come essere rinati, suppongo. Ma non è una nascita ordinaria: è una metamorfosi. Ciò che emerge dalle ceneri non è una fenice, ma una creatura più brutta: deforme, incapace di volare, un predatore che usa artigli per tagliare e lacerare

The Maidens

Alex Michaelides

Gli sterminati sobborghi dell’America rurale, i centri commerciali, le catene di fast food a ridosso delle Intrstates raccontati attraverso gli occhi un po’ sognatori di Mr. D, un professore di latino emigrato dall’Italia e di Celia, una ragazza con un passato misterioso. It’s about US, uno sguardo sugli Stati Uniti oltre i titoli appariscenti dei giornali nazionali. Ogni lunedì o giù di lì.

disponibile anche su

It’s about US. Un episodio ogni settimana, di lunedì.

Condannati a rincorrere la felicità

Il sole d’autunno inizia a scendere oltre la baia tingendo il cielo di sfumature cremisi, una brezza carica di umidità porta nell’aria un profumo di foglie morte. Io, seduto sugli spalti, una bottiglia di Dr. Pepper temperatura ambiente tra le mani, la barba ispida di una settimana, un paio di occhiali da sole a coprire le occhiaie di troppe notti insonni, sembro la controfigura di Roberto Sedinho, l’allenatore mezzo alcolizzato di Holly e Benji. Gli spalti del campo da calcio sono gremiti di madri con l’uncinetto, nonne con i thermos di caffè, padri che nascondono le bottiglie di bourbon in sacchi di carta marrone, ragazzini caricati a molla che corrono all’impazzata su e giù dalle gradinate. Le due squadre femminili si preparano nell’area di riscaldamento, i loro respiri visibili nell’aria fresca, le maglie colorate che si stagliano contro il prato verde. Il fischio dell’arbitro risuona nell’aria, io faccio un sorso di Dr.Pepper: sa di zucchero carbonato e sciroppo per la tosse.

Il sole sta scomparendo uno spicchio alla volta dietro l’orizzonte, le luci dello stadio si accendono gettando una luce artificiale sul campo. Le striature rosse al di là delle nuvole si fondono con i colori delle maglie: verde e bianca, quella della Silvana High, nera e gialla, quella della Jefferson high. Strizzo gli occhi cercando di mettere a fuoco le giocatrici, quando trovo quella che sto cercando non la perdo più di vista. Rimango ipnotizzato dal movimento dei muscoli che si contraggono e si allungano ad ogni falcata; è un vortice di energia in campo mentre insegue il pallone con una feroce determinazione. La sua grinta si irradia negli occhi stretti come due fessure. Si chiama Melany Huckins, è il capitano della squadra femminile di calcio della Silvana High, la vice presidente della math honor society, la segretaria della classe del venticinque, il membro permanente del gruppo della croce rossa, la studentessa numero dodici della Silvana High school e come se non bastasse anche una delle migliori studentesse della mia classe di latino.

Un’attaccante avversaria inizia a correre lungo la fascia cogliendo la linea difensiva impreparata, avanza rapida come un coltello bollente nel burro tiepido. Melany vede la minaccia un po’ troppo tardi, la bandierina del fuorigioco non si alza, allora si getta all’inseguimento. L’avversaria guadagna terreno lungo la fascia mentre la distanza si riduce. Melany si lancia come una Erinni in una scivolata feroce, con una grinta agonistica eccessiva. La folla inizia a urlare, gli allenatori trattengono il fiato, le compagne trattengono il respiro…


Non è una scelta. Le attività extra curriculari e gli sport sono una necessità. È un po’ come se facessi parte di un gioco che non ho scelto ma che devo giocare lo stesso. Devo accumulare vittorie, medaglie, certificati e riconoscimenti perché sono il passaggio obbligato per ottenere borse di studio universitarie. La mia giornata inizia alle cinque del mattino, l’unico momento in cui posso studiare senza distrazioni. Dopo la scuola, invece di rilassarmi, mi dirigo direttamente agli allenamenti. Non odio lo sport, ma ci sono giorni in cui vorrei solo sedermi e fare niente. Ma so che devo allenarmi sempre e comunque. Le partite infrasettimanali, le riunioni online, le competizioni virtuali, sono parte integrante della mia vita. Non ho il lusso di scegliere quando partecipare, perché ogni occasione è un’opportunità per dimostrare il mio valore agli occhi delle università. E poi ci sono i miei genitori… mi spingono a dare sempre il massimo, anche quando vorrei solo staccare un po’. Come sempre c’è molto di più, dietro le quinte.

La finestra che dà sul campo di lacrosse restituisce briciole di sole autunnale frammiste al vociare confuso di alunni che schiamazzano oltre il recinto. Guardo Melany cercando di trovare delle parole che possano descrivere questa situazione, davanti a noi il foglio con la versione di Cicerone dal titolo ‘The character of Catilina’s followers’ a testimoniare il suo fallimento. La traduzione è completamente sbagliata, Melany non ha riconosciuto le due perifrastiche passive, non ha neppure saputo tradurre correttamente il termine aes alienum, che se è vero che letteralmente significa denaro alieno, in latino vuol dire debito, nel senso di denaro di qualcun altro. Una disfatta, paragonabile a quella della battaglia di Little Bighorn, quando le forze dell’esercito degli Stati Uniti, comandate dal Tenente Colonnello George Armstrong Custer vennero disintegrate dalle tribù di Toro Seduto e Cavallo Pazzo.

 Melany si passa una mano sui capelli biondi, ne stringe una ciocca in un pugno e la lega con un movimento rapido sfilando un elastico verde dal polso.

«Fermiamoci qui… Lo so che non è da te ma… ma in fondo anche tu sei umana e… errare è umano, no?»

 Oltre la porta arrivano i sussurri ovattati della scuola, porte che scricchiolano, una risata lontana, una sedia che striscia sul pavimento.

Melany alza la testa dal foglio, gli occhi di un chiaro opaco sono circondati da venature rosse. «Io non mi arrendo…»

«Ma non ti stai arrendendo… stai solo prendendo atto che forse… forse … dovresti studiare di più e giocare meno a pallone e fare tutte quelle centinaia di cose che fai»

Salgo con lo sguardo lungo il viso affilato di Melany cercandone le imperfezioni negli occhi. Vorrei dirle che Catilina è morto stecchito e se è per questo anche Cicerone, che venire al mondo è una ferita, che la nascita ci apre le porte a una serie infinita di possibilità, che mentre i giorni diventano settimane, le settimane diventano mesi e i mesi anni che ci risucchiano in un flusso incostante di momenti che durano attimi. Eppure, in questa corsa sfrenata verso l’esistenza, alla fine, ritorneremo a non essere.

Invece non dico nulla…

Melany si alza dalla sedia, raccoglie la versione di latino e mi ricorda che ha ancora diritto a un make-up test, un compito di recupero, si rassetta la maglia della squadra di calcio, si sistema i capelli dietro alle orecchie e lo zaino sulle spalle. La sua non è una constatazione, è una dichiarazione di guerra.


Melany riesce a raggiungere la palla con un’entrata netta ed energica frutto di intensità e ferocia agonistica. L’avversaria vola via rotolando sul prato. L’arbitro porta il fischietto alla bocca: rigore. Da così lontano non riesco a decifrare l’espressione del suo viso, ma in fondo non ce n’è bisogno: perché so già che la sua rabbia si irradia negli occhi stretti come due fessure.


Il costo medio delle tasse di iscrizione e delle spese scolastiche in un’università americana può variare da circa $35.000 a $70.000 o più all’anno. Per affrontare questa sfida finanziaria, molti studenti cercano di ottenere borse di studio. Tuttavia, gran parte di questi finanziamenti sono legati all’impegno in attività extracurriculari. Molti istituti universitari cercano studenti che dimostrino un coinvolgimento attivo nella comunità, leadership e una vasta gamma di esperienze al di fuori delle aule. Questo requisito ha creato un’enorme pressione. La competizione è spesso feroce, poiché gli studenti cercano di distinguersi in mezzo a una moltitudine di candidati altamente qualificati. Questo stress può avere un impatto significativo sulla salute mentale di molti ragazzi. Sempre più studenti si sentono costantemente sopraffatti, sperimentano ansia, depressione e stanchezza cronica.

IT’S ABOUT US

Gli sterminati sobborghi dell’America rurale, i centri commerciali, le catene di fast food a ridosso delle Intrstates raccontati attraverso gli occhi un po’ sognatori di Mr. D, un professore di latino emigrato dall’Italia e di Celia, una ragazza con un passato misterioso. It’s about US, uno sguardo sugli Stati Uniti oltre i titoli appariscenti dei giornali nazionali. Ogni lunedì o giù di lì.

disponibile anche su

It’s about US. Un episodio ogni settimana, di lunedì.

Ti presto la mia voce

Vuoi fare del tuo libro un audiolibro?

Ti serve una voce femminile e versatile che legga un tuo componimento, poesia, spot pubblicitario?

Contattami su: irenesparacello@gmail.com

È un lavoro di merda

Prof…

Ma chi è?

Sono io…

Ma io chi?

Roberto…

Ma che ore sono?

Le tre e venti…

Ah Roberto… tranquillo: domani spiego, non interrogo. Torna pure a dormire.

E va bene… dimmi, Roberto…

Lo schermo è liscio al tatto, un po’ freddo. Sposto la mano e ritrovo la lista di nomi dei miei ragazzi del secondo anno. Quando insegnavo in Italia il registro era cartaceo, di un blu indaco con la copertina di cartone rigido che alla fine dell’anno scolastico penzolava agli angoli tradendo centinaia di ore, giorni, classi, note, pianti, feste, lutti, assenze, riunioni, consigli, litigi di classe. I nomi andavano trascritti uno alla volta, con penna nera o blu, anche se qualche collega si divertiva a usare una penna turchese. Ogni volta che trascrivevo un nome avevo il terrore di saltarne uno dall’elenco alfabetico, di dimenticare una lettera e in quel caso era un disastro perché, anche se sistemavo la svista con lo sbianchetto, quell’errore mi perseguitava per tutto l’anno scolastico: ogni volta che i miei occhi incrociavano il nome imperfetto, la mente mi riportava a quel pomeriggio di inizio settembre, con il sole che scaldava le finestre impolverate della sala professori.

Questo registro americano è online. Gli errori non si possono fare, tutto è preciso, calcolato. Quando i nomi andavano ricopiati uno alla volta dalla spunta che mi davano in segreteria, mi piaceva immaginare le facce dei nuovi alunni mentre ricopiavo i cognomi, perché in fondo la parola nome viene dal verbo nosco… conosco… e così ogni nome diventava una storia di cui mi dovevo impossessare. Alcuni dei nomi che ho trascritto hanno avuto storie felici, altri storie mediocri, qualcuno un finale troppo veloce.

Questo registro americano riflette nomi esotici, alcuni sono dei veri e propri scioglilingua, altri hanno un tocco yankee, altri raccontano di viaggi, fughe, speranze, deserti, pick-up, frontiere e lacrime…

Faccio scorrere il dito lungo la lista dei ragazzi del secondo anno una, due, tre volte. Niente, il nome che cerco non c’è.

Perdere un nome di uno studente significa un po’ dimenticarsi della sua storia, e io ho sempre avuto problemi con gli addii. Mi alzo dalla cattedra, esco nel corridoio, cammino a passi svelti oltre la segreteria e raggiungo l’ufficio di Ms. Meyers, la guidance counselor. Per chi non fosse pratico di scuola americana, la guidance counselor è un po’ come una vecchia zia che si prende cura degli studenti. A volte incoraggia i ragazzi, a volte li asseconda e quando serve li striglia per bene.

L’ufficio della signora Meyers è arioso e ben ordinato. Una finestra che dà sul piazzale dispensa porzioni di luce che rendono l’ambiente accogliente e funzionale. La signora Meyers è seduta in un’immensa scrivania coloniale a ridosso del muro che ospita due monitor e un laptop. Anche se è ingombra di fogli, nell’insieme dà l’idea di un disordine studiato. Sul muro campeggia un poster dal titolo: I cinque impegni del consulente scolastico.

«Mr. D, cosa posso fare per te?» La signora Meyers sembra poco interessata alle formalità.

«Ma Jaiden Alvarez si è trasferito? Non è più nel registro…»

«Chi?» mi domanda lei tornando a studiare una pila di fogli sparsi sul tavolo.

«Alvarez, quel ragazzino snodato con i capelli arruffati e gli occhi un po’ allampanati.»

«Non ho capito di chi stai parlando… aspetta che cerco sul computer…»

«Jaiden… il ragazzino che rapiva i nanetti da giardino e poi chiedeva il riscatto… mi pare che ne abbia rubati un paio anche a te…» dico sorridendo.

Ms. Meyers alza gli occhi dal monitor ma non ride: «Mr. D, siediti…»

Mi siedo.

«Tu non lo leggi il Baltimore Sun, vero?»

«Il giornale? Ogni tanto…»

Ms. Meyers digita qualcosa poi gira il monitor nella mia direzione: «Leggi…»

Leggo.

Un ragazzo è stato trovato incosciente nella piscina privata dell’Athletic Club di Jerrisville. La polizia lo ha identificato come Jaiden Alvarez, 15 anni, studente della Silvana High School. È morto in ospedale dopo un presunto annegamento. La piscina era chiusa, recintata e sorvegliata. Non è chiaro come sia entrato né perché fosse da solo.

Rimango immobile, nella testa come in un loop rivedo il viso allampanato di Jaiden l’ultimo giorno di scuola, il sorriso un po’ assente. Gli ho detto arrivederci, era un addio.

Ogni nome è una storia…

Quando mi alzo dalla sedia Ms. Meyers dice l’unica cosa che non voglio sentire: «Mi dispiace, Mr. D.»

«Ma perché era lì, da solo? Jaiden non è il tipo da rubare, e cosa poi?» Quando finisco la frase vengo assalito da un dubbio, devo controllare.

«Mr. D, a proposito di quella nuova studentessa che si trasferirà qui la prossima settimana… hai già corretto il suo test d’ingresso?»

«No…»

«Secondo te sarà una che ci darà del filo da torcere?»

«Non lo so… di sicuro ci regalerà la sua storia.»

Quando raggiungo il piazzale del Marriot il sole scalda l’asfalto già arroventato. Mi avvicino al cancello sul lato ovest della struttura, appoggio le mani al ferro immaginandomi Jaiden di sera, uno zainetto sulle spalle. Guardo e rimango impietrito, non voglio piangere ma le lacrime di rabbia mi cadono a tradimento e io non posso farci niente.

In questo momento vorrei solo prendere la testa di Jaiden e sbatterla con forza, una, due, tre, mille volte contro l’inferriata incandescente perché non si può morire così, per…

Il giardino filtrato dalle lacrime è di un verde smeraldo, le piccole statue di nani sono disposte in modo ordinato sul prato dall’erba appena tagliata. Sono vestite in vari colori vivaci, cappelli conici e lunghe barbe fluide. Alcuni tengono strumenti musicali, come piccole chitarre o flauti, e sembrano pronti a iniziare una festa. Altri sono impegnati in attività quotidiane, come la pesca in un laghetto artificiale o la coltivazione di fiori nelle aiuole.

Queste creature di ceramica sembrano pronte a raccontare segreti nascosti, come quelli di un bambino con la faccia da adolescente che si è addormentato sul fondo della piscina.

Dimmi Roberto, cos’è successo?

Chiara…

Ma com’è possibile…

Io non so cosa fare, sto troppo male… speravo che lei avesse una spiegazione perché io non la riesco a trovare…

Attraversava i binari con la musica in cuffia e non si è accorta del treno che arrivava. È morta così, C.B., 16 anni. Vicino a lei hanno trovato alcuni quaderni e un diario.

C’è un video di YouTube che ha ormai qualche anno. Un ciclista pedala in una fredda giornata di gennaio, si appoggia alla macchina dell’ammiraglia, dice di avere freddo, che vuole qualcosa di caldo. L’allenatore prima lo prende affettuosamente in giro invitandolo a prendere un tè caldo al bar, poi gli dice: “Vai in testa e mettiti a menare, non stare a ruota: lo so, Matteo, che c’hai freddo. Grinta ci vuole… grinta! È uno sport di merda.”

Ogni volta che mi ritrovo a dover dare una spiegazione logica alla storia di Jaiden, alla telefonata di Roberto, mi sento infreddolito come quel ciclista.

È un lavoro di merda.

Ora… se, dopo aver guardato il cielo, vi resta un po’ di tempo per sostenere questa pagina, potete sempre condividere la storia, costringere cinque amici a iscriversi al blog, o — per i più temerari — adottare una copia di Mannaggia a Clitennestra.
Non farà di voi una costellazione, ma almeno una buona azione narrativa…
E se invece non farete proprio un bel niente, va bene lo stesso.

Quattro. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice.

Ascolta la storia 9:12 min.

La cattedra è un tappeto di fogli sparsi. La fisso con orrore chiedendomi se si può davvero annegare  in un mare di scartoffie.  Se questa cattedra soffocata da una prateria di fogli potesse parlare, avrebbe la cadenza di Plauto e metà delle parole del Carme 42 di Catullo. 

Comincio a raccogliere i fogli per sistemarli. Il primo ha un titolo in grassetto che ricorda quello di un Pokémon colorato:sizzurp. Quando ho iniziato a insegnare i miei studenti impazzivano per i Pokémon, e anche i tamagotchi, delle calcolatrici portatili che in realtà erano degli animali domestici elettronici. I pomeriggi scorrevano senza pensieri, i miei studenti si prendevano cura di quelle creature digitali mentre ripassavano i pluralia tantum della prima declinazione.

A me sembravano tanti fessi, tanto felici. Il collega di filosofia aveva un’opinione più apocalittica: ‘Quando l’uomo viene costretto ad affezionarsi alla macchina’ diceva, ‘allora l’umanità verrà spazzata via’, e poi citava improbabili film coreani, Tetsuo l’uomo d’acciaio, Takeshi Kitano, Bergman e Nietzsche. Spazzata via da cosa? chiedevo io… Spazzata via, replicava solenne. 

Eravamo solo un po’ fessi e non lo sapevamo… 

Questo protocollo sullo sizzurp non ha niente di fiabesco, è un foglio che spiega nel dettaglio che sizzurp, anche conosciuto come lean o bibita viola, è una bevanda che contiene una miscela di sciroppo per la tosse, Sprite e una massiccia dose di caramelle. Lo sciroppo contiene codeina che agisce come un depressore del sistema nervoso centrale che, combinato con la prometazina, un antistaminico che causa sonnolenza, crea un intenso stato di sedazione. Il risultato? Se i nostri studenti barcollano, non riescono a interagire con il mondo esterno, non sono tra le braccia tornite di Morfeo ma tra quelle piumose di Sizzurp.

Il bicchiere è sempre pieno e viola

Il mio amico con una ruota vola

Tesla, Capo Plaza

Metto lo Sizzurp variopinto nel cassetto e raccolgo il secondo foglio: parla del protocollo per difendersi da un eventuale attacco armato alla scuola. Per onor della cronaca il foglio precisa ‘in the very unlikely event’, ma io nel dubbio faccio gli scongiuri perché come dicevano i nostri padri: In omnia pericula testicula tacta. 

Fuori dalla finestra la pioggia ha un sapore d’estate con qualche accenno d’autunno, il suo ticchettare si disperde nel beep beep dei tamagotchi che suonano nella mia testa.  Questa scuola  mi è entrata sottopelle come breccia ruvida dentro le ginocchia quando si cade dalla bici.  Ormai i miei studenti non mi fanno nemmeno più paura, solo una gran tenerezza al  pensiero di  tutto quello che devono dire, fare, baciare, lettera e testamento.

Il terzo foglio parla del title nine. Lo leggo di sfuggita anche se so già di cosa si tratta: tutela contro la discriminazione di genere a scuola. Nelle scuole americane i docenti sono soggetti a ‘in loco parentis’, ci avvisa il foglio,  una locuzione latina che significa ‘al posto dei genitori’ e quindi se un ragazzo trans a scuola cambia nome ma a casa no… noi insegnanti possiamo tutelarlo senza essere tenuti a dirlo alle famiglie, così, Amanda Wilson a scuola diventa Richard Wilson, con buona pace dei genitori.

Nella penombra della stanza le forme degli oggetti sono un po’ sfumate, i fogli, i libri e le penne sparse sulla cattedra formano tenui giochi in chiaroscuro. L’odore del gesso e della carta si diffondono nell’aria, il fruscio dei fogli assomiglia allo sciabordio delle onde del mare. Metto a fuoco piccoli dettagli: il profilo delle piante oltre la finestra, il riflesso delle luci esterne sul pavimento del corridoio, il rumore dei passi di qualcuno che si muove al di là della porta.

Prendo un altro foglio: parla di come prevenire i suicidi giovanili, di come anticiparli, comprenderli. Chiudo gli occhi chiedendomi come si faccia a comprendere un suicidio giovanile: le ombre delle piante oltre la finestra continuano a danzare proiettando sagome scomposte nell’angolo più lontano dell’aula.

Il penultimo foglio è un appunto scritto di mio pugno. Parla di una lezione sulla nostalgia del tempo. Lo leggo con meraviglia, chiedendomi se l’ho scritto davvero io perché giuro che se l’ho fatto non me lo ricordo più. 

Leggo: gli storici romani spesso esprimevano una profonda nostalgia per i tempi passati, per loro si stava sempre meglio prima…. Ci sono cascati degli scassamaroni come Livio, dei paraculi come Sallustio e perfino dei secchioni un po ‘stoici come Cicerone. Ad un certo punto della loro vita si fermavano, riflettevano, e si convincevano che l’antica Repubblica romana un tempo avesse conosciuto un periodo migliore di quello che stavano vivendo loro. A confronto, il loro presente il loro presente gli sembrava un’epoca di decadimento politico e morale. 

Che si mettessero pure in fila questi pensatori romani. Un tempo i tamagotchi  insegnavano ai bambini il valore della responsabilità e dell’affetto. Ogni bip e cinguettio erano segnali di vita che richiedevano immediata attenzione. 

Prendo l’ultimo foglio, oltre la porta arrivano ad ondate rumori ovattati: sedie che scricchiolano, un coro di risate soffocate, passi di tacchi affrettati che risuonano sul pavimento del corridoio. Guardo il foglio chiedendomi se sia davvero quello che penso, c’è anche un post-it sul bordo sinistro: sì, è davvero quello che penso. 

Il messaggio sul post-it è della guidance counselor, è scritto con una grafia ordinata che ricorda un mosaico: Hey Mr.D non è che mi tradurresti questa cosa?

Sfioro il foglio con le dita e un sospiro di profumo tenue si spande nell’aria. Sa di fondi di caffè e varechina. Sa di scuola italiana. Fisso con nostalgia il logo del ministero dell’istruzione, le firme, i numeri: è una pagella scolastica. Scorro con gli occhi i voti riportati a penna a fianco alle materie, poi alzo la testa e leggo il nome dell’alunna: Celia D’Alessandro.

disponibile anche su

IT’S ABOUT US

Nel cuore di un’adolescenza segnata da silenzi e segreti, Celia si ritrova a lottare contro un passato che non può più ignorare. Cresciuta alll’ombra di un evento traumatico avvenuto in una remota estate della sua infanzia, Celia sembra trovare conforto solo nella compagnia della sua adorata sorella Daisy. Tuttavia, quando lei e la madre si trasferiscono negli Stati Uniti in cerca di un nuovo inizio, i fantasmi del passato riaffiorano in modo inaspettato mischiandosi agli eventi di una high school di una lontana periferia americana.

It’s about US. Un episodio ogni settimana, di lunedì.

Ti presto la mia voce

Vuoi fare del tuo libro un audiolibro?

Ti serve una voce femminile e versatile che legga un tuo componimento, poesia, spot pubblicitario?

Contattami su: irenesparacello@gmail.com

Quieto vivere

Una pioggia inconsistente pizzica i tetti delle case e l’erba dei backyards del quartiere, scivola sinuosa giù dalle grondaie inzuppando i barbeque d’acciaio che la maggior parte di noi aveva preparato per festeggiare il Labor day, la festa dei lavoratori, la festa della fine delle vacanze. È una pioggia strafottente che impasta il carbone con le gocce che colano nei canali di scolo lavando via dalla pelle il tepore di un’estate effimera che non poteva durare. Un vento atlantico con accenni di mediterraneo sbatacchia la pioggia contro le finestre, fa sobbalzare le piscine gonfiabili e le fronde dell’american dogwood di Mr.Hamilton, con un retrogusto di autunno caldo che in realtà non vuole saperne di scaldare.

Seduto in cucina ascolto il suono della pioggia respirando i primi sapori di settembre mentre continuo a fissare la fotografia in bianco e nero che stringo tra le mani: un ragazzo sorride all’obiettivo, gli occhi neri e vispi, i baffi arricciati all’insù secondo la moda del tempo, un completo scuro con il farfallino, i capelli leggermente arruffati. Giro la foto ingiallita dal tempo e rileggo per l’ennesima volta la nota, poche righe scritte di fretta, con un carboncino che ha sbavato un po’ nei bordi. Scuoto la testa e sospiro: ma perché mi devo sempre cacciare in questi pasticci?


Dopo settantotto giorni, quindici ore e quaranta minuti di inerzia scandita da pomeriggi dilapidati davanti a CNN e FOX news che ci hanno tenuto compagnia ricordandoci che il prezzo del petrolio è aumentato, che l’inflazione americana è fuori controllo, che in molti stati non si può abortire ma in compenso si può girare per strada con un fucile a canne mozze, le scuole riaprono e noi come sorci ormai navigati torniamo sulla nave, pronti per salpare verso lidi che dalla stiva non vedremo mai.

Il preside ci accoglie uno per uno davanti alla porta dell’aula magna, ha un sorriso generoso, strette di mani vigorose come acciaio ittita. Noi entriamo nell’immensa aula magna scoprendola forse un po’ più immensa del solito. L’effetto all’inizio è quasi plastico, perché di solito i posti conosciuti risultano essere più piccoli, forse anche più banali, mentre la sala del primo collegio docenti del nuovo anno scolastico ci risulta incredibilmente grande. Sposto gli occhi con disagio da destra a sinistra cercando di percepire l’inganno, nulla, l’aula è diventata più grande.

Mi siedo nell’ultima fila e finalmente percepisco l’inganno: non è l’aula che è diventata più grande, siamo noi che siamo diventati più piccoli, nel senso che un terzo delle sedie un tempo occupate da colleghi sono vuote. Manca Mr.Cummings, il professore di storia, e Ming, il collega di cinese, e Ms.Zingo, la collega di inglese e molti altri di cui non ricordo neanche più il nome.

Il preside entra nell’aula camminando con fare incerto, gli occhi bassi, un sorriso istituzionale che gli muore agli angoli delle labbra. Percorre l’ala centrale della sala evitando di incontrare i nostri sguardi, sale sul palco, afferra un microfono e comincia a parlare.

Il discorso recitato in un burocratese stretto, potrebbe tranquillamente riassumersi così: un terzo del corpo docenti della Silvana High schoool si è licenziato durante le ferie estive, in poche parole siamo understuffed, sotto organico, a quanto pare molti professionisti ignorano le gioie dell’insegnamento… ma dobbiamo stare tranquilli e aiutarci, perché il governo ha intenzione di promuovere leggi speciali che permetteranno ai neo laureati di insegnare anche senza un diploma di laurea, spazio anche agli insegnati pensionati e ai riservisti, insomma, in un modo o nell’altro, con l’aiuto di tutti, anche quest’anno ce la faremo.

Noi lo ascoltiamo come si ascolta un rumore di sottofondo; Ms. Ray, la collega di scienze muove le mani a tempo mentre porta a termine una trapunta che dovrebbe essere pronta per Thanksgiving, Mr. Burke annuisce ogni due minuti ma non al preside, ma a Tony Robbins che negli Airpods gli sta spiegando come si fa a diventare ricchi con sette semplici mosse, il resto di noi un po’ guarda in direzione del preside e un po’ verso le sedie vuote, con curiosità quasi morbosa. Senza mascherine sembriamo tutti un po’ diversi; Soraya mi ha detto che questa sensazione di apparire differenti senza la mascherina ha un nome ben preciso, si chiama mask phishing, un fenomeno per cui una persona sembra più attraente quando indossa una mascherina.

Al termine della lezione ci dirigiamo senza fretta nelle nostre aule tirate a lucido, poche parole scambiate nei corridoi, sguardi lesinati con cura. Quando arrivo davanti alla porta della mia aula mi trovo davanti Mrs. Bateman, una caraffa di mocacchino in mano e un sorriso benevolo.

«Mr.D la disturbo?» Mi domanda seguendomi dentro l’aula.

«Mai… è sempre un piacere vederla» Rispondo collaborativo.

Mrs.Bateman non sembra cogliere il sarcasmo della mia risposta, si siede con spavalderia americana su una sedia al primo banco e mi guarda senza parlare.

Appoggio la borsa tracolla sulla cattedra, sbuffo un po’ giusto per darmi delle arie, sfoglio distrattamente qualche foglio che ho raccolto nella mia cassetta delle lettere in segreteria e alla fine cedo, faccio un bel respiro e dico: «Posso… posso… fare qualcosa per…»

«Sì.» Risponde lei.

«Dica pure…»

«Si ricorda che l’anno scorso io e la mia famiglia siamo stati in vacanza… in Italia?»

«Naturalmente» Replico facendo scodinzolare il piede destro.

«Ecco… ma lei lo sa perché ci tenevo tanto ad andare in Italia?»

«No…»

Tipico delle madri dei mei alunni farsi stanare dilapidando il tempo che come aveva giustamente suggerito Seneca è pur sempre limitato…

«Perché… il mio cognome da nubile è Bley, da mio padre… ma…»

«Ma?»

«Ma mia mamma… da celibe era Troia»

Per una frazione di secondo perdo aderenza con la realtà mentre i sistemi di traduzione del mio cervello vanno momentaneamente in tilt, poi il mio subcoscio italiano e inglese si riallineano e sbobinano la frase in slow-motion… My -mom’s- maiden- name- was- Tro-ia…

«Ah come la città dei poemi omerici?»Suggerisco.

«No» Replica lei con fare sornione, «Come il ristorante su Providence Road.»

«…»

Non riesco a dire nulla, allora resto in silenzio mentre nella testa, chissà per quale inganno della mente ripenso alle parole de ‘I treni di Tozeur’ di Battiato.

«L’aveva fondato mio nonno Giuseppi… Troia.»

«…»

Nei villaggi di frontiera guardano passare i treni.

Le strade deserte di Tozeur...

Mrs. Bateman allunga una mano nella borsa, raccoglie una busta ingiallita dal tempo e me la infila tra le mani. La guardo senza sapere cosa dire, imbarazzato. Fisso la busta per qualche secondo, poi la apro: è una foto in bianco e nero, un ragazzo con due baffi appuntiti fissa la camera con aria assente, alle sue spalle pochi dettagli: una parete di un grigio cinerino, un’ombra sfocata.

«La mamma è venuta a mancare quest’estate»

«Mi dispiace…» dico ricacciando indietro Battiato che continua a suonarmi in testa.

«Facendo pulizia nel cassettone ho trovato la foto di… di… deve essere un parente… ecco, sul retro della foto c’è un messaggio in italiano… mi chiedevo… mi chiedevo se… se lei potesse tradurmelo, ma con calma, ci mancherebbe…»

Infilo la foto nel compendio del De bello gallico, mi aggiusto la cravatta, tossisco e riesco a farfugliare qualcosa tipo: «volentieri… mi dia solo qualche giorno…»


La pioggia continua a battere sul tetto, io continuo a stringere la fotografia tra le mani, indeciso sul da farsi, poi allungo la mano verso il bicchierino sul tavolo, ne accarezzo i bordi, l’afferro e bevo tutto d’un sorso. Prendo la penna e scrivo:

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle. Ti affido mio figlio. ”


Mrs. Bateman legge la mia traduzione senza riuscire a trattenere le lacrime, mi abbraccia commossa, un po’ piange e un po’ sorride. Quando usciamo nel piazzale, si ferma davanti alla bandiera della scuola e la fissa con fare trasognato: «Oh…» esclama, «è a mezz’asta per rendere omaggio alla regina?»

Mi limito a tossire senza rispondere, in fondo per quieto vivere ho già detto troppe bugie, così le lascio interpretare il mio silenzio come meglio crede.

Bandiera a mezz’asta per celebrare il 9/11 che quest’anno cadrà di domenica.

La pioggia non sembra volerne sapere di smettere, continua a cadere senza fretta. Guardo nuovamente la foto accarezzandola tra le mani, poi la giro e rileggo il testo scritto a carboncino, una scrittura imprecisa,in stampatello, da scuola elementare: PER PIACERI AIUTALO CHE IO SOLA CIAI MANATO ROBI E SOLDI 40 ANI E NESUNO LO VOLI CONOSCERI.

Un grazie di cuore agli amici e ai lettori che quest’estate hanno trovato il tempo di venire alle mie presentazioni, davvero ho finito gli aggettivi. Un grazie enorme va ad Alida Paternostro de ‘Le sfogliatelle’ che da sola è riuscita a smazzarsi due terzi di tutte le presentazioni…

Il progetto di Mr.D e della Silvana High school doveva concludersi a giugno, anche perché sto lavorando ad un romanzo che uscirà nel 2024 e che forse pubblicherò a puntate anche sul blog. Nel frattempo le storie di Mr.D che volevo mandare in soffitta rimarranno in serie limitata, un episodio al mese, per ringraziare tutti voi che dopo quasi quattro anni ancora trovate il tempo di leggere e di scrivermi, grazie! Vi ricordo inoltre che Insegnare alle ombre è disponibile in tutti gli e-stores e librerie… per chi l’ha già letto, se vi è piaciuto, vi chiedo per favore di lasciare un feedback sui portali che usate per recensire i libri.

SCUOLA E DAD TRA LUCI E OMBRE

Mary Nowhere's avatarMary Nowhere

Michele di Mauro presenta “Insegnare alle ombre”, sequel del fortunato “Hey, sembra l’America!”

Gli esami di maturità si stanno avviando verso la conclusione e, per la prima volta dopo due anni, studenti e docenti hanno potuto affrontare questo momento importante senza mascherina. Io stessa mi sono stupita per il fatto di avere davanti, per la prima volta, la parte inferiore del volto di alcuni colleghi che, dall’inizio dell’anno, non avevo mai visto per intero. I miei alunni di quinta, classe 2003, hanno vissuto il primo lockdown con l’introduzione della DAD nella primavera 2020, l’alternarsi di aperture e chiusure dello scorso anno scolastico, per poi tornare quest’anno interamente in presenza, con l’attivazione della didattica digitale solo nel caso di singoli contagi. Poter frequentare regolarmente le lezioni è stata un’autentica boccata d’ossigeno, dispositivi di protezione delle vie respiratorie permettendo, per poter vivere la scuola come è giusto che sia, vale…

View original post 2,380 more words

Dad the beautiful

‘Cause this is the end if you want it

Yeah, this is the end…

I’ve been convincing myself that I’m worthwhile
‘Cause I’m worth what I’ll convince myself to be
I’ve been convincing myself that I’m worthwhile
‘Cause I’m worth what I’ll convince myself to be

Relient K – “(If You Want It)”

Oggi, primo luglio 2022 esce in libreria Insegnare alle ombre – Dad the beautiful- la raccolta delle storie che ho pubblicato nel 19-20-21-22. Un grazie di cuore a tutti i lettori che hanno già acquistato il libro in prevendita sugli e-store e in libreria, così come a tutte le persone che hanno lavorato dietro a questo progetto. Prima di tutto il mio editore, Lorenzo Battaglia, che ha creduto fin da subito nel progetto, Beppe Severgnini, che fin dalla prima email che ci siamo scambiati ha speso parole lusinghiere oltre ad avermi fornito uno spazio preziosissimo tra le lettere di Italians, la redazione di radio Popolare e ADMR che hanno ospitato in momenti diversi i miei racconti, Andrea Parodi, amico d’infanzia che ha fatto da colonna sonora a gran parte della mia vita ma anche delle mie storie, le Sfogliatelle, che anche se in questi anni hanno avuto la fortuna di dialogare con alcune delle penne più autorevoli della narrativa italiana, mi hanno ‘adottato’, Irene Sparacello, l’anima di Mr.D, and last but not least, TUTTI i miei lettori sia italiani che ‘stranieri’: Mauro da Milano, Giuliana da Como, Adelchi, Giuliana, quella americana, Irene, Mariagrazia AKA Gu, Mary, Mariella, Grazia, giusto per citarne qualcuno….

Probabilmente il progetto narrativo della Silvana High school si conclude con questa pubblicazione. Mi sono divertito tantissimo a raccontare una scuola alternativa, frutto di quello che ho vissuto in questi dieci anni di insegnamento negli U.S.A., così come mi sono altrettanto divertito a dialogare con i miei lettori del blog sparsi un po’ ovunque in questo pianeta un po’ sgangherato. Mr D., quello della fiction, ringrazia anche tutti i suoi alunni che gli hanno tenuto compagnia in questi quattro anni; Uriah, Kenzie, Destiny, Seth, Amira, Mr.Cummings, Ming, Mr Malone e in particolare Soraya, che oggi ha vent’anni e che anche grazie ai racconti di Mr.D ha visitato l’italia innamorandosene perdutamente al punto da volersi trasferire, come del resto sembra suggerire questa foto che mi ha mandato l’anno scorso. Chissà..

Non ho smesso di scrivere… anzi… solo che da settembre cambierò focus, meno Mr.D e più America, oltre ad un progetto, un romanzo a puntate che mi piacerebbe pubblicare sempre su questo blog. A chi leggerà questo libro o ha letto il blog, chiedo, come sempre, se vi va… di lasciare una review, possibilmente su amazon.

Ah, quasi dimenticavo di dirvi che a fine di luglio sarò in Italia per presentare il libro

19 luglio- Novedrate (CO) @ Villa Casana Ore 21

20 luglio a Cantù @Maurifiori Vicolo Nava 4

21 luglio @ Feltrinelli Corso Buenos Aires, Milano ore 18:30

22 lugio TBA

23 luglio @ Buscadero day, Varese

24 luglio, Bologna, TBA

Il dolore degli altri

l’io, io!… il più lurido di tutti i pronomi!… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona.“

Carlo Emilio Gadda. La cognizione del dolore

Si narra che nel maggio del 1803, dei commercianti di schiavi che giravano per l’Africa siano riusciti a convincere settantacinque maschi adulti della tribù degli Igbu in Nigeria a seguirli per trovare fortuna nelle Americhe. I membri della tribù superarono indenni il middle passage, la rotta degli schiavi africani nelle Americhe e arrivarono in Georgia. La chiamavano così la tratta di mezzo che portava gli schiavi africani nelle Americhe, il secondo lato di un triangolo di tre rotte che dall’Europa passava per l’Africa, da lì alle Americhe e di nuovo in Europa. Funzionava così: le navi partivano dall’Europa per i mercati africani con manufatti (primo lato del triangolo), lì i manufatti venivano barattati in cambio di schiavi, a quel punto le navi schiaviste trasportavano gli schiavi attraverso l’Atlantico (secondo lato del triangolo, il middle passage, appunto) nelle Americhe dove gli schiavi venivano venduti per acquistare pellami, tabacco, zucchero, rum e materie prime che venivano nuovamente trasportate nell’Europa settentrionale (terzo lato) a completare il triangolo.

I settantacinque membri Igbu una volta arrivati in Georgia capirono ben presto quale sarebbe stato il loro vero destino. Privati della libertà e ridotti in schiavitù vennero acquistati dagli agenti di John Couper e Thomas Spalding per svolgere lavori forzati nelle piantagioni di St. Simons Island per la somma di 100 dollari ciascuno.

I membri Igbu, ormai schiavi incatenati, vennero stipati sotto il ponte di una piccola nave, la Schooner York, per essere trasportati sull’isola, la loro ultima destinazione. Durante il tragitto verso St. Simons Island, i membri della tribù ascoltarono con gli occhi asciutti come il cielo terso le parole del loro capo tribù: “Lo Spirito dell’Acqua ci ha portato fin qui, lo Spirito dell’Acqua ci porterà a casa” così, accettando la protezione del loro dio Chukwu, scelsero una morte dignitosa in alternativa a una schiavitù infamante gettandosi incatenati nella acque del Dumbar creek nel promontorio a nord dell’isola di St.Simons in Georgia.

Oggi la loro storia è leggenda e migliaia di visitatori ogni anno continuano a recarsi in pellegrinaggio sull’isola di St.Simons per onorare i settantacinque Catoni della tribù degli Igbu che scelsero una morte dignitosa all’infamia della schiavitù.

Si dice che nelle notti di luna piena, quando la risacca graffia la sabbia della rena, si possono ancora sentire i lamenti soffocati di persone lontane, voci appena percettibili frammiste allo sferragliare di catene arrugginite e lamenti flebili trasportati dal vento. Sono le voci degli ultimi che raccontano dolori che il tempo non ha saputo stemperare, voci che la pietà non ha saputo ancora soffocare.

Saphira si asciuga gli occhi bagnati di pianto e adesso mi guarda, esausta. La sua presentazione dal titolo: ‘morire per la libertà’ è andata qualche secolo oltre le vicende di Catone, e se è per questo anche qualche chilometro più a ovest. La classe non sa più dove guardare, perché il dolore degli altri in fondo crea solo un forte senso di inadeguatezza e imbarazzo, poi Kaylee alza la mano e dice: «Mr.D, ma cos’è successo in Ucraina?»

«In che senso, scusa?»

«Boh… il professore di economia ha detto che io ero come l’Ucraina e Seth come la Russia, quando gli ho chiesto perché lui mi ha solo domandato se sapevo cosa stesse succedendo laggiù, quando gli ho detto che non lo sapevo…. allora mi ha detto di lasciar perdere…»

«C’è la guerra.» Il dolore degli altri, tutto qui.

Al termine della lezione, quando la classe si è ormai svuotata, Saphira si avvicina piano alla cattedra e mi guarda mentre compilo il registro, senza parlare.

«Bella presentazione, Saphira, brava…» Dico senza troppa convinzione.

Saphira si limita a guardarmi, gli occhi nerissimi con le iridi che ancora riflettono le spiagge della Georgia, «Mr.D… le ho detto una bugia… i membri della tribù degli Igbu non… »

«Non?» ripeto continuando a compilare il registro senza davvero prestare attenzione.

«Non sono morti…»

Ora alzo la testa dal computer e la ascolto per davvero, confuso.

«Quella notte i settantacinque uomini sono volati via… in Africa… a casa loro. Sono stati guidati dal loro capo sciamano… si sono ricordati che gli uomini in fondo se vogliono, beh… sanno volare… così in quella notte di luna piena sono sbucati fuori dal pelo dell’acqua simili a lucci argentati e subito dopo come uno stormo di uccelli hanno cominciato a volare, migrando compatti verso est, riattraversando l’oceano per tornare in Nigeria. Vede Mr. D, è importante continuare a raccontare queste storie se vogliamo onorare i nostri antenati che viaggiano attraverso le dimensioni, dando voce ai loro sogni, ai loro segreti… altrimenti li avremo fatti morire due volte. »

Guardo Saphira senza sapere bene cosa dire, avendo quasi paura di voltarmi verso la finestra che dà sulla baia, temendo di vedere i settantacinque membri della tribù degli Igbu che si librano in volo verso la Nigeria stringendosi insieme a tutte le anime di tutti gli oppressi di oggi e di ieri che ci sbattono in faccia il dolore degli altri.

No more weepin’, (don’t you know), no more weepin’

No more weepin’ over me

And before I’d be a slave

I’d be buried in my grave

And go home to my Lord and be free

Oh freedom

Oh freedom, Gospel song.